Il Messaggero, 28 ottobre 2020
"Personalità del tutto spregiudicate". É quanto scrive il giudice per le indagini preliminari nell'ordinanza con cui ha disposto la sospensione dalle funzioni per un anno dei poliziotti. Una storia di omissioni, falsi ma soprattutto di violenza avvenuta nel carcere femminile di Rebibbia. I fatti risalgono allo scorso luglio e ora per due agenti della penitenziaria, una sovrintendente e un assistente capo coordinatore in servizio nell'istituto, è arrivata la sospensione dalle funzioni per un anno. Per i due, dopo le indagini del sostituto procuratore Giulia Guccione, l'accusa è di concorso in falso ideologico e di abuso di autorità contro arrestati o detenuti. La misura cautelare interdittiva è stata disposta dal gip di Roma: gli agenti come documentato anche dal sistema delle telecamere per la sorveglianza interna, hanno fatto uso della forza nei confronti di una detenuta, attestando in maniera falsa quanto avvenuto nella notte tra il 21 e il 22 luglio scorso, riportando nella successiva relazione di servizio fatti risultati non veritieri, come l'aggressione della detenuta nei confronti della poliziotta in realtà mai avvenuta, e omettendone altri.
"Dalla valutazione del materiale probatorio acquisito emerge un quadro allarmante di condotte poste in essere dagli indagati - scrive il giudice dell'indagine preliminare nell'ordinanza - nei confronti di una detenuta con problemi psichici. In particolare, le specifiche modalità di realizzazione dei fatti contestati tenuto conto che gli indagati risultano avere avuto diverse segnalazioni e condanne disciplinari, appaiono indicative di personalità del tutto spregiudicate che giungono fino a predisporre false relazioni per coprire le proprie condotte, e portano a ritenere per tutti gli indagati un elevato, concreto ed attuale pericolo di recidivanza".
Per il giudice sussiste anche l'elevata probabilità che gli indagati possano determinare un inquinamento probatorio "considerata la realistica possibilità da parte dei due agenti, tenuto conto del contesto ambientale in cui sono maturati i fatti, di ostacolare le indagini - scrive ancora il gip - predisponendo testimonianze di comodo, o avvicinare ulteriori soggetti ancora da interrogare, oppure occultando elementi comprovanti le loro responsabilità".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 28 ottobre 2020
Misure alternative alla detenzione. Se ne parla da tempo. Se ne parla come l'unica soluzione possibile a carceri che scoppiano e strutture penitenziarie dove si vive in condizioni inumane e degradanti. Se ne parla ultimamente anche come misura per decongestionare le carceri e contenere i contagi che cominciano ormai a moltiplicarsi nei vari istituti di pena del Paese.
Si parte dal principio che la pena deve avere quella funzione rieducativa sancita dalla Costituzione e dal dato di fatto che nelle carceri non si riescono più a garantire condizioni di vivibilità e attività formative adeguate. Eppure accedere alle misure alternative alla detenzione non è sempre facile. Il più delle volte richiede iter procedurali molto complessi. Per ottenere una decisione sulle istanze bisogna passare per la lunga trafila dei documenti da richiedere e produrre e per i Tribunali di Sorveglianza che a Napoli, nonostante gli sforzi di molti magistrati, sono l'imbuto della giustizia perché ci sono vuoti in organico che sembrano voragini e il numero delle istanze è tale da determinare arretrati, attese e ritardi con la conseguenza che si rischia di lasciare in cella persone che potrebbero scontare altrove la loro pena.
Uno dei casi più recenti è quello di un giovane napoletano, finito in carcere ormai da 20 giorni per scontare un residuo di pochi mesi dopo aver espiato gran parte della condanna ai domiciliari e senza mai violarli. E tutto a causa di una rigida burocrazia in base alla quale, con la sentenza divenuta definitiva, si finisce in galera senza se e senza ma, salvo poi fare istanza e sottoporre al giudice la valutazione del singolo caso.
Possibile? Sì. Il protagonista della storia lo chiameremo Gaetano. Aveva 23 anni nel 2018 quando fu arrestato per rapina. Incensurato, studente e lavoratore, si prestò a fare da complice ad un amico in due rapine. Gaetano aveva l'auto, e la guidò mentre l'altro avvicinò fulmineo le vittime in strada. Presero di mira due donne, una dopo l'altra, e si impossessarono di due cellulari e poco più di cento euro. Gaetano capì subito di aver fatto una cosa sbagliata, ma ormai era troppo tardi. Fu identificato e arrestato nove mesi dopo le rapine. In quei mesi non commise altri reati.
Il pm che coordinò le indagini e il gip che firmò la misura cautelare capirono che il ragazzo non faceva parte di certi contesti delinquenziali e optarono per gli arresti domiciliari, evitando che quel giovane potesse entrare in carcere. Gaetano, quindi, affrontò il processo restando ai domiciliari e adottò sin da subito un atteggiamento collaborativo, risarcendo il danno a entrambe le parti lese. Oggi la storia di Gaetano diventa un caso che spinge l'avvocato Paolo Cerruti, suo difensore, a chiedere una riforma del sistema giudiziario e subito la scarcerazione del suo assistito. Ed ecco perché. Gaetano è finito in carcere ormai 20 giorni fa, è stato rinchiuso a Poggioreale quando la condanna è sì divenuta definitiva ma è anche in gran parte già espiata. "Chiedo che a questo giovane venga concessa la misura dell'affidamento in prova al servizio sociale - sottolinea l'avvocato Cerruti - Lo chiedo per evitare che l'intelligente scelta di politica criminale adottata dal pm titolare delle indagini e dal gip che emise la misura e finalizzata a impedire la criminalizzazione di un giovanissimo e incensurato lavoratore, venga vanificata con una ingiusta e lunga detenzione inframuraria, sia pure solo per il tempo strettamente necessario ad ottenere i benefici penitenziari".
Sulla storia di Gaetano pesa la rigidità di una burocrazia che non riesce a guardare all'uomo, al singolo caso. Non subito almeno. Gaetano ha già espiato due anni e otto mesi di reclusione ai domiciliari con l'autorizzazione a recarsi ogni giorno a lavoro e in quel tempo non ha mai violato alcuna prescrizione. Eppure è finito in carcere. Da quasi tre settimane è in cella a Poggioreale nonostante un residuo di pena di sette mesi e 15 giorni.
E chissà quanto dovrà aspettare perché tutti i documenti che lo riguardano completino il farraginoso iter burocratico e la sua istanza sia valutata dal magistrato di sorveglianza. A ciò si aggiunga che siamo in periodo di emergenza Covid e i tempi della giustizia sono ancora più dilatati. È proprio di ieri una circolare del presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, Adriana Pangia, che prolunga fino al 31 gennaio 2021 le misure per scaglionare accessi negli uffici e udienze.
blogsicilia.it, 28 ottobre 2020
Un tempo, un immobile in via Bainsizza, nel quartiere della Borgata, a Siracusa, ospitava i summit mafiosi ma dopo la confisca il Comune ha deciso di riconvertirlo. Diventerà una sartoria dove lavoreranno ex detenuti per favorirne il reinserimento sociale ed economico. La struttura, vasta 100 metri quadrati, sarà suddivisa in tre aree: l'ufficio stile, nel quale i progetti prendono forma e vita; la sartoria, che realizza praticamente tutto ciò che viene progettato ed infine lo showroom, nel quale ogni pezzo realizzato verrà esposto per la vendita al dettaglio.
"All'interno dell'immobile sarà realizzato un soppalco in modo da doppiare gli spazi a disposizione - ha spiegato Gaetano Bex, Rup del Comune di Siracusa - Saranno, inoltre, abbattute tutte le barriere architettoniche nell'ottica di un'inclusione sociale maggiore". "Si tratta di un progetto che mi riempie di orgoglio perché questa - ha detto il sindaco Francesco Italia è la prima volta in cui l'Amministrazione comunale riesce a portare a casa un progetto così ampio e qualificato all'interno del programma di riqualificazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata".
La riconversione dell'immobile è stata possibile grazie al progetto "Le tele di Aracne", redatto dal Comune di Siracusa, che ha ricevuto il finanziamento ministeriale "Pon Legalità 2014-2020" per favorire "L'inclusione sociale attraverso il recupero di beni confiscati alle mafie", per un importo di oltre 800 mila euro, di cui il 100% a fondo perduto.
"Un esempio virtuoso di un Comune che spende fondi ricevuti nell'ottica della trasparenza" - ha sottolineato Valentina D'Urso, responsabile ufficio gestione e attuazione del Pon legalità. "Un progetto che mira a dare una seconda possibilità ai più giovani - ha affermato Stefano Papa, ministero di Giustizia - L'idea è quella di fare capire che la vita è altra cosa, ben lontana dall'illegalità e che una seconda strada è possibile". Uno strappo con la società civile che, tramite ago e filo, si vuole ricucire per dare un nuovo futuro.
di Nando Benigno*
brindisitime.it, 28 ottobre 2020
Sig. Arena, su segnalazione, ho avuto modo di ascoltare, in differita, la sua trasmissione "Radio carcere", andata in onda giovedì 22 ottobre 2020. La gravità di alcune affermazioni contenute in una lettera inviata da un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Brindisi" ci trattano peggio dei maiali" e alcuni suoi commenti circa la struttura carceraria di Brindisi definita vecchia, fatiscente e vergognosa, mi hanno convinto a ritornare, in qualità di garante provinciale dei diritti delle persone prive di libertà, dopo un paio di settimane, nella Casa Circondariale di Brindisi per verificare la fondatezza della denuncia e dei relativi commenti.
Lunedi mattina 26 ottobre 2020, preannunciato telefonicamente, dalle ore 12,00 alle ore 14,50, ho avuto modo di visitare, accompagnato dal Commissario Capo della polizia penitenziaria, parte cospicua della struttura carceraria: sala colloqui in presenza, sala video-chiamate, almeno 10 ambienti in presenza dei detenuti ivi presenti, colloquiando sulla loro situazione, condizione, problematiche, relazioni, cibo.
Ho avuto modo di visitare le stanze contenenti non più di quattro posti letto, angolo cucina, servizi igienici con doccia, tavolo multiuso, armadi, armadietti, sedie ed altro. Nessuno, nessuno su 40 detenuti ascoltati ha rappresentato lontanamente il feroce commento contenuto nella lettera "ci trattano peggio dei maiali" o commenti sulla struttura fatiscente e vergognosa.
Le celle erano ben tenute e i presenti ostentavano con orgoglio l'ordine e la pulizia regnante. Ho osservato i luoghi adibiti a passeggiate, socialità, le aule scolastiche con banchi distanziati, gli ambulatori medici e mi sono soffermato a parlare con personale medico ed infermieristico che hanno rappresentato non pochi problemi con la Direzione dell'Asl competente.
Alla luce di quanto verificato di persona, la lettera inviata da alcuni detenuti della casa circondariale di Brindisi necessita di alcune considerazioni. Il testo della lettera conteneva alcune richieste - campetto di calcio, celle aperte, tutela dal fumo passivo - ed invocavano un'ispezione del Dap, visto che venivano trattati peggio dei maiali.
A tale lettera lei, commentando, ha aggiunto considerazioni ironiche, beffarde e poco rispettose del lavoro altrui. Chiunque è libero di scrivere, fare richieste, esprimere desideri, commentare, irridere al limite dell'offesa. Le richieste dei detenuti devono fare i conti con l'habitat in cui vivono. Se il campetto dove stazionano è fatto di cemento, non può essere adibito a campo da gioco, pena il rischio concreto di forti contusioni, abrasioni, infortuni. La salute prima di tutto è un principio sempre valido o viene invocato a seconda delle circostanze?
Se le celle non sono aperte per poter girovagare e stazionare da una stanza all'altra, ci saranno delle valide ragioni per non soddisfare questa richiesta. Nei luoghi chiusi non si dovrebbe mai fumare, a prescindere. il rispetto interpersonale, anche tra detenuti, è la base minima per una convivenza decente. Le ispezioni, i sopralluoghi, ci sono sempre stati e sempre ci saranno, fanno bene a tutti, Direzione, Amministrazione e detenuti.
Sono fatti per verificare gli standard dei servizi erogati, del rispetto di regole e diritti di tutti, detenuti, polizia penitenziaria, personale amministrativo, direzione. Serve a verificare la fondatezza di dichiarazioni e denunce, da parte di qualche detenuto. La lettera inviata contiene un'affermazione offensiva e denigrante: "Siamo trattati peggio dei maiali".
Affermazione grave, denigrante e lesiva del lavoro di addetti e volontari; la dedizione di centinaia di persone mortificata da chi si nasconde dietro l'anonimato. Troppo facile lanciare il sasso e nascondere la mano. Tali affermazioni, sul piano giornalistico, andrebbero verificate prima di darle come verità assolute ed inconfutabili. In caso contrario, ogni affermazione proveniente dal carcere sarà di per sé vera.
*Garante dei diritti delle persone prive di libertà della Provincia di Brindisi
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 28 ottobre 2020
Conte si è lasciato irretire dai veti di un grillismo compatto soltanto nei pregiudizi più irresponsabili. Ha una strana eco, la parola "ristoro" applicata all'ennesimo decreto di Palazzo Chigi. Non si capisce se vada declinata come sinonimo di sollievo, o possa diventare un toccasana per le attività delle quali il governo ha deciso la chiusura parziale o totale. È forte il sospetto che si tratti di una misura riparatrice, almeno nelle intenzioni, per errori e ritardi accumulati in questi mesi. Il decreto rischia dunque di rivelarsi una fonte di ulteriore confusione, e dunque di scontento e di protesta in un'Italia ormai non solo scettica ma sconcertata.
Sarebbe inopportuno ironizzare sul lessico utilizzato dagli uffici del premier Giuseppe Conte per comunicare provvedimenti giustificati dall'emergenza del coronavirus: la questione è tremendamente seria. Riesce difficile, tuttavia, non osservare che a sottovalutarla da luglio a oggi è stato proprio l'esecutivo. Registrare l'ennesimo cortocircuito nella maggioranza e gli smarcamenti strumentali di questo o quell'alleato serve a poco: anche perché sono mosse delle quali è difficile vedere uno sbocco politico. Sono segnali di frustrazione, non strategie alternative.
Ma la novità è che fotografano, per quanto goffamente, uno sfilacciamento del tessuto sociale sempre più accentuato. Il vero allarme al quale Conte e il suo governo dovrebbero prestare attenzione sono non tanto la fine della luna di miele con l'opinione pubblica segnalata dai sondaggi, o gli strappi alleati, quanto i conati di rivolta in molte, troppe città italiane. Sono le avanguardie arrabbiate, confuse e probabilmente infiltrate da estremisti e criminali, di un Paese che si è sacrificato; e di colpo è colto dal dubbio di averlo fatto inutilmente.
Le tentazioni dell'opposizione di cavalcare la rabbia delle "piazze" e i distinguo alleati vanno inquadrati in uno sfondo di tensioni difficili da arginare. Si sta diffondendo nel Paese la sensazione di avere buttato via mesi nei quali sarebbe stato opportuno prepararsi alla nuova ondata di contagi: in primo luogo negli ospedali, nelle scuole, nei trasporti pubblici. Invece, Palazzo Chigi si è cullato a lungo nell'autocompiacimento di un "modello italiano" senz'altro non peggiore di altri, ma oggi segnato dall'imprevidenza e dalla mancanza di decisioni degne di questo nome.
Avere ritardato un "sì" o un "no" chiari sul prestito europeo del Mes per rafforzare il sistema sanitario sta producendo frutti avvelenati. Conte si è lasciato irretire dai veti di un grillismo compatto solo nei pregiudizi più irresponsabili. Così, il reticolo degli ambulatori sul territorio è rimasto sguarnito e a corto di risorse e di personale. Ci si ritrova di nuovo con gli ospedali investiti da un'ondata di malati spaventati e disorientati. Mancano i vaccini antinfluenzali promessi.
Per fare i tamponi si è assistito allo spettacolo umiliante, in primo luogo per le istituzioni nazionali e locali che dovevano garantirli, di file di ore. La parola d'ordine della convivenza con il virus si sta trasformando in un incubo. Ma non si può pensare di esorcizzarlo ricorrendo di nuovo a una chiusura dell'Italia che farebbe precipitare la crisi economica. Sarebbe solo un alibi per coprire la mancanza di strategia di un esecutivo che si è vantato a lungo di avere visione e idee chiare. L'incontro di ieri a Palazzo Chigi tra Conte e le categorie colpite dalle nuove restrizioni arriva opportunamente. Ma c'è da chiedersi perché non ci sia stato prima. Vale per le parti sociali, come per le opposizioni parlamentari.
A questo punto, l'unico dovere è di far dimenticare quanto prima la presuntuosa pretesa di autosufficienza degli ultimi mesi. Si ha il diritto di pretendere decisioni serie, rapide e più condivise. E un bagno di umiltà che non nasconda solo il calcolo furbesco di sopravvivere invece di salvare il Paese.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 28 ottobre 2020
"È l'ora della solidarietà anche tra le istituzioni: necessaria la leale collaborazione tra i poteri dello Stato. Nell'emergenza la Corte Costituzionale non si ferma".
"L'allarme per il virus si percepisce pure qui, ma la funzione di un'istituzione di garanzia è ancor più fondamentale in una fase di emergenza; che richiede però una responsabilità collettiva, come ha ricordato il presidente Mattarella". Nel palazzo della Consulta - la "casa dei diritti" e della loro salvaguardia - il presidente della Corte costituzionale Mario Rosario Morelli sottolinea l'importanza della solidarietà - "valore apicale scolpito nella Costituzione", dice - per traghettare l'Italia oltre l'emergenza sanitaria. "Dalla solidarietà discende il dovere di evitare comportamenti egoistici e di perseguire sempre l'interesse comune", spiega il presidente, aggiungendo che "ciò vale sia per le istituzioni che per ciascun cittadino". Poi ricorda quali sono i parametri applicati dal "giudice delle leggi" nelle sue decisioni, a cominciare dal "bilanciamento dei diritti in gioco".
Questo bilanciamento è una regola che vale sempre, anche durante l'emergenza sanitaria, economica e sociale che vive l'Italia del Covid?
"Certo, e comporta un piccolo sacrificio di tutti i valori in campo, perché non esistono "diritti tiranni". La Corte lo ha scritto, tra l'altro, nella sentenza sull'Ilva di Taranto, quando bisognava trovare un equilibrio tra il diritto alla salute, il diritto al lavoro, il diritto d'impresa: non ce n'è uno da tutelare in maniera integrale a discapito di altri, ma, in una situazione di conflitto, ciascuno può essere sacrificato, sia pure nella misura minima possibile, per consentire la tutela degli altri. Ciò vale anche nella difficilissima stagione che stiamo vivendo".
Il principio della solidarietà deve tradursi anche in una reale "leale collaborazione" tra poteri dello Stato?
"Assolutamente sì. La leale collaborazione non è che il modo di declinare la solidarietà tra le istituzioni. È un principio immanente, e in momenti come quello attuale diventa ancora più pressante la necessità di praticarlo".
Capita spesso, però, che alcuni vostri inviti o moniti al Parlamento, per fare o modificare alcune leggi, restino inascoltati. È mancanza di leale collaborazione?
"Ci sono due tipi di inviti: di opportunità, quand'è auspicabile che il legislatore completi una certa disciplina, e di necessità, quando c'è un vuoto normativo e va trovata una soluzione. In quest'ultimo caso, se l'invito non viene raccolto si crea un corto circuito. La Corte, fin quando è possibile, lascia spazio e tempo al legislatore. Nel noto "caso Cappato" sul cosiddetto suicidio assistito, ad esempio, proprio per spirito di leale collaborazione, la Corte ha invitato il legislatore a intervenire ma, affinché quell'invito non apparisse una fuga dalla decisione, ha fissato un termine entro cui legiferare. Purtroppo ciò non è avvenuto e quindi la Corte è intervenuta, ma negli stretti limiti del caso concreto, lasciando comunque al Parlamento il compito di completare la delicata disciplina della materia. Un esempio virtuoso di leale collaborazione si è avuto, invece, con il ricalcolo delle pensioni di inabilità totale, disposto dal Parlamento addirittura a ridosso, e in esecuzione, della deliberazione della Corte".
La scorsa settimana avete deciso di non decidere sulla vicenda di due madri, unite civilmente e con un figlio concepito mediante fecondazione eterologa all'estero ma nato in Italia, che chiedevano l'iscrizione della doppia maternità...
"Si tratta di uno di quei temi etici nei quali la Corte si muove tra "Scilla e Cariddi", come ha detto efficacemente Giuliano Amato in uno dei podcast della "Libreria della Corte". Si muove, cioè, tra l'obbligo di attuare i diritti fondamentali della persona garantiti dalla Costituzione e quello di non invadere il terreno di competenza del Parlamento. Ma i diritti da tutelare non sono solo quelli scritti nella Carta. Maestri come Augusto Barbera e Franco Modugno, che abbiamo il privilegio di avere nel collegio, ci hanno insegnato che sono diritti fondamentali anche quelli percepiti come tali nell'evoluzione della coscienza sociale, soprattutto sui temi etici. Sulla doppia genitorialità omosessuale, però, la Corte ha ritenuto che non vi sia ancora nella collettività un idem sentire e quindi ha lasciato il passo al legislatore".
Qualcuno vi ha definiti meno coraggiosi del Papa, che nelle stesse ore della vostra decisione faceva sapere di non essere contrario alle unioni civili omosessuali...
"Non è questione di coraggio. La Corte opera nell'ottica della Costituzione, il Papa in quella del Vangelo, che non sempre coincidono".
In un'altra recente decisione molto attesa, avete salvato il contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate, ma solo per un triennio. Vi siete fatti carico di non pesare troppo sul bilancio statale?
"Certo, perché anche l'equilibrio di bilancio dello Stato è un valore costituzionale, da bilanciare con la tutela dell'affidamento dei pensionati. Nel comunicato stampa si spiega che il contributo è stato dichiarato legittimo solo per il triennio in quanto questo è l'orizzonte temporale del bilancio di previsione dello Stato. La sentenza chiarirà ulteriormente i motivi della decisione".
Durante l'emergenza Covid la giustizia costituzionale non si è fermata. Siete preparati anche alla seconda fase?
"La Corte non si è fermata mai, neppure a Ferragosto. Di recente, è stata prevista una modalità "mista" di partecipazione alle udienze pubbliche: singoli giudici o avvocati eventualmente impossibilitati ad essere presenti, ma solo per motivi legati al Covid, possono partecipare collegandosi da remoto".
Lei è presidente da poco più di un mese e terminerà la sua esperienza a dicembre. È ancora convinto che il criterio dell'anzianità sia preferibile ad altri?
"Sì, perché scelte basate su criteri diversi dall'anzianità hanno l'inconveniente di accreditare l'idea di una leadership personale, che può mettere in ombra la collegialità. La rotazione dei "presidenti anziani" garantisce meglio il lavoro collettivo. La Corte si muove sempre collegialmente: nell'approvazione delle decisioni, nella stesura delle sentenze, nelle camere di consiglio giurisdizionali e amministrative, e anche nelle commissioni attraverso la rotazione di tutti i giudici".
Però spunta sempre la polemica sui privilegi di cui godono i presidenti e la lunga schiera degli ex presidenti...
"Polemica infondata. L'antica prassi della macchina con autista lasciata non solo ai presidenti ma anche agli ex giudici è stata opportunamente cancellata molti anni fa. I presidenti percepiscono un'indennità di rappresentanza pari a 1/5 della retribuzione, che però entra nel calcolo della pensione solo quando la presidenza supera 10 mesi nell'arco dello stesso anno solare. Quindi, io non la prenderò, come non l'hanno presa altri prima di me. Tuttavia, vuole sapere quanto incide questo presunto privilegio sulla pensione di chi è stato presidente per più di dieci mesi in un anno? Meno di 12 euro lordi al mese, cioè 6 o 7 netti. Temo che chi coltiva l'idea di una corsa alla presidenza per beneficiare di questo "privilegio", si dovrà proprio ricredere".
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 28 ottobre 2020
Nel nome del figlio: "Mi chiese di salvare gli amici dalla droga". Dino ha lasciato il lavoro e ha aiutato decine di giovani. Ora ha scritto la propria storia. Ha 82 anni e le suole delle scarpe consumate. Non per trasandatezza, ma perché di chilometri ne ha fatti tanti. Il suo nome è Dino e lo chiamano "Il tenente Colombo". A dispetto dell'età è sveglio, attento, veloce. Nel 1986 perse il figlio Fabio di 24 anni: a fatica era riuscito a tirarlo fuori dalla droga e per beffa del destino fu mortalmente contagiato dall'Aids. Nei tre mesi finali fu ricoverato in ospedale. Una minuscola stanza. Il padre andava a trovarlo ogni mattina. "Non avevo mai insistito per conoscerlo davvero, non eravamo mai riusciti a parlare apertamente dell'eroina, che era stata al centro della sua vita per così tanto tempo", si rammarica Dino Scaldaferri. La droga era un tabù, come succede in moltissime case funestate dalla dipendenza: c'erano gli scontri per i soldi, i tentativi di inserimento in comunità. Non il dialogo.
In quella stanzetta d'ospedale fu diverso. "Ci aprimmo l'uno con l'altro, finalmente. E io mi incamminai verso quella che chiamo "la mia università" con un maestro d'eccezione, mio figlio. Quei tre mesi mi cambiarono per sempre", dice. Fabio gli spiegò con parole lucide cosa spinge i ragazzi verso le sostanze, e verso l'eroina in particolare. Come ci si può porre con loro, come aiutarli. Le responsabilità sono condivise, tra genitori e figli. Uno degli ultimi giorni, Fabio gli fece prendere nota di alcuni nomi: erano suoi amici che, come lui, erano caduti nel pozzo della dipendenza. Gli chiese di andare a riacciuffarli nelle piazze dove si facevano con le siringhe, e prendersi cura di loro.
È il 5 luglio 1986, quando Fabio se ne va. Dino aveva quasi cinquant'anni e un buon posto come rappresentante per una ditta. Non ci pensa due volte. Rinuncia all'impiego. Mette mano ai pochi risparmi che ha. Partendo dagli amici di Fabio comincia a dedicarsi solo ed esclusivamente ai ragazzi, che con il passaparola diventano sempre di più. Il suo unico obiettivo diventa liberarli dalla droga. Scende nelle strade, scopre le abitudini che annota su un taccuino, come una specie di educatore va nelle carceri e nelle famiglie, nei tribunali e nelle comunità.
Li aiuta a reinserirsi e spesso mette a disposizione la sua casa (un ragazzo gli è stato affidato dal Tribunale per un anno intero). "Vado a trovarli nelle comunità di mezza Italia, sanno che con me possono parlare. Cerco di essere presente, cosa che con mio figlio non sono riuscito a fare". Ma la cosa incredibile è che si è formata una piccola squadra, con lui: alcuni sono ragazzi che ha salvato e adesso a loro volta aiutano, altri sono studenti che hanno ascoltato la sua testimonianza nelle scuole.
Uno, in particolare, Alessandro Muliari, oggi ha 27 anni, e lo ha convinto a scrivere un'autobiografia: esce tra poco e si intitola "Mio figlio mi ha insegnato". Nel libro intervengono anche assistenti sociali, educatori e avvocati. Ormai stanno tutti dalla sua parte. Dicono che ha un modo particolare di agganciare i giovani, di risolvere le situazioni. Ironico e intelligente, come il tenente Colombo.
recensione di Niccolò Nisivoccia
Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2020
"Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione", di Marta Cartabia e Adolfo Ceretti.
Esiste un'altra forma di giustizia, che non si accontenta delle sentenze dei tribunali, della parola del giudice, della chiusura dei torti e delle ragioni in una formula di condanna o di assoluzione: ed è la giustizia riparativa, la cui espressione più tipica è la mediazione penale - praticata in Italia da più di vent'anni ormai, ma ancora priva di una legge che la istituzionalizzi.
Secondo la più classica delle definizioni, la mediazione è un procedimento attraverso il quale un terzo imparziale tenta, mediante scambi fra le parti, di permettere loro di confrontare i rispettivi punti di vista per cercare una soluzione, o meglio una gestione, del conflitto che le oppone. Nella mediazione il reato non viene guardato tanto come un'offesa a un bene giuridico protetto dall'ordinamento, come la semplice violazione di una norma penale, quanto come un'esperienza di ingiustizia che frattura il "patto di cittadinanza" implicito fra gli abitanti di una qualsiasi comunità, nella reciproca attesa gli uni dagli altri di fiducia e riconoscimento.
La mediazione ha l'ambizione di offrire qualcosa di più, alle vittime dei reati ma anche ai loro autori, rispetto a ciò che può essere offerto dalle sentenze: un luogo e un tempo per superare insieme, aldilà dei ruoli processuali, le conseguenze generate dal reato. Al centro dell'interesse è la realtà soggettivamente vissuta e non quella fenomenicamente accaduta: è la realtà che viene alla luce attraverso il confronto fra le parti, intese non più solo come una "vittima" e un "autore di reato" ma come due soggetti che portano sulle spalle dei pesi, seppur diversi: le vittime il peso di una ferita o di una mancanza (perché sono vittime, naturalmente, anche coloro che sopravvivono alla morte di un familiare, di un amico); gli autori di reato, il peso di un passato con il quale occorre fare i conti.
La mediazione non va in cerca del perdono a tutti i costi: non è richiesto agli autori di reato di ottenerlo, né alle vittime di concederlo. Il perdono appartiene semmai alla coscienza del singolo individuo, nella quale la giustizia non può e non deve entrare; la punizione spetta invece ai tribunali, sulla base della verità processuale accertata. Ma la punizione, quale retribuzione del male compiuto, non cancellale conseguenze lasciate dal reato: ed è appunto su queste che si concentra la mediazione.
Negli incontri di mediazione, vittime e autori di reato recuperano una possibilità che il processo non contempla, per come è strutturato: quella di guardarsi negli occhi e di parlarsi, o anche solo di stare le une di fronte agli altri in silenzio. Ecco: in un incontro di mediazione, il silenzio è altrettanto importante delle parole. Nel dialogo, le parole assumono una vita nuova; e così accade anche al silenzio, che nel confronto si dilata, assume a sua volta significati diversi da quelli che può avere nella solitudine e nel soliloquio.
Ed è talora proprio nel silenzio, o comunque in gesti privi di parole, che può sciogliersi il senso più profondo di un incontro, come dimostra ad esempio - sul piano letterario - lo straordinario "Patria" di Fernando Aramburu (Guanda), un romanzo sulla fine della guerra dell'Eta, in Spagna, che ha molto a che vedere con i temi della giustizia riparativa. Quando, alla fine del romanzo, le due protagoniste finalmente si ritrovano, dopo essere state a lungo divise dai lutti e dal dolore, si limitano ad abbracciarsi. "Un abbraccio breve", specifica Aramburu, il quale aggiunge: "Le due si guardarono un istante negli occhi. Si dissero qualcosa? Nientè. Non si dissero niente".
Come si capisce, la giustizia riparativa contiene l'idea di una forma diversa di società, oltre che di giustizia: e la figura di Carlo Maria Martini ne rappresenta un'incarnazione potentissima - perché le idee hanno sempre bisogno di volti e di corpi, di persone in carne e ossa, di destini. Ce lo spiega e dimostra ora un piccolo, memorabile libro appena uscito da Bompiani, "Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione", di Marta Cartabia e Adolfo Ceretti. Il libro è un viaggio in quella che Ceretti definisce la "poetica" di Martini: un viaggio nelle sue parole e nelle sue opere, attraverso il suo pensiero e le sue azioni.
La Commissione per la verità istituita in Colombia dopo l'Accordo di pace del 2016, la lotta armata, il viaggio dei giudici della Corte costituzionale nelle carceri italiane fra il 2018 e il 2019, la funzione della pena, il senso della detenzione, i limiti della giustizia umana: sono i temi evocati, universali oltre qualunque contingenza storica.
Marta Cartabia cita due versi di David Maria Turoldo, "perché ogni uomo/è una infinita possibilità", che esprimono benissimo la visione del mondo anche di Martini, per la quale nessuno si esaurisce mai in un gesto compiuto, fosse anche il più efferato. Il libro è anche un'occasione, al tempo stesso, per riflettere su un'idea, la giustizia riparativa, nelle sue molteplici declinazioni, e su un uomo, Carlo Maria Martini, sul suo itinerario e sull'eredità che ci ha lasciato.
Gazzetta del Mezzogiorno, 28 ottobre 2020
L'appuntamento oggi alle 14 la proiezione del cortometraggio realizzato con i giovani detenuti. "Quando uscirò dovrò imparare nuovamente a camminare". Sono le parole di uno dei detenuti dell'istituto penale minorile "Fornelli" la cui testimonianza è contenuta nel cortometraggio "Qui e altrove".
Un lavoro molto intenso che sarà presentato oggi alle 14 all'interno dell'istituto. Si tratta dell'evento conclusivo del progetto per detenuti "Caffè Ristretto" di Teresa Petruzzelli con Mariangela Taccogna. "La possibilità di immaginarsi in nuovo spazio, di esplorare nuovi settori della conoscenza, di ripensare o pensare per la prima volta al proprio benessere attraverso l'alimentazione": questa l'ispirazione del lavoro che ha quindi dato vita al corto "Qui e altrove".
Ogni ragazzo detenuto nel "Fornelli" ha scritto un suo elaborato che ha ispirato il corto accompagnato dalle musiche originali di Mr. Saxtronic. Alla proiezione, non aperta al pubblico, saranno presenti gli stessi ragazzi, Paola Romano, assessore comunale alle Politiche giovanili e Pubblica Istruzione, Nicola Petruzzelli, direttore del carcere, Giulio Piliero dirigente del Cpia 1 di Bari, le responsabili del progetto Teresa Petruzzelli e Mariangela Taccogna e la polizia penitenziaria. "Caffè Ristretto", il caffè letterario nel carcere di Bari, uno dei primi a livello nazionale, ha inaugurato questa settima edizione a settembre.
Nel corso degli incontri otto detenuti sono stati coinvolti per tre giorni a settimana in attività laboratoriali di scrittura creativa, di lettura, incontri informativi e formativi con personaggi del mondo della cultura e dello sport, imprenditori e giornalisti. Tra gli ospiti di questa edizione di Caffè Ristretto ci sono Manlio Epifania della Masseria dei Monelli, Angelo Santoro della cooperativa Semi di vita, Mariella Lippo di Artemisia, Piero Schepisi presidente della cooperativa Unsolomondo, Francesco Giannico dell'associazione Musica e Natura, Sebastiano Loseto di Barproject-Ass Splash, Gianni Macina di In.Con.Tra e Dino Bartoli istruttore federale di Judo.
Il progetto finanziato dall'assessorato alle Politiche giovanili del Comune e dall'assessorato al Diritto allo studio e alla Formazione della Regione, con il patrocinio dell'ufficio Garante dei diritti dei detenuti, è ormai un punto di riferimento culturale non solo per i detenuti e i docenti della scuola carceraria, ma per tutta la cittadinanza. Gli ospiti e interlocutori dei laboratori di scrittura e lettura (giornalisti, critici, editori, artisti, scrittori, testate giornalistiche, studenti, politici, associazioni di volontariato e culturali) sono diventati parte attiva del processo relazionale e del dibattito con i detenuti della casa circondariale.
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 28 ottobre 2020
Dal premier Conte agli esperti del governo in tanti assicuravano che non avrebbe avuto lo stesso impatto della prima. È il 31 maggio quando Michele Bocci intervista per Repubblica Silvio Brusaferro, il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, un professore che abbiamo imparato a stimare per il suo equilibrio.
Lei teme una seconda ondata?, gli chiede Bocci. "No, una seconda ondata non è scontata e non si può escludere, ma non si possono fare paragoni con quanto abbiamo vissuto. Comunque non avrà lo stesso impatto della prima". Lo stesso giorno il Corriere della Sera interpella un altro scienziato consultato spesso in questi mesi: Francesco Le Foche, responsabile del Day Hospital di Immunoinfettivologia del Policlinico Umberto I di Roma.
Professore, è possibile una seconda ondata in autunno?
"La sposterei più in là, a dicembre, col freddo. Il virus deve avere il tempo di rialzare la testa dopo essere stato fermato dal lockdown. Non credo che a settembre-ottobre l'epidemia sarebbe già in grado di riprendersi proprio per il limitato spazio temporale".
Il ritorno sarebbe feroce come la prima fase?
"Non credo che torneremo a vivere un'esperienza tanto tragica. Penso più a un'ondata paragonabile a quella prodotta da una forte influenza".
L'ultimo bollettino di ieri del Ministero della Salute registra 21.994 nuovi contagi da Covid19. Negli ospedali i malati ricoverati sono ormai 13.955, quelli in terapia intensiva 1411. I 221 morti sembrano prefigurare il peggio. Cinque mesi dopo le previsioni dei due professori la "seconda ondata" è arrivata davvero, come una valanga. Ci facciamo tutti tante domande. Si poteva evitare? Cosa sta succedendo? Perché sta succedendo? Non ci avevano ripetuto per mesi che saremmo arrivati preparati alla fase 2?
A fine maggio il peggio sembra passato. Il Paese sta per uscire da un durissimo lockdown, tre giorni dopo apriranno le frontiere. "Venite in Italia", è l'invito del governo ai turisti. Il 31 maggio si registrano 416 nuovi positivi, di cui la metà in Lombardia. Nel Lazio i casi sono appena sei. Ci sono 450 persone nelle terapie intensive, erano dieci volte tanto ai primi di aprile. L'estate è alle porte, la gente ha voglia di mare, prevale un'euforia liberatoria.
L'11 giugno Franco Locatelli, il presidente del Consiglio superiore di Sanità, membro del Comitato tecnico scientifico che da febbraio collabora stabilmente col governo, è ospite di Agorà. Dice: "Dobbiamo farci trovare preparati a gestire una seconda ondata di contagi che comunque, se dovesse mai esserci, non ritengo avrà le dimensioni e la portata della prima".
Locatelli, un medico dai toni prudenti, il 20 agosto, al Meeting di Rimini ribadirà questa sua convinzione: "Non sappiamo se ci sarà una seconda ondata Covid, né di che portata sarà, ma non sarà della stessa portata che abbiamo dovuto affrontare a fine febbraio, marzo, aprile perché il Paese è decisamente in grado di individuare e circoscrivere i focolai epidemici e produrre dispositivi individuali per prevenire la diffusione del contagio". Il 10 luglio, anche Agostino Miozzo, il direttore generale della Protezione civile, sentito dal Corriere della Sera, aveva confermato questa impressione: "Un secondo ondata non possiamo escluderla, ma adesso siamo più preparati. Il sistema di tracciamento è attivo in tutta Italia".
"Siamo più preparati".
"Siamo pronti".
"Non sarà come a marzo".
Sono concetti che il premier Giuseppe Conte ripeterà in molteplici occasioni pubbliche a proposito della "seconda ondata".
"Siamo tutti impegnati a prevenire una seconda ondata" (Conte al Senato, 17 giugno).
"Con il piano di controllo territorialmente articolato siamo in condizione di affrontare con relativa tranquillità anche i prossimi mesi" (Conte a un passante incontrato nel centro di Roma, 2 luglio).
"Se ci dovesse essere una nuova ondata l'Italia è attrezzata per mantenerla sotto controllo".
(Conte al canale spagnolo Nius, 9 luglio).
"L'importante è essere preparati e noi lo siamo. Siamo certi di sapere come limitare un nuovo contagio" (Conte al canale spagnolo Sexta, 9 luglio)
La "seconda ondata", insomma, non ci fa così paura.
In quelle settimane emerge una nuova corrente di scienziato, quello che dà il virus addirittura per "clinicamente morto". Il suo esponente più noto è il medico di Silvio Berlusconi, Alberto Zangrillo, primario dell'Unità operativa di anestesia e rianimazione e terapia intensiva del San Raffaele. Dice: "Tutti dicono che siamo alla fine della prima ondata e attendono l'arrivo della seconda ondata, io credo invece che il virus si possa fermare qua, e da inguaribile ottimista penso che abbiamo un 50 per cento di possibilità che il coronavirus se ne vada". È il 4 luglio.
Quanti italiani partono, forti di un simile viatico, per le vacanze?
Eppure altri avvertono in quelle stesse ore dei rischi che tutta l'Europa può ancora correre in autunno se non si attrezza. Una seconda ondata di contagi in Europa, non è questione di se, ma di quando, spiega a fine maggio la dottoressa tedesca Andrea Ammon, consulente scientifico dell'Unione europea. Dice al Guardian: "La questione del secondo picco è quando e quanto grande sarà. Guardando alle caratteristiche del virus, e ai dati sull'immunità nella popolazione dei diversi Paesi, tutt'altro che esaltante fra il 2 e il 14 per cento e quindi con un 85 -90 per cento di persone esposte, la conclusione è che il virus è ancora tra noi e circola molto più che a gennaio e febbraio. Non voglio dare un quadro apocalittico, ma dobbiamo essere realisti".
Anche Anthony Fauci, il direttore del National Institute of allergy and infectious diseases, ha ripetutamente messo in guardia dai pericoli di una seconda ondata e in un'intervista alla Stampa preannuncia: "Non torneremo alla normalità prima di un anno".
E in Italia? I governatori litigano con il governo, e tra loro. Vincenzo De Luca si fa beffa dei lombardi e giura che giammai la sua Campania farà quella fine: "Non succederà mai quello che è successo in Lombardia e in altre parti del Nord dove gli anziani, i malati di Covid, erano per terra perché non c'era un buco dove ricoverarli. Noi ovviamente guardiamo con fiducia alla ripresa. Non è inevitabile ci sia un ritorno dell'epidemia. Poi c'è qualcuno che lavora per portare seccia (jella in napoletano, ndr), tipo quell'esponente politico che conoscete e che lavora perché ci sia una epidemia, ma noi contiamo di scansarla con comportamenti responsabili e una programmazione calibrata sulle ipotesi più pessimistiche".
Oggi la Campania, con 7,3 posti letto in terapia intensiva per 100 mila abitanti, ha il dato più basso di tutte.
E nel governo? Il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, un medico eletto senatore nei Cinquestelle, è tra quelli che non ha mai creduto alla forza della seconda ondata: "È possibile che il virus rialzi la testa, ma la vedo molto difficile che ci possa essere una seconda ondata come a febbraio e a marzo Se le cose dovessero andare così dovrebbe andare tutto bene" assicura il 27 luglio.
"Dobbiamo tenere alta la guardia, ma pensare a una seconda ondata è difficile", ripete il 1° agosto, quando gli italiani si contagiano nelle discoteche. E il 5 settembre, le avvisaglie di una ripresa potente del virus sono ormai sotto gli occhi di tutti, dopo l'estate dei bagordi, definisce "la situazione non critica", perché "il sistema sanitario è in grado di fare fronte alle crescita dei casi".
Il ministro della Salute Roberto Speranza ha sempre mantenuto una posizione prudente e responsabile. Il 27 maggio annuncia 300 posti in terapia intensiva mobili e oltre 4000 in terapia sub intensiva, "perché - preciserà il 2 luglio in Parlamento - non è esclusa una seconda ondata e dobbiamo rafforzare il sistema sanitario". In un'intervista al Messaggero dice: "Abbiamo stanziato 3,25 miliardi di euro per non contenere una seconda ondata, si sono potenziate la sanità di territorio, la prevenzione, ci sono molti più posti in terapia intensiva e in tre mesi abbiamo assunto 28.182 tra medici e e infermieri".
Prima dello scoppio del Covid c'erano in Italia 5179 posti in terapia intensiva. Il decreto Rilancio, a fine maggio, ne ha previsti altri 3553, per un totale di 8732 posti. Oggi sono 6.628, il 19 per cento dei quali è occupato da pazienti Covid. Ai primi di settembre la situazione nei paesi a noi vicini, specie in Francia e Spagna, è così drammatica che il virologo Lorenzo Pregliasco comincia a temere pubblicamente un autunno caldo. Tuttavia in un'intervista, rilasciata l'11 settembre ad Annalisa Cuzzocrea di Repubblica, il ministro Speranza professa ottimismo: "Io vedo la luce in fondo al tunnel, penso che da qui a un po' di mesi avremo notizie incoraggianti dal mondo scientifico".
Il 17 settembre Hans Kluge, il capo responsabile dell'Oms, giudica Francia e Spagna "fuori controllo". Dipinge un quadro allarmante in Europa. In Gran Bretagna ci sono due milioni di cittadini in lockdown. Uno studio americano, pubblicato da Repubblica il 30 settembre, pronostica ventimila contagi in Italia a Natale. Il tir ci sta arrivando addosso, ma Giuseppe Conte continua a fare raffronti con il recente passato, invece che rafforzare gli argini: "Siamo in una situazione diversa da marzo. Allora non avevamo strumenti diagnostici, oggi siamo più pronti grazie al sacrificio di tutti". Il 6 ottobre Speranza parla alla Camera e dice: "L'Italia sta reagendo meglio in questa seconda ondata, ma non dobbiamo farci illusioni e sarebbe sbagliato pensare di esserne fuori sulla base dei numeri".
Il commissario straordinario Domenico Arcuri, l'uomo delle mascherine, ritiene che "siamo attrezzati a contenere la forza di una seconda ondata". È il 7 ottobre, e lo afferma al convegno della Federazione dei medici di famiglia a Villasimius. Quel giorno i contagi toccano quota 3678. I malati in terapia intensiva sono già 337. Due giorni, il 9 ottobre, il presidente degli anestesisti italiani, Alessandro Vergallo, suona la sveglia: "Quella che stiamo vivendo in questi giorni potrebbe essere l'inizio della seconda ondata della pandemia: siamo nella fase iniziale di un aumento esponenziale". I contagi sono schizzati a 5372 casi.
Ammetterà Walter Ricciardi, il consulente di Speranza: "È stato sottovalutato il fatto storico che tutte le pandemie hanno una seconda ondata più pericolosa della prima. Bisognava rafforzare il sistema di testing allargandolo a tutte le strutture sia pubbliche private che sono in grado di farlo". O forse bastava leggere il libro della giornalista scientifica Laura Spinney, che in 1918. L'influenza spagnola racconta come "la seconda ondata" si propagò molto più violenta della prima.
Per migliaia e migliaia di italiani "la seconda ondata" è anche la fila ai drive in. Ogni mattina, davanti a quelli del Lazio, dove da ieri bisogna prenotarsi, si formano code chilometriche di automobilisti in attesa di fare i tamponi. Famiglie intere che si svegliano nel cuore della notte per poi incolonnarsi alle cinque del mattino al Labaro o a Santa Maria della Pietà, e una volta qui si armano di pazienza mentre fuori albeggia. Il loro turno al gazebo arriverà sei-otto ore dopo. L'attesa per la risposta al test molecolare, nel Paese che si diceva pronto alla "seconda ondata", può durare anche cinque giorni.
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