di Antonio Carioti
Corriere della Sera, 29 ottobre 2020
"Ho scelto la vita. La mia ultima testimonianza pubblica sulla Shoah" di Liliana Segre (prefazione di Ferruccio de Bortoli, a cura di Alessia Rastelli, pp. 64) è edito dal "Corriere della Sera", con il sostegno e la partecipazione di Esselunga e sarà in edicola gratis con il quotidiano venerdì 30 ottobre. La senatrice sopravvissuta ad Auschwitz parla alle nuove generazioni. E a tutti noi. In un volume il discorso che conclude le sue testimonianze sulla Shoah.
Tutto cominciò nel settembre del 1938 per Liliana Segre, quando era ancora una bambina che si apprestava a frequentare la terza elementare. Lo racconta la senatrice a vita nella testimonianza resa a Rondine (Arezzo) il 9 ottobre scorso e pubblicata nel volume Ho scelto la vita, a cura di Alessia Rastelli, in edicola venerdì 30 ottobre con il "Corriere della Sera". Le dissero il papà e i nonni: "Tu non puoi più andare a scuola". All'improvviso era "diventata invisibile": una reietta da escludere, costretta a lasciare le compagne, senza alcuna colpa se non quella di essere ebrea. Possiamo solo immaginare che trauma sia stato per lei e per migliaia di altri bambini nelle stesse condizioni.
Erano gli effetti più assurdi e crudeli del decreto "per la difesa della razza nella scuola fascista", primo passo della legislazione antisemita introdotta da Benito Mussolini per cementare l'alleanza con il Terzo Reich di Adolf Hitler, l'Asse costituito nel 1936 che avrebbe portato il nostro Paese alla guerra e alla rovina.
Bisogna però chiarire un punto. L'Italia non adottò le leggi razziali perché la Germania lo avesse chiesto. Non esiste alcun documento che dimostri pressioni di Berlino su Roma in quella direzione. Semplicemente il dittatore fascista non voleva essere da meno del suo omologo tedesco, anzi ambiva a rivaleggiare con lui per diventare il punto di riferimento dei vari movimenti di stampo fascista attivi in Europa, animati in genere da una feroce ostilità antiebraica.
Per tornare al decreto che colpì la piccola Liliana, conviene forse andare a rileggere che cosa scriveva nel suo diario all'epoca Giuseppe Bottai, che nel 1938 era ministro dell'Educazione nazionale. Il 2 settembre presenta il provvedimento antisemita in Consiglio dei ministri e confessa di provare "una tal qual commozione" per la sorte degli insegnanti e degli alunni che verranno espulsi. Si rende conto che sta perpetrando un abuso, eppure procede disciplinatamente.
Quando poi gli vengono riferite le critiche di un altro gerarca, Italo Balbo, contrario alle leggi razziali, Bottai replica "che in un regime come il nostro le direttive del Capo si accettano o non si accettano; che per non accettarle occorrono motivi di irresistibile resistenza morale; che a tanto non arrivano le riserve secondo me possibili sul "metodo" della lotta antisemita".
Qui misuriamo l'effetto corruttore dei sistemi totalitari, la narcosi della coscienza che provocano negli individui in nome dell'obbedienza assoluta a capi ritenuti infallibili. In un clima del genere coloro che non sono affetti dal fanatismo ideologico finiscono tuttavia per abbandonarsi alla passività, per scivolare nel male denunciato con gran forza da Liliana Segre in tutti i suoi interventi pubblici: l'indifferenza.
Quanti, anche all'interno del regime, pensavano che le leggi razziali fossero un sopruso, ma si rimisero alla volontà del Duce? E quanti le accettarono, anche sulla base di antichi pregiudizi? Del resto la Chiesa cattolica presentava gli ebrei come "perfidi", per non parlare dell'accusa assurda, ma ripetuta tanto a lungo, di "deicidio" per la crocifissione di Gesù.
Si slittò così gradualmente sul piano inclinato che durante l'occupazione nazista portò a trasformare gli ebrei italiani, come scrive Ferruccio de Bortoli nella prefazione del volume, "da persone in oggetti di scarto". Esseri privati della loro individualità, da eliminare come insetti nocivi o, se abili al lavoro, da sfruttare fino allo sfinimento come bestie da soma. Un intero popolo da estirpare sistematicamente, con procedure mutuate dall'industria moderna.
La logica del lager era profondamente disumanizzante. Metteva i deportati gli uni contro gli altri, li induceva a chiudersi nella loro disperazione, distruggeva ogni forma di solidarietà. "Noi non volevamo sentire, non volevamo sapere. Giorno dopo giorno diventavamo più egoiste", racconta Liliana Segre di sé stessa e delle sue compagne di sventura.
Eppure la senatrice a vita, che aveva 13 anni quando fu deportata il 30 gennaio 1944, riuscì a conservare la voglia di vivere e il senso di umanità fino all'ultimo. Anche durante la "marcia della morte", quando venne condotta via da Auschwitz mentre i sovietici si avvicinavano, seppe rinunciare alla tentazione della vendetta, all'impulso di rendere a uno dei suoi aguzzini quello che aveva subito. "Il capo dell'ultimo lager in cui ero stata - racconta Liliana Segre nella sua testimonianza - gettò a terra la pistola. Avrei potuto raccoglierla e ucciderlo. Ma non lo feci. E da quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace che sono anche adesso".
Scegliere la vita e la pace, tuttavia, non significa perdonare. Ci sono orrori sui quali non si può passare un colpo di spugna, che continuano a pesare su tutti coloro che si macchiarono di complicità con il genocidio degli ebrei. Furono i nazisti ad attuare le deportazioni e lo sterminio, ma quel crimine spaventoso - non bisogna dimenticarlo - grava anche su una parte del nostro Paese. La Repubblica sociale fascista fondata da Mussolini, riportato in auge dai tedeschi dopo l'armistizio dell'Italia con gli Alleati e la tragedia dell'8 settembre 1943, dichiarò subito che gli ebrei erano da considerare stranieri e nemici, poi ne decretò l'internamento, premessa della successiva destinazione verso i lager della morte. Alla Shoah parteciparono anche nostri connazionali, sul piano politico e su quello più direttamente operativo. Non siamo un Paese solo di Giusti, anche se ci fu chi rischiò la vita per salvare gli ebrei.
Liliana Segre, nelle pagine del libro edito dal "Corriere della Sera", ci ricorda che cosa avvenne, a quale livello di abiezione possano giungere gli esseri umani quando bollano come nemici i propri simili non per quello che hanno fatto, ma per l'etnia, la religione, il colore della pelle, le idee. Al tempo stesso invita a non coltivare l'odio, pur senza mai rinunciare alla ricerca della giustizia e al dovere della memoria. Una lezione purtroppo attuale anche oggi. Perché la storia non si ripete mai allo stesso modo, ma ripropone spesso, davvero troppo spesso, orrori analoghi.
di Fabio Martini
La Stampa, 29 ottobre 2020
Telefonata fra Sassoli e Von der Leyen, oggi la proposta potrebbe essere discussa dai leader Ue. Serve ancora una mattinata di consultazioni, non è detto che arrivi in porto, ma l'ipotesi è suggestiva, clamorosa, per certi versi storica: arrivare ad un lockdown europeo. Con un'intesa, non necessariamente, tra tutti e 27 dell'Unione, ma con una ragionevole maggioranza dei Paesi, che potrebbero adottare un provvedimento di chiusura, sia pure valutando misure adattate alle diverse realtà nazionali.
Se ne è parlato ieri sera in una telefonata tra il presidente del Parlamento europeo David Sassoli e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen. Il primo ha suggerito l'ipotesi e la seconda, dopo averci ragionato assieme, ha apprezzato e ha assicurato di pensarci, valutando la possibilità di farla propria e presentarla oggi al Consiglio europeo straordinario, convocato nel tardo pomeriggio in videoconferenza. Non è ancora una presa in "carico" ma c'è l'idea di parlarne questa mattina in via preliminare con alcuni capi di governo. Si consumerà dunque una mattinata di consultazioni e anche se la proposta potrebbe cadere, senza essere portata al Consiglio, ieri sera era un'ipotesi in piedi, che persuadeva la presidente della Commissione.
Una proposta che in partenza sconta già l'impossibilità di trovare l'unanimità dei 27, un Paese come la Svezia, da mesi ormai, si è attestato sulla linea radicale della non-chiusura, scartando ogni ipotesi anche soft di lockdown e dunque, si valuta a Bruxelles, non aderirà mai ad un accordo così vincolante. E lo stesso atteggiamento di chiusura potrebbe essere assunto da altri Paesi.
Ma l'ipotesi accarezzata da Von der Leyen e Sassoli non è quella di un voto, di un impegno vincolante per tutti, ma invece di una proposta della Commissione aperta all'adesione degli Stati membri. Anche se dovesse essere presentata nella formula più soft, Von der Leyen vuole prima parlarne con i Paesi-guida dell'Unione e questa mattina - prima del vertice - chiederà cosa ne pensino la Cancelliera Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron e naturalmente anche i leader dei Paesi che finora hanno maggiormente resistito ad ogni restrizione delle libertà personali.
Nelle ultime 48 ore, Germania, Francia e Olanda hanno ceduto all'idea di misure più drastiche, i prossimi Paesi destinati a "cedere" sono Spagna e Belgio: tutti questi Paesi assieme all'Italia e agli altri che hanno già adottato chiusure parziali - si ragiona a Bruxelles - potrebbero sentirsi "alleggeriti" da un lockdown su vasta scala. E nell'eventualità che la proposta arrivi al tavolo dei 27 e sia accettata, si immaginava come suggestiva l'ipotesi che, sia pure per un limitato periodo di tempo, in buona parte dei Paesi dell'Ue possano avere libertà di circolazione soltanto gli studenti, che lontani da qualsiasi assembramento, vedrebbero diminuire le possibilità di essere contagiosi.
La presidente della Commissione, in vista del vertice straordinario di oggi, ha sostenuto che la situazione della pandemia di coronavirus è "molto seria" e "occorre intensificare la nostra risposta nell'Unione europea", invitando tutti gli Stati membri a collaborare strettamente nella lotta al Covid-19 che in Europa in questo momento corre veloce. Per potenziare il tracciamento e intensificare l'accesso ai test rapidi con risultato in 15 minuti, anche se meno affidabili, Bruxelles ha stanziato 100 milioni di euro. Serve agire tutti insieme". E sempre con l'idea di un'azione comune e ben coordinata ha proposto: "I test antigenici rapidi stanno arrivando sul mercato. Questo può avere un ruolo significativo ma noi proporremo un approccio comunitario alla loro approvazione e utilizzo".
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 29 ottobre 2020
Guerriglia urbana, l'analisi nel vertice in Prefettura: esponenziale crescita dell'aggressività da parte della fascia dei 14-16 anni. L'incontro è su Internet, sono le chat a lanciare la chiamata a raccolta.
In un quadro mutevole, dunque ancor più minaccioso, il vertice in Prefettura sull'ordine pubblico ha cristallizzato il seguente scenario. Lo ha fatto dopo le violenze di lunedì e prima dell'annunciata manifestazione di giovedì, per la quale il questore Sergio Bracco ha diffidato i promotori ufficiali (il movimento imprese italiane) dall'organizzare l'evento stesso, alle 17 in via Clerici, a Bresso. C'è un punto di partenza obbligatorio, analizzando sempre l'ultima guerriglia e l'attuale periodo storico. La manifestazione era stata di fatto "promossa" da commercianti, baristi e camerieri, i quali poi non sono riusciti a gestire la situazione.
La dissociazione della categoria, si sente ripetere dagli operatori della sicurezza, è il minimo che si potesse fare. Offensivo pensare che basti. E non venga accolto come giustificazione un primo dato oggettivo: i promotori non hanno firmato nessun atto distruttivo. L'incapacità di governare la piazza è un secondo dato oggettivo (e loro erano pur sempre lì, a riempire lo spazio e impegnare agenti). Ma allora chi dirigeva? Non i neofascisti associati agli ultrà. I primi, in particolare, si sono isolati già nelle iniziali fasi. C'erano anche militanti anarchici, "riconducibili all'area di via Gola", ugualmente, in linea generale, "distanti".
Questa frammentazione dello schieramento (proprio mai s'erano visti movimenti antitetici, abituati a fronteggiarsi, stare invece a fianco) risponde a trame nazionali, come spiega un investigatore di via Moscova. La contemporaneità dei disordini in più città, che ha risposto a un coordinamento, ha generato un'estrema difficoltà nel modulare in anticipo gli spostamenti dei reparti mobili come ausilio mirato in una zona d'Italia anziché un'altra. La medesima frammentazione introduce un'ulteriore criticità: la mancanza di un interlocutore, o più interlocutori, con i quali dialogare nella contrapposizione delle parti, esasperata nell'offensiva contro carabinieri e poliziotti, i primi obiettivi dei violenti.
Ed eccoci arrivati a loro. In Questura invitano a osservare l'esponenziale crescita dell'aggressività, che spesso sfocia in episodi di baby gang, da parte della fascia dei 14-16 anni, successiva al lockdown. Giovani rabbiosi, anzi per esplicitare meglio "incazzati contro il mondo", che non hanno nel mirino le recenti misure del Governo. Forse le ignorano pure.
Questa rabbia, in relazione alla provenienza geografica, a cominciare dalla periferia settentrionale (i gruppi più numerosi sono partiti dal quadrante viale Monza-via Padova-Lambrate) richiama il disagio delle seconde e terze generazioni di figli di migranti. Tema ampio, enorme, una tema con puntualità alla ribalta di Milano, e drammaticamente soggetto a manipolazioni dei politici, un tema che di per sé fa capire come sia rischioso demandare tutto alle forze dell'ordine evitando un'analisi su cosa è stato fatto nei decenni dai governanti locali.
Non si deve poi dimenticare l'"apporto" numerico dall'hinterland, in una composizione urbanistica e sociale, dice un investigatore, che non limita il malessere agli estremi lembi milanesi, ma interseca l'intera città metropolitana. Sono ragazzi che (forse) non hanno un preciso spazio fisico, dove per esempio provare a cogliere il fermento come potevano essere, cinquant'anni fa, agli esordi del terrorismo, la Statale e la Siemens. L'incontro è su Internet; sono le chat a lanciare la chiamata a raccolta, convocare in tempo zero decine di giovani, comunicare ritrovi, fomentare, suggerire piani. Una "improvvisazione strutturata", che spaventa i non addetti ai lavori; in queste ore istituzioni società di vigilanza hanno chiesto con insistenza: proteggeteci, interpretando carabinieri e poliziotti come un servizio ad personam.
Ma non esiste un'agenda del futuro. E non si può essere ovunque a difendere ogni Palazzo, ogni strada commerciale. Proprio perché i ragazzi sono imprevedibili, se non forse con un'insistita attività di prevenzione capace di cogliere i famosi segnali sul territorio che interrogano per prime famiglie e scuola. A settembre, a Milano il capo della polizia Franco Gabrielli aveva presieduto una riunione "interna". Aveva illustrato le criticità di mesi complicati e s'era richiamato allo sforzo instancabile di "leggere" la città e la provincia, di interpretarla ancor prima di "starci" fisicamente, di adattare le azioni a seconda dell'interlocutore, della sua provenienza, delle sue istanze, di cosa si porta dietro e dentro.
di Luigi Agostini e Michele Mezza
Il Manifesto, 29 ottobre 2020
Ci vogliono i dati sociali, necessari per fermare il contagio, dati confiscati da pochi gruppi privati che tendono ormai a sostituirsi ad ogni potere democratico. Ci sono decenni in cui non accade niente e settimane in cui accadono decenni. La massima di un giovanissimo Lenin, meglio di ogni ulteriore speculazione, documenta il tempo che stiamo vivendo. Lo Stato, come luogo pubblico non subalterno al privato, è al centro di un tiro incrociato. La pandemia, che pure sembrava mettere al centro l'idea di pubblico come unica salvezza, sta dando la stura agli istinti speculativi e reazionari che decenni di individualismo parassitario hanno contribuito a diffondere in tutte le fibre sociali del Paese.
La sanità pubblica e universalistica sta combattendo una battaglia campale, ma senza una strategia politica e senza una base sociale che la rivendichi come valore estremo. Il governo annaspa inseguendo un virus che corre a velocità siderale. La sinistra ondeggia fra l'istinto solidarista e la tentazione efficentista. In queste ore che stanno ridisegnando il mondo, dobbiamo ritrovare la forza di un'identità sociale altra rispetto alla dinamica del mercato.
É il tempo di una sinistra forte. E vanno quindi sostenuti quegli scienziati, come Andrea Crisanti o Massimo Galli, che chiedono piena autonomia e sovranità nell'uso dei dati per contrastare la marcia del contagio.
Senza quei dati che Google e Facebook hanno messo in vendita, diventa davvero difficile circoscrivere il virus. Dobbiamo usare questo mese di simil-lockdown per potenziare la capacità della sanità di prevedere l'incubazione del Covid19 e non di inseguirlo. Ci vogliono i dati sociali, necessari per fermare il contagio, dati confiscati da pochi gruppi privati che tendono ormai a sostituirsi ad ogni potere democratico.
I monopoli delle piattaforme ormai tendono a sostituirsi al potere politico, sfruttando e piegando il nuovo tratto distintivo della nostra epoca, la potenza di calcolo, che tutto regge e tutto regola. É così che la sinistra, attraversando il terreno lastricato di dolore della pandemia, può rientrare nel nuovo tempo, imparando dalla realtà: analisi concreta della realtà concreta. Una sinistra che possa tradurre in digitale i suoi tradizionali linguaggi di solidarietà, di democrazia e di riorganizzazione degli assetti produttivi e sociali.
Esattamente come nel cuore della crisi degli anni '30 il movimento del lavoro interloquì con tutti i mondi della cultura per ridisegnare un modo in rovina, oggi bisogna rimettere in piedi questa capacità di parlare a tutte le persone a partire dalla loro sicurezza e salute, in un mondo in cui solo con i dati digitali si può anticipare e predire la velocità del contagio. Una sinistra che parta proprio dalla sanità, dall'articolo 32 della Costituzione, che fa obbligo allo Stato di assicurare ad ogni cittadino e garantire ad ogni comunità non solo la sicurezza ma la piena consapevolezza sulle misure diagnostiche e terapeutiche. Una consapevolezza che non può prescindere oggi dal controllo esplicito e cosciente di quel flusso di dati sensibili che rappresenta la base della nuova produzione di valore e di autonomia sociale e di sovranità statuale. É indispensabile che Immuni, l'applicazione di tracciamento, sia collegata alla tessera sanitaria e sia parte integrante della documentazione di ogni cittadino. L'applicazione deve potersi agganciare al GPS in modo di monitorare i nostri movimenti. La pandemia ci ha insegnato ormai che senza un controllo esplicito dei dati, il contagio diventa inarrestabile e si muore.
Nessun pretestuoso e strumentale richiamo ad una privacy ridotta ad un guscio vuoto - - un privatismo senza più privato- quotidianamente violata e sbeffeggiata dai grandi poteri tecnologici globali, può giustificare che la sanità pubblica non possa essere partner di ogni cittadino nella tutela della salute, sicurezza e socialità.
Il fallimento di Immuni, deriva da inefficienza perché nata subalterna ai grandi domini della telefonia mobile. E ci mostra una sola via per una democrazia reale, attuale, moderna, che attivi ogni risorsa e infrastruttura digitale per sostenere una concreta ed efficacie territorializzazione dell'assistenza e del contrasto al contagio nella fase dell'incubazione: la via della sicurezza e della obbligatorietà. Si annunciano nei prossimi mesi l'avvento di soluzioni, come il 5G e la rete a banda larga, che renderà inevitabile la circolazione veloce di pacchetti di dati corposi e rilevanti, come le stesse cartelle cliniche: dobbiamo convertire il titubante progetto di Fascicolo Sanitario Elettronico in una straordinaria ed autonoma Infrastruttura, pietra angolare di un welfare pubblico competitivo ed efficiente che trascini la modernizzazione del paese.
Che dimostri come Pubblico non equivalga a Burocrazia. Il ministero della Salute deve diventare il fulcro e la cabina di regia di questo nuovo welfare del calcolo, per guidare efficacemente l'intero processo di contrasto alla pandemia, e per programmare le politiche altrettanto necessarie alla tutela della salute pubblica. Accanto a medici ed infermieri, è indispensabile oggi un Super-computer al ministero della Salute per rispondere all'emergenza con una strategia che veda lo veda completare la interoperabilità di tutti i dati della sanità. L'universo pubblico dispone di straordinarie capacità di calcolo, come le infrastrutture di Eni, Leonardo e Inpes, dimostrano. Essere Stato oggi significa congiungere e finalizzare tutti questi assets alla nostra sicurezza e salute. Oggi e non domani.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 29 ottobre 2020
Cirinnà: "Non si è mai liberi di odiare". Il ddl Zan, che consta di 10 articoli, contiene misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all'orientamento sessuale, all'identità di genere e alla disabilità. Sono stati approvati dalla Camera i primi cinque articoli (dei dieci) del ddl Zan che contiene misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all'orientamento sessuale, all'identità di genere e alla disabilità.
Approvata la prima parte della legge, domani pomeriggio - dopo l'informativa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sul dpcm - riprenderà in Aula l'esame degli emendamenti sulle cosiddette "azioni positive", ovvero tutte le iniziative sia per la protezione delle vittime di violenze sia per la sensibilizzazione delle pubbliche amministrazioni sulla non discriminazione. La votazione finale della legge è prevista per martedì prossimo, dopodiché il testo passerà al vaglio del Senato. Approvato anche l'emendamento della maggioranza secondo cui "sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti".
Zan: "La legge sarà tra le più moderne d'Europa" - "L'Italia - spiega a Repubblica Alessandro Zan - era al 35esimo posto in Europa per accettazione sociale lgtb, con questa norma che comprende anche il contrasto all'abilismo sarà tra le più avanzate d'Europa. Si tratta di un ampio strumento contro le discriminazioni e le violenze".
"L'emendamento della maggioranza che è stato approvato - sottolinea il relatore del ddl - ricalca la giurisprudenza che si è formata sulla legge Mancino secondo cui la libera espressione non deve mai sconfinare nell'istigazione all'odio e alla violenza. L'opposizione voleva far passare una norma scriminante che creava una disparità di trattamento per condotte omotransfobiche che rischiava di compromettere la stessa legge Mancino". L'Aula aveva in precedenza approvato l'emendamento che estende la legge contro omotransfobia e misoginia anche ai reati commessi per la disabilità della vittima.
Cirinnà: "Non si é mai liberi di odiare" - "L'approvazione dei primi cinque articoli della proposta di legge Zan - commenta la senatrice Monica Cirinnà - é una bella notizia. Non solo perché la maggioranza ha dato un segnale forte di impegno e compattezza, ma anche per i miglioramenti che sono stati apportati al testo. Penso anzitutto all'introduzione della disabilitá tra le condizioni personali protette dalla legge Mancino: un messaggio importante e concreto di inclusione e tutela, la migliore risposta a chi dice che questa legge é una legge ideologica. E penso anche all'approvazione dell'articolo 3, in materia di tutela della libertà di opinione". "Abbiamo superato l'ostacolo su cui si era bloccata - dichiara Cirinnà - nella scorsa legislatura, la proposta Scalfarotto, approvando una norma ragionevole ed equilibrata. A chi dice che questa legge é liberticida, é stato ribadito quel che é giá chiaro nella giurisprudenza: si é liberi di esprimere il proprio pensiero, ma non si é mai liberi di odiare. Spero adesso che la Camera approvi in tempo brevissimo il resto della legge, e mi impegno sin d'ora a garantire un passaggio rapido al Senato. Stiamo lavorando per un'Italia più libera, più giusta, più civile".
I cinque articoli approvati del ddl Zan - L'articolo 1 del testo sull'omofobia, approvato dall'Aula, modifica l'articolo 604 bis del codice penale, aggiungendo tra i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, punibili con la detenzione, anche gli atti di violenza o incitamento alla violenza e alla discriminazione "fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità".
L'articolo 2 del provvedimento, sempre approvato dalla Camera, modifica invece l'articolo 604 ter del codice penale, relativo alle circostanze aggravanti, aggiungendo anche l'identità di genere e la disabilità tra i reati la cui pena é aumentata fino alla metà.
L'articolo 3 è stato riformulato, rispetto alla versione originaria, con un accordo di maggioranza a cui si sono dette contrarie le opposizioni: "Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti o di opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti". In pratica, la riformulazione ribadisce esplicitamente che la punibilità scatta quando vi sia il concreto pericolo degli atti discriminatori o violenti".
L'articolo 4 Interviene sulla cosiddetta Legge Mancino. L'articolo 5 Modifica l'articolo 90-quater del codice di procedura penale sulla condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 29 ottobre 2020
Ma la sua applicazione resta un'utopia. Nessuna delle potenze che possiedono gli ordigni atomici lo ha ancora firmato, finora hanno aderito 50 paesi. Il trattato che proibisce tutte le armi nucleari è diventato ufficialmente realtà, ed entrerà in vigore il prossimo 22 gennaio. Naturalmente il suo obiettivo resta un'utopia, perché nessuna delle potenze che possiedono gli ordigni atomici lo ha firmato. Però è un segno dei tempi e un elemento di pressione, che secondo i suoi promotori potrebbe obbligare quanto meno ad una nuova riflessione globale sul tema degli strumenti bellici finalizzati alla distruzione di massa.
Il Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons era stato negoziato all'Onu sotto la spinta di paesi come il Costa Rica, che hanno una lunga tradizione pacifista, e nel 2017 era stato approvato dall'Assemblea Generale con 122 voti favorevoli. Il testo, non vincolante, vieta di sviluppare, testare, produrre, possedere, schierare, trasferire, e naturalmente usare le bombe nucleari.
Da allora in poi 84 paesi membri del Palazzo di Vetro lo hanno firmato, ossia quasi metà della membership, ma l'Italia non è uno di questi, perché l'adesione la obbligherebbe ad interrompere l'alleanza con la Nato e gli Stati Uniti, chiedendo la rimozione delle armi atomiche dal suo territorio. La legge internazionale prevede che per entrare in vigore, un trattato ha bisogno di essere ratificato da almeno 50 paesi. Questa soglia è stata raggiunta sabato scorso grazie all'Honduras, e quindi tra 90 giorni il Tpnw diventerà realtà. Il segretario generale Guterres ha celebrato l'evento come "il culmine di un movimento mondiale, per attirare l'attenzione sulle catastrofiche conseguenze umanitarie dell'uso di qualsiasi arma nucleare".
Naturalmente nessuno si illude sul fatto che questo testo porti all'eliminazione degli ordigni atomici. I nove paesi che li possiedono, cioè Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele, non hanno aderito, e Washington ha inviato una lettera a tutti i membri chiedendo di cancellare la loro firma dal documento, perché "pur riconoscendo il vostro diritto sovrano di accedere al Tpnw, noi crediamo che voi abbiate commesso un errore strategico".
L'amministrazione Trump infatti ritiene che Russia e Cina non rinunceranno mai ai propri arsenali, come dimostra il rifiuto di Pechino a partecipare al negoziato del nuovo trattato Start con Mosca, e quindi il Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons è un'iniziativa ingenua che finirà solo per mettere sotto pressione le democrazie. I promotori non si illudono sulla possibilità di arrivare ad un bando immediato, ma vedono il documento come l'inizio di un processo, simile a quelli che poi hanno portato ai divieti delle armi chimiche e biologiche, le mine, le bombe a grappolo. Il primo passo sarà l'entrata in vigore del trattato, che quindi diventerà uno strumento internazionale ufficiale. Con ciò sperano di rendere inevitabile una riflessione globale, che nel corso degli anni possa aumentare le adesioni e quindi la pressione su chi lo rifiuta, allo scopo di far passare nella comunità mondiale l'idea di un pianeta senza armi nucleari.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 29 ottobre 2020
Due anni fa l'iscrizione di cinque egiziani, membri dei servizi segreti, nel registro degli indagati. Dal Cairo solo silenzi, dal governo italiano nessun aiuto. Il 4 dicembre 2018 la Procura di Roma annunciava l'iscrizione nel registro degli indagati di cinque agenti della Nsa, la sicurezza nazionale egiziana. Dava un nome ai presunti rapitori, torturatori e assassini di Giulio Regeni, scomparso al Cairo quasi tre anni prima, il 25 gennaio 2016, e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo. Tra poco più di un mese quell'iscrizione compirà due anni, i 24 mesi oltre i quali il codice di procedura penale non permette di andare. Per questo ieri la Procura ha fatto sapere di essere prossima alla chiusura delle indagini sull'omicidio del giovane ricercatore friulano.
Lo ha comunicato mentre al Cairo si svolgeva l'ennesimo incontro tra il team investigativo di Ros e Sco e gli inquirenti egiziani. Quelli che da anni promettono la luna ma non consegnano neppure il dito che la indica. A partire dalle richieste che Piazzale Clodio ha inserito nella rogatoria dell'aprile 2019 e rimasta senza risposta alcuna. L'ultima promessa risale allo scorso primo luglio quando il procuratore capo Michele Prestipino insieme al pm Sergio Colaiocco, in videoconferenza, chiese lumi e risposte rapide. In cima agli interessi della Procura romana sta l'elezione di domicilio dei cinque indagati e la conferma della presenza di uno di loro in Kenya, nell'agosto 2017, quando lo si sentì a un pranzo riferire dettagli specifici sulla sparizione di Giulio.
Il primo luglio regnò il silenzio nello spazio virtuale che divideva gli inquirenti, plastica rappresentazione della distanza siderale tra le intenzioni di verità degli uni e quelle di insabbiamento degli altri. Ieri il primo a intervenire in merito è stato Erasmo Palazzotto, deputato di Leu e presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Regeni: "Tale circostanza pone in capo al governo la responsabilità di esercitare ogni tipo di pressione diplomatica nei confronti dell'Egitto. In assenza di una risposta adeguata dovremo prendere atto e trarne le dovute conseguenze". Finora non pervenute.
Sentito dalla Commissione il 18 giugno, due settimane prima della videoconferenza del primo luglio, il primo ministro Conte aveva tracciato la strategia governativa: si ottiene rispetto e collaborazione da amici, continuando a intrattenere rapporti diplomatici e commerciali con Il Cairo. Il riferimento era all'autorizzazione alla vendita al regime di due fregate Fincantieri da 1,2 miliardi di euro, mai bloccato.
Due anni fa l'iscrizione nel registro delle notizie di reato da parte dell'allora procuratore Pignatone era stata accolta con favore dalla famiglia Regeni. Con un lavoro certosino capace di superare un percorso irto di ostacoli e silenzi, la Procura di Roma era riuscita a individuare almeno cinque funzionari della Nsa responsabili del rapimento. I loro nomi fanno tremare i muri dell'impalcatura di omertà di cui è fatto il regime del presidente al-Sisi: il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif e l'agente Mahmoud Najem.
Li fanno tremare perché dimostrano che la teoria del "caso isolato" e - peggio - delle mele marce non regge: i cinque erano/sono figure centrali nella macchina statale egiziana del controllo sociale e della repressione fisica, ingranaggi del sistema Nsa, erede del temuto Ssis, l'intelligence nota a ogni egiziano nell'epoca Mubarak. La rivoluzione del 2011 non l'ha spazzata via: ha cambiato nome, ma la fattura è identica e anche il suo controllore, il ministero degli Interni.
di Giordano Stabile
La Stampa, 29 ottobre 2020
L'ira di sunniti e sciiti dopo la vignetta di Charlie Hebdo sul presidente turco. Il giornale: "Libertà di blasfemia". Charlie Hebdo ribadisce il suo "diritto alla blasfemia" e mette in prima pagina una vignetta su Recep Tayyip Erdogan. Il leader turco reagisce con una querela e parole di fuoco contro Emmanuel Macron, accusato di voler condurre "una nuova crociata" e di alimentare "l'islamofobia".
E gli fa eco la guida suprema iraniana Ali Khamenei, che riprende l'accostamento della Shoah alle "persecuzioni" dei musulmani in Europa. Due antichi imperi, la Turchia sunnita e l'Iran sciita, per secoli rivali, sembrano risorgere all'unisono nel duello con il presidente francese e nel cavalcare il risentimento anti-Francia che scuote il mondo islamico dopo la ripubblicazione delle vignette su Maometto. È un'onda difficile da contenere anche per i leader amici dell'Occidente. Dopo le prese di posizione nel Golfo, ieri sono arrivate le critiche agli "abusi della libertà di espressione" da parte di Abdel Fatah al-Sisi, pure stretto alleato di Parigi.
Ma tant'è, il clima è questo, e a muoversi a suo agio è Erdogan. La vignetta del settimanale francese, che lo mostra sul divano in canottiera, mentre solleva l'abito di una donna con due bicchieri di vino su un vassoio ed esclama "Uh, il Profeta", lo ha forse toccato nell'amor proprio ma gli ha dato l'occasione per un'altra tirata in grado di galvanizzare i seguaci. "Non l'ho neppure guardata", ha precisato. Poi ha annunciato la querela, la seconda dopo quella nei confronti dell'olandese Geert Wilder, e si è ancora una volta erto a difensore dell'islam: "La mia collera non è dovuta all'attacco ignobile nei confronti della mia persona, ma agli insulti contro il Profeta". Difenderlo, ha continuato "è una questione d'onore". La Francia e l'Europa, ha concluso, non meritano politici come Macron, che vorrebbero soltanto "rilanciare le crociate".
Ieri le manifestazioni hanno di nuovo attraversato l'immenso spazio che va dal Marocco all'Indonesia, ma l'epicentro è stato Teheran. Hanno cominciato i giornali del mattino, con caricature che mostravano Macron nelle sembianze di un demonio, un leitmotiv. Poi è arrivato Khamenei, con due tweet studiati per alimentare la rabbia.
"Giovani francesi - ha esortato - chiedete al vostro presidente perché sostiene gli insulti al Messaggero di Dio in nome della libertà di espressione. Non è libertà, è oltraggio". E poi l'affondo sulla Shoah: "Perché è un crimine sollevare dubbi sull'Olocausto mentre insultare il Profeta è permesso?". Una frase che esplicita le allusioni prima di Erdogan e poi del premier pachistano Imran Khan.
Nella capitale migliaia di manifestanti bruciavano le foto di Macron e urlavano "Emmanuel Rushdie", un riferimento alla fatwa di Khomeini contro lo scrittore indiano. Lo strano sodalizio turco-iraniano è stato confermato dal consigliere della guida suprema Ali Akbar Velayati, che si è schierato contro l'Armenia nella disputa con l'Azerbaigian, appoggiato dalla Turchia. E guarda caso il Paese europeo più vicino agli armeni è la Francia. Parigi ha ribattuto agli assalti di Erdogan con una dichiarazione dell'Eliseo. "Non rinuncerà mai ai suoi principi e ai suoi valori", a partire dalla libertà di espressione, nonostante "i tentativi di intimidazione".
La difesa di Charlie Hebdo ha però un prezzo. I tradizionali alleati arabi sono costretti ad allinearsi con i loro avversari regionali. Dall'Egitto sono arrivate le dichiarazioni di Al-Sisi contro l'uso della "libertà di espressione come giustificazione degli insulti all'islam", mentre il grande imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayeb, ha chiesto ai governi occidentali di "punire le azioni anti-musulmane".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 29 ottobre 2020
Ieri mattina Amnesty International ha trasmesso alle autorità della Bielorussia, attraverso le ambasciate del paese, 191.000 firme raccolte in 184 stati e territori (più di 23.000 in Italia) per chiedere la fine della repressione nei confronti delle proteste pacifiche e l'accertamento delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di polizia.
La petizione era stata lanciata nelle settimane precedenti le elezioni presidenziali del 9 agosto. Durante la fase finale della campagna elettorale, già c'erano state centinaia di arresti, tra i quali quelli - per accuse fabbricate - dei leader dell'opposizione e candidati alla presidenza Viktar Babaryka e Syarhei Tsihanouski.
Dopo le elezioni, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per contestarne l'esito. Le proteste pacifiche sono state represse con una forza brutale e indiscriminata. Almeno sei manifestanti sono stati uccisi, migliaia sono stati arrestati e centinaia sottoposti a torture.
Le proteste continuano in tutto il paese e ogni settimana vengono arrestati centinaia di manifestanti. Da ultimo le autorità della Bielorussia si sono scagliate contro gli operai che il 26 ottobre hanno aderito all'appello allo sciopero lanciato dall'opposizione politica. Secondo il Centro per i diritti umani "Viasna", nelle prime ore di sciopero sono stati eseguiti oltre 100 arresti.
Già alle 7 di mattina del 26 ottobre uomini in borghese hanno picchiato e arrestato gli operai che stavano scioperando alla Grodno Azot, una delle principali aziende del comparto chimico. I firmatari dell'appello di Amnesty International chiedono che la sistematica campagna di intimidazione e terrore contro i manifestanti pacifici cessi immediatamente, che si celebrino processi nei confronti degli appartenenti alle forze di sicurezza sospettati di aver commesso violazioni dei diritti umani e che sia posta fine alla prassi illegale di mandare in piazza bande di uomini in abiti civili che scendono da veicoli privi di targa per arrestare i manifestanti.
di Andrea Nicastro
Corriere della Sera, 29 ottobre 2020
Nel Paese ora comanda Sadyr Zhaparov, ex ufficiale sovietico che era in prigione all'inizio del mese. Le pressioni economiche di Mosca e Pechino. Poco più di tre settimane fa, uno degli -stan dell'Asia Centrale (Paesi musulmani, ex comunisti e in genere petroliferi) prendeva fuoco. Nella notte seguita ad elezioni spudoratamente truccate, il Parlamento del Kirghizistan veniva assaltato, il presidente se la cavava per un soffio e un ex presidente era liberato a randellate dalla cella.
Poteva essere l'inizio della terza carneficina in 15 anni. Ad oggi, invece, le vittime stanno sulle dita di una mano. È questa l'unica buona notizia della vicenda, il seguito sa di sconfitta per la democrazia e i diritti umani. Dei due presidenti in lizza non ne è rimasto neanche uno. Il legittimo si è dimesso per "non passare alla storia per un bagno di sangue".
Il galeotto è tornato in prigione. Ora comanda Sadyr Zhaparov, ex ufficiale sovietico, anche lui in prigione all'inizio del mese per aver sobillato la maggioranza kirghiza contro la minoranza uzbeka. Liberato dalla "folla", Zhaparov è passato come un fulmine da "terrorista" a premier fino a presidente ad interim. Ora promette la luna: lotta alla corruzione, Stato di diritto, aiuti economici e un voto regolare. Prestissimo.
È il padrone assoluto del Paese e il killer di fatto dell'ultima rivoluzione colorata. Quelle tra 2004 e 2005 nell'ex spazio sovietico furono rivolte pacifiche che chiedevano democrazie di stile occidentale. In Ucraina e Georgia si è arrivati alla frantumazione del Paese, in Kirghizistan all'uomo solo al comando. L'arretramento del liberalismo rispetto all'autoritarismo è evidente in tutto il mondo. L'Europa non c'è ancora. Gli Usa non vogliono più esserci. Da chi dipende il nuovo uomo forte del Kirghizistan? Forse dai criminali che l'hanno liberato di galera.
Forse dalle masse impoverite da crisi e Covid. Più probabilmente da Russia e Cina. Mosca ha fermato gli aiuti all'ex repubblica sovietica "fino alla stabilizzazione" che tradotto significa fino a che Zhaparov non bacerà la pantofola di Zar Putin. Pechino non vuole differire le rate del prestito da 1,8 miliardi, cioè chiede concessioni minerarie e influenza. Quale tra i due grandi Paesi autoritari arde dal desiderio di promuovere in Kirghizistan i valori democratici dell'Occidente?
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