di Angelo Picariello
Avvenire, 30 ottobre 2020
Gonnella (Antigone): mettere in condizione il Parlamento di potersi muovere. Anche Antigone, associazione che da 30 anni si batte per i diritti dei detenuti e l'umanizzazione del sistema carcerario, aderisce all'appello per modificare la norma costituzionale su amnistia e indulto. Patrizio Gonnella, docente di sociologia del diritto a "Roma tre", ne è il presidente. "Si tratta - dice - di mettere in condizione il Parlamento di poter adottare in caso di necessità questo provvedimento".
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 30 ottobre 2020
Un cartello di associazioni e parlamentari si schiera in favore della proposta di legge costituzionale Due articoli per incidere sulla procedura di approvazione dei provvedimenti collettivi. Chiediamo a ogni deputato, di maggioranza e di opposizione, di aggiungere la propria firma a quella degli attuali promotori, per sostenere il cammino parlamentare di questa proposta di legge in vista di una sua approvazione entro l'attuale legislatura...".
di Antonella Barina
Venerdì di Repubblica, 30 ottobre 2020
Se il virus è devastante ovunque, in carcere lo è all'ennesima potenza", spiega Ornella Favero, presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, rete di associazioni che si occupa di tutto ciò che riguarda il mondo delle pene giudiziarie.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 ottobre 2020
Era prevista la produzione di più di 1.000 braccialetti elettronici al mese e per ben tre anni, con scadenza il 31 dicembre del 2021. Ora è ufficiale, mentre il numero dei contagi in carcere è in continuo aumento tra detenuti e agenti penitenziari (rispettivamente secondo l'ultimo aggiornamento Dap 215 reclusi e 232 agenti), sono solo due i provvedimenti licenziati dal Consiglio dei ministri per quanto riguarda il discorso deflattivo. Uno è nell'articolo 29 del Decreto Ristori e riguarda la durata straordinaria del permesso premio.
Il Riformista, 30 ottobre 2020
Sono trent'anni che non si fa una legge di indulgenza collettiva. La proposta presentata alla Camera che riscrive le regole per deliberarla restituirebbe potere e responsabilità al Parlamento.
è Stata presentata il 2 aprile scorso, alla Camera dei Deputati, la proposta di legge costituzionale n. 2456, Magi e altri, contenente "Modifiche agli articoli 72 e 79 della Costituzione, in materia di concessione di amnistia e indulto".
di Marco Fattorini
linkiesta.it, 30 ottobre 2020
Il numero dei contagiati cresce rapidamente tra i detenuti, 215, e il personale penitenziario, 232. Gli operatori di polizia temono nuove rivolte e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede tenta una corsa contro il tempo per sventare nuovi focolai. "Con il Covid è molto più sicuro stare in carcere che fuori", scriveva ad aprile Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Chissà cosa direbbe oggi che i contagi nelle prigioni italiane sono più che raddoppiati nel giro di pochi giorni.
I numeri crescono rapidamente tra i detenuti, 215 positivi, e il personale penitenziario, 232 casi. Mancano spazi e padiglioni, in galera il distanziamento non esiste. Salvo qualche caso, le strutture non possono fare tamponi autonomamente. E molti istituti non riescono nemmeno a isolare i nuovi arrestati che entrano. Così il ministro Bonafede apre le celle e manda a casa cinquemila persone.
"Ricordiamoci che quella carceraria è una popolazione molto vulnerabile dal punto di vista sanitario", spiega a Linkiesta il Garante nazionale Mauro Palma. Da Nord a Sud, le paure si sprecano. A Terni il focolaio più preoccupante, in alta sicurezza: 68 detenuti su 514 sono risultati positivi al Covid. Gli addetti ai lavori evocano il cosiddetto "effetto rsa", quello di un contagio che potrebbe diffondersi senza controllo tra le mura della prigione. Gli agenti temono nuove rivolte, dopo che a marzo una cinquantina di penitenziari sono stati devastati e 13 persone hanno perso la vita.
"Nella prima ondata non è scoppiata una bomba sanitaria, ma non è detto che la scampiamo anche questa volta. Il carcere è un ambiente ad alto rischio, chiuso e sovraffollato. Molte persone arrivano dalla marginalità estrema, non si sono mai curate prima o hanno patologie pregresse". Susanna Marietti è la coordinatrice di Antigone, associazione attiva da anni per i diritti e le garanzie del sistema penitenziario.
A Linkiesta racconta le preoccupazioni di chi ogni giorno entra nelle patrie galere: "Se l'emergenza sanitaria arriva lì dentro, la sentiremo tutti. Ci ritroveremo in un attimo decine di migliaia di persone che peseranno sul sistema sanitario. Anche per questo bisogna intervenire subito e prevenire, partendo dalla ricerca di nuovi spazi per isolare le persone".
In diversi istituti sono state allestite sezioni Covid e alcuni direttori organizzano i turni per le ore di passeggio in modo da evitare assembramenti. Ma in galera la distanza non c'è, inutile girarci intorno. "Bisogna lavorare per abbassare il numero delle persone ristrette in carcere, è l'unico modo per creare più spazi", spiega il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma. "Dobbiamo puntare ad avere dei ricoveri dedicati, che oggi non ci sono, dove gestire i detenuti con sintomi lievi, in questi casi non bisogna gravare sugli ospedali".
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è corso ai ripari. Un pacchetto di norme, contenuto nel decreto Ristori, prevede che le pene fino a 18 mesi potranno essere scontate a casa col braccialetto elettronico, a eccezione dei condannati per reati gravi. Tra le nuove misure del governo ci sono anche licenze straordinarie e permessi premio più lunghi. Così usciranno cinquemila persone su un totale di 54.800 reclusi. L'obiettivo è alleggerire gli istituti per recuperare locali e sezioni da destinare agli isolamenti. Una corsa contro il tempo, lo sa bene il Garante Palma. "Serve una rapida applicazione del decreto, la situazione cambia continuamente e non sappiamo cosa accadrà tra sette giorni".
All'Associazione Antigone è ricominciato il flusso di telefonate, messaggi e mail da parte dei parenti dei detenuti in apprensione per le condizioni dei loro cari. "Chiedono aiuto, cercano informazioni, temono per i congiunti che hanno già altre malattie", spiega la coordinatrice Susanna Marietti. "Un'ansia doppia, per il carcere e per il Covid" la definisce il Garante Palma, anche lui subissato da "un numero enorme di segnalazioni".
Intanto il Dipartimento per l'Amministrazione Penitenziaria ha siglato un protocollo sanitario con i sindacati di Polizia Penitenziaria. "Servirebbero provvedimenti coraggiosi - insiste Marietti di Antigone - bisogna dare respiro alle carceri, purtroppo da anni si racconta alla gente che mandando le persone ai domiciliari facciamo un 'liberi tutti'. E questa è una sciocchezza. Le pene alternative sono fondamentali, ancor di più in un momento delicato come quello che stiamo vivendo".
Ma in tempi di giustizialismo e manette diventa tutto più complicato. Con il leader della Lega Matteo Salvini, seguito a ruota da Giorgia Meloni di Fdi, che grida allo scandalo: "Il governo chiude ristoranti e palestre ma apre i cancelli delle galere per mandare a casa i delinquenti con la scusa del Covid". D'altronde, si sa, la politica non ha mai avuto un buon rapporto col mondo penitenziario.
Anche prima della pandemia, le prigioni italiane si trascinavano tra problemi e inefficienze. "Il carcere è una nave che imbarca acqua in tempi di mare calmo, se poi arriva una tempesta rischia di andare a fondo. È successo a marzo con la prima ondata del virus e le rivolte". Gennarino De Fazio è il segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria. A Linkiesta spiega: "Il carcere non è una struttura a prova di Covid, si fa quel che si può. Anche solo parlare di sanificazione dei luoghi diventa un ossimoro, ci sono strutture decadenti senza alcuna manutenzione. Ambienti che non sono mai stati salubri".
I sindacati denunciano la mancanza di spazi, l'impossibilità di limitare i contatti tra le persone. "I cosiddetti 'nuovi giunti' - continua De Fazio - vengono isolati dai detenuti già presenti nella struttura, ma poi in molti casi vengono messi insieme tra di loro perché non ci sono abbastanza celle".
L'inquietudine degli operatori di polizia è rivolta al rischio di nuovi disordini, dopo quelli di qualche mese fa in tutta Italia, che a Foggia causarono anche la maxi evasione di 72 persone. Oggi la situazione è sotto controllo, domani chissà. Finora si sono registrati pochi segnali: a Pavia i detenuti hanno ritardato il rientro dai passeggi, a Rebibbia alcuni accenni di 'battitura'.
"Le proteste di questi giorni nelle piazze italiane strumentalizzate da frange violente non aiutano. Le carceri sono polveriere pronte a deflagrare", spiega Gennarino De Fazio. Le micce per proteste future possono essere diverse: il rapido aumento dei contagi, eventuali restrizioni ai colloqui con i familiari in caso di lockdown. E le scarcerazioni per alcuni ma non per altri.
"In caso di rivolte violente non saremmo pronti. Siamo pochi, mal equipaggiati e senza alcun tipo di addestramento. Mancano almeno ventimila agenti rispetto alla dotazione organica ottimale, non abbiamo scudi né sfollagente. Sembriamo i Flintstones, quelli del cartone animato con la clava. Durante le sommosse di marzo la Polizia di Stato ha dovuto prestarci i caschi", racconta il sindacalista della Uil.
A differenza delle altre forze dell'ordine, che col decreto ristori ottengono un aumento delle indennità per il lavoro straordinario in questo periodo di emergenza, gli agenti penitenziari non riceveranno nulla. "Peccato che anche noi abbiamo dovuto aumentare le attività di controllo, il lavoro è sempre più delicato. Ma d'altronde sono anni che la politica ha abbandonato le carceri e anche questo governo se ne dimentica".
Quello dei disordini è un pensiero che assilla gli addetti ai lavori. Il Garante dei detenuti Mauro Palma non ha dubbi: "A marzo si è fatto troppo allarmismo su restrizioni ed emergenza sanitaria. È stato un errore che poi ha provocato tensioni. Oggi bisogna lavorare seriamente sulla comunicazione e chiarire la portata dei provvedimenti che si adottano. I detenuti devono essere coinvolti dentro un problema che è comune e generale, il Covid. Non devono sentirsi abbandonati". Chiudere la cella e buttare la chiave non serve a nulla.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 30 ottobre 2020
"La stima di 5 mila beneficiari è solo teorica, per sfollare le carceri bisogna fare di più". "Dubito che i tribunali di sorveglianza abbiano le forze per lavorare allo stesso ritmo del contagio". Se ci fossero braccialetti elettronici a sufficienza per tutti i detenuti che dovrebbero beneficiare della detenzione domiciliare e se non ci fossero, nel personale di cancelleria e di magistratura dei tribunali e in particolare dei tribunali di Sorveglianza, vuoti di organico grandi come voragini, le misure varate dal governo nel cosiddetto pacchetto giustizia del Decreto Ristori avrebbero un sicuro effetto.
Ma, soprattutto quando si parla di carcere, la pratica può essere diversa dalla teoria, le previsioni lontane dai dati di fatto. E così, di fronte a iniziative annunciate con una certa soddisfazione dal governo, non si riesce a essere pienamente ottimisti. Certo, qualcosa si è mosso e questo, in uno scenario di anni di indifferenza politica rispetto ai temi del carcere, è pur sempre qualcosa. Resta però la sensazione che si sarebbe potuto fare di più.
"È chiaro che sono delle misure importanti ma anche molto limitate", osserva il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma. Il Covid è ormai una minaccia anche per chi vive e lavora all'interno di strutture carcerarie. I numeri sui nuovi positivi nei 41 istituti di pena crescono di giorno in giorno, al pari dei numeri di agenti di polizia penitenziaria e personale sanitario delle carceri contagiati o in isolamento preventivo. Su una popolazione di 55mila detenuti si sono registrati oltre 150 positivi al coronavirus.
Dottor Palma, di fronte a un simile scenario si possono ritenere sufficienti le misure previste nel pacchetto giustizia?
Credo che ci sia bisogno di qualcosa di più. Tuttavia, mi sembra importante che si sia affrontato il tema e mi sembra anche di significato positivo il fatto che queste misure siano all'interno del decreto che chiamano Ristori, perché tutto c'è da ristorare, non solo la questione economica ma anche l'aspetto che riguarda chi è in carcere.
Cosa cambierà con queste nuove misure anti-Covid?
Le misure sono tre. La prima riguarda la detenzione domiciliare per persone con un residuo di pena non superiore a diciotto mesi, con l'esclusione però di determinati reati relativi al 4 bis e con la previsione, per chi deve scontare più di sei mesi, del braccialetto elettronico. È una misura che riprende quella adottata a marzo scorso, ma vale più come segnale culturale che come efficacia diretta.
Quindi non bisogna aspettarsi un grande sfollamento delle carceri?
Non credo. A marzo il segnale culturale fu dato e molta della magistratura di Sorveglianza si mosse, ma se poi andiamo a vedere quante sono state le applicazioni concrete delle misure notiamo che i casi sono stati limitati. Resta comunque il fatto che si è ottenuto un ridimensionamento della popolazione carceraria che da 68mila detenuti di marzo è scesa a giugno a 52600 detenuti circa.
Nei mesi successivi al lockdown, con la ripresa delle esecuzioni degli ordini di carcerazione e delle misure cautelari, il numero degli ingressi nelle carceri è salito nuovamente...
Per questo penso che le misure varate dal governo abbiano un effetto più incisivo sul piano culturale che pratico. Sono misure molto limitate, ma giuste da prendere. Va bene anche la misura che prevede che chi ha la semilibertà possa stare in licenza e non rientrare la notte in carcere. È un modo per contenere i rischi di contagio ed evitare di occupare in maniera inutile posti nelle celle. Quindi la semilibertà prosegue fino al 31 dicembre, ed è previsto un ampliamento anche per chi ha un permesso premio prevedendo la possibilità di superare il limite dei 45 giorni entro l'anno. Ciò consente, dunque, di rimanere in permesso anche fino alla fine dell'anno.
Si stimano circa 5mila detenuti beneficiari delle nuove misure: circa 3mila detenuti dovrebbero ottenere la possibilità di accedere alla detenzione domiciliare e circa 2mila potrebbero beneficiare di semilibertà e permessi premio. Crede che i tribunali riusciranno a valutare tante posizioni nei tempi stretti che impone la pandemia?
Cinquemila detenuti mi sembrano una platea teorica. Dubito che i tribunali di Sorveglianza abbiano le forze per procedere su queste pratiche allo stesso ritmo che il contagio ci richiede. Inoltre, bisognerà vedere come risponderanno, se tutti i tribunali risponderanno in maniera uniformata nell'intero paese. L'esperienza precedente ci dice di no, perché ci sono problemi applicativi che variano da regione a regione.
Prima dicevamo che le misure del pacchetto giustizia sono qualcosa ma non abbastanza. Cosa si poteva fare di più. Quali altre misure si sarebbero potute adottare?
Noi avevamo proposto altre due misure: un allargamento temporaneo, per quest'anno e per il prossimo, della liberazione anticipata, per cui per coloro che già hanno la liberazione anticipata e hanno già avuto un giudizio del magistrato che l'ha data si sarebbe potuti passare dai 45 giorni per ogni semestre previsti a 75 giorni per ogni semestre. In questo modo nella soglia dei diciotto mesi per la detenzione domiciliare sarebbe rientrata una platea molto più ampia. L'altra proposta riguardava la possibilità di sospendere o rinviare l'ordine di esecuzione per coloro che hanno pene molto basse e sono già fuori dal carcere, in modo da evitare che dopo la condanna definitiva si debba finire in carcere per scontare pochi mesi.
Al di là dell'emergenza Covid, qual è secondo lei la più grande criticità del sistema carcerario?
Contrariamente a quanto molti risponderebbero, e cioè il sovraffollamento, per me è la qualità del tempo che il detenuto trascorre in carcere. Non può essere un tempo solo sottratto, che si fa passare aspettando che finisca. E non può essere un tempo diverso dalla vita. Pensiamo a un detenuto che entra in carcere e ci resta anni durante i quali fuori accadono delle cose e c'è progresso tecnologico: se questo detenuto non è aggiornato, come troverà lavoro una volta fuori? Inoltre, ogni volta che vado in carcere vedo detenuti impegnati in lavoretti come se non vivessero una vita adulta. Il tempo in carcere è un tempo doloroso ma deve anche essere un tempo di vita, di vita reale. Il primo problema quindi è la qualità del tempo, più che la quantità.
Dunque no a un carcere contenitore. Eppure quanti ce ne sono...
La Campania e la Lombardia sono i due più grandi contenitori del carcere. Un carcere come quello di Poggioreale, a Napoli, per esempio, è molto complesso, ci sono condizioni difficili anche per chi vi lavora, è un carcere che richiede attenzione ma anche un carcere dove negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti. Il problema vero è che non dovrebbero più esserci carceri da duemila persone.
di Maria Brucale
Il Riformista, 30 ottobre 2020
Le sue ore scorrono lente nel silenzio di una detenzione che non prevede attività alternative alla cella. Ogni volta impugna il decreto con cui gli viene rinnovato il carcere duro, illudendosi che sia quella buona, e ogni volta invece resta inchiodato al suo buio. Francesco ha 65 anni e da otto è detenuto in 41bis. Pochi colloqui con i familiari ormai in ginocchio per le spese legali e i viaggi per raggiungerlo. Ha sempre contestato il decreto con cui veniva ogni volta rinnovato il "carcere duro", espressione orrida quanto eufemistica.
Il 41bis è il più stridente punto di rottura dei principi costituzionali e convenzionali che governano e delineano il senso della pena. Si contrappone con forza ad ogni aspetto del vivere umano: affettività, territorialità, segretezza della corrispondenza, diritto allo studio ed alla libera informazione, diritto al lavoro, alla socialità. Perfino il diritto alla parola. È sospeso, a norma di legge, il trattamento intramurario ordinario e quello residuo, di rieducativo, ha ben poco.
Le ore di Francesco scorrono nel silenzio e nella lentezza del niente di quella carcerazione che non ha attività alternative alla cella. E ogni volta che impugna il nuovo decreto si illude che sarà quella buona, che finalmente i giudici vedranno che non ha contatti con nessuno, che non ha denaro, che pensa soltanto ai suoi cari. Ormai da otto anni vive nel buio di una condizione soltanto punitiva che non aspira al recupero, spegne e basta. I giudici lo capiranno.
Così, ancora una volta Francesco è davanti al tribunale di sorveglianza e spera. In udienza, però, si sente contestare dalla procura antimafia che alcuni collaboratori avrebbero parlato di un suo interessamento su fatti estorsivi e, inoltre, che da captazioni ambientali sarebbe emerso che, in una data determinata, durante un colloquio in carcere con la moglie, le avrebbe affidato messaggi di mafia. Le richieste della difesa di acquisire le dichiarazioni dei collaboratori e le trascrizioni delle conversazioni vengono tutte respinte.
Non saranno utilizzate, rassicura il collegio. Francesco le troverà, però, nel suo provvedimento di rigetto, un altro, a formare la sua storia di detenuto, una storia scritta da altri e incisa sulla sua pelle alla quale non sa come cambiare il finale perché non gli sono offerti strumenti per farlo. Eppure, un colloquio con la moglie Francesco in quel giorno non lo aveva proprio avuto ma sembra non importare a nessuno.
A giudicare Francesco, a decidere delle sue sorti, non c'è il suo giudice naturale, il tribunale di sorveglianza del luogo della sua detenzione, tenuto a conoscerlo. Dal 2009 decide il tribunale di sorveglianza di Roma, per tutti i ristretti in 41bis, in qualunque carcere si trovino, per una norma il cui scopo dichiarato era quello di determinare l'uniformità giurisprudenziale in materia di reclami. Da allora le persone sottoposte al regime differenziato vedono ineluttabilmente rinnovare la loro condizione e patiscono diuturnamente un isolamento di opportunità e di relazioni senza via di uscita.
Nel vagliare le impugnazioni, il tribunale si limita ad avallare la presunzione di pericolosità formulata nel decreto ministeriale che applica o proroga la misura in ragione della gravità del reato in esecuzione, anche quando risalente a oltre un ventennio prima, delle dichiarazioni di collaboratori, anche quando in programma di protezione da un quarto di secolo, dei rapporti avuti con mafiosi di spicco, anche se defunti da un decennio. Pochi giorni prima dell'udienza, vengono depositate agli atti del fascicolo le "note Dap", un carteggio che racchiude i pareri di alcuni organi interpellati sulla necessità che il reclamante rimanga in regime derogatorio. Spesso vengono allegati dei CD contenenti sentenze e ordinanze custodiali (migliaia di pagine) relative ad altre persone nei luoghi in cui l'interessato aveva commesso il reato, in virtù di una suggestione di cointeressenza radicata solo sul dato territoriale.
Il contenuto di tali supporti, però, rimane oscuro per la difesa cui non è destinata una postazione computer per visionarli e valutarne pertinenza e utilità a meno che non decida di affrontare le spese onerosissime di copia (circa 350 euro a CD).
Le note sono intrise di affermazioni vaghissime e suggestive: "collaboratori di giustizia di recente hanno affermato che dai regimi ordinari i detenuti continuano a veicolare all'esterno i loro messaggi"; "non risulta che Tizio abbia collaborato con la giustizia"; "non si esclude che ove allocato in un circuito comune possa riprendere i contatti con la criminalità". Si tratta di illazioni la cui vacuità dovrebbe essere apprezzata dal tribunale di sorveglianza per costatare il venir meno dei presupposti legittimanti del decreto ministeriale. Ma ciò non accade. Francesco è ancora in 41bis.
di Chiara Viti
Il Riformista, 30 ottobre 2020
"Qui, dove le distanze di sicurezza anti-contagio non possono essere rispettate, il Covid incombe come una minaccia fatale". Parole che dovrebbero scuotere le coscienze quelle di Dana Lauriola che, carta e penna alla mano, cerca di puntare un faro sulla situazione delle detenute e dei detenuti durante l'epidemia da coronavirus.
La seconda ondata del virus non ha di certo risparmiato le carceri: sono già 150 i detenuti trovati positivi al virus in 41 istituti, 71 solo a San Vittore a Milano, 55 a Terni, altri 12 a Benevento. Ma non solo: sono 200 gli operatori di Polizia penitenziaria contagiati in tutta Italia. E i dati pubblicati questo martedì dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria confermano che il contagio all'interno degli istituti si allarga a macchia d'olio.
"Abbiamo ascoltato il discorso di Conte e ogni giorno sfogliamo i giornali alla ricerca di qualche notizia sulle carceri e sulla tutela di noi detenute. Niente. Non vi riporto gli sfottò che girano su Bonafede, dal mio punto di vista sicuramente non un grande giurista, ma soprattutto un ministro che non sta facendo nulla per le carceri, luogo di assembramento per antonomasia" mette nero su bianco Lauriola fra le mura del carcere Le Vallette, dove è reclusa dallo scorso 17 settembre.
"Un paese civile attento alle fasce più deboli della popolazione (la popolazione detenuta è una di queste) si attrezzerebbe in maniera diversa. Il carcere non è un luogo isolato, decine se non centinaia di persone entrano ed escono ogni giorno per permettere il funzionamento, così come è organizzato. Come si può pensare che questa non sia una popolazione ad alto rischio?
Anzi - attacca senza timore la portavoce No Tav - mi correggo, sicuramente i nostri governanti lo sanno, ma non interessa perché qualsiasi azione a nostro favore andrebbe a scontrarsi con la pancia più forcaiola di questo paese, importante bacino di voti. E allora - continua - si attende e si spera". I detenuti sono inoltre costretti a vivere nell'incertezza che da un momento all'altro vengano interrotti i colloqui con i propri cari, perdendo così l'ultimo appiglio con la realtà al di là dalle sbarre.
Lauriola poi si rivolge direttamente ai compagni di lotta scrive: "Sono lì con voi, spero mi sentiate vicina. Questa forza interiore, che prendo dai ricordi, ma anche dall'affetto che ogni giorno ricevo dalle lettere, mi sta aiutando a costruire un nuovo equilibrio. Continuo a pensare che questa detenzione sia la nostra ennesima vittoria perché il potere è stato costretto a svelare il suo volto più feroce e vendicativo. È stato sotto gli occhi di tutti, non si potrà cancellare.
Forse questa consapevolezza non servirà a risolvere la mia situazione attuale, ma resterà impressa in chi domani, insieme a tutti noi, vorrà lottare per una società più giusta". Nella lettera trova poi spazio per raccontare anche piccoli momenti della sua quotidianità: "Leggo, scrivo, gioco a pallavolo. Ammetto di aver avuto qualche momento di sconforto ma ora i giorni, poco alla volta, diventano più leggeri ed i miei movimenti si stanno adattando a questi spazi ristretti".
È di ieri la notizia che il Tribunale di sorveglianza di Torino ha respinto la richiesta della sospensione della misura cautelare in carcere per la portavoce No Tav. Lauriola sta scontando una condanna per un fatto avvenuto otto anni fa, quando circa 300 persone occuparono l'area del casello autostradale di Avigliana della Torino-Bardonecchia facendo passare gli automobilisti senza pagare il pedaggio dopo aver bloccato con il nastro adesivo l'accesso ai tornelli del casello.
"Per concludere - scrive ancora Dana Lauriola - dall'alto dovrebbero arrivare dei provvedimenti per ridurre significativamente la popolazione detenuta, bisognerebbe poter essere soli in cella e potenziare i finanziamenti per la salute di questa popolazione "fragile". Ovviamente non credo questo accadrà, ma credo sia importante almeno dircelo".
Nell'ultima riunione del Consiglio dei ministri, due giorni fa, sono sì stati presi provvedimenti per limitare la diffusione del contagio anche nei penitenziari, ma a beneficiarne saranno in tutto 5 mila persone, poco meno del 10% della popolazione carceraria (54.815 detenuti).
di Marco Belli
gnewsonline.it, 30 ottobre 2020
I numeri della prima ondata parlano chiaro: il virus in carcere non ha sfondato ed è stato contenuto. Con grandi sforzi e sacrifici, ma è stato contenuto. I dati complessivi del periodo febbraio-agosto parlano di 568 persone contagiate, 4 delle quali decedute (2 agenti e 2 detenuti) mentre per quanto riguarda le restanti 564 si registravano 557 guariti (314 operatori e 243 detenuti) e 7 soggetti positivi. Numerose e diverse le misure messe a punto dal Ministero della Giustizia e dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per contenere i contagi da coronavirus in questa prima fase, con risultati e numeri che dimostrano la tenuta del sistema penitenziario.
Fin dal 22 febbraio scorso il Dap ha indirizzato ai Provveditorati regionali e a tutti gli istituti penitenziari una serie di circolari e note organizzative e operative per la prevenzione e il contenimento del contagio da coronavirus. Sono stati da subito dettati i primi interventi per i detenuti: quelli trovati positivi al tampone sarebbero stati posti immediatamente in isolamento sanitario in camere singole, dotate di bagno autonomo, all'interno di apposite sezioni detentive dove sarebbero stati effettuati tutti i controlli disposti dalle autorità sanitarie, come previsto dai protocolli del ministero della Salute. I sintomatici e quelli in condizioni più gravi sarebbero stati ricoverati presso strutture ospedaliere esterne.
Con notevoli sforzi e anche con l'aiuto della Protezione Civile è stata comunque garantita la dotazione di appropriati dispositivi di protezione individuale: centinaia di migliaia di mascherine FFP2, FFP3 e chirurgiche, migliaia di occhiali e visiere facciali, di camici e tute impermeabili, milioni di guanti monouso e oltre 1.100 kit di protezione totale distribuiti agli istituti penitenziari. Allo stesso modo per l'approvvigionamento di prodotti per la pulizia quotidiana delle persone, l'igiene e la sanificazione periodica dei locali.
Grazie alla collaborazione con la struttura del Commissario straordinario di Governo per l'emergenza Covid-19, è stata avviata nei tre stabilimenti penitenziari di Milano Bollate, Salerno e Roma Rebibbia la produzione di 400mila mascherine chirurgiche al giorno (saranno il doppio una volta a regime): è il progetto #Ricuciamo, che si avvale di macchinari tecnologicamente avanzati sui quali si alternano in attività lavorative complessivamente 320 detenuti.
Per le attività di triage all'ingresso in carcere sui detenuti nuovi giunti o provenienti da altri istituti sono state installate 145 tensostrutture, grazie alla collaborazione con la Protezione Civile; le strutture sprovviste hanno comunque allestito una zona "filtro". Rigide procedure precauzionali sono state quotidianamente disposte per il personale all'ingresso degli istituti, con l'uso di termo-scanner per rilevare la temperatura corporea. Con le norme del decreto legge Cura Italia del marzo scorso, il Governo hanno favorito una sensibile diminuzione del sovraffollamento penitenziario di circa 7.500 unità, dai circa 61mila detenuti di febbraio 2020 ai 53mila di agosto, a beneficio di misure alternative alla detenzione: i posti liberati sono serviti a ricavare gli spazi da destinare alla custodia dei soggetti positivi o di quelli da isolare precauzionalmente.
Nell'istituto di Milano San Vittore è stato addirittura costituito uno specifico reparto attrezzato per la cura del Covid-19, voluto dall'Amministrazione Penitenziaria e sostenuto dall'Azienda Socio Sanitaria Territoriale Santi Paolo e Carlo e in collaborazione con la Regione Lombardia. Destinato ad accogliere i detenuti positivi provenienti dagli istituti penitenziari del territorio lombardo, l'hub è stato in breve tempo supportato da un reparto per i casi più leggeri, per gli asintomatici e i convalescenti presso l'istituto di Milano Bollate.
Diverse sono state le iniziative attivate dall'Amministrazione per sostenere i disagi dei detenuti durante il blocco della circolazione dei cittadini dovuto al lockdown: i video-colloqui per i detenuti, resi possibili grazie all'acquisto di 1.600 telefoni cellulari e di altrettanti donati da una azienda telefonica; l'incremento della corrispondenza telefonica gratuita; l'utilizzo senza costi del servizio di lavanderia; la possibilità di ricevere vaglia postali online; l'aumento dei limiti di spesa per ciascun detenuto.
Da ultimo, il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha fatto inserire e approvare nel recente decreto legge sui Ristori alcune norme che puntano a deflazionare gli istituti penitenziari di alcune migliaia di detenuti. Il DAP, dal canto suo, proprio nei giorni scorsi ha sottoscritto, insieme al Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e le organizzazioni sindacali del Comparto Sicurezza, un protocollo con le linee guida per garantire la salute e la sicurezza sul posto di lavoro del personale di Polizia Penitenziaria, in coerenza con i provvedimenti normativi nazionali e regionali.










