di Enzo Scandurra
Il Manifesto, 1 novembre 2020
Essere vecchi è una colpa? Nell'età cosiddetta moderna lo è sempre stato. Il neoliberismo con la sua spietata ideologia produttiva ha tanto più sancito questa affermazione: chi non produce non serve, tanto più se con la sua pensione ruba il futuro ai giovani. Così si è fatta largo tra i media e la pubblica opinione l'idea di un conflitto di generazioni, in base al quale giovani e vecchi sono (inconsapevolmente) avversari, se non nemici.
Ora con il Covid questa idea, che appena si aveva il coraggio di sussurrare in alcuni ambienti, è venuta alla ribalta: tutto sommato se non ci fossero i vecchi ad occupare le terapie intensive e a morire, il virus potrebbe essere considerato poco più di una banale influenza, perché sono pochi i giovani che muoiono e si ammalano gravemente. In alcuni reparti ospedalieri (quelli sotto stress per i troppi ricoveri) si comincia a pensare che sarebbe giusto dare la precedenza a chi ha maggiore probabilità di sopravvivere (ovvero i giovani). È sbagliato?
Non avremmo mai dovuto affrontare un conflitto di questo genere, ovvero chi far sopravvivere e chi no e il fatto di essere arrivati quasi a questo punto ci dice che c'è qualcosa che non va. E questa volta la colpa non di questa o quella parte politica: tu vecchio avverti che stai sottraendo spazio alle future generazioni, che impedisci loro di svolgere quelle attività ludiche che i giovani hanno sempre svolto, la sera, la notte. Se continuano a farlo, sai che la prossima vittima del virus sei tu.
Perché ai vecchi il coprifuoco non cambia di una virgola la loro vita, ma sono i giovani (quelli chi vivono in famiglia a contatto con i vecchi) che sono costretti a rinunciare a molte delle loro libertà. Ora i vecchi sono ancora più vecchi perché avvertono che la loro fragilità è esposta a maggiori rischi e dovrebbero reagire (chi può, chi ha la preparazione culturale per farlo) con coraggio accettando prima di tutto la propria realtà demografica senza nasconderla e accettando che il tempo futuro che resta può essere anche breve.
Non di rassegnazione si tratta né di passiva attesa, ma essere consapevoli, come non mai prima di adesso, che il progresso e la modernità non hanno cancellato questo destino finale, questo attrattore strano verso il quale tutti convergiamo.
Bisogna avere anche pazienza e tolleranza verso i giovani; non vederli solo come possibili untori, come responsabili del contagio, ma in un'ottica di fratellanza di specie e di rinnovata solidarietà, qualunque sia il destino dei vecchi. Quello che invece è inaccettabile è vedere la razza padrona, Confindustria in testa, affermare, più o meno esplicitamente, che le "ragioni" dell'economia sono più forti di quelle della salvaguardia della salute. Essi sostengono che sia meglio morire di Covid piuttosto che di economia, ovvero di fame.
Loro che di fame non moriranno di sicuro. Ma se tutti gli Stati (almeno) d'Europa per un momento lasciassero stare le "ragioni dell'economia" e si preoccupassero di destinare tutte le risorse e le infrastrutture per combattere il virus (e i cambiamenti climatici), costi quel che costi, non sarebbe questo l'avvio di un diverso modello di sviluppo? Un tempo (non so se ancora adesso) quando iniziavano i grandi lavori magari per un traforo di una montagna lungo decine di Km, si predisponevano anche delle bare (ben nascoste agli occhi) perché tra i "danni collaterali" c'era anche la quasi certezza di alcune morti. In compenso la grande opera inaugurava un grande progresso di cui avrebbero usufruito le generazioni future. Vale ancora oggi?
di Marco Damilano
L'Espresso, 1 novembre 2020
"Basta con la retorica della sanità che funziona. La negazione dell'ingiustizia sociale. La politica che cerca il consenso sul virus". Lo scrittore Roberto Saviano racconta il paese disperato.
Sono i giorni italiani dell'ira. Di rabbia, di protesta, di grida nelle piazze di antichi professionisti e di giovanissimi sconosciuti.
Avevamo in programma di vederci per parlare del suo nuovo libro, una lunga lettera indirizzata a un ragazzo che frequenta il liceo Diaz di Caserta, che si chiama Roberto, l'alter ego dello scrittore, sé stesso, "coi lunghi capelli ramati - dove sono finiti, maledizione, quei capelli?". Una mappa per non perdersi, una cartina, una bussola tra personaggi, parole, storie.
"Volevo intitolarlo "Manuale per non diventare stronzi". I siti e i giornali ci rimandano al fuoco per le strade, il discorso va subito su quanto sta succedendo, e viene fuori una conversazione intima, sincera, senza muri o pudori: "Ti confesso una cosa: sono stanco della retorica sulle bellezze del nostro Paese e sulla sanità pubblica che ce la invidia tutto il mondo, perché non è vero. E sono stanco anche di una sinistra che si rintana dentro i buoni modi, la buona educazione, la gentilezza. Io invito a gridare contro tutto questo".
Non ti sembra che in Italia ci sia già abbastanza gente che grida? In tv e ora nelle piazze, contro le chiusure decise dal governo?
"Sapevo che scegliere come titolo di un libro "Gridalo" era scivoloso. Il grido non è soltanto lotta o rivolta, può essere anche un vaffanculo, un grido della disperazione o dell'orgasmo, tu scegli cosa gridare. Gridare significa prendere parte. Grido dunque sono, lo scrisse il cubano Reinaldo Arenas. Ma quando la parola diventa martello non riesci neppure a svuotare la tua rabbia".
Tu di recente hai mandato "a cagare", cito, il segretario del Pd, però.
"L'ho fatto perché non basta più rintanarci dentro i buoni modi, la buona educazione. Basta con le prediche contro l'odio. Io, per esempio, sento di odiare tantissimo. Devo disciplinarmi per non far emergere in pubblico un odio che provo in modo assoluto".
Chi odi?
"Io odio chi mi ha fatto del male. Odio quelli che stanno dalla mia parte ma poi mi pugnalano alle spalle perché mi detestano. Li odio profondamente, personalmente. Devo lavorare per andare oltre, perché questo odio mi delegittima, corrompe le mie parole e il mio impegno, corrode me stesso. Ma non credo la strada da seguire sia la gentilezza. È ora dire basta: basta con il mondo mediatico che ospita il peggio, con giornali che hanno fatto cose ignobili, dossieraggio e istigazione al razzismo, che hanno perso qualsiasi autorevolezza ma vengono tenuti al tavolo perché deve esserci tutto, anche la quota della merda".
Non sono questi i giorni della gentilezza. Si sta gridando in quasi tutte le città italiane, a partire da Napoli. Si sfasciano le vetrine, si aggrediscono i giornalisti.
"È una rivolta arrivata in ritardo. La gente ha pensato che la pandemia fosse finita, si è scatenata la rabbia quando si è visto che non era così e ora i soldi mancano, i locali chiudono, il lavoro nero diventa l'unico possibile. Napoli è stato l'inizio, come al solito, ma ora le manifestazioni si sono spostate nelle altre città italiane. E sono pronte a scoppiare le banlieues in Francia, Spagna, Inghilterra".
Cosa vedi in queste piazze?
"C'è una parte violenta che è abituata a vivere di disagio. Gli ultras, i disoccupati organizzati, gente che vuole l'obolo. Ma anche tantissime persone che sono disperate. I commercianti che hanno messo i locali a norma. I soldi che mancano sono l'ossessione. E i ragazzi sottosopra che non capiscono come mai siamo di nuovo qui. Anche i saccheggi di Torino e Milano sono componenti di una rabbia generalizzata in cui poi si inserisce chi è abituato agli scontri".
Abbiamo scritto per anni che la società italiana era anestetizzata e che il vulcano sociale non esplodeva. Ora invece scopriamo che non si vedeva l'ora di andare in piazza a spaccare tutto: è una nostra schizofrenia interpretativa?
"Chi vive oggi il disagio non va neppure in piazza, è soltanto disperato. L'usura è a livelli impressionanti, le mafie diventano i protettori che mediano con l'usuraio. Questa seconda ondata non è una sventura inaspettata. Nel momento di tregua bisognava pensare a risorse, strumenti, flussi, sui trasporti e nelle scuole. Anche i teatri e i cinema sono stati messi in sicurezza e poi chiusi. Franceschini ha detto una frase terribile: non vi rendete conto della gravità della situazione. No, Franceschini, sei tu che non ti rendi conto che la gente si sente presa per il culo! La politica ha vissuto di speranza, il virus è finito, e non ha organizzato nulla perché si sarebbe creato molto disagio e poco consenso".
In primavera il nemico invisibile di tutti era il virus, oggi sono i poliziotti, i giornalisti, ma anche il vicino, quello che fa il tampone o che riceve il sussidio e io no.
"Carl Schmitt ti racconta che puoi governare solo quando metti tutti contro e ti fai garante, quando fai sì che il potere difenda da un nemico. Mi sono chiesto perché Assad e Putin possano godere di simpatie in Occidente e mi sono risposto che nella disperazione finisci per appoggiare qualunque cosa superi il tuo quotidiano. Odio l'esperto che non mi aiuta. Odio la democrazia che non mi ha dato nulla".
Schmitt parla di stato di eccezione che, scrivi, "per un politico è come il miracolo per chi crede". Mai avremmo pensato in un regime democratico di ritrovarci nello stato di eccezione provocato dal Covid, con i decreti ministeriali che codificano gli aspetti più minuti delle nostre vite.
"Nell'eccezione si osserva la dinamica del potere nella sua nudità. In questo stato di eccezione, in realtà, c'è anche un commissario incompetente, ministri fragilissimi, l'assenza di soldi. All'inizio c'è stato un serrarsi intorno al premier perché cercavamo un capo che volesse salvarci, proteggerci. Conte si era trovato nella condizione di chiudere ed è stato sufficiente per riconoscerlo come una giusta guida. Ora comincia a sentirsi la mancanza di autorevolezza. E sarà molto difficile per il governo non pagare le conseguenze di questa incompetenza".
Il potere può dire la verità ai governati?
"È stato Goebbels a dire che la verità non è sopportabile. Il popolo vuole vivere, se gli dai la verità non vorrà più farlo. Devi proteggere il popolo dalla verità e dare una lettura delle cose per sollevarlo da questa fatica. Per Goebbels lo faceva il partito nazista, oggi lo fa l'algoritmo che non è mai neutrale ma è un'idea politica scritta matematicamente, come ha scritto Cathy O' Neil".
Nel libro parli di Anna Politkovskaja, che prima di essere uccisa fu delegittimata con insinuazioni di tipo privato. È il percorso del potere: mandare in frantumi una vita. Scrivi: il web è vorace, è una sabbia mobile. E la cronaca scandalistica è "vita compressa".
"Se vuoi fermare qualsiasi posizione politica la prima cosa è delegittimare la persona. La Cia metteva i microfoni nelle stanze di albergo dove dormiva Martin Luther King e faceva ascoltare alla moglie Coretta i suoi ansimi con altre donne. Quando a sinistra viene pretesa la purezza, l'assoluta morale, i difetti, le contraddizioni, i vizi distruggono l'intera tua moralità. Trump è un presidente che ha avuto rapporti provati con la mafia e ha negato il covid, ma non ha subito il trattamento ricevuto da Clinton con Monica Lewinsky. Il gossip non è innocenza, è squadrismo".
Parli anche di te stesso?
"Io ho due fortune: sono sempre accompagnato da altre persone. E il mio passato da scandagliare è molto poco perché sono emerso da giovane. Nonostante questo, per anni hanno intervistato persone vicine a me, sono andati a prendere le lettere che scrivevo ai giornali quando avevo sedici anni. All'inizio le leggende su di me mi mettevano paura, poi ho capito che non potevo starci dietro. È il meccanismo che si aziona verso chiunque mette la sua notorietà al servizio di un progetto di cambiamento. Il bene è sospetto. Dovremmo rifondare un modo di raccontare tenendo fuori il gossip, lo spiare dalla serratura. Dire che l'intimo di una persona mi interessa, il privato no. Il privato è sempre estorsione. Negli anni '60 la destra era sessuofobica e la sinistra libertina, adesso è il contrario".
Abbiamo le carte in regola per dirlo? Penso a Berlusconi, inchiodato alla sua vita sessuale dalla sinistra. E oggi a Trump. Invece di essere contestati sulla loro politica pessima.
"Forse il gioco è stato mostrare una vita così inaffidabile da rendere inaffidabile il loro operato politico. Non ha funzionato, per molte ragioni. Innanzitutto perché la loro inaffidabilità privata la proclamavano. E poi perché nel privato delle persone tutto si consuma, il gossip oggi funziona e domani viene dimenticato. E intanto non racconti un orizzonte politico, una convivenza con il peggio".
È stato ucciso 45 anni fa, per il suo tempo Pasolini era l'intellettuale che gettava il corpo nella lotta. Tu scrivi: dire verità e giustizia non è un atto narcisistico. Di nuovo stai parlando anche di te?
"Dopo la morte Pasolini è stato santificato da tutti, ma da vivo era odiatissimo anche dai colleghi. Si teneva lontano dalle edicole per non vedere associato il suo nome a titoli cubitali a azioni abiette. Ma all'epoca lo attaccavano giornali che vedevi se li compravi, oggi la delegittimazione è indirizzata a chi ti sostiene, punta a metterti contro chi è con te. Oggi testimoniare è pericolosissimo. È la storia di Khashoggi e di Daphne Caruana. Chi testimonia non si candida e non diventa ministro o senatore, ma resta solo. Una settimana fa in tribunale al processo per le minacce dei Casalesi io ero da solo, a parte la Federazione nazionale della stampa. Non c'erano colleghi, non c'è stata nessuna presa di posizione".
Per anni si è detto che saresti entrato in politica. Con altri partiti, con un tuo partito, perfino da candidato premier.
"Vero. Persone che mi volevano bene mi chiedevano di candidarmi: vai alla Camera o al Parlamento europeo".
Perché hai rifiutato?
"Perché la mia testimonianza non poteva declinarsi in quel modo. È un modo nobile, ma non sopporto chi lo fa per poi uscirne come se non fosse accaduto nulla".
Tu hai gettato il tuo corpo nella lotta. Il tuo corpo protetto, il tuo corpo scortato, ma anche la fisicità dei tuoi interventi per chi ti ha seguito dal vivo o in televisione. Al tempo stesso è un corpo prigioniero che non può andare in persona a vedere le cose. Quanto ti manca non andare in una piazza oggi a vedere che succede?
"Non posso andare, diventerei non l'occhio che racconta ma l'oggetto della notizia. C'è stato un tempo in cui sono stato simbolo di un sud diverso, di persone che si identificavano in un progetto di resistenza. Da tempo sono soprattutto un bersaglio. Io ho perso la possibilità di considerare il mio corpo libero, anche quando sono solo con me stesso. Non vado al mare non solo per condizioni di sicurezza, ma perché non sopporterei che qualcuno scrivesse che lo faccio con la scorta a spese dello Stato".
In mezzo alle grida c'è l'eco di quello che non si può dire. Nella parola, nella scrittura resta la parola sottratta. Tu scrivi: per me è impronunciabile la luce, voglio raccontare l'ombra.
"Guarderò sempre l'ombra perché questo è il compito di chi racconta. Guardare le ferite per guarirle, sapendo che sarai accusato di aver creato tu le ferite che hai illuminato. Questo grido è scritto con il mio corpo. Una cosa è denunciare, un'altra è testimoniare. Denunciare è affidare alle parole il compito di lasciare traccia. Testimoniare significa che sul tuo corpo cadrà la responsabilità di quello che dici e che fai. Come Emile Zola, per difendere Dreyfus mise il suo corpo a garanzia di una persona che neppure stimava ma era un innocente e distrusse la sua vita. Perse tutto per testimoniare. Testimoniare è prendere parte, stare in strada. E anche sbagliare".
Dove sono finiti, maledizione, i tuoi capelli?
"Mi hanno abituato fin da giovane a misurarmi con qualcosa che perdevo... alla fine resisto per appartenere. È molto facile essere ribelli quando si ha un grande consenso. Io non l'ho avuto, ho sentito vicinanza ma i guai sono stati moltissimi. Quando lotto sento che sono io. E che forse ha avuto senso pagare quel che ho pagato".
di Roberto Saviano
L'espresso, 1 novembre 2020
La prima città ad esser scesa in piazza contro l'ipotesi di nuove misure restrittive per arginare la pandemia è stata Napoli. Come avevo detto a caldo, non si sarebbe trattato di un episodio isolato, ma ben presto anche altrove sarebbero iniziate proteste. Facile previsione, ma parliamoci con onestà, che sia accaduto prima a Napoli e che ci siano stati episodi di violenza, ha dato il via a una serie di analisi che hanno volutamente glissato sulla gravità della situazione per concentrare l'attenzione sui camorristi e sui fascisti che hanno messo la piazza a ferro e fuoco.
La loro presenza è fuor di dubbio; i primi sempre pronti a mostrarsi dalla parte dei deboli, salvo poi fare affari sulla disperazione, i secondi sempre attivissimi sui social e molto probabilmente solo lì. E se non è mai possibile giustificare la violenza, è invece nostro dovere rintracciarne le cause evitando, se possibile, analisi banali. Le dichiarazioni di Vincenzo De Luca sono state la miccia e hanno fatto danni incalcolabili dimostrando quanto sia pericoloso parlare senza considerare gli effetti che le parole arrivano a produrre.
Il discorso in cui Vincenzo De Luca annunciava ai campani un nuovo lockdown imminente ha generato panico e disperazione non tra i camorristi, che invece dal lockdown hanno tutto da guadagnare, ma tra le persone per bene che da un momento all'altro si sono viste negare non certo la possibilità di accesso alle piazze di spaccio dopo le 23 o l'aperitivo serale, ma la possibilità di lavorare e quindi di poter vivere dignitosamente.
La disperazione a Napoli (come altrove) è reale, non è sceneggiata; il senso di abbandono che si prova quotidianamente è ora esacerbato dalla paura e dall'incertezza di non sapere cosa stia esattamente accadendo, quali decisioni verranno prese e perché. Ecco, quello che spesso sfugge sono i tanti perché che non vengono spiegati se non usando il bastone; sul presupposto che noi cittadini non saremmo in grado di comprendere, viene tutto comminato come fosse una giusta punizione da accettare in ragione di colpe che senz'altro ci appartengono.
Eppure riusciamo a scorgere la differenza enorme che passa tra chi scende in piazza senza mascherina per dire che il virus non esiste e chi scende in piazza per affermare che, come il virus, uccide la crisi. Ho seguito con orrore il dibattito sulla chiusura di cinema e teatri, misura contenuta nell'ultimo Dpcm firmato dal Presidente del Consiglio. E devo dire che non è chiaro quali siano i criteri secondo cui un servizio venga considerato essenziale o inessenziale. Cinema e teatri per il governo sono attività inessenziali, sono essenziali altre attività come per esempio i luoghi di culto e i centri commerciali. Dietro questa distinzione tutti scorgiamo una ratio, ovviamente, ma è aberrante: pregate il vostro Dio, spendete i vostri soldi, ma la cultura è superflua.
È chiaro che non è possibile decidere arbitrariamente cosa sia essenziale e cosa inessenziale perché, nel farlo, si compie non solo un atto profondamente autoritario e antidemocratico, ma si decide a tavolino quali attività e ambiti possano sopravvivere e quali morire.
Si è deciso di condannare a morte cinema, teatri, compagnie teatrali, progetti culturali, tutto ciò che aiuterebbe ad affrontare questo momento difficile con maggiore consapevolezza, a fronte di un pericolo di contagio che non è oggettivamente né superiore né inferiore rispetto ad altri ambiti. Oppure no, oppure è addirittura inferiore, considerando che teatri e cinema non vengono presi d'assalto la domenica come i centri commerciali.
Eppure, a Dario Franceschini, ministro per i Beni Culturali, il giorno successivo alla firma del Dpcm sono stati offerti pulpiti da cui è riuscito a dire ciò che un politico non dovrebbe mai dire, e cioè che chi si lamenta non ha capito la gravità della situazione legata ai contagi. Ed eccola la frattura che spesso abbiamo provato a indicare ma che non sempre si manifesta in maniera tanto evidente: quando la politica afferma che le persone non capiscono, la politica ha fallito.
di Luca Geronico
Avvenire, 1 novembre 2020
A Usivak la distribuzione del tè costruisce relazioni mentre gli operatori Caritas svolgono corsi per i ragazzi. Il nunzio Pezzuto: vitale sostenere la speranza. "Non so quanto è durato il viaggio dall'Iran fino a qui, mi ricordo che abbiamo viaggiato tanto a piedi. Prima - ti spiega la ragazzina in giacca a vento arancione - abbiamo passato del tempo in Turchia". Adesso sorseggia una tazza di tè sulla scalinata in cemento che porta al "Social corner", inaugurato pochi giorni fa al "campo di ricezione temporanea" di Usivak, a una ventina di chilometri da Sarajevo.
È stato il nunzio apostolico Luigi Pezzuto a inaugurarlo perché il prefabbricato, montato alla sommità di una preesistente area spettacoli ad anfiteatro, è stato acquistato grazie a una donazione di papa Francesco in occasione della recente Giornata mondiale del migrante. Questa è "l'ultima tappa del percorso migratorio, prima di entrare in Europa. Quindi, è di vitale importanza sostenere la speranza di queste famiglie con bambini e minori non accompagnati in un futuro migliore", spiega l'arcivescovo Pezzuto. Una scelta certo non casuale il campo di Usivak. Fino al 2018 la rotta balcanica non transitava da qui: più conveniente - quando nel 2015 iniziò la grande ondata di profughi - entrare in Croazia o in Ungheria, le prime frontiere dell'Ue, direttamente dalla Serbia. Da un paio d'anni i violenti respingimenti delle polizie di frontiera hanno riversato decine di migliaia di profughi in Bosnia Erzegovina, totalmente impreparata a questa emergenza.
Il campo di Usivak è gestito dall'Organizzazione delle migrazioni (Onu) grazie a fondi Ue mentre le autorità locali "di fatto si sono rifiutate di organizzare una politica migratoria lasciando le agenzie umanitarie senza reali interlocutori", spiega Daniele Bombardi coordinatore di Caritas Italiana nei Balcani. Una emergenza inaspettata per un Paese da cui tradizionalmente si emigrava, e con numeri importanti: si stima siano stati 35mila i transiti nel 2019 in Bosnia, mentre lo scorso agosto i campi con una capienza di 5mila posti accoglievano oltre 6.300 persone e altre 4mila dormivano per strada. Uomini soli, famiglie con bambini e anche minori non accompagnati - il più piccolo a Usivak ha solo 10 anni e viene dall'Afghanistan - che aspettano solo il momento buono per varcare la frontiera. "Vogliamo andare in Germania perché lì ci sono i miei nonni paterni. Invece la mia sorella più grande è rimasta in Iran con i nonni materni", ti spiega la piccola iraniana. Anche lei tenterà il "game" come lo chiamano tutti, il passaggio alla frontiera. Gli uomini soli provano ad avventurarsi sulle montagne in cerca di un valico, ma a rischio delle percosse, o peggio, della polizia di frontiera, che su molti di loro ha già lasciato profonde cicatrici. Le famiglie, con tariffe che vanno dai 3mila euro in su, si affidano ai "passeur" che, di confine in confine, hanno già prosciugato il piccolo capitale realizzato spesso vendendo casa.
E a Usivak si aspetta di passare, con l'emergenza Covid che da marzo a fine maggio ha costretto in lockdown duro pure i profughi. Poi mascherine e dispensatori di gel sono comparsi fra i vani ricavati da quella che era una vecchia caserma dismessa. Si aspetta, sapendo che il distanziamento fisico è impossibile. Si aspetta, ma non si vive: "Sono qui con tutta la mia famiglia: 2 fratelli, mamma e papà. Vogliamo andare in Germania, le mie zie sono già lì. Ma è da 3 anni che siamo in viaggio, è difficile" confida un ragazzino afghano. "È noioso stare sempre dentro al campo, ma il problema è anche uscire: non abbiamo soldi, e se anche uscissimo più spesso cosa potremmo fare?".
Così ogni giorno, al "Social corner", Caritas Italiana distribuisce il tè. È un modo di intessere relazioni e ascoltare i bisogni dei profughi in questa oasi sociale: "Cerchiamo di animare le loro giornate: si crea un punto di incontro e proponiamo dei corsi di alfabetizzazione per i più piccoli", spiegano i responsabili, due operatori di Caritas fissi e due volontari presenti ogni giorno. A Usivak non si vive, ma si può prepararsi al dopo: apprendere una lingua straniera o frequentare dei corsi professionali. Il distanziamento da Covid impone non più di 30 presenze al giorno, suddivise in due turni. Primi passi di una attività (il tè per tutto il campo e i primi corsi) che costa almeno 2mila euro mal mese e che si può sviluppare ulteriormente con psicologi o insegnanti specializzati.
"Il 27 marzo, in una piazza San Pietro vuota, papa Francesco ha enunciato i valori e le idee per costruire una comunità migliore dopo la crisi della pandemia", ricorda Daniele Bombardi. "Ho in mente questa frase di Francesco: Dobbiamo trovare il coraggio di aprire nuovi spazi, dove ognuno possa sentirsi benvenuto, e dove possiamo mettere in campo nuove forme di ospitalità, di fratellanza e solidarietà". Al Social corner di Usivak il tè caldo è servito.
di Luigi Manconi
La Stampa, 1 novembre 2020
Walter De Benedetto ha 49 anni e da 35 soffre di artrite reumatoide. Una malattia cronica che colpisce le articolazioni portando a una perdita della mobilità e a dolori lancinanti.
Per lenirli, De Benedetto ha fatto ricorso a farmaci a base di cannabis, prescrittagli dal suo medico. Ma la difficoltà a reperirli, la disponibilità limitata e il costo elevato, hanno causato frequenti interruzioni della terapia. Quando è stato necessario aumentare il dosaggio, il servizio sanitario della regione Toscana non è stato più in grado di provvedere. Da qui la decisione di De Benedetto di avviare la coltivazione di cannabis nel proprio giardino.
Il 23 settembre del 2019 una perquisizione dei carabinieri trova nella sua abitazione e in una vicina struttura piante, semi e oggetti per la coltivazione. L'indagine per violazione dell'articolo 73 del Testo Unico sulle Sostanze Stupefacenti è ancora in corso. E si tratta di una storia tutt'altro che rara.
Il 23 luglio scorso Fabrizio Pellegrini è stato assolto dal Tribunale di Chieti perché "il fatto non sussiste", in considerazione della "destinazione di tipo domestico e del numero ridotto di piante detenute". La sentenza arriva a conclusione di una storia iniziata vent'anni fa, quando a Pellegrini fu diagnosticata la fibromialgia. Una malattia autoimmune che causa forti dolori, rigidità muscolare, cefalea e disturbi del sonno: negli stadi avanzati, porta all'erosione di tutte le articolazioni. Quando Pellegrini verifica che il ricorso alla cannabis gli consente di recuperare un po' di mobilità, decide di coltivare alcune piante nella sua abitazione. Ne consegue una sequela di perquisizioni e arresti e una condanna a due anni di carcere. Infine, un medico gli prescrive l'uso della cannabis terapeutica, ma il suo costo si rivelerà presto insostenibile; e questo induce Pellegrini a riprendere la coltivazione domestica, fino a quando, nel 2016, viene nuovamente arrestato per possesso di 5 piante e di 430 grammi di infiorescenze. E questo nonostante l'Abruzzo si fosse dotato di una legge per regolamentare la distribuzione dei farmaci cannabinoidi. Dopo un'ulteriore lunga attesa, finalmente, nel luglio scorso l'assoluzione.
Osservando queste due vicende, si dovrebbe dedurre che in Italia il ricorso alla cannabis terapeutica sia fuorilegge. Ma così non è. Al danno, dunque, si aggiunge il grottesco. Infatti, dal 2007, la cannabis per fini medici è perfettamente legale. Da quell'anno, il Thc - il principio attivo della cannabis sativa - è inserito nella lista delle sostanze utilizzabili per la produzione di medicinali. La successiva norma, che costituisce il fondamento della regolamentazione dell'uso medico della cannabis, si trova nel Decreto Ministeriale del 9 novembre 2015, che autorizza la coltivazione per la produzione di medicinali di origine vegetale. In questo caso, è il Ministero della Salute a dover rilasciare le relative autorizzazioni.
Dunque, oggi la cannabis terapeutica può essere prescritta da qualsiasi medico; e la possibilità di accedervi è duplice: a pagamento o, attraverso il Servizio sanitario nazionale, gratuitamente. Ciò è ragionevole. Negli ultimi decenni, numerose ricerche hanno validato i benefici che la cannabis terapeutica può arrecare a chi soffre di sclerosi multipla, dolore oncologico e cronico, cachessia (in anoressia, Hiv, chemioterapia), glaucoma, sindrome di Tourette; sono in corso studi sugli esiti positivi per pazienti affetti da epilessia, patologie vascolari, metaboliche e gastro-infiammatorie.
Sia chiaro: la cannabis di per sé non guarisce alcuna patologia e non garantisce alcun risultato miracoloso, ma produce benefici accertati.
Tuttavia, il ricorso ai farmaci cannabinoidi in Italia risulta non solo estremamente limitato, ma anche osteggiato e persino sanzionato penalmente. Non esistono linee guida nazionali e, di conseguenza, l'elenco delle patologie per le quali è consentito il ricorso a tali medicinali varia da Regione a Regione e tende, in ogni caso, a ridurre al minimo la possibilità di accesso, fino alla totale indisponibilità in alcune aree del territorio nazionale. La prescrizione a pagamento tramite "ricetta bianca" dovrebbe risultare più semplice, se non fosse che una parte assai significativa della classe medica continua a non considerare la cannabis un farmaco e ne ostacola l'utilizzo.
C'è, poi, il problema della crescente difficoltà di approvvigionamento. Come ha scritto Marco Perduca, sul Manifesto del 3 giugno scorso, è prevedibile che "il fabbisogno del 2020 tenda a superare la soglia dei 1000 chilogrammi annui (con un incremento del 50% rispetto al 2019)". L'ente autorizzato, lo stabilimento Chimico Farmaceutico militare di Firenze, produce annualmente infiorescenze pari a circa un sesto di quanto necessario e, di conseguenza, si deve ricorrere al mercato estero, con tutte le difficoltà che ciò comporta. Le ragioni di questa scarsità sono molteplici e vi si è accennato, ma la principale rimane una diffusa diffidenza verso quell'oggetto oscuro e inquietante che è la droga e la sua rappresentazione mitico-irrazionale.
La conseguenza è desolante: secondo le denunce dell'Associazione Luca Coscioni di Filomena Gallo, Marco Gentili, Marco Cappato e Mina Welby, del Partito Radicale di Rita Bernardini, della neonata Meglio Legale di Antonella Soldo, del Forum Droghe di Franco Corleone e della rubrica, condotta ormai da vent'anni (mirabile esempio di resistenza anche fisica), da Roberto Spagnoli su Radio Radicale, centinaia di malati si trovano a dover patire sofferenze non lenibili per la combinazione tra perversione burocratico-amministrativa e preconcetti ideologico-morali.
A dicembre, le Nazioni Unite sono chiamate a esprimersi sulla riclassificazione della cannabis: una volta cancellata dalle tabelle definite dalla Convenzione sugli stupefacenti del 1961, la cannabis dovrebbe ottenere - come chiede l'Organizzazione Mondiale della Sanità - il riconoscimento di pianta con proprietà mediche.
Se accadrà, si potrà immaginare che un giorno, nemmeno troppo lontano, guardando indietro ci sorprenderemo delle resistenze antiscientifiche e delle credenze esorcistiche che hanno impedito per lungo tempo alla ricerca di procedere in questo campo. Ciò che non potremo dimenticare saranno le sofferenze di Walter De Benedetto, Fabrizio Pellegrini e di tanti altri.
ciociariaoggi.it, 1 novembre 2020
L'8 marzo un gruppo di detenuti devastò due sezioni del carcere per protesta. Ad aprile udienza preliminare per decidere il rinvio a giudizio sollecitato dal pm. Rivolta in carcere per paura del Covid, la procura chiede il rinvio a giudizio di 21 detenuti. Questi ultimi ora sono stati trasferiti in altri penitenziari, del Lazio, della Campania e dell'Abruzzo. Tre i frusinati, ma ci sono degli stranieri residenti in Ciociaria. La protesta, come avvenne anche altrove in quei giorni, lo scorso 8marzo. Ai ventuno, che il 9aprile dovranno comparire per l'udienza preliminare, è contestata la devastazione.
Sono accusati di aver devastato, "al fine di mettere in atto una protesta", le sezioni A e 2° del 1° reparto della casa circondariale di Frosinone, "rendendole inagibili, distruggendo suppellettili e arredi, mandando in frantumi vetri di porte e gabbiotti di guardia degli operatori, incendiando delle cassette elettriche e di indumenti, distruggendo le telecamere di sorveglianza, spargendo il contenuto di estintori a terra, scardinando grate di protezione ai locali e mettendo a soqquadro tutte le stanze".
Nel corso della protesta è intervenuto il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia che, poi, avrebbe letto una dichiarazione dei detenuti che così avevano abbandonato la protesta. In ottanta subito erano stati trasferiti in altre carceri. La protesta era scaturita perle disposizioni adottate dalle autorità carcerarie per la prevenzione della diffusione del Covid-19. Nei giorni scorsi una sezione del reparto devastato è stata adibita ad accogliere i detenuti positivi al Covid asintomatici. Subito è scattato lo stato di agitazione dei sindacati della penitenziaria.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 1 novembre 2020
Mercoledì 28 ottobre è stata l'ennesima giornata nera nella regione indiana di Jammu e Kashmir. Per tutto il giorno le forze speciali antiterrorismo hanno effettuato raid nelle case e negli uffici di difensori dei diritti umani, giornalisti e gruppi della società civile. Vittime di queste intimidazioni sono stati, tra gli altri, Khurram Parvez, coordinatore della Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir e Parveena Ahanger (nella foto), presidente dell'Associazione dei genitori delle persone scomparse.
Secondo l'Agenzia investigativa nazionale, come sono chiamate le forze speciali antiterrorismo, vi erano "informazioni credibili" che le due organizzazioni stessero usando fondi provenienti dall'interno e dall'esterno dell'India "per finalità di secessione e terrorismo nel Jammu e Kashmir". Le due organizzazioni pagano in realtà il prezzo delle loro costanti denunce sulle violazioni dei diritti umani, come la tortura, le esecuzioni extragiudiziali e la detenzione amministrativa a tempo indeterminato.
A settembre, l'Associazione dei genitori delle persone scomparse aveva trasmesso alle Nazioni Unite quasi 40 testimonianze di vittime di detenzione arbitraria e tortura. Un mese prima, nel suo rapporto biennale, la Coalizione della società civile di Jammu e Kashmir aveva denunciato 32 casi di esecuzioni extragiudiziali.
Altri raid hanno riguardato le organizzazioni non governative Athrout e GK Trust e l'abitazione del corrispondente locale dell'Agence France-Presse, Parver Bukhari. Ricordiamo che la stessa Amnesty International ha dovuto sospendere tutte le sue attività dal 1° ottobre dopo il congelamento dei suoi conti bancari, ordinato poco dopo che aveva diffuso un aggiornamento sulla situazione dei diritti umani in Jammu e Kashmir in cui aveva denunciato, tra l'altro, attacchi e intimazioni nei confronti di 18 giornalisti in poco più di un anno.
di Paolo M. Alfieri
Avvenire, 1 novembre 2020
"Cambiamenti climatici, insicurezza e violenza hanno alimentato l'esodo". Lo studio a 25 anni dall'omicidio a Merca di Graziella Fumagalli. Un Paese in cui "la pericolosa sinergia di violenza e cambiamenti climatici produce i suoi effetti più devastanti".
In cui "all'insicurezza, al gran numero di sfollati interni (2,6 milioni) e di rifugiati all'estero (più di 800 mila), alla carenza di tutti i servizi sociali" si devono sommare "le sempre più frequenti carestie dovute a siccità, inondazioni e altre catastrofi (come la recente invasione di locuste)" che la colpiscono in modo ricorrente. Tanto che "nei primi otto mesi del 2020 circa 700mila persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case per le alluvioni e altre 200mila a causa di espulsioni, insicurezza, violenze".
È il ritratto di una Somalia drammaticamente instabile quello che viene emerge dall'ultimo dossier Caritas intitolato, non a caso, "Nazione a frammenti. Crisi perenne di un popolo senza Pace". Un documento lucido, pieno di dati e storie, diffuso ieri a 25 anni esatti dall'omicidio di Graziella Fumagalli, medico e capo progetto di Caritas Italiana, coordinatrice del centro anti-tubercolosi di Merca. Il dossier fa il punto sulla crisi istituzionale, sociale e umanitaria che la Somalia attraversa dalla caduta del regime di Siad Barre, nell'ormai lontano 1991.
Una situazione che mai viene affrontata nei grandi summit internazionali e che sembra non interessare a nessuno.
Nel silenzio del mondo è stato Papa Francesco, lo scorso 29 dicembre, a ricordare la tragedia del Paese, pregando per la Somalia ferita al cuore in quei giorni dall'ennesimo attentato terroristico che nella capitale Mogadiscio aveva tolto la vita a oltre un centinaio di persone. Il Pontefice in quell'occasione aveva espresso vicinanza ma anche condanna per un gesto folle, "orribile", rivendicato dagli islamisti di al-Shabaab. Ma l'estremismo islamico, nelle diverse forme assunte in Somalia negli ultimi tre decenni, è solo uno dei fenomeni che hanno contribuito a devastare quello che è stato a più riprese definito un "failed state", uno Stato "fallito".
La frammentazione dei suoi clan, gli interessi dei signori della guerra, un governo centrale mai veramente riconosciuto a livello locale e la vulnerabilità agli choc climatici sono tutti aspetti che minano la stabilizzazione e che rendono un terzo della popolazione dipendente dall'assistenza umanitaria.
E dire che, nonostante le difficoltà, prima della pandemia del Covid-19, l'economia della Somalia non solo era in forte crescita, ma si era ormai consolidata anche la ripresa in seguito alla siccità del 2016-17. La crescita economica per il 2019 ha avuto un tasso stimato del 2,9% e le previsioni per il 2020 erano del 3,2%.
Ma la pandemia ha interrotto questo trend e il futuro resta più che incerto. In mezzo a questo disastro umanitario importanti sono state in questi anni le iniziative della stessa Caritas Italiana: complessivamente dal 2011 al 2020 sono stati realizzati progetti per oltre 2,5 milioni di euro. Impossibile non menzionare poi la presenza della Chiesa in Somalia, composta da una piccola comunità costretta a vivere nel nascondimento per paura delle rappresaglie dei fondamentalisti islamici. Molte anche le vittime, da monsignor Salvatore Colombo a padre Pietro Turati dalla missionaria laica Annalena Tonelli a suor Leonella Sgarbati e molti altri, che, come la stessa Graziella Fumagalli, hanno versato il loro sangue nel servizio dei malati, dei poveri e della giustizia.
di Francesca Ghirardelli
Avvenire, 1 novembre 2020
Nell'isola greca il coronavirus è solo uno dei tanti problemi di questa gente rimasta senza terra né casa, fuggita da guerre e terrorismi. Doccia, chi ha parlato di doccia? La notizia della distribuzione, tenda per tenda, di ticket per accedere al servizio-docce è circolata veloce tra i 7.700 sfollati di Moria rimasti sull'isola di Lesbo, ora alloggiati nel campo temporaneo di Kara Tepe, tirato su in fretta (e male) dopo i roghi dell'8, 9 e 10 settembre. Da allora, nessuno ha più fatto una doccia vera, almeno non dentro il campo che ne è sprovvisto. Malgrado il coronavirus circoli anche lì (in quarantena ora ci sono 33 persone, di cui 27 positive al Covid-19) non c'è allacciamento alla rete idrica comunale, cioè niente acqua corrente.
Fino ad ora le persone si sono lavate in mare, con l'acqua salata. O hanno dovuto contare sulla distribuzione di bottiglie e sui pochi rubinetti lava-mani dell'Acnur, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, collegati a sacche d'acqua per il rifornimento. Per questo la novità dei ticket-doccia è parsa subito rilevante: "Però non capisco: dicono che ognuno deve portarsi la propria acqua", riferisce via Whatsapp Morteza H., un ragazzo afghano sempre ben informato che vive nel campo. Qualche ora dopo, con le istruzioni multilingua fra le mani, fornisce tutti i dettagli: occorre portarsi "la propria acqua e il proprio secchio" perché viene offerto solo un posto appartato in cui lavarsi, lontano da occhi indiscreti.
"Ai rubinetti lava-mani la fila è lunghissima e le toilette sono chimiche, di plastica. Quindi quando si va in bagno, ci si porta una bottiglia anche lì", racconta Morteza H: "L'acqua del mare per lavarsi è fredda, questo non va bene per i bambini". Soprattutto non va bene per suo figlio che ha appena quattro settimane. È nato nell'ospedale di Mitilene, il capoluogo dell'isola, dopo 8 giorni che lui e la moglie (e altri 12mila sfollati di Moria) erano in strada, fuori dal vecchio campo incenerito. "Ci hanno detto che dovremmo fargli il bagnetto ogni due giorni. Non è facile: mettiamo a scaldare bottiglie al sole e quando sono tiepide lo laviamo. Inizia a fare freddo, così di notte mettiamo i nostri sacchi a pelo attorno a lui". Mamma e bambino sono entrati nella nuova tenda di Kara Tepe a pochi giorni dalla nascita, malgrado lei avesse subito un intervento chirurgico durante il parto. Anche per lei l'acqua del mare non è indicata.
Contro il virus sono state distribuite 48.500 mascherine dalla cooperazione svizzera, ma è tutto il resto a mancare: dopo mesi passati nel malsano campo di Moria, nessuno si sarebbe aspettato di vivere in condizioni ancora peggiori. Delle 900 tende allestite, al momento solo 300 hanno teli d'isolamento e 376 hanno pallet per terra. Nelle altre si è a contatto con il terreno (e con resti di munizioni di questo che era un poligono militare, tanto che c'è chi ha denunciato il rischio di intossicazione da piombo).
Quando il 13 ottobre sono arrivate le prime piogge, l'acqua ha inondato diverse tende, "come ci fosse il mare dentro" dice Morteza. Intanto, come accadeva a Moria, si fa la fila per tutto, e il distanziamento sociale pare l'ultimo dei problemi. Per il primo mese il cibo è stato distribuito solo una volta al giorno, con migliaia di persone in coda. Ora si è aggiunta una distribuzione mattutina ma è sempre più difficile fare approvvigionamento all'esterno: di domenica il campo è sigillato, non esce nessuno, e negli altri giorni si resta in fila ai cancelli, con quote massime per le uscite.
Intanto, secondo il meteo, su Kara Tepe si attendono nuovi temporali, una beffa per chi, senza potersi fare una doccia, deve mettersi in coda per lavarsi le mani e intanto vede fiumi d'acqua piombare dentro la propria tenda.
di Domenico Quirico
La Stampa, 1 novembre 2020
Gli armeni sono un ostacolo ai piani imperialisti turchi. Mentre l'Europa con tutto l'Occidente sta a guardare. Nel Caucaso esiste un angolo di terra che si chiama Armenia e un altro, ancor più piccolo, che si chiama Alto Karabakh. È un luogo. Pianure e montagne vi sono, e fiumi, laghi, foreste, città e burroni di pietra, e tutto è bello, non meno bello che in un altro luogo qualunque al mondo. Soltanto armeni vi sono e abitano da secoli questa terra. Ecco: esiste la terra e su di essa gli uomini, tre milioni di uomini.
Dalla fine di settembre, da quando gli azeri e i loro alleati turchi hanno attaccato l'Alto Karabakh per conquistarlo, c' è la guerra. Gli armeni la conoscono. Possono aprire un libro e raccontare un genocidio, il primo del secolo. Fulmineamente sembra che il tempo non sia passato per questo popolo risorto; abitano quella terra e pensavano di essersi finalmente meritati la benedizione di quella bellezza, il dono della sua ricchezza, per gli anni che hanno passato, e le città che erano state distrutte, i padri figli i fratelli uccisi, i cuori viventi ottenebrati dall'odio.
Guardiamo le foto che Roberto Travan ha scattato in Armenia e nell'Alto Karabakh. Le fotografie sono parole, sono atti di accusa, prove a disposizione del tribunale della Storia. Perché quello per l'Artsakh, così gli armeni chiamano questa regione, non è un conflitto guizzato fuori dalle mani maldestre della diplomazia; è un tentativo di eliminare gli armeni, un altro, l'ennesimo di distruggere questa piccola tribù cristiana che per i suoi nemici è gente che non ha nessuna importanza, e la cui storia è finita, le cui guerre sono state già tutte combattute e perse.
Gli armeni, asserragliati in quel loro campo di pietre, montagne che si sono sfasciate sul terreno come se il tempo le avesse invecchiate e fossero rimaste le ossa, conoscono la guerra: l'ultima negli Anni 90 sempre contro gli azeri ha fatto trentamila morti. Non si illudono più, sanno che essa non è romantica ma barbara.
La foto del cimitero di Stepanakert, la capitale. La fila in alto, con le corone e i fiori appassiti, è quella dei martiri del conflitto del Novanta; un gradone e sotto, la terra ancora fresca, la trincea dei morti di queste settimane di combattimenti. Più in basso attende lo scasso, appena spalancato dal badile degli sterratori, che abbraccerà i caduti di oggi, di domani. Tre tregue sono già state violate, gli azeri hanno bombardato anche l'ospedale pediatrico della capitale. Gli armeni sanno che sono soli, la guerra per loro durerà anni, rubando un insostituibile brano di vita.
Negli Anni 90 si combatté quasi corpo a corpo, i civili si rifugiavano nei boschi ma il cielo era azzurro e vuoto, dava speranza. Adesso la guerra è mille volte più orrenda, più bestiale, più disumana. Anche il cielo uccide, è nemico: è la guerra vigliacca, meccanica, il delitto perfetto dei droni che gli azeri, padroni del cielo, lanciano in continuazione. Un arsenale con il modello russo Bayraktar e quelli israeliani, i droni kamikaze, Orbitar e Harep2.
Sfrecciano, le sirene urlano, i rifugi, le cantine non servono a nulla. Lassù così in alto e così in lontananza da poterlo appena vedere un volo di terribili uccelli di ferro si muove in circolo cercando le sue vittime. Un rifugio: coperte di lana, giacigli da cui sbucano guance scavate e occhi scintillanti, facce sbiancate dalla tragedia, spossate da notti insonni. Ritirati in se stessi questi armeni come tutti i profughi di sempre, pensano alla vita e alla morte.
E poi un soldato con occhi da bambino, occhi di un campagnolo poco avvezzo alla guerra, scruta il cielo da una finestra della sua postazione, in mano l'inutile fucile. È all'opera qui una nuova, moderna, diabolica arte di annientamento. Uccidere non basta più. Gli azeri inviano sui telefonini degli armeni fuggiti (il 90% dei 150 mila abitanti del Karabakh si è rifugiata in Armenia, sono rimasti solo gli uomini a combattere), atroci messaggi: abbiamo torturato tuo fratello tuo padre tuo marito... Un uomo ha aperto il suo profilo Instagram: c'erano le immagini del fratello decapitato nel loro villaggio.
Dall'altra parte c'è la bestialità ruggente e infuriante dei mercenari siriani, islamisti che la Turchia impiega per le sue guerre imperialiste, contro i curdi, in Libia, ora qui. Attirati dal soldo, indifferenti all' essere a fianco degli azeri sciiti e con un governo post sovietico e laicista, sono in fondo povera carne da cannone. Hanno perdite elevatissime, gettati nella mischia senza rimorsi dai reclutatori di Ankara. Abbiamo inventato noi la privatizzazione della guerra, in Iraq. Ora si ritorce contro.
Un vecchio ucciso in un rifugio improvvisato la cui volta non ha retto alle bombe. Una mano pietosa gli chiude le palpebre, per sempre. Senti la necessità di urlare come se avessi preso in mano un ferro rovente. E vorresti sapere come erano gli occhi di questo vecchio spalancati sulla vita prima di quell'istante, la sua andatura, i suoi silenzi, la sua insonnia, la sua schiena curva. Quante esistenze ha vissuto un uomo prima di morire. Ho bene in mente la foto di una madre che abbraccia, sdraiata a terra, la tomba fresca del figlio ucciso. Non ci sono ombre, neppure scialbe. Senti l'infelicità dilagarti dentro. Tutto il dolore ci appartiene prima che i ricordi diventino minuscole, remote immagini sempre più piccole e lontane, finché non si dileguano del tutto. Su questo contano gli assassini di ogni tempo.
Questo massacro non è una appendice delle guerre del fanatismo, delle guerre di dio. È semplicemente un passaggio del disegno del nuovo impero ottomano che Erdogan ha raccolto dalle mani del subdolo sultano Abulhamid, dalle elucubrazioni omicide dei Giovani turchi che firmarono l'eliminazione di un milione e mezzo di armeni durate la Prima Guerra mondiale. Il progetto prevede che la Turchia e l'Azerbaigian si colleghino in questa area turcofona dell'asia centrale. Il Karabakh armeno sta in mezzo, bisogna spazzarlo via.
Eppure dio viene ucciso con gli uomini. Nella cattedrale di Shushi demolita, negli occhi di questo soldato ferito che accende in chiesa una piramide di candele. Nessuno in Armenia crede più nella giustizia delle guerre volute da dio, neppure ha più fede nella giustizia e nella durevolezza della pace che si vuole conquistare. Gli armeni come gli ebrei sanno come con la stessa rapidità con cui si cancellano dalle superficie della terra le orme del massacro può anche svanire dalla memoria degli uomini il ricordo del suo orrore. Un piccolo popolo, una nazione che si sforza di esser democratica assediata da uno scenario di tiranni più o meno ipocriti. Si illudono che Putin intervenga. Illusi. I despoti non si mordono, sono sempre complici. E noi Occidente, noi Europa? In Francia e negli Stati Uniti teppisti turchi istigati da Erdogan assaltano impunemente armati di martelli e cacciaviti i cortei degli armeni che chiedono solidarietà. Gli armeni si uniranno agli altri che abbiamo tradito, che abbiamo fatto finta di non vedere: i siriani i curdi gli ucraini i somali. Perché dovremmo spendere denaro e diplomazia, batterci per Paesi che la maggior parte degli occidentali non saprebbero neanche scrivere correttamente? Il Caucaso con il suo guazzabuglio di popoli, le lotte che si perdono nei millenni... Suvvia! Rinneghiamo ogni giorno la legge più alta, sei vittima, tu sei mio fratello, che onora la storia umana.
Afflosciati dalla pandemia e dall'economia chi immagina di affrontare Erdogan? Meglio restare alla memorabile formula di lord Hugh Cecil: grattare la testa del coccodrillo per fargli fare le fusa. Lo chiamarono anche lo spirito capitolardo di Monaco, 1938. Agli armeni braccati dai droni possiamo al massimo donare gli sterili piagnistei di belle anime contristate.
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