di Luca Geronico
Avvenire, 1 novembre 2020
A Usivak la distribuzione del tè costruisce relazioni mentre gli operatori Caritas svolgono corsi per i ragazzi. Il nunzio Pezzuto: vitale sostenere la speranza. "Non so quanto è durato il viaggio dall'Iran fino a qui, mi ricordo che abbiamo viaggiato tanto a piedi. Prima - ti spiega la ragazzina in giacca a vento arancione - abbiamo passato del tempo in Turchia". Adesso sorseggia una tazza di tè sulla scalinata in cemento che porta al "Social corner", inaugurato pochi giorni fa al "campo di ricezione temporanea" di Usivak, a una ventina di chilometri da Sarajevo.
È stato il nunzio apostolico Luigi Pezzuto a inaugurarlo perché il prefabbricato, montato alla sommità di una preesistente area spettacoli ad anfiteatro, è stato acquistato grazie a una donazione di papa Francesco in occasione della recente Giornata mondiale del migrante. Questa è "l'ultima tappa del percorso migratorio, prima di entrare in Europa. Quindi, è di vitale importanza sostenere la speranza di queste famiglie con bambini e minori non accompagnati in un futuro migliore", spiega l'arcivescovo Pezzuto. Una scelta certo non casuale il campo di Usivak. Fino al 2018 la rotta balcanica non transitava da qui: più conveniente - quando nel 2015 iniziò la grande ondata di profughi - entrare in Croazia o in Ungheria, le prime frontiere dell'Ue, direttamente dalla Serbia. Da un paio d'anni i violenti respingimenti delle polizie di frontiera hanno riversato decine di migliaia di profughi in Bosnia Erzegovina, totalmente impreparata a questa emergenza.
Il campo di Usivak è gestito dall'Organizzazione delle migrazioni (Onu) grazie a fondi Ue mentre le autorità locali "di fatto si sono rifiutate di organizzare una politica migratoria lasciando le agenzie umanitarie senza reali interlocutori", spiega Daniele Bombardi coordinatore di Caritas Italiana nei Balcani. Una emergenza inaspettata per un Paese da cui tradizionalmente si emigrava, e con numeri importanti: si stima siano stati 35mila i transiti nel 2019 in Bosnia, mentre lo scorso agosto i campi con una capienza di 5mila posti accoglievano oltre 6.300 persone e altre 4mila dormivano per strada. Uomini soli, famiglie con bambini e anche minori non accompagnati - il più piccolo a Usivak ha solo 10 anni e viene dall'Afghanistan - che aspettano solo il momento buono per varcare la frontiera. "Vogliamo andare in Germania perché lì ci sono i miei nonni paterni. Invece la mia sorella più grande è rimasta in Iran con i nonni materni", ti spiega la piccola iraniana. Anche lei tenterà il "game" come lo chiamano tutti, il passaggio alla frontiera. Gli uomini soli provano ad avventurarsi sulle montagne in cerca di un valico, ma a rischio delle percosse, o peggio, della polizia di frontiera, che su molti di loro ha già lasciato profonde cicatrici. Le famiglie, con tariffe che vanno dai 3mila euro in su, si affidano ai "passeur" che, di confine in confine, hanno già prosciugato il piccolo capitale realizzato spesso vendendo casa.
E a Usivak si aspetta di passare, con l'emergenza Covid che da marzo a fine maggio ha costretto in lockdown duro pure i profughi. Poi mascherine e dispensatori di gel sono comparsi fra i vani ricavati da quella che era una vecchia caserma dismessa. Si aspetta, sapendo che il distanziamento fisico è impossibile. Si aspetta, ma non si vive: "Sono qui con tutta la mia famiglia: 2 fratelli, mamma e papà. Vogliamo andare in Germania, le mie zie sono già lì. Ma è da 3 anni che siamo in viaggio, è difficile" confida un ragazzino afghano. "È noioso stare sempre dentro al campo, ma il problema è anche uscire: non abbiamo soldi, e se anche uscissimo più spesso cosa potremmo fare?".
Così ogni giorno, al "Social corner", Caritas Italiana distribuisce il tè. È un modo di intessere relazioni e ascoltare i bisogni dei profughi in questa oasi sociale: "Cerchiamo di animare le loro giornate: si crea un punto di incontro e proponiamo dei corsi di alfabetizzazione per i più piccoli", spiegano i responsabili, due operatori di Caritas fissi e due volontari presenti ogni giorno. A Usivak non si vive, ma si può prepararsi al dopo: apprendere una lingua straniera o frequentare dei corsi professionali. Il distanziamento da Covid impone non più di 30 presenze al giorno, suddivise in due turni. Primi passi di una attività (il tè per tutto il campo e i primi corsi) che costa almeno 2mila euro mal mese e che si può sviluppare ulteriormente con psicologi o insegnanti specializzati.
"Il 27 marzo, in una piazza San Pietro vuota, papa Francesco ha enunciato i valori e le idee per costruire una comunità migliore dopo la crisi della pandemia", ricorda Daniele Bombardi. "Ho in mente questa frase di Francesco: Dobbiamo trovare il coraggio di aprire nuovi spazi, dove ognuno possa sentirsi benvenuto, e dove possiamo mettere in campo nuove forme di ospitalità, di fratellanza e solidarietà". Al Social corner di Usivak il tè caldo è servito.
di Luigi Manconi
La Stampa, 1 novembre 2020
Walter De Benedetto ha 49 anni e da 35 soffre di artrite reumatoide. Una malattia cronica che colpisce le articolazioni portando a una perdita della mobilità e a dolori lancinanti.
Per lenirli, De Benedetto ha fatto ricorso a farmaci a base di cannabis, prescrittagli dal suo medico. Ma la difficoltà a reperirli, la disponibilità limitata e il costo elevato, hanno causato frequenti interruzioni della terapia. Quando è stato necessario aumentare il dosaggio, il servizio sanitario della regione Toscana non è stato più in grado di provvedere. Da qui la decisione di De Benedetto di avviare la coltivazione di cannabis nel proprio giardino.
Il 23 settembre del 2019 una perquisizione dei carabinieri trova nella sua abitazione e in una vicina struttura piante, semi e oggetti per la coltivazione. L'indagine per violazione dell'articolo 73 del Testo Unico sulle Sostanze Stupefacenti è ancora in corso. E si tratta di una storia tutt'altro che rara.
Il 23 luglio scorso Fabrizio Pellegrini è stato assolto dal Tribunale di Chieti perché "il fatto non sussiste", in considerazione della "destinazione di tipo domestico e del numero ridotto di piante detenute". La sentenza arriva a conclusione di una storia iniziata vent'anni fa, quando a Pellegrini fu diagnosticata la fibromialgia. Una malattia autoimmune che causa forti dolori, rigidità muscolare, cefalea e disturbi del sonno: negli stadi avanzati, porta all'erosione di tutte le articolazioni. Quando Pellegrini verifica che il ricorso alla cannabis gli consente di recuperare un po' di mobilità, decide di coltivare alcune piante nella sua abitazione. Ne consegue una sequela di perquisizioni e arresti e una condanna a due anni di carcere. Infine, un medico gli prescrive l'uso della cannabis terapeutica, ma il suo costo si rivelerà presto insostenibile; e questo induce Pellegrini a riprendere la coltivazione domestica, fino a quando, nel 2016, viene nuovamente arrestato per possesso di 5 piante e di 430 grammi di infiorescenze. E questo nonostante l'Abruzzo si fosse dotato di una legge per regolamentare la distribuzione dei farmaci cannabinoidi. Dopo un'ulteriore lunga attesa, finalmente, nel luglio scorso l'assoluzione.
Osservando queste due vicende, si dovrebbe dedurre che in Italia il ricorso alla cannabis terapeutica sia fuorilegge. Ma così non è. Al danno, dunque, si aggiunge il grottesco. Infatti, dal 2007, la cannabis per fini medici è perfettamente legale. Da quell'anno, il Thc - il principio attivo della cannabis sativa - è inserito nella lista delle sostanze utilizzabili per la produzione di medicinali. La successiva norma, che costituisce il fondamento della regolamentazione dell'uso medico della cannabis, si trova nel Decreto Ministeriale del 9 novembre 2015, che autorizza la coltivazione per la produzione di medicinali di origine vegetale. In questo caso, è il Ministero della Salute a dover rilasciare le relative autorizzazioni.
Dunque, oggi la cannabis terapeutica può essere prescritta da qualsiasi medico; e la possibilità di accedervi è duplice: a pagamento o, attraverso il Servizio sanitario nazionale, gratuitamente. Ciò è ragionevole. Negli ultimi decenni, numerose ricerche hanno validato i benefici che la cannabis terapeutica può arrecare a chi soffre di sclerosi multipla, dolore oncologico e cronico, cachessia (in anoressia, Hiv, chemioterapia), glaucoma, sindrome di Tourette; sono in corso studi sugli esiti positivi per pazienti affetti da epilessia, patologie vascolari, metaboliche e gastro-infiammatorie.
Sia chiaro: la cannabis di per sé non guarisce alcuna patologia e non garantisce alcun risultato miracoloso, ma produce benefici accertati.
Tuttavia, il ricorso ai farmaci cannabinoidi in Italia risulta non solo estremamente limitato, ma anche osteggiato e persino sanzionato penalmente. Non esistono linee guida nazionali e, di conseguenza, l'elenco delle patologie per le quali è consentito il ricorso a tali medicinali varia da Regione a Regione e tende, in ogni caso, a ridurre al minimo la possibilità di accesso, fino alla totale indisponibilità in alcune aree del territorio nazionale. La prescrizione a pagamento tramite "ricetta bianca" dovrebbe risultare più semplice, se non fosse che una parte assai significativa della classe medica continua a non considerare la cannabis un farmaco e ne ostacola l'utilizzo.
C'è, poi, il problema della crescente difficoltà di approvvigionamento. Come ha scritto Marco Perduca, sul Manifesto del 3 giugno scorso, è prevedibile che "il fabbisogno del 2020 tenda a superare la soglia dei 1000 chilogrammi annui (con un incremento del 50% rispetto al 2019)". L'ente autorizzato, lo stabilimento Chimico Farmaceutico militare di Firenze, produce annualmente infiorescenze pari a circa un sesto di quanto necessario e, di conseguenza, si deve ricorrere al mercato estero, con tutte le difficoltà che ciò comporta. Le ragioni di questa scarsità sono molteplici e vi si è accennato, ma la principale rimane una diffusa diffidenza verso quell'oggetto oscuro e inquietante che è la droga e la sua rappresentazione mitico-irrazionale.
La conseguenza è desolante: secondo le denunce dell'Associazione Luca Coscioni di Filomena Gallo, Marco Gentili, Marco Cappato e Mina Welby, del Partito Radicale di Rita Bernardini, della neonata Meglio Legale di Antonella Soldo, del Forum Droghe di Franco Corleone e della rubrica, condotta ormai da vent'anni (mirabile esempio di resistenza anche fisica), da Roberto Spagnoli su Radio Radicale, centinaia di malati si trovano a dover patire sofferenze non lenibili per la combinazione tra perversione burocratico-amministrativa e preconcetti ideologico-morali.
A dicembre, le Nazioni Unite sono chiamate a esprimersi sulla riclassificazione della cannabis: una volta cancellata dalle tabelle definite dalla Convenzione sugli stupefacenti del 1961, la cannabis dovrebbe ottenere - come chiede l'Organizzazione Mondiale della Sanità - il riconoscimento di pianta con proprietà mediche.
Se accadrà, si potrà immaginare che un giorno, nemmeno troppo lontano, guardando indietro ci sorprenderemo delle resistenze antiscientifiche e delle credenze esorcistiche che hanno impedito per lungo tempo alla ricerca di procedere in questo campo. Ciò che non potremo dimenticare saranno le sofferenze di Walter De Benedetto, Fabrizio Pellegrini e di tanti altri.
ciociariaoggi.it, 1 novembre 2020
L'8 marzo un gruppo di detenuti devastò due sezioni del carcere per protesta. Ad aprile udienza preliminare per decidere il rinvio a giudizio sollecitato dal pm. Rivolta in carcere per paura del Covid, la procura chiede il rinvio a giudizio di 21 detenuti. Questi ultimi ora sono stati trasferiti in altri penitenziari, del Lazio, della Campania e dell'Abruzzo. Tre i frusinati, ma ci sono degli stranieri residenti in Ciociaria. La protesta, come avvenne anche altrove in quei giorni, lo scorso 8marzo. Ai ventuno, che il 9aprile dovranno comparire per l'udienza preliminare, è contestata la devastazione.
Sono accusati di aver devastato, "al fine di mettere in atto una protesta", le sezioni A e 2° del 1° reparto della casa circondariale di Frosinone, "rendendole inagibili, distruggendo suppellettili e arredi, mandando in frantumi vetri di porte e gabbiotti di guardia degli operatori, incendiando delle cassette elettriche e di indumenti, distruggendo le telecamere di sorveglianza, spargendo il contenuto di estintori a terra, scardinando grate di protezione ai locali e mettendo a soqquadro tutte le stanze".
Nel corso della protesta è intervenuto il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia che, poi, avrebbe letto una dichiarazione dei detenuti che così avevano abbandonato la protesta. In ottanta subito erano stati trasferiti in altre carceri. La protesta era scaturita perle disposizioni adottate dalle autorità carcerarie per la prevenzione della diffusione del Covid-19. Nei giorni scorsi una sezione del reparto devastato è stata adibita ad accogliere i detenuti positivi al Covid asintomatici. Subito è scattato lo stato di agitazione dei sindacati della penitenziaria.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 1 novembre 2020
Mercoledì 28 ottobre è stata l'ennesima giornata nera nella regione indiana di Jammu e Kashmir. Per tutto il giorno le forze speciali antiterrorismo hanno effettuato raid nelle case e negli uffici di difensori dei diritti umani, giornalisti e gruppi della società civile. Vittime di queste intimidazioni sono stati, tra gli altri, Khurram Parvez, coordinatore della Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir e Parveena Ahanger (nella foto), presidente dell'Associazione dei genitori delle persone scomparse.
Secondo l'Agenzia investigativa nazionale, come sono chiamate le forze speciali antiterrorismo, vi erano "informazioni credibili" che le due organizzazioni stessero usando fondi provenienti dall'interno e dall'esterno dell'India "per finalità di secessione e terrorismo nel Jammu e Kashmir". Le due organizzazioni pagano in realtà il prezzo delle loro costanti denunce sulle violazioni dei diritti umani, come la tortura, le esecuzioni extragiudiziali e la detenzione amministrativa a tempo indeterminato.
A settembre, l'Associazione dei genitori delle persone scomparse aveva trasmesso alle Nazioni Unite quasi 40 testimonianze di vittime di detenzione arbitraria e tortura. Un mese prima, nel suo rapporto biennale, la Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir aveva denunciato 32 casi di esecuzioni extragiudiziali.
Altri raid hanno riguardato le organizzazioni non governative Athrout e GK Trust e l'abitazione del corrispondente locale dell'Agence France-Presse, Parver Bukhari. Ricordiamo che la stessa Amnesty International ha dovuto sospendere tutte le sue attività dal 1° ottobre dopo il congelamento dei suoi conti bancari, ordinato poco dopo che aveva diffuso un aggiornamento sulla situazione dei diritti umani in Jammu e Kashmir in cui aveva denunciato, tra l'altro, attacchi e intimazioni nei confronti di 18 giornalisti in poco più di un anno.
di Paolo M. Alfieri
Avvenire, 1 novembre 2020
"Cambiamenti climatici, insicurezza e violenza hanno alimentato l'esodo". Lo studio a 25 anni dall'omicidio a Merca di Graziella Fumagalli. Un Paese in cui "la pericolosa sinergia di violenza e cambiamenti climatici produce i suoi effetti più devastanti".
In cui "all'insicurezza, al gran numero di sfollati interni (2,6 milioni) e di rifugiati all'estero (più di 800 mila), alla carenza di tutti i servizi sociali" si devono sommare "le sempre più frequenti carestie dovute a siccità, inondazioni e altre catastrofi (come la recente invasione di locuste)" che la colpiscono in modo ricorrente. Tanto che "nei primi otto mesi del 2020 circa 700mila persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case per le alluvioni e altre 200mila a causa di espulsioni, insicurezza, violenze".
È il ritratto di una Somalia drammaticamente instabile quello che viene emerge dall'ultimo dossier Caritas intitolato, non a caso, "Nazione a frammenti. Crisi perenne di un popolo senza Pace". Un documento lucido, pieno di dati e storie, diffuso ieri a 25 anni esatti dall'omicidio di Graziella Fumagalli, medico e capo progetto di Caritas Italiana, coordinatrice del centro anti-tubercolosi di Merca. Il dossier fa il punto sulla crisi istituzionale, sociale e umanitaria che la Somalia attraversa dalla caduta del regime di Siad Barre, nell'ormai lontano 1991.
Una situazione che mai viene affrontata nei grandi summit internazionali e che sembra non interessare a nessuno.
Nel silenzio del mondo è stato Papa Francesco, lo scorso 29 dicembre, a ricordare la tragedia del Paese, pregando per la Somalia ferita al cuore in quei giorni dall'ennesimo attentato terroristico che nella capitale Mogadiscio aveva tolto la vita a oltre un centinaio di persone. Il Pontefice in quell'occasione aveva espresso vicinanza ma anche condanna per un gesto folle, "orribile", rivendicato dagli islamisti di al-Shabaab. Ma l'estremismo islamico, nelle diverse forme assunte in Somalia negli ultimi tre decenni, è solo uno dei fenomeni che hanno contribuito a devastare quello che è stato a più riprese definito un "failed state", uno Stato "fallito".
La frammentazione dei suoi clan, gli interessi dei signori della guerra, un governo centrale mai veramente riconosciuto a livello locale e la vulnerabilità agli choc climatici sono tutti aspetti che minano la stabilizzazione e che rendono un terzo della popolazione dipendente dall'assistenza umanitaria.
E dire che, nonostante le difficoltà, prima della pandemia del Covid-19, l'economia della Somalia non solo era in forte crescita, ma si era ormai consolidata anche la ripresa in seguito alla siccità del 2016-17. La crescita economica per il 2019 ha avuto un tasso stimato del 2,9% e le previsioni per il 2020 erano del 3,2%.
Ma la pandemia ha interrotto questo trend e il futuro resta più che incerto. In mezzo a questo disastro umanitario importanti sono state in questi anni le iniziative della stessa Caritas Italiana: complessivamente dal 2011 al 2020 sono stati realizzati progetti per oltre 2,5 milioni di euro. Impossibile non menzionare poi la presenza della Chiesa in Somalia, composta da una piccola comunità costretta a vivere nel nascondimento per paura delle rappresaglie dei fondamentalisti islamici. Molte anche le vittime, da monsignor Salvatore Colombo a padre Pietro Turati dalla missionaria laica Annalena Tonelli a suor Leonella Sgarbati e molti altri, che, come la stessa Graziella Fumagalli, hanno versato il loro sangue nel servizio dei malati, dei poveri e della giustizia.
di Francesca Ghirardelli
Avvenire, 1 novembre 2020
Nell'isola greca il coronavirus è solo uno dei tanti problemi di questa gente rimasta senza terra né casa, fuggita da guerre e terrorismi. Doccia, chi ha parlato di doccia? La notizia della distribuzione, tenda per tenda, di ticket per accedere al servizio-docce è circolata veloce tra i 7.700 sfollati di Moria rimasti sull'isola di Lesbo, ora alloggiati nel campo temporaneo di Kara Tepe, tirato su in fretta (e male) dopo i roghi dell'8, 9 e 10 settembre. Da allora, nessuno ha più fatto una doccia vera, almeno non dentro il campo che ne è sprovvisto. Malgrado il coronavirus circoli anche lì (in quarantena ora ci sono 33 persone, di cui 27 positive al Covid-19) non c'è allacciamento alla rete idrica comunale, cioè niente acqua corrente.
Fino ad ora le persone si sono lavate in mare, con l'acqua salata. O hanno dovuto contare sulla distribuzione di bottiglie e sui pochi rubinetti lava-mani dell'Acnur, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, collegati a sacche d'acqua per il rifornimento. Per questo la novità dei ticket-doccia è parsa subito rilevante: "Però non capisco: dicono che ognuno deve portarsi la propria acqua", riferisce via Whatsapp Morteza H., un ragazzo afghano sempre ben informato che vive nel campo. Qualche ora dopo, con le istruzioni multilingua fra le mani, fornisce tutti i dettagli: occorre portarsi "la propria acqua e il proprio secchio" perché viene offerto solo un posto appartato in cui lavarsi, lontano da occhi indiscreti.
"Ai rubinetti lava-mani la fila è lunghissima e le toilette sono chimiche, di plastica. Quindi quando si va in bagno, ci si porta una bottiglia anche lì", racconta Morteza H: "L'acqua del mare per lavarsi è fredda, questo non va bene per i bambini". Soprattutto non va bene per suo figlio che ha appena quattro settimane. È nato nell'ospedale di Mitilene, il capoluogo dell'isola, dopo 8 giorni che lui e la moglie (e altri 12mila sfollati di Moria) erano in strada, fuori dal vecchio campo incenerito. "Ci hanno detto che dovremmo fargli il bagnetto ogni due giorni. Non è facile: mettiamo a scaldare bottiglie al sole e quando sono tiepide lo laviamo. Inizia a fare freddo, così di notte mettiamo i nostri sacchi a pelo attorno a lui". Mamma e bambino sono entrati nella nuova tenda di Kara Tepe a pochi giorni dalla nascita, malgrado lei avesse subito un intervento chirurgico durante il parto. Anche per lei l'acqua del mare non è indicata.
Contro il virus sono state distribuite 48.500 mascherine dalla cooperazione svizzera, ma è tutto il resto a mancare: dopo mesi passati nel malsano campo di Moria, nessuno si sarebbe aspettato di vivere in condizioni ancora peggiori. Delle 900 tende allestite, al momento solo 300 hanno teli d'isolamento e 376 hanno pallet per terra. Nelle altre si è a contatto con il terreno (e con resti di munizioni di questo che era un poligono militare, tanto che c'è chi ha denunciato il rischio di intossicazione da piombo).
Quando il 13 ottobre sono arrivate le prime piogge, l'acqua ha inondato diverse tende, "come ci fosse il mare dentro" dice Morteza. Intanto, come accadeva a Moria, si fa la fila per tutto, e il distanziamento sociale pare l'ultimo dei problemi. Per il primo mese il cibo è stato distribuito solo una volta al giorno, con migliaia di persone in coda. Ora si è aggiunta una distribuzione mattutina ma è sempre più difficile fare approvvigionamento all'esterno: di domenica il campo è sigillato, non esce nessuno, e negli altri giorni si resta in fila ai cancelli, con quote massime per le uscite.
Intanto, secondo il meteo, su Kara Tepe si attendono nuovi temporali, una beffa per chi, senza potersi fare una doccia, deve mettersi in coda per lavarsi le mani e intanto vede fiumi d'acqua piombare dentro la propria tenda.
di Domenico Quirico
La Stampa, 1 novembre 2020
Gli armeni sono un ostacolo ai piani imperialisti turchi. Mentre l'Europa con tutto l'Occidente sta a guardare. Nel Caucaso esiste un angolo di terra che si chiama Armenia e un altro, ancor più piccolo, che si chiama Alto Karabakh. È un luogo. Pianure e montagne vi sono, e fiumi, laghi, foreste, città e burroni di pietra, e tutto è bello, non meno bello che in un altro luogo qualunque al mondo. Soltanto armeni vi sono e abitano da secoli questa terra. Ecco: esiste la terra e su di essa gli uomini, tre milioni di uomini.
Dalla fine di settembre, da quando gli azeri e i loro alleati turchi hanno attaccato l'Alto Karabakh per conquistarlo, c' è la guerra. Gli armeni la conoscono. Possono aprire un libro e raccontare un genocidio, il primo del secolo. Fulmineamente sembra che il tempo non sia passato per questo popolo risorto; abitano quella terra e pensavano di essersi finalmente meritati la benedizione di quella bellezza, il dono della sua ricchezza, per gli anni che hanno passato, e le città che erano state distrutte, i padri figli i fratelli uccisi, i cuori viventi ottenebrati dall'odio.
Guardiamo le foto che Roberto Travan ha scattato in Armenia e nell'Alto Karabakh. Le fotografie sono parole, sono atti di accusa, prove a disposizione del tribunale della Storia. Perché quello per l'Artsakh, così gli armeni chiamano questa regione, non è un conflitto guizzato fuori dalle mani maldestre della diplomazia; è un tentativo di eliminare gli armeni, un altro, l'ennesimo di distruggere questa piccola tribù cristiana che per i suoi nemici è gente che non ha nessuna importanza, e la cui storia è finita, le cui guerre sono state già tutte combattute e perse.
Gli armeni, asserragliati in quel loro campo di pietre, montagne che si sono sfasciate sul terreno come se il tempo le avesse invecchiate e fossero rimaste le ossa, conoscono la guerra: l'ultima negli Anni 90 sempre contro gli azeri ha fatto trentamila morti. Non si illudono più, sanno che essa non è romantica ma barbara.
La foto del cimitero di Stepanakert, la capitale. La fila in alto, con le corone e i fiori appassiti, è quella dei martiri del conflitto del Novanta; un gradone e sotto, la terra ancora fresca, la trincea dei morti di queste settimane di combattimenti. Più in basso attende lo scasso, appena spalancato dal badile degli sterratori, che abbraccerà i caduti di oggi, di domani. Tre tregue sono già state violate, gli azeri hanno bombardato anche l'ospedale pediatrico della capitale. Gli armeni sanno che sono soli, la guerra per loro durerà anni, rubando un insostituibile brano di vita.
Negli Anni 90 si combatté quasi corpo a corpo, i civili si rifugiavano nei boschi ma il cielo era azzurro e vuoto, dava speranza. Adesso la guerra è mille volte più orrenda, più bestiale, più disumana. Anche il cielo uccide, è nemico: è la guerra vigliacca, meccanica, il delitto perfetto dei droni che gli azeri, padroni del cielo, lanciano in continuazione. Un arsenale con il modello russo Bayraktar e quelli israeliani, i droni kamikaze, Orbitar e Harep2.
Sfrecciano, le sirene urlano, i rifugi, le cantine non servono a nulla. Lassù così in alto e così in lontananza da poterlo appena vedere un volo di terribili uccelli di ferro si muove in circolo cercando le sue vittime. Un rifugio: coperte di lana, giacigli da cui sbucano guance scavate e occhi scintillanti, facce sbiancate dalla tragedia, spossate da notti insonni. Ritirati in se stessi questi armeni come tutti i profughi di sempre, pensano alla vita e alla morte.
E poi un soldato con occhi da bambino, occhi di un campagnolo poco avvezzo alla guerra, scruta il cielo da una finestra della sua postazione, in mano l'inutile fucile. È all'opera qui una nuova, moderna, diabolica arte di annientamento. Uccidere non basta più. Gli azeri inviano sui telefonini degli armeni fuggiti (il 90% dei 150 mila abitanti del Karabakh si è rifugiata in Armenia, sono rimasti solo gli uomini a combattere), atroci messaggi: abbiamo torturato tuo fratello tuo padre tuo marito... Un uomo ha aperto il suo profilo Instagram: c'erano le immagini del fratello decapitato nel loro villaggio.
Dall'altra parte c'è la bestialità ruggente e infuriante dei mercenari siriani, islamisti che la Turchia impiega per le sue guerre imperialiste, contro i curdi, in Libia, ora qui. Attirati dal soldo, indifferenti all' essere a fianco degli azeri sciiti e con un governo post sovietico e laicista, sono in fondo povera carne da cannone. Hanno perdite elevatissime, gettati nella mischia senza rimorsi dai reclutatori di Ankara. Abbiamo inventato noi la privatizzazione della guerra, in Iraq. Ora si ritorce contro.
Un vecchio ucciso in un rifugio improvvisato la cui volta non ha retto alle bombe. Una mano pietosa gli chiude le palpebre, per sempre. Senti la necessità di urlare come se avessi preso in mano un ferro rovente. E vorresti sapere come erano gli occhi di questo vecchio spalancati sulla vita prima di quell'istante, la sua andatura, i suoi silenzi, la sua insonnia, la sua schiena curva. Quante esistenze ha vissuto un uomo prima di morire. Ho bene in mente la foto di una madre che abbraccia, sdraiata a terra, la tomba fresca del figlio ucciso. Non ci sono ombre, neppure scialbe. Senti l'infelicità dilagarti dentro. Tutto il dolore ci appartiene prima che i ricordi diventino minuscole, remote immagini sempre più piccole e lontane, finché non si dileguano del tutto. Su questo contano gli assassini di ogni tempo.
Questo massacro non è una appendice delle guerre del fanatismo, delle guerre di dio. È semplicemente un passaggio del disegno del nuovo impero ottomano che Erdogan ha raccolto dalle mani del subdolo sultano Abulhamid, dalle elucubrazioni omicide dei Giovani turchi che firmarono l'eliminazione di un milione e mezzo di armeni durate la Prima Guerra mondiale. Il progetto prevede che la Turchia e l'Azerbaigian si colleghino in questa area turcofona dell'asia centrale. Il Karabakh armeno sta in mezzo, bisogna spazzarlo via.
Eppure dio viene ucciso con gli uomini. Nella cattedrale di Shushi demolita, negli occhi di questo soldato ferito che accende in chiesa una piramide di candele. Nessuno in Armenia crede più nella giustizia delle guerre volute da dio, neppure ha più fede nella giustizia e nella durevolezza della pace che si vuole conquistare. Gli armeni come gli ebrei sanno come con la stessa rapidità con cui si cancellano dalle superficie della terra le orme del massacro può anche svanire dalla memoria degli uomini il ricordo del suo orrore. Un piccolo popolo, una nazione che si sforza di esser democratica assediata da uno scenario di tiranni più o meno ipocriti. Si illudono che Putin intervenga. Illusi. I despoti non si mordono, sono sempre complici. E noi Occidente, noi Europa? In Francia e negli Stati Uniti teppisti turchi istigati da Erdogan assaltano impunemente armati di martelli e cacciaviti i cortei degli armeni che chiedono solidarietà. Gli armeni si uniranno agli altri che abbiamo tradito, che abbiamo fatto finta di non vedere: i siriani i curdi gli ucraini i somali. Perché dovremmo spendere denaro e diplomazia, batterci per Paesi che la maggior parte degli occidentali non saprebbero neanche scrivere correttamente? Il Caucaso con il suo guazzabuglio di popoli, le lotte che si perdono nei millenni... Suvvia! Rinneghiamo ogni giorno la legge più alta, sei vittima, tu sei mio fratello, che onora la storia umana.
Afflosciati dalla pandemia e dall'economia chi immagina di affrontare Erdogan? Meglio restare alla memorabile formula di lord Hugh Cecil: grattare la testa del coccodrillo per fargli fare le fusa. Lo chiamarono anche lo spirito capitolardo di Monaco, 1938. Agli armeni braccati dai droni possiamo al massimo donare gli sterili piagnistei di belle anime contristate.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 1 novembre 2020
Con due voti a uno, i giudici hanno chiuso il procedimento contro i mandanti della strage del 1989 di cui il Tribunale di pace aveva disposto la riapertura. Accolto il ricorso della difesa dei militari, secondo cui si tratterebbe di "un fatto già giudicato". I mandanti del massacro dei sei gesuiti dell'Università centroamericana di San Salvador, della loro cuoca Julia Elba e di sua figlia Celina, avvenuto il 16 novembre del 1989, non pagheranno per il loro crimine.
Il muro di impunità alla cui ombra hanno potuto dormire sonni tranquilli in questi trentuno anni è infatti rimasto in piedi, più forte delle pressioni internazionali, dell'annullamento della legge di amnistia nel 2016, del clamore suscitato dalla condanna in Spagna (lo scorso settembre) di uno dei mandanti della strage, l'ex viceministro della Sicurezza Inocente Orlando Montano. Lui sarà l'unico a pagare, ma solo grazie all'Audiencia Nacional di Madrid, competente per giudicare il caso di assassinii di cittadini spagnoli all'estero (come erano cinque dei sei gesuiti uccisi).
La Corte suprema di giustizia salvadoregna ha invece un'altra volta dato scandalo, ordinando la chiusura del processo contro i mandanti della strage di cui il Tribunale di pace di San Salvador aveva disposto la riapertura nel 2017. Per due voti a uno, i giudici hanno infatti accolto il ricorso, chiaramente inammissibile, della difesa dei militari, secondo cui si tratterebbe di "un fatto già giudicato" estraneo a crimini di lesa umanità.
Una sentenza, definita dall'avvocato delle vittime Arnau Baulena "un'aberrazione giuridica", che pone probabilmente la parola fine a un iter giudiziario iniziato già nel 1991. Quando, cioè, si era svolto un processo contro nove militari viziato da clamorose irregolarità e senza un solo interrogatorio ad accusati e testimoni, terminato con la sola condanna del colonnello Guillermo Alfredo Benavides e del tenente René Mendoza, rimessi in libertà appena 15 mesi più tardi grazie all'amnistia decretata nel 1993 dall'allora presidente Alfredo Cristiani.
di Susanna Marietti
Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2020
I numeri dei contagi in carcere hanno cominciato a crescere con rapidità. Nella mattina di mercoledì si parlava di circa 150 tra i detenuti e 200 tra i membri del personale. In entrambi i casi ci sarebbe stata una crescita di circa cento unità nell'ultima settimana. Ma questi numeri sono già vecchi. Nel solo carcere di Terni, infatti, si parlava poche ora fa di una ventina di contagi, mentre adesso pare si siano raggiunti i 55. Il fatto che nella prima ondata di Covid-19 le carceri italiane non si siano trasformate in una bomba sanitaria non significa purtroppo che ciò non possa accadere in futuro.
di Gianpaolo Catanzariti*
Il Riformista, 31 ottobre 2020
Il ministro Bonafede ripropone le stesse misure del Cura Italia. Non c'è nessuna attenzione per i detenuti in attesa di giudizio e tantomeno nessun beneficio "salva-Covid" per i condannati in via definitiva.
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