di Michele Partipilo
Gazzetta del Mezzogiorno, 30 ottobre 2020
Il saggio di Stefano Natoli: emergenza dietro le sbarre. Dopo quello che ha fatto, sbattetelo in galera e lasciatelo a marcire". È una frase che capita di ascoltare dopo ogni efferato delitto, dopo ogni bambino ucciso, dopo ogni stupro. È la reazione spontanea e viscerale per chiedere giustizia. Una giustizia sommaria e crudele come la lama di una spada, tanto i cattivi sono sempre dall'altra parte. Il progresso di una società è segnato innanzitutto dalla sua civiltà giuridica.
Una pietra miliare per il nostro Paese è rappresentata dalla pubblicazione nel 1764 di un saggio intitolato Dei delitti e delle pene del giurista e filosofo milanese Cesare Beccaria. Un testo controcorrente per l'epoca, dove il sistema giudiziario aveva carattere fortemente repressivo con misure ferocemente afflittive.
Oggi un altro milanese, questa volta un giornalista, prende spunto dal titolo dell'opera di Beccaria e grazie a uno strategico cambio di consonante affronta il capitolo lasciato aperto dal grande giurista, ovvero quella della detenzione. Si intitola "Dei relitti e delle pene" il bel volume di Stefano Natoli (Rubbettino, 182 pagine, euro 15,00) in cui partendo da una fotografia quanto mai dettagliata e completa della situazione carceraria si affronta uno dei problemi più scottanti delle società contemporanee e in particolare di quella italiana.
Chi pensa di trovarvi inni al buonismo si sbaglia. Se l'autore avesse voluto, avrebbe potuto raccontare decine di storie strappalacrime grazie al volontariato svolto nella casa di reclusione di Milano-Opera. In realtà prevale lo stile asciutto ed essenziale del cronista con una vita trascorsa al Sole 24 Ore. Con un ritmo incalzante snocciola, cifre, fatti, leggi.
A cominciare dal numero abnorme di detenuti: oltre 61mila secondo i dati di febbraio scorso, ammassati in carceri che ne potrebbero contenere al massimo 45mila. Una buona parte sono reclusi in attesa di giudizio o con piccole condanne da scontare. Ma una volta dietro le sbarre le distinzioni cadono e si ritrovano tutti nelle stesse condizioni. "Oggi bisogna fare un passo avanti e chiedersi finalmente se la galera sia, sempre e comunque. la risposta giusta per punire chi sbaglia o se invece debba essere considerata una extrema ratio, ovvero una soluzione per i criminali più pericolosi". La critica di Natoli è anche la sistema giudiziario che, nonostante alcuni interventi, è carcero-centrico come concezione ed assai lento nei suoi meccanismi. Eppure lo Stato spende parecchio per i detenuti: ciascuno costa "134,50 euro al giorno. Un importo che, moltiplicato per l'intera popolazione carceraria, supera gli otto milioni di euro".
Il che porta a una spesa annua di oltre tre miliardi a fronte degli 8,7 spesi per l'intera amministrazione della giustizia. Ci sarebbe un modo per risparmiare soldi e avere condizioni di vita più civili nelle celle: non con i provvedimenti svuota-carcere, più volte adottati dal legislatore, ma con effetti molto limitati nel tempo. Si tratta invece di migliorare l'efficienza del sistema giudiziario e ampliare l'applicabilità delle misure alternative alla detenzione, come la detenzione domiciliare o l'affidamento ai servizi sociali.
Tutti sistemi indigesti al giustizialismo imperante. Ma non è solo una questione di soldi. Per Natoli nella condizione di oggi viene meno quel principio rieducativo cui ogni pena deve tendere secondo quanto previsto dalla Costituzione.
"Il carcere - scrive - è un sistema che "deresponsabilizza" chi ci finisce dentro. Nel corso del tempo, infatti, le persone recluse fanno registrare una "erosione della loro individualità" determinata dall'adattamento alla comunità carceraria che tende, appunto, a livellare gli individui, a spersonalizzarli, a "infantilizzarli".
Natoli rivolge un'attenzione specifica alla pena più grave: l'ergastolo. Già nel 2013 l'Italia è stata invitata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo a rivedere questa condanna - in particolare il cosiddetto "ergastolo ostativo", cioè la sua forma più afffittiva - che appare in palese contraddizione con il principio rieducativo. In altri Paesi sono stati escogitati meccanismi tali per evitare che sia una "pena più crudele della pena di morte".
E in questo caso il riferimento di Natoli è ad Aldo Moro. "Priva com'è di qualsiasi speranza - scriveva il presidente del Consiglio ucciso dalle Br - di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, la pena perpetua appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte".
Natoli non manca di analizzare le spinte che portano a un giustizialismo oggi sempre più evidente. Parla infatti di una montante "cultura del controllo" che non tollera accattoni e vagabondi e che chiede poliziotti e telecamere ovunque. "Ancor più nei periodi di insicurezza economica e sociale - rileva l'autore - il crimine diviene un evento dalla valenza simbolica: come se perseguirlo con ogni mezzo allontani lo spettro di un futuro incerto".
In questi giorni tremendi di Covid l'affermazione si presenta come la chiave per comprendere anche scenari più vasti e complessi. Il volume si conclude con una sorta di decalogo di buoni principi che però hanno in sé anche le indicazioni per evitare che i detenuti diventino o siano considerati "relitti". Basterebbe che i nostri politici leggessero quello per capire che fare.
di Paolo Russo
La Stampa, 30 ottobre 2020
Positivo un tampone su 8 degli oltre 200 mila fatti. Probabile chiusura per un mese, escluse aziende e scuole. Gli esperti lo vanno ripetendo da tempo ma ora anche il governo è convinto: un nuovo lockdown, magari un po' più mitigato rispetto a quello di primavera, è oramai inevitabile. Il giorno segnato sul calendario con il cerchio rosso è il 9 novembre.
Per quella data un nuovo Dpcm chiuderebbe tutto, probabilmente per un mese, lasciando aperte fabbriche, scuole materne ed elementari, aziende agricole, negozi alimentari, farmacie ed altri esercizi che vendono beni essenziali. Non ci si potrebbe muovere da casa propria senza un'autocertificazione che ne attesti la necessità per motivi di lavoro, salute o per fare la spesa.
Se la curva dei contagi dovesse impennarsi ancora il dado potrebbe essere tratto però anche prima. Ieri i contagi sono continuati a salire, anche se in misura meno ripida, passando da 24.991 a 26.831 contagi, con altri 115 letti occupati nelle terapie intensive e 983 nei reparti di medicina, entrambi sotto stress. Anche i morti continuano a salire, ieri altri 217 contro i 205 del giorno prima. Una crescita destinata a non finire qui, perché le vittime di oggi sono le persone che si sono ammalate circa un mese fa, quando i contagi erano dieci volte meno. Ed anche a questi numeri guarda più di un ministro, consapevole dell'onda emotiva che potrebbe generare un ritorno ai drammatici numeri di marzo sui decessi.
Però nella crescita della curva epidemica c'è anche chi intravede un primo spiraglio di luce. Il fisico e divulgatore scientifico Giorgio Sestili ha analizzato i numeri dell'ultima settimana rilevando che i contagi ora impiegano più tempo a raddoppiare. "Credo sia frutto dei primi Dpcm, ma soprattutto di una nostra maggiore attenzione nei comportamenti" è la sua ipotesi.
Ma la realtà dei numeri di oggi continua a spaventare. "I contagiati sono 8 volte di più rispetto a 21 giorni fa, la progressione dell'Rt determina un raddoppio ogni settimana. Ogni numero vale più di mille parole", sembra quasi voler replicare il commissario Domenico Arcuri nel nuovo appuntamento settimanale per fare il punto sull'approvvigionamento sanitario.
Una conferenza stampa dove di numeri ne ha sciorinati tanti, annunciando di voler portare a 200mila il fuoco quotidiano dei tamponi (obiettivo ieri già raggiunto) e di partire da lunedì con altri 100mila test rapidi antigenici, "arrivando così a uno screening quotidiano 300mila italiani". Sulle terapie intensive ha insistito sul fatto che i macchinari già acquistati consentiranno di portare a oltre 10mila i letti disponibili. Anche se poi le sue stesse tabelle mostrano che di attivi oggi ce ne sono tremila di meno, con un tasso di occupazione da parte dei pazienti Covid vicino a quel 30% considerato limite di guardia dall'Iss.
Ma Arcuri è sembrato quasi voler lanciare un lungo appello agli italiani affinché comprendano perché presto sarà necessario fare di più. "Stiamo vivendo un nuovo dramma, vi supplico, non date retta a chi dice non è vero. Dobbiamo raffreddare la crescita della curva epidemica perché a questi ritmi nessun sistema sanitario è in grado di reggere", dice senza giri di parole. Per poi ammettere che le misure dell'ultimo Dpcm sono "la minima combinazione di soluzioni possibili e che servirà qualche altro ingrediente".
Quale lo lascia capire lanciando l'appello "a muoverci tutti meno possibile". Bacchettando subito dopo il governatore pugliese Michele Emiliano sulla chiusura delle scuole, "che sono un valore assoluto non negoziabile", afferma facendo capire che almeno i più piccoli saranno risparmiati dal lockdown che verrà.
Scelta dolorosa, che l'ala possibilista del governo vorrebbe ancora evitare. Ma che presto potrebbe diventare inevitabile, salvo voler mettere tutta Italia in quarantena. "Oggi abbiamo 26 mila casi per ognuno di loro dobbiamo tracciare almeno 10 persone. Se il trend è questo- ha spiegato Arcuri- tra 10 giorni dovremo tracciare 2 milioni e 600 mila contatti, tra poco più di 20 giorni tutti gli italiani". Come dire: se il lockdown non lo farà il governo lo imporrà il virus.
di Giuseppe De Rita
Corriere della Sera, 30 ottobre 2020
Solo la tecnologia avanzata di comunicazione ha permesso ai cittadini di sentirsi parte del mondo circostante. Il rapporto in remoto ha sostituito il rapporto in presenza. Forse non è inutile, anche se è banale, ricordare che per tutti coloro che l'hanno studiato e gestito, lo sviluppo di un popolo è un fenomeno intimamente dialettico, dove si intrecciano opinioni, discussioni, rabbie, competizioni, conflitti. E non è una verità solo astratta: basta ricordare gli anni '70, un decennio di massima trasformazione economica (dall'esplosione dell'economia sommersa alla moltiplicazione delle piccole imprese, fino all'affermazione del grande ciclo del made in Italy), ma anche un decennio di grande dialettica sociale e di forti conflitti collettivi (dagli autunni caldi al terrorismo).
Chi ha vissuto quegli anni non può non rilevare che stiamo diventando un sistema sociale senza dialettica collettiva, tanto sono deboli o inesistenti le tracce dello scontro politico, del confronto ideologico, delle lotte di classe, della volontà di ridurre le diseguaglianze sociali. Tutto sembra sia impantanato nel grande lago di una mediocre cetomedizzazione e più ancora nel carattere molecolare e soggettivistico della società, portato più a seguire speranze di innovazione tecnologica che la durezza del confronto sociale.
A queste ragioni della caduta della dimensione dialettica e conflittuale della nostra dinamica sociale ha aggiunto forza quel che è avvenuto negli ultimi mesi, segnati da un pieno isolamento individuale (neppure una messa o un funerale, figuriamoci un comizio o un corteo) e con pochissime occasioni di confronto collettivo. Solo la tecnologia avanzata di comunicazione ha permesso ai cittadini di sentirsi parte del mondo circostante. Il rapporto "in remoto" ha largamente sostituito il rapporto "in presenza", con la letterale esplosione della smart Tv (con la quale ci colleghiamo al "mondo" dal divano di casa nostra) e dello smart-phone (con il quale possiamo essere in connessione in movimento e dappertutto).
Un paradiso dei connessi (a parte alcuni infernali messaggi insultanti sui social), dove abbiamo consumato un grande e variegato intrattenimento; dove abbiamo gestito ogni tipo d'acquisto di beni e servizi; dove abbiamo potuto lavorare in solitudine e a casa, in forme diverse di smart-working; dove i nostri figli hanno potuto avere lezioni a distanza; dove qualcuno in famiglia ha continuato a fare yoga o giocare a bridge senza pericoli di contaminazione. L'imperativo ampiamente condiviso è stato quello di evitare i contatti fisici e attestarci sulle connessioni virtuali: un imperativo al tempo stesso dei singoli come del governo di sistema.
Ma la riduzione quasi spasmodica dei contatti fisici riduce in ciascuno di noi il rapporto con l'altro, la relazione interpersonale, la vita in comune, i contrasti e i conflitti interpersonali. E la tendenza generale, specialmente politica, sembra privilegiare sempre più le connessioni virtuali, a scapito della dialettica sociale. Ci stiamo ubriacando di didattica a distanza, trascurando ogni rapporto fisico e personale (magari critico o conflittuale) fra docente e allievi; ci stiamo ubriacando di smart-working, trascurando il fatto che il "pacco" delle pratiche da smaltire a domicilio non può attivare un controllo, anche dialettico, fra chi lo imposta e chi lo esegue; ci stiamo ubriacando di incontri, riunioni e convegni fatti in streaming o su Zoom, dove si succedono relazioni e relatori senza che nessuno possa interloquire, dissentire, al limite fischiare; ed alla fine ci stiamo ubriacando, decreto dopo decreto, su un primato del virtuale che aggiri la realtà della vita normale ed eviti ogni occasione di dialogo, di confronto, di conflitto sociale. Le aule scolastiche, i corridoi e le stanze ministeriali, le palestre ed i centri sportivi, i convegni culturali e i congressi scientifici, stanno diventando solo luoghi di assembramento e quindi potenziali focolai epidemici.
Ma tutto ciò (malgrado le indulgenze retoriche) rischia di creare una cultura collettiva senza dialettica e implicitamente narcotizzante, che alla fine non ci unisce, anzi ci rende ogni giorno più isolati: soli, più incerti, più impauriti, più in cerca di sicurezza, più dipendenti dal fato e più ligi al potere. Forse esagero, ma mi sembra di vedere spesso tali sentimenti negli occhi dei miei concittadini, l'unico tratto somatico non nascosto dalle obbligatorie mascherine.
Quasi che essi aspettino non una vigorosa uscita dal tunnel della crisi, ma il desiderio di chiudere gli occhi e attendere che passi il periodo nero, quasi un inconscio desiderio di andare in letargo come in inverno vanno gli animali e le piante. Evento naturale e forse sostanzialmente coltivato, se si pensa a quanti la mattina hanno poca voglia di uscire dal letto (tanta formazione e tanto lavoro si fanno da casa); e a quanti cominciano a pensare a qualche forma di reddito di cittadinanza, per sé e i propri figli. La ripresa può attendere, lo sviluppo possiamo dimenticarcelo, qualcuno provvederà al bonus da letargo.
di Alessandra Ghisleri
La Stampa, 30 ottobre 2020
I garantiti dicono sì alla chiusura totale. No di imprenditori e partite Iva che non credono all'arrivo degli aiuti economici. "Guardo l'impossibile, vedo l'improbabile e sogno l'incredibile". (Cit.). Ciò che gli italiani temevano si sta lentamente concretizzando sotto i loro occhi. I cittadini si sentono impotenti e sono portati a scommettere che tutto ciò che potrebbe essere probabile per la legge di Murphy si trasformerà in possibile.
La realtà è letta come un giro di roulette dove la fortuna di non fare brutti incontri ravvicinati ci tutela dalla malattia. Le tre regole di base - uso della mascherina, distanziamento personale e lavaggio delle mani - le conosciamo bene.
Tuttavia tali regole non sembrano arginare quel senso di smarrimento che si respira nel Paese. Siamo arrivati impreparati e questo è un dato di fatto. Il ricordo di febbraio e marzo volevamo lasciarlo nel dimenticatoio, invece per un confronto emotivo con l'attualità ritorna vivo con tutte le eccezioni negative del caso. Allora il virus ci aveva colti - quasi - di sorpresa in un circuito di informazioni spesso contraddittorie. Il presidente del Consiglio, più di ogni altro capace anche di stupire con le sue dirette a reti e social unificati, rappresentava l'istituzione forte, in grado di rassicurare la maggioranza degli italiani: in primavera il consenso di Giuseppe Conte sfiorava il 50%, oggi è intorno al 40%.
Le vacanze estive - Allora l'accettazione del lockdown e delle restrizioni emanate dal governo fu "unanimemente" accolto dalla popolazione, dalle categorie produttive e finanche dai leader dell'opposizione che, per qualche settimana, rimasero sottotraccia, in attesa rispettosa. Allora, dopo la paura affiorò a poco a poco la speranza. Si andava verso la bella stagione, l'estate, la luce prolungata nel corso della giornata, il miraggio delle vacanze poi diventato - ahimè - realtà. I primi germi di rabbia e di dissenso furono spenti o quantomeno sopiti grazie all'illusoria diminuzione del numero dei contagi, dei ricoveri in terapia intensiva, dei decessi e dell'idea di poter finalmente scappare dalla realtà per rifugiarsi nel sogno di una vacanza quasi normale. Anche la politica, complice la campagna elettorale, tornò a comportarsi come sempre, ad appropriarsi delle battaglie che alcune categorie - bar, ristoranti, palestre, balneari, estetisti... - avevano iniziato a portare nelle agorà reali e televisive. Il ritorno alla normalità fu il leitmotiv dei mesi successivi al lockdown. L'attività economica, pur tra mille difficoltà e con importanti investimenti, sembrava potersi riprendere grazie alla riapertura, parziale e poi totale, degli uffici, dei negozi, insomma della vita di tutti i giorni.
Solo la scuola - tra mille polemiche - rimaneva esclusa dal ritorno alla normalità per le complicazioni dei nuovi percorsi in sicurezza che avrebbero dovuto percorrere gli studenti. Così, quando sembrava che il virus si fosse miracolosamente estinto anche grazie alla buona condotta delle singole persone - ce lo siamo detto e ripetuto con un compiacimento al limite del ridicolo - abbiamo creduto lecito comportarci come se (quasi) nulla fosse accaduto, in vacanza, in discoteca, in famiglia, con gli amici.
La sirena dell'ambulanza. Oggi lo scenario appare mutato, stravolto non solo intorno a noi ma soprattutto dentro ciascuno di noi. L'Oms ha pubblicato uno studio in cui parla di "pandemic fatigue", ossia lo sfinimento della pandemia dovuto a tutte le sollecitazioni della malattia e alle misure restrittive. Tra gli effetti sono tornate anche le palpitazioni al passaggio delle sirene delle autoambulanze. In 9 mesi gli italiani hanno codificato il significato delle limitazioni. Già a maggio con le prime riaperture erano perfettamente consci delle possibili tensioni sociali che si sarebbero potute creare con la crisi economica, perché dopo 60 giorni vissuti in un limbo fisico e psicologico dentro le mura domestiche, in molti avevano già vissuto sulla propria pelle la delusione per il mancato arrivo dei sussidi promessi.
Le manifestazioni nelle città, tolti i violenti e i provocatori, sono indicative di un sentimento collettivo rimasto fino ad ora celato. Ancora oggi il 77,5% teme che vi saranno nuove manifestazioni violente nelle piazze. Così il dettaglio numerico giornaliero della pandemia diventa un metronomo che scandisce il tempo del confino. Gli italiani si sentono sfibrati dalle troppe parole, dalla confusione, dall'approssimazione, dalla superficialità e dal continuo inseguire il contagio senza anticiparlo. Forse sarebbe meglio contestualizzare i numeri classificando i significati delle percentuali e associandoli ai provvedimenti dovuti, così si comprenderebbero meglio le azioni intraprese o da intraprendere.
Dipendenti e autonomi - In questo clima fortemente stressato emotivamente, ognuno si rende conto che la strada verso un nuovo confinamento totale è veramente breve (50%). Alla luce degli ultimi sviluppi uno su due si sta convincendo che sia necessario un nuovo lockdown (49,4%), tra chi lo desidera di 2 o 3 settimane (29,3%) e chi invece di due mesi (20,1%). Tra i sostenitori troviamo principalmente i cosiddetti "garantiti", e cioè lavoratori dipendenti e studenti. Molto più critici gli imprenditori e le partite iva insieme alle casalinghe.
Di sicuro l'auspicio è che sia localizzato e specifico, limitato a singole aree geografiche a seconda dei picchi di emergenza (70,2%). Mentre prima il virus era molto sviluppato solo in alcune aree geografiche e per buona parte della popolazione molto lontano, il presente ci vede ovunque più a stretto contatto con Covid-19: dal collega positivo alla classe dei figli in quarantena, dall'ufficio chiuso in via preventiva alla risonanza dei molti contagi tra le persone più famose mediaticamente. Il 59,1% è convinto che le restrizioni previste non siano sufficienti per contenere la crescita dei contagi, ma siano allo stesso tempo molto deboli gli aiuti sul fronte economico.
I sussidi - Abbiamo chiuso gli occhi e riaprendoli ci siamo trovati in un incubo. Mentre nei primi mesi dell'anno aspettavamo con ansia e fiducia i Dpcm del governo e le parole del premier, oggi l'attesa è accompagnata da critiche e scetticismo. Troppi sono gli annunci che sono stati disattesi. Oggi chi attende i soldi della cassa integrazione e dei sussidi sa - purtroppo in molti casi per esperienza diretta - che con alta probabilità non arriveranno o giungeranno in ritardo.
Chi aspetta provvedimenti di qualsiasi natura atti ad agevolare la vita lavorativa e non solo, sa che in linea di massima la realtà non seguirà l'annuncio. Il 51,7% della popolazione non condivide le restrizioni contenute nell'ultimo Dpcm (chiusura di ristoranti e bar dalle 18 con il permesso di fare consegne a domicilio). Per il 75,8% la difficoltà principale risiede nel fatto che le istituzioni hanno in un primo tempo richiesto lavori e investimenti per rendere a norma il locale e ora, a distanza di qualche mese, ordinano di chiudere senza trovare alternative.
Anche il tema dei ristori non raccoglie grandi consensi: il 66,4% è convinto che le misure pianificate non saranno sufficienti, il 58,1% ritiene che non arriveranno o giungeranno in ritardo, mentre il 60% è certo che siano misure economicamente insufficienti.
Davanti agli occhi non abbiamo più il cartello con la scritta "andrà tutto bene", ma una lunga notte invernale intervallata dal suono delle sirene e dal flash dei lampeggianti. È come se tutto fosse fuori sintonizzazione con il presente. Perfino la parola lockdown ci dà fastidio e iniziamo a chiamare questa situazione confinamento.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 30 ottobre 2020
L'estremismo islamico nasce dalla crisi dei regimi secolaristi alleati dell'Occidente e si alimenta in modo esponenziale con le guerre degli Usa e dei loro alleati in Medio Oriente. Come previsto la trappola dello scontro di civiltà è scattata. Non si può affermare che Erdogan abbia ispirato l'attacco con i tre morti a Notre Dame a Nizza ma è chiaro che prendendo di mira la Francia e insultando Macron, ha incendiato il mondo musulmano con conseguenze imponderabili. Dal Medio Oriente all'Est asiatico ieri si bruciavano tricolori e ritratti del presidente francese con l'approvazione dei leader musulmani, anche di quelli che (come la stessa Turchia) hanno condannato il massacro di Notre Dame.
Quale è il pericolo? Che dal vaso di Pandora dilaghi, oltre al Covid, quella contrapposizione tra l'Occidente il mondo musulmano che si presta a strumentalizzazioni di ogni genere: questo è quello che vorrebbe Erdogan impegnato su tre fronti di guerra, Siria, Libia, Nagorno Karabakh, nella crisi esplosiva nel Mediterraneo orientale, e dibattuto da gravi difficoltà economiche e sociali in patria.
Non è questo un aspetto trascurabile: la Turchia è indebitata con le sue imprese per oltre 330 miliardi di dollari, in gran parte con banche europee. Tra i ricatti di Erdogan non c'è soltanto quello dei profughi sulle rotte dall'Egeo alla Libia (dove si è impadronito delle motovedette italiane) ma anche un possibile fallimento finanziario all'orizzonte. Lui vorrebbe che pagassero gli europei, che disprezza, ma sa che non lo faremo e ora rischia pure sanzioni della Ue per la violazione nell'Egeo delle zone economiche speciali di Grecia e Cipro. Quindi si gioca la carta della mobilitazione del mondo musulmano. Si è sovraesposto con costose imprese militari e sollecita la solidarietà dei Paesi musulmani - e non soltanto al solito Qatar - per venirne fuori. Essendo Erdogan un membro della Nato, teoricamente nostro alleato e degli Usa, ma anche amico-nemico della Russia, il nodo del "grande malato" turco è forse insolubile. Ricordiamoci, pur con tutte le enormi differenze, che Saddam invase il Kuwait quando decise di non pagare più i debiti accumulati nella guerra all'Iran con le monarchie del Golfo e le banche occidentali.
È in momenti come questi che bisogna ricordare quanto è avvenuto nelle relazioni tra l'Europa, gli Stati Uniti e le nazioni musulmane. Una storia complessa che però se ci limitiamo agli ultimi decenni è costituita da tappe piuttosto chiare. L'estremismo islamico non nasce dal nulla ma dalla crisi di quei regimi secolaristi che in buona parte erano stati alleati dell'Occidente e si alimenta in maniera esponenziale con gli interventi militari americani e dei loro alleati in Medio Oriente.
Nel 1979 la rivoluzione di Khomeini in Iran fa fuori lo Shah considerato dagli Usa il loro guardiano nel Golfo. La risposta occidentale alla rivoluzione sciita fu armare l'Iraq di Saddam che mosse guerra all'Iran: otto anni di conflitto, un milione di morti. Il "mostro" Saddam, che poi invase il Kuwait nel 1990, era stato tenuto in piedi da noi e dalle monarchie sunnite del Golfo cui ancora vendiamo armi a tutto spiano e con le quali Trump e Israele fanno una finta pace, quella di Abramo, che lascia intatte tutte le ingiustizie del Medio Oriente, occupazione della Palestina compresa. Anche noi europei, senza mai reagire, importiamo ingiustizia e propaganda.
Nel dicembre del 1979 l'Urss invase l'Afghanistan e gli Usa, con il Pakistan e i soldi sauditi, colsero l'occasione per fare la guerra a Mosca usando i mujaheddin che poi si trasformarono nei talebani e nei jihadisti contro cui si è combattuta la guerra all'indomani degli attentati dell'11 settembre 2001. Con quei talebani gli americani oggi vogliono fare la pace di Doha mentre in Afghanistan i civili continuano a morire. Nel 2003 gli Usa decisero, sulla scorta di false prove sulle armi di distruzione di massa irachene, di distruggere il regime baathista aprendo la strada ad Al Qaida e poi anche al Califfato, cioè al peggiore estremismo islamico che come maggiori vittime ha avuto proprio le popolazioni arabe. Da lì si è aperto il vaso di Pandora che nessuno ha saputo più richiudere.
La Siria e le primavere arabe del 2011 sono state l'ultimo esempio di come l'Occidente e il mondo arabo-musulmano - con le monarchie del Golfo a pompare soldi agli estremisti - abbiano strumentalizzare il jihadismo e il radicalismo islamico. Gli Stati Uniti, su ispirazione del segretario di Stato Hillary Clinton, diedero a Erdogan carta bianca per abbattere il regime di Assad alleato dell'Iran e della Russia. La stessa Francia è stata complice di un piano che ha portato oltre 40 mila jihadisti dalla Turchia alla Siria e ora Parigi deve gestire il ritorno in patria dei jihadisti francesi da Iraq e Siria. Prima del 2015 americani, turchi e francesi erano messi d'accordo a defenestrare Assad con ogni mezzo, anche con i tagliagole islamisti, mentre Parigi, Washington e Londra avevano già fatto fuori Gheddafi in Libia. Qui chi semina grandine raccoglie tempesta. E a pagare col sangue, come a Nizza, sono sempre i civili, adesso terrorizzati anche dalla pandemia.
Questo non è uno scontro di civiltà come si vuol fare credere ma di interessi che erano prima convergenti e poi divergenti. Che poi la Francia abbia un problema, e grosso, lo sappiamo tutti. In Francia nel 2018 c'erano 26mila individui considerati una minaccia per la sicurezza nazionale, 10mila di questi radicalizzati, ovvero pericolosi. E per liberare il Paese non bastano le leggi sul separatismo religioso. Ci vuole altro: una revisione spassionata della storia recente in cui ognuno, Francia compresa, si prenda le sue responsabilità. Ma chiedere oggi alla Turchia di Erdogan di prendersi le sue responsabilità è pura illusione.
di Andrea Capocci
Il Manifesto, 30 ottobre 2020
Il Dpcm non basta. La curva epidemiologica non si abbassa, Lombardia in testa. Per Arcuri ci vuole una stretta: spostarsi "il meno possibile", ma difende l'apertura della scuola. Nonostante tre Dpcm in poche settimane, la curva epidemica non si abbassa. I positivi in 24 ore sono stati 26.829, circa duemila più di ieri. I decessi sono stati 217 e il totale ha superato le 38 mila unità. In terapia intensiva ci sono 115 pazienti in più e ora sono 1.651. Per la prima volta, il numero di test eseguiti supera quota 200 mila. Sale al 22,5% la percentuale di tamponi positivi sui nuovi casi testati: quasi uno su quattro.
La Lombardia con oltre settemila casi è sempre la regione con più casi. A Milano si registrano oltre duemila chiamate al 118 in 24 ore. In sette ospedali del milanese si registrano "situazioni critiche di iper-afflusso". In proporzione alla popolazione, la situazione della Campania è simile: più di tremila casi nella regione, tasso di test positivi identico nelle due regioni e vicinissimo al 30%. Tra le regioni più grandi, solo il Lazio mantiene il rapporto tra positivi e test sotto il 10%. Secondo l'assessore regionale D'Amato il 62% dei casi viene trovato attraverso lo screening, "il doppio rispetto alla media nazionale". Ma questo non impedisce al Lazio di essere la seconda regione dopo la Lombardia per pazienti ricoverati in terapia intensiva.
L'ipotesi di un nuovo lockdown, magari più morbido rispetto a marzo, è sempre più concreta. Qualcuno inizia a fare i calcoli su quanto dovrebbe durare. Secondo la fondazione Gimbe, chiudendo i luoghi di lavoro e limitando la mobilità per un mese l'indice Rt scenderebbe del 42%, tornando al di sotto della soglia di sicurezza fissata a 1 dall'attuale 1,5. Chiudendo anche le scuole e vietando di uscire di casa, lo stesso risultato sarebbe raggiunto in due settimane e dopo un mese l'indice Rt sarebbe dimezzato. "Peraltro - spiega il presidente della fondazione Cartabellotta - l'indice Rt oggi sottostima ampiamente la velocità di diffusione del virus. L'indice "si basa su dati relativi a due settimane prima e pubblicati dopo circa 10 giorni. In altri termini, le decisioni vengono prese sulla base di un Rt che riflette contagi di circa un mese fa".
Respinge le accuse di ritardi il commissario straordinario Domenico Arcuri. Rispetto a marzo la situazione è migliore, "oggi noi rincorriamo il virus, lo intercettiamo e riusciamo a ridurne i danni", sostiene incontrando i giornalisti. E annuncia che "i posti letto in terapia intensiva già attivati o attivabili in pochi giorni sono 10.337", cioè il doppio rispetto al periodo pre-Covid. Poi ripete una delle bufale cara ai negazionisti: "L'80% dei contagiati è asintomatico", una percentuale che secondo i dati Iss si aggira intorno al 50% e per l'indagine sierologica Istat non superava il 30%. Ma è lo stesso Arcuri a lasciar trapelare che il Dpcm del 24 ottobre non è ritenuto sufficiente nemmeno al governo. "Io credo che serva qualche nuovo ingrediente", dice. "Serve un sacrificio ulteriore, dobbiamo tutti muoverci il meno possibile. L'80% dei contagi avviene in famiglia ma qualcuno nelle case il virus ce lo porta". Se non è l'annuncio di un nuovo lockdown poco ci manca. Rimane uno spiraglio per la scuola: "Al momento non risulta che faccia aumentare il numero dei contagi" secondo Arcuri. "La scuola è uno dei luoghi più protetti". Non è d'accordo l'assessore alla salute pugliese (ed epidemiologo) Lopalco, che motiva la decisione di chiudere le scuole con i numeri del contagio nella fascia 6-18 anni: "L'aumento della proporzione di casi in quella fascia di età è dunque sicuramente contemporaneo alla riapertura della scuola nella nostra Regione".
Per il futuro Arcuri promette di espandere ulteriormente la capacità diagnostica, arrivando a trecentomila test al giorno tra tamponi molecolari e test rapidi. È una risposta a chi chiedeva perché il governo non avesse acquistato le infrastrutture in estate per arrivare a 400 mila tamponi al giorno come proponeva Andrea Crisanti, l'artefice del modello di sorveglianza della regione Veneto rivelatosi decisivo durante la prima ondata ma mai gradito al governatore Zaia. Oggi la regione fa meno tamponi di Lazio, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte, che registrano meno casi. Il divorzio tra Zaia e Crisanti sarà sancito dal trasferimento del microbiologo allo Spallanzani di Roma secondo le indiscrezioni dell'Espresso.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 30 ottobre 2020
"Squadre di rimpatrio" coatto costituite da agenti clandestini operano negli Stati Uniti per riportare in Cina i ricercati per corruzione (o altri reati, compreso forse il dissenso politico). Gli inviati cinesi sotto copertura usano pressioni psicologiche e minacce fisiche per "convincere" i fuggiaschi a tornare e affrontare la dura legge di Pechino.
E se la "persuasione" non basta, arrivano al rapimento. È questa la denuncia del Dipartimento della Giustizia di Washington, che ha smantellato una di queste "Repatriation squad", arrestando 5 dei suoi 8 membri. Quattro sono cinesi che operavano a New York, quartieri Queens e Brooklyn, uno è un detective privato del New Jersey, Michael McMahon, che sul suo profilo Facebook si descriveva come ex sergente della polizia di New York. Gli altri 3 sono stati incriminati ma sarebbero tornati in Cina.
Dice Christopher Wray, direttore dell'Fbi: "Questo caso è un altro esempio del comportamento fuorilegge della Cina, le azioni che abbiamo scoperto sono scioccanti". Secondo l'atto di incriminazione, nel 2017 la squadra di cacciatori cinesi portò nel New Jersey, dove viveva la loro preda, l'anziano padre prelevato a casa in Cina. Lo scopo era di minacciare il fuggiasco di rappresaglia sul genitore, se non avesse accettato di rientrare in patria.
Gli agenti cinesi ingaggiarono anche il detective McMahon per sorvegliare moglie e figlia del ricercato e i suoi amici: questi cominciarono a ricevere email che minacciavano le loro famiglie rimaste in Cina se non avessero contribuito all'operazione. Per l'assedio sono stati usati sistemi sofisticati, come visori notturni; e anche metodi da mafiosi, come lettere e pacchi lasciati davanti alla porta di casa. In uno di questi messaggi la vittima, trovò la proposta: "Torna con noi in patria, 10 anni di carcere e in cambio tua moglie e tua figlia staranno bene".
Pechino non nega di aver organizzato una ricerca intensiva dei fuggiaschi nel mondo, tutti corrotti assicurano le autorità. Ma l'Fbi ne dubita, visto che gli inviati cinesi hanno agito in clandestinità, senza chiedere alcuna collaborazione. Nell'elenco dei "catturandi" ci sarebbero anche dissidenti politici, dicono diverse organizzazioni umanitarie.
La campagna per il rimpatrio si chiama "Caccia alla Volpe" ("Lie Hu Xing Dong" in cinese) e fu lanciata da Xi Jinping nel 2014 per dare forza alla battaglia anti-corruzione nei ranghi del Partito-Stato. Pechino ha anche dato all'Interpol una lista dei "10 most wanted". Il Justice Department Usa la descrive così: "Un'azione fuorilegge. Abbiamo mandato un segnale chiaro a Pechino: i loro cacciatori da noi diventano prede". Risposta sdegnata dalla Cina: "Gli Usa si schierano dalla parte del male".
di Maria Grazia Rutigliano
sicurezzainternazionale.luiss.it, 30 ottobre 2020
Un leader dei talebani ha discusso con il rappresentante speciale degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, per chiedere un ulteriore rilascio di prigionieri. Separatamente, nella città di Herat, una rivolta in carcere causa la morte di 8 persone. Il 28 ottobre, Khalilzad ha incontrato alcuni membri di alto livello dei talebani a Doha, tra cui il vice leader del gruppo, Abdul Ghani Baradar. Le due parti hanno discusso le questioni relative all'attuazione dell'accordo di pace tra Stati Uniti e talebani, firmato il 29 febbraio. Tale intesa era stata il primo passo verso l'apertura di un dialogo intra-afghano, inaugurato il 12 settembre e attualmente in stallo.
Le difficoltà nel portare avanti i colloqui diplomatici tra talebani e governo afghano si affiancano ad un aumento delle violenze, ormai quotidiane, nel Paese. In tale contesto, i delegati dei militanti islamisti a Doha affermano di non essersi impegnati, nell'accordo con gli USA, a fermare gli attacchi contro le forze di sicurezza Afghane. Tuttavia, in un clima così teso tra le due parti, il portavoce dei talebani Mohammad Naeem ha riferito che il rappresentante statunitense e il leader dei militanti hanno discusso del rilascio di un gruppo di prigionieri, la cui liberazione era stata negata per ragioni di sicurezza.
La questione del rilascio dei prigionieri è durata mesi. Il 3 settembre, il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale afghano (NSC) aveva confermato il completamento del rilascio di prigionieri talebani, come previsto dall'accordo talebani-USA, ad eccezione di 7 individui su cui gli alleati internazionali hanno espresso riserve. Il governo afghano, in cambio, aveva visto tornare a casa 1000 soldati afghani tenuti in ostaggio dai talebani.
"Gli sforzi diplomatici sono in corso. Ci aspettiamo che i colloqui diretti inizino prontamente", aveva dichiarato il portavoce del governo in tale occasione. Nel frattempo, anche fonti vicine ai talebani avevano confermato il rilascio di 5.000 prigionieri. Tuttavia, 7 individui rimanevano in detenzione, dopo che alcuni Paesi stranieri avevano esortato le autorità di Kabul a non rilasciarli direttamente. I talebani in questione avevano commesso gravi crimini, anche ai danni di cittadini stranieri.
A tale proposito, il 15 agosto, la Loya Jirga, la grande assemblea degli anziani afgani, aveva approvato il rilascio di 400 prigionieri talebani che il governo non voleva liberare. Anche questa decisione era stata percepita come una spinta chiave per l'avvio dei negoziati intra-afgani. I talebani in questione erano stati rilasciati dalla prigione di Pul-e-Charkhi di Kabul, la più grande del Paese.
Secondo i dati del governo, dei 400 prigionieri in questione, 156 erano stati condannati a morte, 105 erano accusati di omicidio, 34 erano accusati di sequestro di persona che ha portato all'omicidio, 51 erano accusati di traffico di droga. Inoltre, 44 di loro erano sulla lista nera del governo afghano e dei suoi alleati. Fonti non meglio specificate hanno riferito che alcuni Paesi, come Stati Uniti, Francia e Australia, hanno mostrato riserve sul rilascio di alcuni prigionieri. Tuttavia, nel mese successivo era stata completata la liberazione di numerosi talebani, tranne quelli ritenuti estremamente pericolosi.
Il 28 ottobre, dopo oltre un mese di tentativi di negoziare la pace con i talebani a Doha, un portavoce del governo afghano ha dichiarato che la richiesta di rilasciare altri prigionieri non ha alcun valore. "Ciò che i talebani hanno detto e fatto ha indebolito il processo di pace", ha dichiarato il portavoce presidenziale Sediq Sediqqi.
"Il protrarsi della violenza e queste assurde dichiarazioni, che chiedono persino sollevare nuovamente la questione dei prigionieri crea problemi per il raggiungimento della pace", ha aggiunto. Ad oggi, il governo afghano afferma di aver rilasciato più del numero di prigionieri previsti dall'accordo Usa-talebani, per un totale di 5.600 prigionieri, pur di avviare i negoziati di pace. Inoltre, è importante sottolineare che nonostante le rassicurazioni, alcuni prigionieri talebani liberati dal governo afghano erano poi tornati sui campi di battaglia, secondo il Consiglio di Sicurezza Nazionale di Kabul.
Intanto, in un incidente non necessariamente collegato, la notte tra il 28 e il 29 ottobre, almeno 8 detenuti sono stati uccisi e altre 12 persone sono rimaste ferita in una rivolta all'interno di una prigione situata nella città occidentale di Herat. La violenza è esplosa la notte del 28 ottobre, secondo Mohammad Rafiq Shirzai, portavoce del dipartimento sanitario provinciale. Inoltre, altre 12 persone - 8 detenuti e 4 guardie carcerarie - sono rimaste ferite nei disordini che hanno avuto luogo nella struttura, che ospita circa 2.000 prigionieri. Non è noto se ci fossero dei talebani nel penitenziario. La rivolta è scoppiata dopo che le guardie carcerarie hanno iniziato ad eliminare alcuni divisori creati dai prigionieri nel cosiddetto Blocco 5 della prigione. La polizia ha cercato di requisire oggetti non necessari in possesso dei prigionieri e questi hanno opposto resistenza. Una delle 8 vittime riportava ferite da arma da fuoco.
di Luca Gambardella
Il Foglio, 30 ottobre 2020
Non c'è stato il tempo di apporre le firme all'accordo siglato la scorsa settimana a Ginevra, che il cessate il fuoco in Libia è già avvolto dallo scetticismo. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha avvertito che "l'intesa manca di credibilità" perché "non è stato sottoscritto al più alto livello". L'obiettivo di andare a elezioni nazionali nel 2021 sembra troppo ambizioso, a meno che le potenze straniere che finora hanno influenzato il corso dei combattimenti non decidano di fare un passo indietro. Con gli Stati Uniti ancora latitanti, i fili della diplomazia occidentale sono nelle mani dell'Ue, impegnata a limitare al minimo l'afflusso di armi nel paese e a rendere la tregua la più duratura possibile.
Perché questo accada, l'applicazione dell'embargo deciso dall'Onu nel 2011 è determinante. Fathi Bashagha, ministro dell'Interno del governo di unità nazionale di Tripoli, l'unico riconosciuto dalla comunità internazionale, ha detto al Financial Times che senza il sostegno militare ed economico di forze esterne - leggi Russia, Emirati Arabi Uniti, Francia, Egitto e Giordania - il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, non sarebbe più una minaccia alla pace in Libia. Però i suoi sponsor non hanno mai smesso di consegnargli armi, così come il flusso delle "consegne" è proseguito regolarmente anche dall'altra parte del paese, dove i C130 turchi continuano ad atterrare alla base di al Watyah, che ormai è l'avamposto militare di Ankara in Libia.
Finora gli sforzi profusi dall'Ue per ostacolare i rifornimenti di armi hanno incontrato diverse difficoltà. Dallo scorso marzo, Bruxelles ha dispiegato una missione aeronavale al largo della Libia - denominata Irini - per intercettare e dissuadere le navi e i voli diretti nel paese. I risultati sono stati modesti, anzi peggio: secondo un report riservato dell'Onu diffuso dall'Associated Press un mese fa, l'embargo si è dimostrato "totalmente inefficace".
Lo scorso luglio David Schenker, vicesegretario americano per il Vicino Oriente, ha detto che la missione europea non è "seria", perché intercetta solamente le navi turche, ignorando i rifornimenti aerei diretti dagli Emirati a Haftar. La missione europea Irini era il massimo che l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Josep Borrell, potesse ottenere mediando fra i paesi membri. Per il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, l'unico vero obiettivo perseguibile dall'Europa è quello di "raccogliere informazioni sulle violazioni dell'embargo" e istruire così un procedimento presso la Corte internazionale di Giustizia.
I tempi rischiano però di essere lunghissimi e il ricorso alla giurisdizione internazionale potrebbe essere del tutto inutile. Ipotizzare di portare al tavolo degli imputati dell'Aia paesi come Emirati Arabi Uniti o Turchia non sembra una strada percorribile. Così, all'Europa non rimane che intercettare quelle società private usate dagli stati per violare l'embargo punendole con le sanzioni stabilite dall'Onu e applicate dall'Ue.
In alcuni casi il sistema dimostra di essere efficace. Il 15 ottobre scorso, l'Ue ha congelato i beni di Yevgeny Prigozhin, proprietario del Gruppo Wagner, una compagnia di mercenari russi impiegata dal Cremlino in diversi teatri di guerra, dalla Siria all'Ucraina fino alla Libia, dove sono stati schierati a supporto delle forze di Haftar. Ora, con la decisione dell'Ue, le attività commerciali di Prigozhin in territorio europeo - almeno quelle direttamente riconducibili a lui - saranno confiscate e i suoi asset finanziari congelati.
Eppure non mancano i casi in cui le sanzioni in Libia sono state eluse. Lo scorso 15 settembre il Consiglio degli Affari esteri dell'Ue ha congelato i patrimoni di tre società accusate di avere violato l'embargo dell'Onu in Libia. Tutto bene, se non fosse che una di queste si è rivelata essere una società fantasma. Oltre alla Sigma Airlines, un vettore di aerei cargo con sede in Kazakistan, e alla Avrasya Shipping, una compagnia turca che gestisce trasporto cargo, è stata sanzionata anche la Med Wave Shipping. Si tratta di una società con sedi in Giordania e in Libano, proprietaria di una sola nave, la Bana.
Lo scorso gennaio, questo cargo battente bandiera libanese, scortato da due navi militari turche, aveva caricato a Mersin, in Turchia, armi, veicoli blindati e alcuni soldati. La consegna era stata regolarmente effettuata il 29 gennaio al porto di Tripoli, sotto i radar delle marine militari di mezzo Mediterraneo. Una volta scaricato il materiale, la nave aveva fatto rotta su Genova e lì, il 3 febbraio, Digos e servizi segreti italiani l'avevano sequestrata, arrestando il comandante, un libanese di nome Joussef Tartoussi, e altri quattro membri dell'equipaggio.
Il giorno dopo la pubblicazione della short list con le società sanzionate dall'Ue, si è innescato un cortocircuito. Il governo giordano, chiamato in causa per collaborare nella concreta applicazione delle misure restrittive, ha segnalato a Bruxelles che la Med Wave non si riesce a trovare. Deifallah Fayez, portavoce del ministero degli Esteri di Amman, ha detto che la società "non è giordana, non è registrata nel paese e non se ne trovano tracce da nessuna parte nel regno". Nella lista dell'Ue ci sono tre indirizzi dove Med Wave avrebbe le sue sedi: secondo Fayez, dalle verifiche fatte, i due uffici giordani sarebbero vuoti.
Quella libanese invece rimanda all'Orient Queen Homes Building, un centro alberghiero di lusso nella downtown di Beirut, che ospita anche degli uffici. Qui ha sede anche la Abou Merhi Lines, una società di navigazione che in passato era stata a sua volta proprietaria della nave nel 2015, quando ancora si chiamava Città di Misurata. Il presidente di questa compagnia si chiama Ali Abou Merhi, un imprenditore libanese molto vicino a Hezbollah che tra il 2015 e il 2017 è finito sotto le sanzioni del
Dipartimento del Tesoro Usa. Le attenzioni degli americani verso Abou Merhi erano dovute al suo coinvolgimento in un traffico di droga e riciclaggio di denaro che andava dal medio oriente all'Europa fino al Sudamerica per conto di Ayman Saied Joumaa, un narcotrafficante tuttora latitante e ricercato dall'Interpol. Dopo essere stata sanzionata dagli americani, la Med Wave scompare nel nulla: la nave Città di Misurata diventa Sham 1, e poi - nel dicembre del 2019 - Bana. Come risulta dallo storico dei registri dell'Organizzazione marittima internazionale (Iom), anche le società proprietarie cambiano continuamente, a distanza di pochi mesi: prima è la Med Wave Shipping, che poi diventa Middle East Maritime Consult, che poi, fra novembre e dicembre del 2019, torna a essere la Med Wave.
L'unica nave inclusa nella flotta è sempre e soltanto la Bana. Abou Merhi ha rifiutato di parlare al Foglio, ma qualche mese fa, intervistato da un canale televisivo libanese, ha ammesso che la Bana era effettivamente di sua proprietà. Peccato che il suo nome non sia né direttamente né ufficialmente ricollegabile alla Med Wave. Per questo motivo gli altri asset dell'imprenditore libanese - proprietario di altre compagnie marittime, sia da turismo sia cargo, e con interessi in Germania e in Grecia - non sono stati congelati dall'Ue.
"È del tutto plausibile che si tratti di società fantasma, un sistema di scatole cinesi", dice al Foglio una fonte vicina al caso e che preferisce restare anonima. Secondo Enzo Fogliani, avvocato specializzato in Diritto penale marittimo, si tratta di un escamotage piuttosto comune nel settore marittimo, in particolare per quelle compagnie che intendono sottrarsi a misure restrittive decise per punire i traffici illeciti.
"Spesso le società decidono di crearne altre con una sola nave nella loro flotta per evitare di correre troppi rischi e di esporre troppi asset", spiega il legale. Una volta sanzionate dall'Ue, le navi non possono più attraccare nei porti dei paesi membri. Ma anche in questo caso, continua Fogliani, l'applicazione delle misure restrittive non è sempre accurata: "A volte riescono ad approdare lo stesso. Non è detto che tutte le autorità portuali si mettano a controllare se ci siano sanzioni pendenti a carico di ogni singola nave che si presenta al molo".
I sotterfugi usati per eludere le sanzioni europee sono noti anche a Bruxelles. Una fonte diplomatica che ha seguito da vicino il dossier del Consiglio dei ministri degli Affari esteri ammette al Foglio che "spesso in questi casi si tratta di società fantasma". Francesco Giumelli, professore di Relazioni internazionali all'Università di Groningen, è uno dei massimi esperti di sanzioni e da anni studia i limiti nella loro applicazione. Giumelli dice al Foglio che il congelamento degli asset finanziari e la confisca dei beni non devono essere visti solamente come mezzi di coercizione: "Sono anche strumenti che rivestono un significato politico e che servono a disincentivare quei comportamenti che violano il Diritto internazionale. Servono a dimostrare che la comunità internazionale è vigile". Ma nel concreto, come dimostra la vicenda della Med Wave, le misure hanno spesso un impatto minimo. Il vero nodo nella questione delle sanzioni è un altro, spiega Giumelli: "Chi monitora la loro effettiva applicazione? Nel caso libico, che comunque non è isolato, uno dei limiti è che coloro che devono applicare le sanzioni alla fine sono gli stessi che le violano".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 30 ottobre 2020
In tutto il Sudan riprendono le manifestazioni contro il governo del primo ministro Abdalla Hamdok. Anche nella regione occidentale del Darfur, dal 2003 teatro di un conflitto tra ribelli ed esecutivo, la situazione torna a livelli critici, con decine di episodi che hanno provocato vittime e sfollati. È quanto emerso oggi dall'audizione presso la Commissione diritti umani del Senato di Antonella Napoli, presidente onoraria dell'associazione Italians for Darfur e direttrice di Focus on Africa, recentemente rientrata dal paese africano dove era stata fermata nel 2019 mentre seguiva le rivolte che avevano portato alla caduta del regime e poi minacciata di morte dai Fratelli musulmani sudanesi. In Commissione ha presentato il Rapporto Sudan 2020, documento annuale redatto dall'ong che dal 2006 segue i conflitti e le vicende sudanesi.
"Mentre in tutto il Sudan riprendono le rivolte contro il governo di transizione guidato dal primo ministro Abdalla Hamdok - ha sottolineato Antonella Napoli nel suo intervento - nonostante l'accordo di pace sottoscritto il 3 ottobre a Juba a distanza di 17 anni dall'inizio del conflitto in Darfur, la crisi nella regione registra nuovi picchi di violenze. Da giugno in Sudan, e in particolare nel Darfur, si sono susseguiti scontri violenti. L'Ocha, il Coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, ha registrato decine di episodi nel Darfur occidentale che hanno causato centinaia di morti e feriti, villaggi e case bruciati e lo sfollamento di migliaia di persone compromettendo la stagione agricola già devastata dalla stagione delle piogge, causando la perdita di mezzi di sussistenza e facendo crescere i bisogni umanitari".
Antonella Napoli, giornalista e analista di questioni internazionali, membro dell'ufficio di presidenza di "Articolo 21" e di "Giulia - Giornaliste unite libere autonome", dirige il magazine "Focus on Africa".
Per il suo lavoro sul Darfur ha ricevuto la Medaglia di rappresentanza del presidente della Repubblica. Dopo il suo fermo ad opera dei servizi di sicurezza in Sudan nel gennaio del 2019, mentre seguiva le rivolte in atto nel Paese, nel giugno del 2019 attraverso una lettera recapitata alla Federazione nazionale della stampa ha ricevuto minacce di morte dai Fratelli Musulmani sudanesi, che facendo esplicito riferimento alla sua attività professionale le hanno intimato di non tornare in Sudan. Per questo motivo è stata disposta nei confronti della giornalista una sorveglianza radio controllata.
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