di Luigi Agostini e Michele Mezza
Il Manifesto, 29 ottobre 2020
Ci vogliono i dati sociali, necessari per fermare il contagio, dati confiscati da pochi gruppi privati che tendono ormai a sostituirsi ad ogni potere democratico. Ci sono decenni in cui non accade niente e settimane in cui accadono decenni. La massima di un giovanissimo Lenin, meglio di ogni ulteriore speculazione, documenta il tempo che stiamo vivendo. Lo Stato, come luogo pubblico non subalterno al privato, è al centro di un tiro incrociato. La pandemia, che pure sembrava mettere al centro l'idea di pubblico come unica salvezza, sta dando la stura agli istinti speculativi e reazionari che decenni di individualismo parassitario hanno contribuito a diffondere in tutte le fibre sociali del Paese.
La sanità pubblica e universalistica sta combattendo una battaglia campale, ma senza una strategia politica e senza una base sociale che la rivendichi come valore estremo. Il governo annaspa inseguendo un virus che corre a velocità siderale. La sinistra ondeggia fra l'istinto solidarista e la tentazione efficentista. In queste ore che stanno ridisegnando il mondo, dobbiamo ritrovare la forza di un'identità sociale altra rispetto alla dinamica del mercato.
É il tempo di una sinistra forte. E vanno quindi sostenuti quegli scienziati, come Andrea Crisanti o Massimo Galli, che chiedono piena autonomia e sovranità nell'uso dei dati per contrastare la marcia del contagio.
Senza quei dati che Google e Facebook hanno messo in vendita, diventa davvero difficile circoscrivere il virus. Dobbiamo usare questo mese di simil-lockdown per potenziare la capacità della sanità di prevedere l'incubazione del Covid19 e non di inseguirlo. Ci vogliono i dati sociali, necessari per fermare il contagio, dati confiscati da pochi gruppi privati che tendono ormai a sostituirsi ad ogni potere democratico.
I monopoli delle piattaforme ormai tendono a sostituirsi al potere politico, sfruttando e piegando il nuovo tratto distintivo della nostra epoca, la potenza di calcolo, che tutto regge e tutto regola. É così che la sinistra, attraversando il terreno lastricato di dolore della pandemia, può rientrare nel nuovo tempo, imparando dalla realtà: analisi concreta della realtà concreta. Una sinistra che possa tradurre in digitale i suoi tradizionali linguaggi di solidarietà, di democrazia e di riorganizzazione degli assetti produttivi e sociali.
Esattamente come nel cuore della crisi degli anni '30 il movimento del lavoro interloquì con tutti i mondi della cultura per ridisegnare un modo in rovina, oggi bisogna rimettere in piedi questa capacità di parlare a tutte le persone a partire dalla loro sicurezza e salute, in un mondo in cui solo con i dati digitali si può anticipare e predire la velocità del contagio. Una sinistra che parta proprio dalla sanità, dall'articolo 32 della Costituzione, che fa obbligo allo Stato di assicurare ad ogni cittadino e garantire ad ogni comunità non solo la sicurezza ma la piena consapevolezza sulle misure diagnostiche e terapeutiche. Una consapevolezza che non può prescindere oggi dal controllo esplicito e cosciente di quel flusso di dati sensibili che rappresenta la base della nuova produzione di valore e di autonomia sociale e di sovranità statuale. É indispensabile che Immuni, l'applicazione di tracciamento, sia collegata alla tessera sanitaria e sia parte integrante della documentazione di ogni cittadino. L'applicazione deve potersi agganciare al GPS in modo di monitorare i nostri movimenti. La pandemia ci ha insegnato ormai che senza un controllo esplicito dei dati, il contagio diventa inarrestabile e si muore.
Nessun pretestuoso e strumentale richiamo ad una privacy ridotta ad un guscio vuoto - - un privatismo senza più privato- quotidianamente violata e sbeffeggiata dai grandi poteri tecnologici globali, può giustificare che la sanità pubblica non possa essere partner di ogni cittadino nella tutela della salute, sicurezza e socialità.
Il fallimento di Immuni, deriva da inefficienza perché nata subalterna ai grandi domini della telefonia mobile. E ci mostra una sola via per una democrazia reale, attuale, moderna, che attivi ogni risorsa e infrastruttura digitale per sostenere una concreta ed efficacie territorializzazione dell'assistenza e del contrasto al contagio nella fase dell'incubazione: la via della sicurezza e della obbligatorietà. Si annunciano nei prossimi mesi l'avvento di soluzioni, come il 5G e la rete a banda larga, che renderà inevitabile la circolazione veloce di pacchetti di dati corposi e rilevanti, come le stesse cartelle cliniche: dobbiamo convertire il titubante progetto di Fascicolo Sanitario Elettronico in una straordinaria ed autonoma Infrastruttura, pietra angolare di un welfare pubblico competitivo ed efficiente che trascini la modernizzazione del paese.
Che dimostri come Pubblico non equivalga a Burocrazia. Il ministero della Salute deve diventare il fulcro e la cabina di regia di questo nuovo welfare del calcolo, per guidare efficacemente l'intero processo di contrasto alla pandemia, e per programmare le politiche altrettanto necessarie alla tutela della salute pubblica. Accanto a medici ed infermieri, è indispensabile oggi un Super-computer al ministero della Salute per rispondere all'emergenza con una strategia che veda lo veda completare la interoperabilità di tutti i dati della sanità. L'universo pubblico dispone di straordinarie capacità di calcolo, come le infrastrutture di Eni, Leonardo e Inpes, dimostrano. Essere Stato oggi significa congiungere e finalizzare tutti questi assets alla nostra sicurezza e salute. Oggi e non domani.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 29 ottobre 2020
Cirinnà: "Non si è mai liberi di odiare". Il ddl Zan, che consta di 10 articoli, contiene misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all'orientamento sessuale, all'identità di genere e alla disabilità. Sono stati approvati dalla Camera i primi cinque articoli (dei dieci) del ddl Zan che contiene misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all'orientamento sessuale, all'identità di genere e alla disabilità.
Approvata la prima parte della legge, domani pomeriggio - dopo l'informativa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sul dpcm - riprenderà in Aula l'esame degli emendamenti sulle cosiddette "azioni positive", ovvero tutte le iniziative sia per la protezione delle vittime di violenze sia per la sensibilizzazione delle pubbliche amministrazioni sulla non discriminazione. La votazione finale della legge è prevista per martedì prossimo, dopodiché il testo passerà al vaglio del Senato. Approvato anche l'emendamento della maggioranza secondo cui "sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti".
Zan: "La legge sarà tra le più moderne d'Europa" - "L'Italia - spiega a Repubblica Alessandro Zan - era al 35esimo posto in Europa per accettazione sociale lgtb, con questa norma che comprende anche il contrasto all'abilismo sarà tra le più avanzate d'Europa. Si tratta di un ampio strumento contro le discriminazioni e le violenze".
"L'emendamento della maggioranza che è stato approvato - sottolinea il relatore del ddl - ricalca la giurisprudenza che si è formata sulla legge Mancino secondo cui la libera espressione non deve mai sconfinare nell'istigazione all'odio e alla violenza. L'opposizione voleva far passare una norma scriminante che creava una disparità di trattamento per condotte omotransfobiche che rischiava di compromettere la stessa legge Mancino". L'Aula aveva in precedenza approvato l'emendamento che estende la legge contro omotransfobia e misoginia anche ai reati commessi per la disabilità della vittima.
Cirinnà: "Non si é mai liberi di odiare" - "L'approvazione dei primi cinque articoli della proposta di legge Zan - commenta la senatrice Monica Cirinnà - é una bella notizia. Non solo perché la maggioranza ha dato un segnale forte di impegno e compattezza, ma anche per i miglioramenti che sono stati apportati al testo. Penso anzitutto all'introduzione della disabilitá tra le condizioni personali protette dalla legge Mancino: un messaggio importante e concreto di inclusione e tutela, la migliore risposta a chi dice che questa legge é una legge ideologica. E penso anche all'approvazione dell'articolo 3, in materia di tutela della libertà di opinione". "Abbiamo superato l'ostacolo su cui si era bloccata - dichiara Cirinnà - nella scorsa legislatura, la proposta Scalfarotto, approvando una norma ragionevole ed equilibrata. A chi dice che questa legge é liberticida, é stato ribadito quel che é giá chiaro nella giurisprudenza: si é liberi di esprimere il proprio pensiero, ma non si é mai liberi di odiare. Spero adesso che la Camera approvi in tempo brevissimo il resto della legge, e mi impegno sin d'ora a garantire un passaggio rapido al Senato. Stiamo lavorando per un'Italia più libera, più giusta, più civile".
I cinque articoli approvati del ddl Zan - L'articolo 1 del testo sull'omofobia, approvato dall'Aula, modifica l'articolo 604 bis del codice penale, aggiungendo tra i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, punibili con la detenzione, anche gli atti di violenza o incitamento alla violenza e alla discriminazione "fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità".
L'articolo 2 del provvedimento, sempre approvato dalla Camera, modifica invece l'articolo 604 ter del codice penale, relativo alle circostanze aggravanti, aggiungendo anche l'identità di genere e la disabilità tra i reati la cui pena é aumentata fino alla metà.
L'articolo 3 è stato riformulato, rispetto alla versione originaria, con un accordo di maggioranza a cui si sono dette contrarie le opposizioni: "Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti o di opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti". In pratica, la riformulazione ribadisce esplicitamente che la punibilità scatta quando vi sia il concreto pericolo degli atti discriminatori o violenti".
L'articolo 4 Interviene sulla cosiddetta Legge Mancino. L'articolo 5 Modifica l'articolo 90-quater del codice di procedura penale sulla condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 29 ottobre 2020
Ma la sua applicazione resta un'utopia. Nessuna delle potenze che possiedono gli ordigni atomici lo ha ancora firmato, finora hanno aderito 50 paesi. Il trattato che proibisce tutte le armi nucleari è diventato ufficialmente realtà, ed entrerà in vigore il prossimo 22 gennaio. Naturalmente il suo obiettivo resta un'utopia, perché nessuna delle potenze che possiedono gli ordigni atomici lo ha firmato. Però è un segno dei tempi e un elemento di pressione, che secondo i suoi promotori potrebbe obbligare quanto meno ad una nuova riflessione globale sul tema degli strumenti bellici finalizzati alla distruzione di massa.
Il Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons era stato negoziato all'Onu sotto la spinta di paesi come il Costa Rica, che hanno una lunga tradizione pacifista, e nel 2017 era stato approvato dall'Assemblea Generale con 122 voti favorevoli. Il testo, non vincolante, vieta di sviluppare, testare, produrre, possedere, schierare, trasferire, e naturalmente usare le bombe nucleari.
Da allora in poi 84 paesi membri del Palazzo di Vetro lo hanno firmato, ossia quasi metà della membership, ma l'Italia non è uno di questi, perché l'adesione la obbligherebbe ad interrompere l'alleanza con la Nato e gli Stati Uniti, chiedendo la rimozione delle armi atomiche dal suo territorio. La legge internazionale prevede che per entrare in vigore, un trattato ha bisogno di essere ratificato da almeno 50 paesi. Questa soglia è stata raggiunta sabato scorso grazie all'Honduras, e quindi tra 90 giorni il Tpnw diventerà realtà. Il segretario generale Guterres ha celebrato l'evento come "il culmine di un movimento mondiale, per attirare l'attenzione sulle catastrofiche conseguenze umanitarie dell'uso di qualsiasi arma nucleare".
Naturalmente nessuno si illude sul fatto che questo testo porti all'eliminazione degli ordigni atomici. I nove paesi che li possiedono, cioè Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele, non hanno aderito, e Washington ha inviato una lettera a tutti i membri chiedendo di cancellare la loro firma dal documento, perché "pur riconoscendo il vostro diritto sovrano di accedere al Tpnw, noi crediamo che voi abbiate commesso un errore strategico".
L'amministrazione Trump infatti ritiene che Russia e Cina non rinunceranno mai ai propri arsenali, come dimostra il rifiuto di Pechino a partecipare al negoziato del nuovo trattato Start con Mosca, e quindi il Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons è un'iniziativa ingenua che finirà solo per mettere sotto pressione le democrazie. I promotori non si illudono sulla possibilità di arrivare ad un bando immediato, ma vedono il documento come l'inizio di un processo, simile a quelli che poi hanno portato ai divieti delle armi chimiche e biologiche, le mine, le bombe a grappolo. Il primo passo sarà l'entrata in vigore del trattato, che quindi diventerà uno strumento internazionale ufficiale. Con ciò sperano di rendere inevitabile una riflessione globale, che nel corso degli anni possa aumentare le adesioni e quindi la pressione su chi lo rifiuta, allo scopo di far passare nella comunità mondiale l'idea di un pianeta senza armi nucleari.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 29 ottobre 2020
Due anni fa l'iscrizione di cinque egiziani, membri dei servizi segreti, nel registro degli indagati. Dal Cairo solo silenzi, dal governo italiano nessun aiuto. Il 4 dicembre 2018 la Procura di Roma annunciava l'iscrizione nel registro degli indagati di cinque agenti della Nsa, la sicurezza nazionale egiziana. Dava un nome ai presunti rapitori, torturatori e assassini di Giulio Regeni, scomparso al Cairo quasi tre anni prima, il 25 gennaio 2016, e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo. Tra poco più di un mese quell'iscrizione compirà due anni, i 24 mesi oltre i quali il codice di procedura penale non permette di andare. Per questo ieri la Procura ha fatto sapere di essere prossima alla chiusura delle indagini sull'omicidio del giovane ricercatore friulano.
Lo ha comunicato mentre al Cairo si svolgeva l'ennesimo incontro tra il team investigativo di Ros e Sco e gli inquirenti egiziani. Quelli che da anni promettono la luna ma non consegnano neppure il dito che la indica. A partire dalle richieste che Piazzale Clodio ha inserito nella rogatoria dell'aprile 2019 e rimasta senza risposta alcuna. L'ultima promessa risale allo scorso primo luglio quando il procuratore capo Michele Prestipino insieme al pm Sergio Colaiocco, in videoconferenza, chiese lumi e risposte rapide. In cima agli interessi della Procura romana sta l'elezione di domicilio dei cinque indagati e la conferma della presenza di uno di loro in Kenya, nell'agosto 2017, quando lo si sentì a un pranzo riferire dettagli specifici sulla sparizione di Giulio.
Il primo luglio regnò il silenzio nello spazio virtuale che divideva gli inquirenti, plastica rappresentazione della distanza siderale tra le intenzioni di verità degli uni e quelle di insabbiamento degli altri. Ieri il primo a intervenire in merito è stato Erasmo Palazzotto, deputato di Leu e presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Regeni: "Tale circostanza pone in capo al governo la responsabilità di esercitare ogni tipo di pressione diplomatica nei confronti dell'Egitto. In assenza di una risposta adeguata dovremo prendere atto e trarne le dovute conseguenze". Finora non pervenute.
Sentito dalla Commissione il 18 giugno, due settimane prima della videoconferenza del primo luglio, il primo ministro Conte aveva tracciato la strategia governativa: si ottiene rispetto e collaborazione da amici, continuando a intrattenere rapporti diplomatici e commerciali con Il Cairo. Il riferimento era all'autorizzazione alla vendita al regime di due fregate Fincantieri da 1,2 miliardi di euro, mai bloccato.
Due anni fa l'iscrizione nel registro delle notizie di reato da parte dell'allora procuratore Pignatone era stata accolta con favore dalla famiglia Regeni. Con un lavoro certosino capace di superare un percorso irto di ostacoli e silenzi, la Procura di Roma era riuscita a individuare almeno cinque funzionari della Nsa responsabili del rapimento. I loro nomi fanno tremare i muri dell'impalcatura di omertà di cui è fatto il regime del presidente al-Sisi: il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif e l'agente Mahmoud Najem.
Li fanno tremare perché dimostrano che la teoria del "caso isolato" e - peggio - delle mele marce non regge: i cinque erano/sono figure centrali nella macchina statale egiziana del controllo sociale e della repressione fisica, ingranaggi del sistema Nsa, erede del temuto Ssis, l'intelligence nota a ogni egiziano nell'epoca Mubarak. La rivoluzione del 2011 non l'ha spazzata via: ha cambiato nome, ma la fattura è identica e anche il suo controllore, il ministero degli Interni.
di Giordano Stabile
La Stampa, 29 ottobre 2020
L'ira di sunniti e sciiti dopo la vignetta di Charlie Hebdo sul presidente turco. Il giornale: "Libertà di blasfemia". Charlie Hebdo ribadisce il suo "diritto alla blasfemia" e mette in prima pagina una vignetta su Recep Tayyip Erdogan. Il leader turco reagisce con una querela e parole di fuoco contro Emmanuel Macron, accusato di voler condurre "una nuova crociata" e di alimentare "l'islamofobia".
E gli fa eco la guida suprema iraniana Ali Khamenei, che riprende l'accostamento della Shoah alle "persecuzioni" dei musulmani in Europa. Due antichi imperi, la Turchia sunnita e l'Iran sciita, per secoli rivali, sembrano risorgere all'unisono nel duello con il presidente francese e nel cavalcare il risentimento anti-Francia che scuote il mondo islamico dopo la ripubblicazione delle vignette su Maometto. È un'onda difficile da contenere anche per i leader amici dell'Occidente. Dopo le prese di posizione nel Golfo, ieri sono arrivate le critiche agli "abusi della libertà di espressione" da parte di Abdel Fatah al-Sisi, pure stretto alleato di Parigi.
Ma tant'è, il clima è questo, e a muoversi a suo agio è Erdogan. La vignetta del settimanale francese, che lo mostra sul divano in canottiera, mentre solleva l'abito di una donna con due bicchieri di vino su un vassoio ed esclama "Uh, il Profeta", lo ha forse toccato nell'amor proprio ma gli ha dato l'occasione per un'altra tirata in grado di galvanizzare i seguaci. "Non l'ho neppure guardata", ha precisato. Poi ha annunciato la querela, la seconda dopo quella nei confronti dell'olandese Geert Wilder, e si è ancora una volta erto a difensore dell'islam: "La mia collera non è dovuta all'attacco ignobile nei confronti della mia persona, ma agli insulti contro il Profeta". Difenderlo, ha continuato "è una questione d'onore". La Francia e l'Europa, ha concluso, non meritano politici come Macron, che vorrebbero soltanto "rilanciare le crociate".
Ieri le manifestazioni hanno di nuovo attraversato l'immenso spazio che va dal Marocco all'Indonesia, ma l'epicentro è stato Teheran. Hanno cominciato i giornali del mattino, con caricature che mostravano Macron nelle sembianze di un demonio, un leitmotiv. Poi è arrivato Khamenei, con due tweet studiati per alimentare la rabbia.
"Giovani francesi - ha esortato - chiedete al vostro presidente perché sostiene gli insulti al Messaggero di Dio in nome della libertà di espressione. Non è libertà, è oltraggio". E poi l'affondo sulla Shoah: "Perché è un crimine sollevare dubbi sull'Olocausto mentre insultare il Profeta è permesso?". Una frase che esplicita le allusioni prima di Erdogan e poi del premier pachistano Imran Khan.
Nella capitale migliaia di manifestanti bruciavano le foto di Macron e urlavano "Emmanuel Rushdie", un riferimento alla fatwa di Khomeini contro lo scrittore indiano. Lo strano sodalizio turco-iraniano è stato confermato dal consigliere della guida suprema Ali Akbar Velayati, che si è schierato contro l'Armenia nella disputa con l'Azerbaigian, appoggiato dalla Turchia. E guarda caso il Paese europeo più vicino agli armeni è la Francia. Parigi ha ribattuto agli assalti di Erdogan con una dichiarazione dell'Eliseo. "Non rinuncerà mai ai suoi principi e ai suoi valori", a partire dalla libertà di espressione, nonostante "i tentativi di intimidazione".
La difesa di Charlie Hebdo ha però un prezzo. I tradizionali alleati arabi sono costretti ad allinearsi con i loro avversari regionali. Dall'Egitto sono arrivate le dichiarazioni di Al-Sisi contro l'uso della "libertà di espressione come giustificazione degli insulti all'islam", mentre il grande imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayeb, ha chiesto ai governi occidentali di "punire le azioni anti-musulmane".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 29 ottobre 2020
Ieri mattina Amnesty International ha trasmesso alle autorità della Bielorussia, attraverso le ambasciate del paese, 191.000 firme raccolte in 184 stati e territori (più di 23.000 in Italia) per chiedere la fine della repressione nei confronti delle proteste pacifiche e l'accertamento delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di polizia.
La petizione era stata lanciata nelle settimane precedenti le elezioni presidenziali del 9 agosto. Durante la fase finale della campagna elettorale, già c'erano state centinaia di arresti, tra i quali quelli - per accuse fabbricate - dei leader dell'opposizione e candidati alla presidenza Viktar Babaryka e Syarhei Tsihanouski.
Dopo le elezioni, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per contestarne l'esito. Le proteste pacifiche sono state represse con una forza brutale e indiscriminata. Almeno sei manifestanti sono stati uccisi, migliaia sono stati arrestati e centinaia sottoposti a torture.
Le proteste continuano in tutto il paese e ogni settimana vengono arrestati centinaia di manifestanti. Da ultimo le autorità della Bielorussia si sono scagliate contro gli operai che il 26 ottobre hanno aderito all'appello allo sciopero lanciato dall'opposizione politica. Secondo il Centro per i diritti umani "Viasna", nelle prime ore di sciopero sono stati eseguiti oltre 100 arresti.
Già alle 7 di mattina del 26 ottobre uomini in borghese hanno picchiato e arrestato gli operai che stavano scioperando alla Grodno Azot, una delle principali aziende del comparto chimico. I firmatari dell'appello di Amnesty International chiedono che la sistematica campagna di intimidazione e terrore contro i manifestanti pacifici cessi immediatamente, che si celebrino processi nei confronti degli appartenenti alle forze di sicurezza sospettati di aver commesso violazioni dei diritti umani e che sia posta fine alla prassi illegale di mandare in piazza bande di uomini in abiti civili che scendono da veicoli privi di targa per arrestare i manifestanti.
di Andrea Nicastro
Corriere della Sera, 29 ottobre 2020
Nel Paese ora comanda Sadyr Zhaparov, ex ufficiale sovietico che era in prigione all'inizio del mese. Le pressioni economiche di Mosca e Pechino. Poco più di tre settimane fa, uno degli -stan dell'Asia Centrale (Paesi musulmani, ex comunisti e in genere petroliferi) prendeva fuoco. Nella notte seguita ad elezioni spudoratamente truccate, il Parlamento del Kirghizistan veniva assaltato, il presidente se la cavava per un soffio e un ex presidente era liberato a randellate dalla cella.
Poteva essere l'inizio della terza carneficina in 15 anni. Ad oggi, invece, le vittime stanno sulle dita di una mano. È questa l'unica buona notizia della vicenda, il seguito sa di sconfitta per la democrazia e i diritti umani. Dei due presidenti in lizza non ne è rimasto neanche uno. Il legittimo si è dimesso per "non passare alla storia per un bagno di sangue".
Il galeotto è tornato in prigione. Ora comanda Sadyr Zhaparov, ex ufficiale sovietico, anche lui in prigione all'inizio del mese per aver sobillato la maggioranza kirghiza contro la minoranza uzbeka. Liberato dalla "folla", Zhaparov è passato come un fulmine da "terrorista" a premier fino a presidente ad interim. Ora promette la luna: lotta alla corruzione, Stato di diritto, aiuti economici e un voto regolare. Prestissimo.
È il padrone assoluto del Paese e il killer di fatto dell'ultima rivoluzione colorata. Quelle tra 2004 e 2005 nell'ex spazio sovietico furono rivolte pacifiche che chiedevano democrazie di stile occidentale. In Ucraina e Georgia si è arrivati alla frantumazione del Paese, in Kirghizistan all'uomo solo al comando. L'arretramento del liberalismo rispetto all'autoritarismo è evidente in tutto il mondo. L'Europa non c'è ancora. Gli Usa non vogliono più esserci. Da chi dipende il nuovo uomo forte del Kirghizistan? Forse dai criminali che l'hanno liberato di galera.
Forse dalle masse impoverite da crisi e Covid. Più probabilmente da Russia e Cina. Mosca ha fermato gli aiuti all'ex repubblica sovietica "fino alla stabilizzazione" che tradotto significa fino a che Zhaparov non bacerà la pantofola di Zar Putin. Pechino non vuole differire le rate del prestito da 1,8 miliardi, cioè chiede concessioni minerarie e influenza. Quale tra i due grandi Paesi autoritari arde dal desiderio di promuovere in Kirghizistan i valori democratici dell'Occidente?
di Giuseppe Sedia
Il Manifesto, 29 ottobre 2020
Una protesta sensazionale. Lo sciopero tutto al femminile contro le restrizioni alla legge sull'aborto, già oscurantista prima dell'ultimo veto dell'Alta corte, ha bloccato il Paese. Il governo polacco dispiega i militari nelle strade del paese ma le donne continuano a prendere coraggio contro la messa al bando dell'aborto terapeutico. Sono giorni che le manifestanti ribadiscono il proprio niet alle restrizioni sull'interruzione di gravidanza introdotte la settimana scorsa con una sentenza emessa del Tribunale costituzionale vicino al governo della destra populista di Diritto e giustizia (PiS).
Dopo le proteste e i cortei serali dei giorni scorsi ieri finalmente le polacche si sono ritrovate in strada già a partire dall'una di pomeriggio complice uno sciopero nazionale tutto al femminile che ha mandato in tilt il paese intero. "Visto che la Polonia non funziona fermiamola! Ne faremo una nuova!", è l'appello lanciato dalla sigla "Sciopero nazionale delle donne" (Osk) a cui la società civile ha risposto presente anche nei centri medi e medio piccoli del paese.
C'è chi ha beneficiato di un permesso di qualche ora per assentarsi dal luogo di lavoro e chi invece ha preso un giorno di ferie, talvolta non retribuito. La dirigenza del Pis aveva creduto ingenuamente che i polacchi avrebbero rispettato il divieto di assembramento di più di 5 persone attualmente in vigore in tutto il paese a causa dell'epidemia di Covid-19. Hanno aderito alla protesta anche Hanna Zdanowska, sindaca di Lodz, terza città del paese, che ha postato sui social la foto della sua sedia vuota in ufficio, e il sindaco di Varsavia, Rafal Trzaskowski.
Con il tempo parzialmente nuvoloso di ieri in tutta Polonia non c'è stato bisogno di aprire gli ombrelli scuri come quattro anni fa quando la massiccia mobilitazione sotto la pioggia del "lunedì nero" aveva poi spinto il PiS a cestinare una proposta di legge che mirava a introdurre il divieto totale di aborto. Quella che doveva essere una mobilitazione contro il verdetto choc dell'alta corte polacca che sancisce l'impossibilità di interrompere volontariamente la gestazione in caso di malformazioni del feto - più del 90% degli aborti praticati legalmente ogni anno in Polonia - si è invece progressivamente trasformata in una protesta contro il governo tout court.
Due giorni fa il numero uno del PiS e vicepremier polacco Jaros?aw Kaczynski aveva lanciato su Facebook un appello video in cui chiedeva di difendere le chiese polacche costi quel che costi. A molti non è piaciuto il fatto che il fratello gemello dell'ex-presidente Lech, scomparso dieci anni fa nella catastrofe aerea di Smolensk, si sia messo a giocare con la storia indossando sulla giacca una spilla con la kotwica, il simbolo della resistenza clandestina durante l'occupazione nazista.
L'intervento di Kaczynski ha fatto scattare l'ironia di molti cittadini sui social network che hanno paragonato il suo discorso minaccioso alla famosa diretta televisiva del 13 dicembre 1981 quando il generale dell'esercito Wojciech Jaruzelski, dichiarò la legge marziale in Polonia. "Mettete a repentaglio la vita della maggioranza delle persone, siete dei criminali!", ha tuonato ieri il vicepremier dai banchi del Sejm, la camera bassa del parlamento polacco, puntando il dito contro l'opposizione colpevole a sua detta di soffiare sul fuoco della protesta.
Altri esponenti del PiS hanno provato invece a cambiare tono presentando l'abolizione dell'aborto terapeutico come una necessità per tutelare il diritto alla vita dei feti portatori di sindrome di Down. A spingere per questa narrazione ci hanno provato il premier polacco Mateusz Morawiecki nonché l'europarlamentare ed ex sottosegretario alla Giustizia Patryk Jaki. "Questa sentenza è un segnale ufficiale che i bambini diversamente abili non possono essere eliminati. La maggior parte degli aborti riguarda proprio questi casi", aveva dichiarato Jaki, padre di un figlio affetto da sindrome di Down, all'indomani del pronunciamento della corte.
In verità molto spesso le donne ricorrono all'interruzione volontaria di gravidanza dopo essere venute a conoscenza di altri tipi di danni al feto che spesso sono irreversibili. La posta in palio al momento è altissima. E per questo che le donne in Polonia sono pronte a tutto per scongiurare il rischio di dover ricorrere ancora più spesso alla clandestinità in patria oppure a di abortire all'estero.
Italia Oggi, 28 ottobre 2020
È una delle misure contenute nella bozza di decreto esaminato dal consiglio dei ministri. Udienze in videoconferenza e deposito di memorie, documenti, richieste ed istanze esclusivamente dal portale del processo penale telematico. Il giudice in quarantena potrà partecipare all'udienza anche da casa. Contro i contagi da coronavirus in carcere arriva la novità contenuta nella bozza di decreto giustizia all'esame del consiglio dei ministri.
di Simona Musco
Il Dubbio, 28 ottobre 2020
Processi penali in videoconferenza ridotti al minimo e udienze a porte chiuse. Braccialetti elettronici per le condanne sotto i 18 mesi. Aumentano i permessi premio.
Se non è una rivoluzione poco ci manca. Perché per la prima volta, avvocati e cancellieri potranno accedere anche da remoto ad atti e registri, con un processo da remoto limitato al minimo e processi a porte chiuse contro il contagio. Ma soprattutto lo è anche per quanto riguarda il mondo delle carceri, con permessi e licenze premio più consistenti e la possibilità di eseguire la pena fuori dal carcere per le condanne sotto i 18 mesi.
- Raddoppiano i contagi in carcere, il Covid dà la sveglia a Bonafede
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