di Luca Latella
Corriere della Calabria, 26 ottobre 2020
Mobilitazione di attivisti per protestare contro le condizioni in cui versano i carcerati dell'istituto penitenziario della città. Esposto uno striscione: "Dignità per tutti i detenuti". D'Amico: "Il carcere non educa più". A difesa dei diritti dei detenuti. È stato questo il senso di un sit-in che si è tenuto domenica mattina davanti al carcere di Corigliano Rossano.
Una manifestazione per evidenziare le condizioni in cui versa Cesare Battisti - "e non solo" - l'ex terrorista trasferito nel carcere rossanese lo scorso settembre. L'iniziativa è stata promossa dall'avvocato Adriano D'Amico, consigliere comunale di San Demetrio Corone e membro del Comitato politico provinciale Rifondazione Comunista Cosenza, e Francesco Saccomanno, segretario provinciale Rifondazione Comunista di Cosenza.
I manifestanti hanno esposto un'eloquente striscione e intonato cori come "dignità per tutti i detenuti", giunto fino alle celle, da dove sono partiti anche ringraziamenti e applausi. Al momento di protesta ha partecipato anche Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha Onlus, nata a Cosenza nel 2006, che si occupa della tutela dei diritti umani, in particolare di quelli delle persone private della libertà personale.
"Il presidio di solidarietà - ha spiegato la presidente - vuole mettere in evidenza le condizioni in cui stanno vivendo i detenuti di Rossano ed in Italia, in questa fase di emergenza sanitaria. Cesare Battisti vuole essere un pretesto, perché ha eco mediatica, per denunciare le condizioni interne". È accaduto, racconta Sandra Berardi, che un detenuto positivo al coronavirus "sia stato messo in isolamento nella stessa sezione di Battisti, il che contrasta con le indicazioni fornite dalle istituzioni sanitarie. Da quando il Covid-19 si è affacciato nelle carceri - denuncia Berardi - la popolazione è di oltre 61mila detenuti a fronte di una capienza di 47 mila".
"Siamo qui oggi con associazioni che si occupano tutto l'anno dei diritti dei detenuti - ha aggiunto Adriano D'Amico -. Battisti è la giustificazione ma è riuscito a far arrivare all'esterno ciò che accade all'interno del penitenziario. Ad esempio, lamenta un trattamento alimentare non consono alle sue condizioni di salute, vorrebbe del riso in bianco ed invece gli servono pasta al sugo. Ha chiesto un computer per poter lavorare e scrivere un libro, ma gli è stato risposto che non è uno scrittore e che, quindi, non ha bisogno di queste suppellettili. Oggi abbiamo portato con noi dei suoli libri per dimostrare che stanno sbagliando".
L'avvocato D'Amico taglia corto sulle polemiche scaturite dopo l'annuncio del sit-in. "Siamo qui per dire ad una certa politica che non siamo la controparte delle vittime e che gli anni 70 sono finiti da un pezzo. Qui nessuno vuole riaprire quel pentolone se non per chiuderlo definitivamente". "L'ultimo dei reati di Battisti - ha sottolineato ancora D'Amico - risale al 1979, 41 anni fa e se e vero com'è vero che il carcere deve essere uno strumento educativo e riabilitativo del reo per come sosteneva Cesare Beccaria, allora quel reo deve riabilitarsi, può scrivere e leggere. Ma se ozia tutto il giorno può solo morire. Ed allora mi piacerebbe sapere se la negazione dei diritti di Battisti, così come di tanti altri detenuti, vuole essere una vendetta dello Stato nei loro confronti. Sono tanti quelli che chiedono aiuto tutti i giorni - conclude Adriano D'Amico - e vogliono vivere la loro condizione di fine pena in modo dignitoso. Il carcere oggi, non svolge più il ruolo di educatore".
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 26 ottobre 2020
Il rischio è che la nuova stretta aumenti la forbice tra garantiti e non garantiti, tra chi può lavorare da casa e ricevere lo stesso lo stipendio e chi no, tra chi nell'attesa che passi la nottata accumula risparmi e chi non ha i soldi per vivere. Questa forbice va chiusa il più possibile; anche per prevenire le rivolte, e per isolare e punire i violenti
Gli errori e i sacrifici - Diciamolo con chiarezza: questo decreto non è un piano per il futuro, è una dichiarazione di fallimento per il passato. Sancisce l'incapacità di prevenire la seconda, annunciatissima ondata della pandemia. Le conseguenze sono gravi, sia sul fronte sanitario sia su quello economico. Il tracciamento è saltato, i tempi di attesa per fare i tamponi e riceverne l'esito sono inaccettabili, il sistema sanitario è già sotto pressione. I baristi, i ristoratori, i proprietari di palestre e piscine che avevano speso per attrezzare i locali, i lavoratori che avevano riaperto cinema e teatri in sicurezza vedono tutto vanificato; e anche gli insegnanti, i bidelli e gli studenti delle superiori si chiedono a cosa siano serviti i sacrifici che avevano accettato per far ripartire le loro scuole. Le responsabilità del governo e delle Regioni sono sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dal pregiudizio. C'è però un'altra cosa da dire, con altrettanta chiarezza. Il fatto che la seconda ondata non sia stata prevenuta non ci esime dal dovere di rispettare le regole per evitare che il contagio cresca ancora, e mieta ancora più vittime.
Non soltanto le norme del Dpcm andranno ovviamente applicate; dev'essere chiaro che non si tratta di una concessione a un governo o a una Regione o a una parte politica, ma di un atto dovuto a noi stessi, ai nostri cari, a medici e infermieri, alla comunità di cui facciamo parte. Certo, il sacrificio che ci viene chiesto è grande. Rinunciare di fatto alla vita sociale, proprio nella stagione che precede il Natale e che è decisiva per l'andamento di molti comparti del consumo, è doloroso e dannoso. Si tratterà di trovare un equilibrio tra sicurezza e socialità, senza ricorrere alla brusca e impossibile misura di chiudere tutto e tutti. Attenzione però a evitare errori di valutazione che potrebbero avere conseguenze altrettanto gravi.
Le rivolte di Napoli e Roma non vanno confuse con la sofferenza di chi non può lavorare. È evidente una matrice ideologica e criminale, che sfrutta la giusta preoccupazione e la legittima insofferenza popolare per dare addosso alle forze dell'ordine. E questo non è assolutamente accettabile. L'opposizione dovrebbe prenderne apertamente le distanze; anche perché il gioco di invocare le chiusure quando il governo apre, e invocare le riaperture quando il governo chiude, significa non avere un piano diverso dal lucrare sull'inadeguatezza altrui.
Non si possono però trattare lavoratori autonomi, artigiani, piccoli imprenditori che esprimono il proprio disagio come se fossero massa di manovra della criminalità. I danni causati da questo nuovo lockdown parziale vanno risarciti; ma per davvero, e subito. Non basta annunciarlo; occorre farlo. A dispetto delle promesse, lo Stato italiano resta un cattivo pagatore, e la nostra Pubblica amministrazione fatica nella fase attuativa; questo però non può accadere adesso, non in questa emergenza. Allo stesso modo, l'Europa deve rendersi conto che i piani per la prossima generazione sono fondamentali, che la digitalizzazione e la transizione ecologica rappresentano il nostro futuro, ma una parte delle risorse del Recovery Fund vanno spese qui e ora per ristorare i danni di chi vorrebbe lavorare e non può farlo.
Il rischio è che la nuova stretta aumenti la forbice tra garantiti e non garantiti, tra chi può lavorare da casa e ricevere lo stesso lo stipendio e chi no, tra chi nell'attesa che passi la nottata accumula risparmi e chi non ha i soldi per vivere. Questa forbice va chiusa il più possibile; anche per prevenire le rivolte, e per isolare e punire i violenti. Molto è affidato alla nostra responsabilità. Siamo tutti chiamati alla prova più dura della nostra vita. E la prova più dura non è il punto basso; deve essere il nostro punto alto.
di Pietro Piovani
Il Messaggero, 26 ottobre 2020
Nel penitenziario di Rebibbia il teatro si fa ormai da molto tempo, ma per anni le messe in scena sono state solo maschili. Solo dal 2013 si sono cominciati a fare gli spettacoli con le donne. "Mi dicevano tutti: lascia stare, con le donne è complicato" racconta Francesca Tricarico, la regista e coordinatrice dell'attività teatrale nella Rebibbia femminile.
"Le detenute vivono il carcere con un'emotività diversa, spesso devono sopportare l'allontanamento dai figli, hanno forti sbalzi di umore, conquistare la loro fiducia è più difficile. Però - prosegue la Tricarico - quando riesci a entrare nel mondo di una detenuta, la sua partecipazione è totale".
I mesi del Covid hanno stravolto le regole del carcere, per mesi tutto si è interrotto, ma poi sono ripartite. Il progetto teatrale della Rebibbia femminile (che ha il nome "Le donne del muro alto") si è sdoppiato in due compagnie: quella di chi è ancora in carcere e quella di chi, per le misure anti-covid, ha ottenuto i domiciliati o l'affidamento.
La compagnia "esterna" sta lavorando a un audiolibro dello spettacolo "Ramona e Giulietta", versione omosessuale di "Romeo e Giulietta" ambientata nel carcere femminile. "Con noi c'è una signora di 73 anni, ha passato nove anni in cella e ora è ai domiciliari. Per venire alle prove si fa tre ore di viaggio con i mezzi, con la mascherina. L'ho detto: se le riesci a conquistare, l'adesione è totale".
di Luigi Manconi e Chiara Tamburello
La Repubblica, 26 ottobre 2020
Quando l'Italia approvò la legge Basaglia e quella sull'aborto era sotto l'attacco del terrorismo e travolta dal caso Moro. Fu uno slancio riformatore senza precedenti. E oggi?
A quarant'anni dalla morte di Franco Basaglia (29 agosto 1980), quello che appariva come un pensiero eretico, o comunque irregolare, rivela oggi la forza di un classico, che offre costantemente nuove scoperte e spunti inediti. Nella prefazione alla nuova edizione del volume "Franco Basaglia", di Pierangelo Di Vittorio e Mario Colucci (Alpha & Beta, 2020), lo psichiatra Eugenio Borgna, a proposito dell'approvazione della legge 180 nel maggio del 1978, si dice ancora "stupefatto dinanzi alla rapidità con cui si è giunti" a quel provvedimento. Tanto più che si era in un momento particolarmente drammatico della vita nazionale: l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e degli uomini della scorta.
L'attacco terroristico più efferato contro lo Stato e la società italiana, avvenuto durante il governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti, non impedì - ecco il punto - di varare due tra le più importanti riforme della storia repubblicana. Il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, la Commissione sanità del Senato approvava in sede deliberante il testo della legge 180 sulle "Norme per gli accertamenti e i trattamenti sanitari volontari e obbligatori", di cui era relatore il democristiano Bruno Orsini, che disponeva la chiusura dei manicomi.
Appena una settimana dopo, il Senato licenziava in via definitiva la legge 194 sulla "Tutela sociale della maternità e interruzione volontaria della gravidanza". Siamo in quella che si può definire una condizione di emergenza, quando un attentato così feroce per le vittime e tanto insidioso per le conseguenze civili e sociali si sovrappone alla crisi politica, determinando uno stato di acuta instabilità. Ebbene, è proprio allora che vengono approvate due leggi di altissima qualità democratica che avrebbero avuto riflessi assai significativi sulle esistenze individuali dei cittadini e sulla mentalità collettiva.
In altre parole, nel corso della più pesante condizione di emergenza conosciuta dall'Italia in questo dopoguerra, il sistema istituzionale rivelò la più efficace capacità riformatrice. E oggi? È di questi giorni la proroga dello stato di emergenza dovuto alla pandemia, e quali ne siano le implicazioni, è materia di intenso dibattito. Assai interessanti, in proposito, i contributi di Antonio d'Aloia nella rivista Bio Law Journal - Rivista di Bio Diritto.
Ma c'è un tema che rimane ancora sullo sfondo, ed è così riassumibile: lo stato di emergenza può rivelarsi, per le più diverse ragioni, un incentivo all'innovazione politica e istituzionale, oppure è destinato, fatalmente, a bloccare qualunque istanza riformatrice? A differenza di quanto accadde negli anni Settanta, la seconda ipotesi sembra la più attendibile.
L'esperienza ci dice che una qualsiasi crisi politica, uno stato di emergenza vero o presunto o totalmente falso, un tragico fatto di cronaca o una crudele azione criminale, l'evasione di un recluso o, come si vedrà, la paura di una sconfitta elettorale o un qualunque altro motivo di angoscia sociale, sono in grado bloccare il più timido slancio di rinnovamento.
Un esempio tra i mille possibili: alla fine del 2017, riprese la discussione parlamentare sulla riforma della legge per la cittadinanza. Molta parte della sinistra si opponeva, temendo l'impatto che quella normativa avrebbe potuto avere sull'opinione pubblica in vista delle successive elezioni. La legge fu lasciata cadere e, tuttavia, le elezioni del 4 marzo 2018 sancirono la sconfitta del centrosinistra e anche di quei suoi esponenti che, sul tema, avevano assunto posizioni particolarmente moderate.
Certo, le ragioni che rallentano i processi di riforma sono tante e più complesse, ma qui interessa evidenziare quel sentimento politico, una vera e propria inibizione che impedisce di pensare il cambiamento quando si manifestano stati di ansia. Prevale, cioè, l'idea che non ci si possa permettere un atto di libertà a causa delle conseguenze che potrebbero prodursi in una opinione pubblica frustrata o fiaccata da un forte stress. Il tentativo di rassicurare l'inquietudine collettiva, determinata da un cambiamento non previsto, se non subìto, costituisce il pretesto emotivo che spiega molte cose. E che contribuisce a una generalizzata crisi della fiducia.
Proprio sotto questa luce, il confronto tra ieri e oggi risulta sconfortante. Si pensi a quella particolare condizione di emergenza in cui dovettero precipitare Franco Basaglia e la sua equipe quando, nel 1968, un paziente dell'ospedale psichiatrico di Gorizia uccise la moglie a colpi d'ascia nelle ore di "temporanea uscita" dalla struttura.
Le polemiche furono feroci, eppure, la dolorosa coscienza di quella tragedia - si immagini quale catastrofe anche personale rappresentò per Basaglia - non dissuase dalla volontà di ripensare radicalmente l'ambiente manicomiale. Ciò aiuta a spiegare come nel cuore del rinnovamento basagliano vi fosse la pratica, il fare, un richiamo ostinato alla sperimentazione che non può escludere preventivamente passi falsi, errori di valutazione e nemmeno scelte azzardate. Ma torniamo alla questione della velocità della riforma legislativa: la ragione della prontezza con la quale si lavorò a una nuova legge in materia di assistenza psichiatrica risiede anche nella proposta del Partito radicale di calendarizzare un referendum relativo all'abrogazione di alcuni articoli della legge n. 36 del 1904, già parzialmente integrata dalla riforma Mariotti del 1968.
Un eventuale voto referendario, che respingesse la proposta abolizionista, avrebbe reso impossibile la modifica della normativa prevista dal progetto di riforma. Per evitare che l'eccezionalità delle circostanze e il diffuso smarrimento sociale potessero vanificare l'impegno a riformare l'istituto manicomiale si arrivò al varo della legge in meno di tre settimane dalla sua presentazione (ministro della Sanità era Tina Anselmi).
Vennero definitivamente aboliti gli ospedali psichiatrici e istituiti i trattamenti sanitari obbligatori e i servizi psichiatrici di diagnosi e cura negli ospedali civili. La 180, poi, incontrò molti ostacoli e le critiche di una composita corrente di pensiero che riteneva la legge, per un verso, troppo limitata, e, per l'altro, velleitaria in quanto difficilmente applicabile e, in ultima istanza, responsabile di aver consegnato alle famiglie il peso materiale e umano dei malati.
In realtà, a ostacolare la corretta applicazione della normativa furono altre cause: le resistenze istituzionali, il ritardo nell'attivazione dei servizi e la debolezza di alcuni apparati pubblici (vedi Daniele Piccione, "Il pensiero lungo, Franco Basaglia e la Costituzione", Aplha & Beta Verlag, 2013). Ma questa è tutta un'altra storia. Ciò che qui preme ribadire è che la condizione di emergenza, nell'Italia sgomenta, non ostacolò, anzi, persino agevolò, l'approvazione di una legge di civiltà. Infine, non c'entra nulla con la chiusura dei manicomi, ma c'entra molto con la psichiatria. Ed è per questo che rinunciare a richiamarlo ci spiacerebbe.
La Bompiani ha appena ripubblicato "Il campo di concentrazione", di Ottiero Ottieri, dove si racconta l'esperienza del ricovero volontario dello scrittore in un ospedale svizzero nel 1970, a seguito di una fortissima nevrosi depressiva. E dove Ottieri si descrive come un "impiegato dell'infelicità", nel luogo in cui "il mestiere è la sofferenza".
primonumero.it, 26 ottobre 2020
A Rebibbia, pochi giorni fa, è stato inaugurato il primo Modulo per l'Affettività e la Maternità progettato all'interno di un carcere. Ma ella stessa settimana in cui si inaugura il modulo per l'affettività, è arrivata la circolare che - causa l'aggravarsi della situazione sanitaria - si sospendono ufficialmente le uscite per i bambini. Fino a data da destinarsi.
A Roma, pochi giorni fa, è stato inaugurato il M.A.MA. L'acronimo può ricordare il MomA di New York e, in effetti, è stato realizzato dall'equipe di Renzo Piano, ma non è un museo né un polo espositivo. È, piuttosto, il primo Modulo per l'Affettività e la Maternità progettato all'interno di un carcere. Lo spazio di 28 mq sorge nell'istituto penitenziario femminile di Rebibbia, il più grande dei quattro istituti per detenute presenti in Italia. Sul sito della Polizia Penitenziaria si legge che sarà "un luogo - non appena l'emergenza si sarà placata -, dove le detenute potranno riunirsi con i propri familiari beneficiando di un ambiente domestico, intimo, accogliente e rassicurante, molto diverso dalle tradizionali, affollate e fredde, aule per i colloqui". A corredo del testo, poi, appaiono foto e video che raccontano come la costruzione di questo "ambiente domestico" sia stato possibile grazie al supporto delle stesse detenute.
Non troppo lontano da dove ora sorge il M.A.MA. c'è la sezione nido di Rebibbia. La struttura ricorda un chiostro di monache di clausura; ci sono aiuole, fiori e persino farfalle. All'interno c'è una sala comune e una serie di "camere di pernottamento", dove vivono le detenute con i loro figli. Per lo Stato italiano, infatti, fino al terzo anno di età al bambino è consentito vivere all'interno di un carcere.
In Italia, secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio sulle condizioni di detenzione pubblicato da Antigone, le donne detenute rappresentano appena il 4% dell'intera popolazione carceraria, ossia 2.702, su un totale di 61.230. Di queste, 36 hanno con sé i loro figli.
Dal rapporto emerge come "la tipologia di reati per cui le detenute vengono ristrette in carcere - reati contro il patrimonio, reati contro la persona e reati legati alle droghe - sono un chiaro indicatore di una popolazione che, anche prima del periodo di carcerazione, vive in condizioni di marginalità e in contesti segnati da violenza". La gran parte delle detenute sconta, considerata la tipologia di reato, un periodo di detenzione inferiore ai 6 mesi. Ovvero un periodo che permetterebbe l'accesso alle misure alternative alla detenzione. Da tutto questo, di conseguenza, deriva che la custodia penale per le madri e per i figli dovrebbe essere il più possibile limitata.
A seguito della prima ondata di emergenza da Covid-19, per evitare che il virus dilagasse all'interno delle carceri (come è successo in America o in Iran), sono state adottate una serie di misure di contenimento, come il ricorso alla detenzione domiciliare e la sospensione della pena. Le stesse sezioni nido delle carceri si erano praticamente svuotate, troppo alto era il rischio per i bambini e le loro madri, troppo basso era il livello di guardia all'interno delle strutture. Caso esemplare è stato quello di una madre e un bimbo che, fra aprile e maggio, erano rimasti gli unici a scontare la pena all'interno della sezione nido di Rebibbia.
Ma, se fuori dal carcere si era deciso, quasi a tavolino, che la pandemia fosse finita a luglio, anche dentro agli istituti penitenziari si è fatto un veloce rewind. I famosi "boss" scarcerati (non 300 come si era detto, ma 3 - sì, tre), son rientrati e i numeri dei reclusi hanno ricominciato a lievitare. E a fine settembre le madri detenute nel nido di Rebibbia erano di nuovo 10, con altrettanti bambini.
A fronte di tutto questo, è chiaro come ben prima della pandemia lo Stato si sarebbe dovuto far carico di evitare che un bambino varcasse la soglia di un carcere. A questo riguardo, numerose sono le proposte di legge depositate in Parlamento da associazioni ed enti no profit che da anni lottano affinché vengano costruite case famiglia alternative alla detenzione. Nonostante questo, prima, durante e dopo la pandemia il quadro rimane invariato. Anzi, è peggiorato. Prima dell'emergenza, infatti, una volta a settimana i bambini potevano uscire. Ogni sabato mattina, i volontari di A Roma Insieme, da più di vent'anni si caricavano i marmocchi nel pullman e li portavano lontano dalle mura del carcere.
Nella stessa settimana in cui si inaugura il modulo per l'affettività, è arrivata la circolare che - causa l'aggravarsi della situazione sanitaria - si sospendono ufficialmente le uscite per i bambini. Fino a data da destinarsi. C'è un principio cardine al quale si rifà il sistema penitenziario danese. Si chiama "normalisation" e implica una cosa molto semplice: le condizioni nelle quali viene scontata la pena deve corrispondere agli standard offerti dallo stato alla comunità in generale.
Fra questi vi è il diritto alla salute e, ovviamente, il diritto all'affettività. Costruire moduli per la maternità, rendere le celle - camere di pernottamento - più accoglienti e riscaldate, ridipingere le pareti di una sala comune, è utile e anche necessario ma non mitiga l'immagine di una madre terrorizzata perché, durante una pandemia mondiale, è costretta a crescere il figlio in galera.
di Alessandro D'Avenia
Corriere della Sera, 26 ottobre 2020
"Sono colpevole di omicidio!". Ora fu lei a guardarlo adirata: "Perché dici certe stupidaggini?". "Ma è la verità". "Non esiste la parola colpevole! Lo sai benissimo anche tu. Sono sempre le circostanze che determinano le azioni". Erano proprio le parole che temeva. Sentiva migliaia di psicologi, pedagoghi e sociologi parlare attraverso la bocca di lei e percepì con estrema chiarezza la sua convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili".
Siamo a Copenaghen, a parlare sono Torben e un'amica, nel libro di Henrik Stangerup: "L'uomo che voleva essere colpevole" (1973). Torben, durante un litigio ha ucciso la moglie ma, nonostante la sua confessione spontanea, nessuno vuole riconoscerlo colpevole. Il romanzo immagina una società "perfetta", in cui il bene e il male sono stati superati: l'omicidio è un incidente e il male un mancato adattamento sociale che si cura con la psicologia e i tranquillanti. Non esistono azioni malvagie ma comportamenti non ancora "adattati".
Eppure il protagonista, benché giuridicamente sollevato dalla colpa, non è felice: non gli basta che un giudice o uno psicologo lo dicano innocente per sentirsi tale, perché non può eliminare quella voce interiore, detta coscienza, che distingue il bene e il male. Dal male si esce solo prendendone le distanze nei fatti, non auto-assolvendosi o fingendo che non esista. Spesso incontro ragazzi demoralizzati: la loro tristezza non è però sintomo di un disagio psichico o mancanza di speranza, ma semplice mancanza di "carattere", cioè di scelte.
Demoralizzato vuol dire infatti privato (de-) di morale (dal termine latino che indicava sia il carattere di una persona sia le leggi che ne guidano l'agire libero, perché sono inscindibili: io divento ciò che scelgo e faccio). I ragazzi si demoralizzano quando non sono allenati a scegliere, perché non li abbiamo messi in condizione di farsi carico della realtà, di risponderle. Rispondere e responsabilità hanno la stessa radice: irresponsabile è infatti chi non sente la realtà e ciò accade se la cultura dominante la nasconde.
Torben, un tempo scrittore di successo, lavora all'Istituto statale per la Semplificazione della Lingua, dove non si eliminano le parole come in 1984 di Orwell, ma si coniano "eufemismi", parole seducenti utili a sostituire quelle ancora intrise di bene e male. Pensiamo oggi a espressioni come "droghe leggere" che, a prescindere dagli effetti, fa passare l'idea che esistano droghe innocue, "gestazione per altri" per "affittare una donna", "baby squillo" per "prostituta minorenne", "lavoro flessibile" per "precariato".
L'eufemismo nega alla realtà il suo peso, ma qualcosa in noi resiste, come accade a Torben: non può liberarsi di ciò che ha fatto con parole e pensieri auto-assolutori. Anzi si aggrappa al suo delitto per non smettere di essere se stesso: se il peso dei nostri atti diventa indifferente, e mangiare o uccidere hanno lo stesso valore, smettiamo di essere liberi. È infatti il limite a renderci liberi perché impone di scegliere, cioè di indirizzare la libertà in una direzione.
Noi diventiamo ciò che scegliamo: se rubo divento ladro, se uccido assassino, se amo amante, se non scelgo demoralizzato. Non si può essere felici facendo finta di non avere la coscienza, possiamo farla tacere, ma anche questa è una scelta. Essere homo sapiens, ci piaccia o no, comporta essere liberi, cioè non solo sapere di esistere ma dovere/potere scegliere "come" esistere. Nessun animale si pente di aver ucciso, perché nessun animale, tranne l'uomo, distingue il bene e il male, non agisce secondo coscienza ma per istinto.
Infatti per gli irriducibili della coscienza come Torben si apre il "Parco della felicità", dove lo Stato costringe a essere felici i più riottosi... ma il nostro protagonista, pur imbottito di tranquillanti e psicoterapia, continua a piangere sua moglie e l'impossibilità di redimersi, cioè di poter prendere le distanze da ciò che ha fatto, accettandone le conseguenze.
Molti ragazzi sono de-moralizzati perché abbiamo sostituito parole come carattere, coscienza, limite, scelta... con eufemismi che riducono la morale all'emozione del momento e la realtà a un "like" senza conseguenze. I limiti non sono privazione di libertà ma il campo del suo esercizio, il perimetro della vita reale, come la gravità per i corpi: sulla Luna non siamo più liberi...
Quando non scegliamo la vita si spegne perché smettiamo di rispondere alla realtà, non siamo più padroni dei nostri atti ma prigionieri delle circostanze o delle aspettative altrui. Torniamo a educare il carattere, cioè l'esercizio della libertà: le scelte. Quali responsabilità diamo ai ragazzi? Chi o cosa dipende da loro? Quali incarichi hanno a casa o fuori? Spesso sembrano apatici, ma semplicemente non abbiamo mostrato loro cosa è bene e cosa male, cosa è reale e cosa no, per cosa vale la pena vivere.
di Pasquale Stanzione
Il Domani, 26 ottobre 2020
Il contesto pandemico dimostra come la privacy si sia dimostrata uno dei principali fattori in grado di garantire un'azione di contrasto della pandemia. I pareri del Garante hanno supportato la scelta legislativa in favore di un sistema di contact tracing fondato su dati di prossimità dei dispositivi anziché sulla ben più invasiva geolocalizzazione. La soluzione è un efficace tracciamento digitale dei contatti senza condannare ciascuno di noi a forme di biosorveglianza il cui impatto sulla libertà è assai più invasivo di quanto possa apparire.
Caro Direttore, l'articolo di Vincenzo Visco "La strana idea di privacy che ci lascia in balia della pandemia" (Domani, 25 ottobre), reca alcune inesattezze che è bene chiarire, se non altro per fornire ai lettori un'informazione veritiera e completa. L'idea di fondo sottesa all'articolo è che la tutela della privacy rappresenti un ostacolo al perseguimento di esigenze collettive le più varie: dalla sanità pubblica al contrasto dell'evasione fiscale, dalla ricerca scientifica alla pubblicità dell'esercizio della giurisdizione.
È una valutazione smentita dai fatti e dalla costante, assoluta conformità dell'azione del garante alla legge, nel bilanciamento che essa (e non l'Autorità) sancisce tra libertà individuali ed esigenze collettive, non sempre peraltro alle prime antitetiche. Basterebbe, a dimostrazione di questo, analizzare la pressoché costante conferma, in sede giurisdizionale, dei provvedimenti dell'Autorità eventualmente impugnati. Ma non volendo limitarmi a questo dato, cercherò di fare un po' di chiarezza su alcuni dei punti toccati dall'articolo da voi pubblicato.
Anzitutto, proprio il contesto pandemico dimostra come la privacy, tutt'altro che ostativa alle esigenze collettive, si sia invece dimostrata uno dei principali fattori in grado di garantire un'azione di contrasto della pandemia tale, tuttavia, da non rinnegare il carattere liberale del nostro ordinamento e da coniugare istanze solidaristiche e libertà individuali.
I pareri del garante hanno infatti supportato la scelta legislativa in favore di un sistema di contact tracing fondato su dati di prossimità dei dispositivi anziché sulla ben più invasiva geolocalizzazione. Si è così pervenuti a una soluzione di efficace tracciamento digitale dei contatti senza, per questo, condannare ciascuno di noi a forme di biosorveglianza il cui impatto sulla libertà è assai più invasivo di quanto possa apparire.
Tutt'altro che di ostacolo all'interesse pubblico, il nostro contributo è servito semmai ad essere contemporaneamente più efficaci, ma non meno liberi; a non cedere alle sirene del modello coreano (se non addirittura cinese), senza per questo rinunciare alle opportunità offerte, anche in questo campo, dalla tecnologia. Circa il sistema di data mining istituito dall'Inps per il controllo delle assenze dei lavoratori, le gravi carenze riscontrate dal garante (con i conseguenti rischi per la riservatezza dei dipendenti, anche rispetto ai dati meritevoli della massima tutela, quali quelli sulla salute) sono state confermate il 3 marzo scorso dal Tribunale di Roma.
L'Autorità non ha, dunque, ostacolato in alcun modo il contrasto dell'assenteismo in sé, ma le modalità (lesive dei diritti dei lavoratori) con le quali esso era proposto, con il rischio di profilazioni illegittime e persino potenzialmente erronee. Rispetto all'attività dell'Istat, i nostri interventi hanno contribuito in linea generale a un sensibile miglioramento della correttezza delle indagini statistiche, suggerendo anche modalità di utilizzo degli algoritmi tali da ridurre il rischio di bias e le possibilità di reidentificazione dei singoli.
Analogo tenore hanno avuto i nostri interventi in ambito fiscale, incentrati soprattutto sull'esigenza di garantire un uso corretto degli algoritmi, tale da impedire rischi di distorsione nella rappresentazione della capacità contributiva dei singoli, a detrimento della stessa efficacia dell'azione amministrativa. Quanto alle sentenze on-line, abbiamo chiesto di disporre, ove mancasse, il dovuto oscuramento delle pronunce in materia di violenza sessuale o minori, per impedire la vittimizzazione secondaria di soggetti particolarmente vulnerabili.
Palesemente erronea è, infine, l'attribuzione di un preteso minore rigore nel contrasto dell'illecito trattamento dei dati da parte delle piattaforme: limitandosi a casi recenti e senza citare la quotidiana attività su profilazione e diritto all'oblio, basti pensare alle sanzioni irrogate a Facebook per il caso Cambridge Analytica. Esigendo il rispetto della legge, e ad essa, esso stesso conformandosi, il garante ha dunque, in ogni suo singolo intervento, promosso l'interesse pubblico e, ad un tempo, le libertà individuali. La privacy, al pari della Costituzione, non è un certo un patto suicida, secondo la nota espressione attribuita a Lincoln, ma un presupposto di libertà sempre più prezioso nella complessità dell'oggi.
Il Dubbio, 26 ottobre 2020
L'attivista Khandan: "Lunedì processeranno nostra figlia Mehraveh: vogliono aumentare la pressione su mia moglie". Papa Francesco e il governo italiano si mobilitino per la liberazione di Nasrin Sotoudeh, la più nota prigioniera politica oggi in Iran, da tempo in gravi condizioni di salute.
A lanciare l'appello in un'intervista ad Aki-Adnkronos International è suo marito Reza Khandan, che nei giorni scorsi ha annunciato il trasferimento improvviso della moglie dal famigerato carcere di Evin, a Teheran, a quello di Qarchak, penitenziario altrettanto famigerato dove le condizioni sono anche peggiori. Ieri, inoltre, Khandan ha annunciato che la figlia ventenne Mehraveh è stata convocata in tribunale.
Secondo la citazione, Mehraveh deve comparire davanti all'edificio giudiziario di Quds, filiale numero 1175, lunedì 26 ottobre. "Ad agosto, diverse forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella nostra casa per arrestare Mehraveh - spiega l'uomo. Con gli sforzi di amici e familiari, è stata rilasciata su cauzione. D'altra parte, dall'arresto di Mehraveh, e a causa della mancanza di sicurezza nell'area di visita per i membri della famiglia, in particolare i nostri bambini, Nasrin ha rinunciato alle visite con i membri della famiglia".
"Il Papa lanci un appello" - "Se ci fosse un appello del Papa per la liberazione di Nasrin e degli altri prigionieri politici naturalmente lo accoglieremmo a braccia aperte", spiega ancora Khandan da Teheran nel corso dell'intervista organizzata con l'aiuto dell'associazione "Neda Day" di Pordenone. Secondo Khandan, che a sua volta è stato condannato a sei anni di carcere e in ogni istante può essere trasferito in prigione, anche il governo italiano può favorire il rilascio di Nasrin perché "sa come premere su quello iraniano".
Ma un ruolo importante, sottolinea, ce l'ha l'opinione pubblica italiana che deve mobilitarsi. L'odissea della vincitrice del Premio Sakharov è iniziata nel 2018 con l'arresto per aver difeso una donna che aveva violato la legge sull'obbligo del velo. Nei mesi scorsi l'avvocatessa ha iniziato un lungo sciopero della fame per protesta contro la detenzione dei prigionieri politici in Iran, interrotto a metà settembre per problemi cardiaci. Le autorità, insiste il marito di Nasrin, le hanno "mentito" sui motivi del trasferimento da Evin a Qarchak, facendole credere che l'avrebbero portata in ospedale ed ora la moglie "per protesta ha smesso di prendere i farmaci".
"Nasrin non sta bene" - "La legge prevede che abbia un permesso al mese ma non le è mai stato concesso", prosegue Khandan, che denuncia poi come il trasferimento dal carcere di Evin a quello di Qarchak "vada contro la legge iraniana, secondo la quale la pena va scontata dove si è stati condannati". Inoltre la prigione di Qarchak è un "inferno" dal punto di vista sanitario, essendo un ex allevamento di bovini trasformato in penitenziario e ospitando 3mila detenute, molte con il Covid. Una situazione che rischia di aggravare le già precarie condizioni di salute di Nasrin Sotoudeh.
Nasrin "non sta bene, anche se vuole farci credere il contrario per rassicurarci", aggiunge Khandan che le ha potuto parlare anche poche ore fa. "Le hanno bloccato i conti correnti - aggiunge - e ancora più grave è arrivata una lettera del tribunale secondo la quale lunedì processeranno nostra figlia Mehraveh, che ha 21 anni e non si occupa di politica". Il reato che le è contestato è di aver picchiato un agente, ma il motivo reale di questo processo è "aumentare la pressione su mia moglie", conclude Khandan.
di Sara Volandri
Il Dubbio, 26 ottobre 2020
La denuncia dell'ong "American civil liberties union". A tre anni dalla stretta dell'amministrazione Trump sull'immigrazione clandestina, sono ancora 545 i bambini rimasti soli negli Usa dopo il rimpatrio dei loro genitori, in seguito al tentativo di varcare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Bambini separati a forza e affidati alla poco accurata custodia delle autorità. È quanto emerge da una denuncia depositata dall', una delle Ong che sta cercando di ricongiungere i minori alle loro famiglie, che non hanno più loro notizie da due o tre anni.
Nella fretta di applicare la nuova politica di tolleranza zero inaugurata ufficialmente nell'aprile 2018 (ma di fatto avviata l'anno prima con un progetto pilota riservato), molti adulti erano stati respinti in Messico senza che le loro generalità fossero registrate. Nel frattempo, i loro figli erano rimasti nei centri di detenzione in territorio statunitense. E, in mancanza di elementi per localizzare i loro genitori, a centinaia restano ancora negli Stati Uniti, presso famiglie affidatarie o lontani parenti. La politica di separazione dei bambini dalle famiglie era stata interrotta da Donald Trump con un ordine esecutivo nel giugno 2018 in seguito all'ondata di indignazione internazionale (e - pare - le pressioni della first lady). Nel frattempo, ricostruì il quotidiano britannico Guardian, in un'inchiesta, 2.300 minori di età inferiore ai 12 anni erano stati allontanati dai loro genitori, senza sapere se e quando li avrebbero mai rivisti.
Il Dubbio, 26 ottobre 2020
L'Italia non ha firmato il Trattato, ignorato anche dai Paesi detentori dell'atomica. Grazie alla cinquantesima ratifica nazionale (da parte dell'Honduras), il trattato Onu che vieta le armi nucleari entrerà in vigore entro i prossimi 90 giorni. Lo ha annunciato la notte scorsa il segretario generale dell'organizzazione, Antonio Guterres, in una nota in cui sottolinea che si tratta di un "impegno importante verso l'eliminazione totale delle armi nucleari, che rimane la principale priorità delle Nazioni Unite in materia di disarmo".
Il testo non è stato firmato dai principali detentori dell'arma atomica, ma i promotori del trattato auspicano ugualmente che la sua entrata in vigore non sarà solo simbolica. Solo 6 dei 49 stati europei hanno approvato e ratificato il trattato: Austria, Irlanda, Malta, San Marino, Liechtenstein e lo Stato del Vaticano. L'Italia non ha firmato né ratificato il Trattato e non ha partecipato alla negoziazione del trattato. Il nostro Paese è attualmente uno dei cinque stati europei che ospitano testate nucleari statunitensi nell'ambito di accordi Nato. Si tratta di circa 40 bombe nucleari B61 presso le basi aeree di Aviano e di Ghedi. Nel 2019 l'Italia ha votato contro una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che invitava ad aderire al trattato.
Il Trattato è stato adottato il 7 luglio 2017 dalla Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento legalmente vincolante per vietare le armi nucleari, che ha portato alla loro totale eliminazione. In conformità con il suo articolo 13, il Trattato è stato aperto alla firma di tutti gli Stati presso la sede delle Nazioni Unite a New York a partire dal 20 settembre 2017.
Secondo l'articolo 1 del trattato, ciascuno Stato parte si impegna, in qualsiasi circostanza, a non:
a) Sviluppare, testare, produrre, produrre, oppure acquisire, possedere o possedere riserve di armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari;
b) Trasferire a qualsiasi destinatario qualunque arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari o il controllo su tali armi o dispositivi esplosivi, direttamente o indirettamente;
c) Ricevere il trasferimento o il controllo delle armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari, direttamente o indirettamente;
d) Utilizzare o minacciare l'uso di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari;
e) Assistere, incoraggiare o indurre, in qualsiasi modo, qualcuno ad impegnarsi in una qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato;
f) Ricercare o ricevere assistenza, in qualsiasi modo, da chiunque per commettere qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato parte del presente Trattato;
g) Consentire qualsiasi dislocazione, installazione o diffusione di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo.
"Sono trascorsi 75 anni dagli orribili attacchi a Hiroshima e Nagasaki e la fondazione dell'Onu che ha reso il disarmo nucleare una pietra angolare - ha dichiarato Beatrice Fihn, direttrice esecutiva della Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari, la coalizione vincitrice del Premio Nobel per la pace 2017 il cui lavoro ha contribuito a guidare il trattato per il divieto nucleare -. I 50 paesi che ratificano questo trattato stanno dimostrando una vera leadership nella definizione di una nuova norma internazionale, secondo cui le armi nucleari non sono solo immorali ma illegali".
La 50a ratifica è avvenuta nel 75esimo anniversario della ratifica della Carta delle Nazioni Unite che ha istituito ufficialmente le Nazioni Unite. Una volta entrato in vigore, tutti i paesi che l'hanno ratificato saranno vincolati dai requisiti previsti dal trattato. Gli Stati Uniti hanno scritto ai firmatari del trattato definendo la sua sottoscrizione "un errore strategico" ed esortandoli a revocare la loro ratifica.
La lettera degli Stati Uniti, ottenuta dall'Associated Press, diceva che le cinque potenze nucleari originali - Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia - e gli alleati della Nato dell'America "sono uniti nella nostra opposizione alle potenziali ripercussioni" del trattato. Che, secondo l'amministrazione Trump, "è e rimarrà divisivo nella comunità internazionale e rischierà di radicare ulteriormente le divisioni nelle sedi esistenti di non proliferazione e disarmo che offrono l'unica prospettiva realistica per un progresso basato sul consenso", afferma la lettera. "Sarebbe un peccato se al Tpan fosse permesso di far deragliare la nostra capacità di lavorare insieme per affrontare la pressante proliferazione".
Fihn ha sottolineato che "il Trattato di non proliferazione riguarda la prevenzione della diffusione delle armi nucleari e l'eliminazione delle armi nucleari e questo trattato lo implementa. Non c'è modo di minare il Trattato di non proliferazione vietando le armi nucleari. È l'obiettivo finale del Trattato di non proliferazione".
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