di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 12 novembre 2020
Hanan al Barassi è stata freddata dopo aver ricevuto minacce di morte. Aveva criticato e accusato di corruzione il figlio del Generale, Saddam. Quando per le vie di Bengasi viene menzionato il suo nome in genere i passanti abbassano lo sguardo e svicolano veloci. Pochi mesi fa nel teatro del centro gli attori confidavano a bassa voce che di Saddam Haftar è meglio non parlare mai. "Nei nostri spettacoli possiamo fare ironia sui vizi e difetti della società libica. Ultimamente non sono neppure più vietati gli accenni alla situazione politica e le divisioni interne. Ma la famiglia Haftar è meglio non toccarla e Saddam proprio per nulla", dicevano.
A giudicare dai fatti le loro cautele sono più che giustificate. L'assassinio ieri a metà giornata dell'avvocatessa 46enne Hanan al Barassi conferma i timori più cupi. I killer hanno agito consapevoli di godere della totale impunità. Le hanno sparato mentre era alla guida della sua auto nella centralissima "V20", dove si trovano i negozi migliori e i pedoni affollano i marciapiedi. "Azouz Barqa", Signora Cirenaica, come era nota questa instancabile attivista in favore dei diritti umani, che solo poche ore prima sul suo blog aveva postato un nuovo messaggio d'accusa contro la "corruzione della famiglia Haftar" e in particolare di denuncia nei confronti di Saddam, non ha neppure avuto il tempo di reagire. A Bengasi i commenti sono riservati, impauriti. Ma gli osservatori di cose libiche e le organizzazioni umanitarie internazionali non esitano a tornare a puntare il dito contro lui, Saddam, 35 anni, figlio primogenito del maresciallo Khalifa Haftar, che vorrebbe un giorno prendere il posto del padre.
La fine della al Barassi ricorda molto da vicino quella nel luglio 2019 di Siham Sergewa, la deputata rapita nella sua abitazione di Bengasi da un gruppo di uomini armati militanti nella "Brigata 106", che è comandata da Saddam in persona. La casa venne data alle fiamme, il marito chirurgo picchiato e minacciato, e Siham fu caricata di forza su di una camionetta. Da allora non se ne è saputo più nulla. Ma la convinzione generale è che sia morta da un pezzo, come del resto i circa 150 tra intellettuali e giornalisti che dal 2014 si sono opposti al pugno di ferro imposto da Khalifa Haftar sulle zone sotto il suo controllo.
Le due donne in particolare avevano criticato l'offensiva militare voluta da Haftar per cercare di prendere Tripoli l'anno scorso. Siham denunciava le violenze contro le donne e la corruzione. Amnesty International segnala che era stata minacciata di morte dopo che aveva postato sul blog l'intenzione di diffondere un suo video per rendere pubblici i crimini di Saddam.
Un personaggio che ricorda da vicino la figura di Uday, il noto primogenito di Saddam Hussein, ucciso in Iraq dalle truppe americane nel 2003. Ma, nel caso del Saddam libico, le implicazioni con il regime di Haftar sono ancora più profonde. Saddam ricopre infatti un ruolo importante nella gerarchia del sistema militare locale. Le sue milizie sono state accusate dal Tribunale Internazionale dell'Aja di aver torturato e ucciso i prigionieri di guerra.
I media di Tripoli raccontano che nel 2017 fu lui che guidò la sua milizia a prelevare gran parte dell'oro e contanti conservati nella filiale della Banca Centrale libica a Bengasi. Di fatto una vera rapina alla luce del giorno garantita dal monopolio della violenza. E due mesi fa anche Radio France International segnalava i traffici molto poco chiari dei tre figli di Haftar, oltre a Saddam anche Khaled e Siddiq, impegnati a riciclare oro e contanti nelle banche di Istanbul e del Dubai.
Il ruolo di Saddam cresce adesso con il progressivo indebolimento militare e politico del padre. Battuto militarmente a Tripoli, costretto sulla difensiva a causa degli aiuti turchi al governo di Fayez Sarraj, ai ferri corti con gli alleati a Mosca e oltretutto di salute malferma, a 77 Khalifa Haftar appare oggi una figura in netto declino. Non è strano che Saddam cerchi di farsi largo. Ma i suoi modi brutali non sono apprezzati in Cirenaica e tanto meno in Tripolitania.
Non ha alcun ruolo nei timidi colloqui di pace che stanno svolgendosi in questo momento sia a Tunisi che a Sirte per cercare di creare un governo unitario per il Paese. L'Unsmil, l'agenzia Onu di sostegno alla Libia che lavora per il dialogo, ha divulgato una denuncia netta contro la tragica morte della al Barassi. Tra i suoi diplomatici prevale il parere per cui il primogenito di Haftar vada inquisito, piuttosto che considerato come un credibile partner politico.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 12 novembre 2020
Lunedì scorso la Sezione 28 della Corte Suprema della Repubblica islamica dell'Iran ha respinto la richiesta di revisione del processo contro una giovane donna, Saba Kord Afshari, che si era concluso con la condanna a 24 anni. Saba era stata incarcerata il 2 giugno dell'anno scorso, quando aveva vent'anni, per aver infranto l'obbligo di indossare lo hijab, il velo cosiddetto islamico che copre il capo e il collo delle donne.
È detenuta nel famigerato carcere di Evin a Teheran. Era già stata arrestata il 2 agosto del 2018, condannata a un anno e liberata da un indulto a febbraio del 2019. Recidiva, la sua condanna successiva sommava 15 anni per "incitamento e favoreggiamento della corruzione e della prostituzione" attraverso la promozione del rifiuto del velo, 7 anni e mezzo per "associazione e collusione al fine di commettere crimini contro la sicurezza nazionale", e un anno e mezzo per avere "svolto una propaganda contro il sistema".
La condanna maggiore era stata ridotta e successivamente ripristinata. Intanto a Saba Kord Afshari venivano negate le cure mediche di cui aveva bisogno. Sua madre, Raheleh Ahmadi, era stata a sua volta arrestata e condannata a due anni per aver manifestato a difesa della figlia. A lei è stata negata l'uscita dal carcere di Evin concessa ad altri detenuti e detenute con pene inferiori ai 5 anni a causa del Covid.
Nel 2018 almeno 29 donne, "Le ragazze di via della Rivoluzione", erano state arrestate per aver manifestato a capo scoperto nel centro di Teheran e in altre città, inalberato i foulard come bandiere e diffuso le loro immagini sui media sociali (qui, per esempio: "The Girls Of Revolution Street"). La Sezione 28 della Corte Suprema è nota per la spietatezza e il disprezzo di ogni diritto alla difesa esibiti contro giornalisti, scrittori, poeti, cineasti e artisti, e seguaci di minoranze religiose, per il solo fatto del loro credo, come i Baha'i.
È una di tante notizie orrende che vengono, e spesso non arrivano, da un grande paese in cui le donne furono protagoniste di una rivoluzione, subito tradita dai suoi fanatici turbanti, e da allora condannate a nascondere i propri capelli. Oggi fa una piccola impressione in più, quando la nostra attenzione e le nostre controversie sono prese da una mascherina.
di Giovanni Benedetti
L'Osservatore Romano, 12 novembre 2020
L'avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh, celebre per il suo impegno in difesa dei diritti umani, ha potuto lasciare lo scorso 7 novembre il carcere femminile di Qarchack, con un permesso temporaneo concessole per via dell'emergenza covid-19. La notizia è stata comunicata il giorno stesso da Mizan, l'agenzia di stampa ufficiale dell'autorità giudiziaria iraniana.
Definita da numerose testate occidentali come "la più nota prigioniera politica iraniana", la cinquantasettenne Sotoudeh era stata arrestata nel giugno 2018 dietro le gravi accuse di attività contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo Stato e istigazione alla corruzione e alla prostituzione. Al termine di un processo durato quattro mesi, l'avvocatessa è stata poi giudicata colpevole e condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate.
La fama di Nasrin Sotoudeh deriva dalle importanti battaglie legali da lei condotte in Iran, in particolare a difesa dei diritti delle donne e contro la pena di morte. Per questo suo impegno, l'avvocatessa è stata insignita nel 2012 del Premio Sakharov per la libertà di pensiero dal Parlamento europeo. Le attività di Sotoudeh hanno però portato la donna a duri contrasti con il governo iraniano nel corso degli anni: già nel 2010, infatti, venne arrestata con le accuse di cospirazione contro lo Stato e propaganda antigovernativa e condannata a sei anni di reclusione, in una sentenza che suscitò dure critiche dalla comunità internazionale e in particolare da parte dell'amministrazione statunitense di Barack Obama. Sotoudeh venne poi rilasciata dopo tre anni, ma con il divieto di lasciare l'Iran. Lo scorso agosto, anche la figlia ventenne Mehraveh Khandan è stata arrestata, sulla base di accuse non definite, per venire rilasciata dopo poche ore.
Durante gli ultimi mesi della sua detenzione, Nasrin Sotoudeh ha intrapreso uno sciopero della fame per chiedere il rilascio di alcuni attivisti e prigionieri politici a causa della situazione di emergenza sanitaria. La protesta si è interrotta all'inizio del mese di settembre dopo 45 giorni, quando la donna è stata ricoverata a causa di un'insufficienza cardiaca e trasferita dal carcere di Evin, dove era precedentemente detenuta, alla struttura di Qarchack.
La pandemia di covid-19 ha colpito molto duramente l'Iran, che dall'inizio di novembre ha registrato circa 8.000 nuovi casi al giorno, un numero largamente superiore a quelli di altri Paesi della regione. Dal mese di marzo, il governo iraniano ha concesso circa 100.000 permessi temporanei di rilascio per fare fronte al sovraffollamento delle carceri, ma, come denunciato lo scorso ottobre dall'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, i prigionieri politici sono stati quasi completamente esclusi da questa manovra.
di Raffaella Scuderi
La Repubblica, 12 novembre 2020
Il presunto finanziatore dei massacri del 1994 è comparso davanti al Tribunale internazionale Onu. Arrestato a maggio in Francia, è stato estradato nei Paesi Bassi a ottobre. Corrucciato, giacca grigia con cravatta, seduto su una sedia a rotelle e con la mascherina appoggiata sul mento. Félicien Kabuga è comparso oggi per la prima udienza sul suo presunto coinvolgimento nel genocidio ruandese davanti al Meccanismo Residuale Internazionale delle Nazioni Unite per i Tribunali Penali (Ictr), rinunciando al diritto di collegarsi in video a distanza. Interpellato dal giudice, l'ex miliardiario ruandese ha scelto di parlare la sua lingua, pur conoscendo sia il francese che l'inglese. Il giudice gli ha chiesto a più riprese se stava capendo quanto detto in Aula. La richiesta è caduta nel vuoto e gli avvocati hanno iniziato a leggere le accuse.
Dal 6 aprile 1994 alla metà di luglio di quello stesso anno, per circa 100 giorni, in Ruanda vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati, quasi un milione di persone appartenenti per la maggior parte all'etnia tutsi. La strage è stata una vera pulizia etnica, compiuta per l'odio tra tutsi e hutu. A quei tempi Kabuga era un potente e ricco uomo d'affari, presidente del Fondo nazionale di difesa e della Radio Television Libre des Milles Collines, da cui partirono gli ordini perentori a uccidere tutti i tutsi, sia che fossero amici, parenti o vicini di casa. Pena la morte per chi non ubbidiva.
Sono sette i capi di accusa a cui il finanziatore hutu, dovrà rispondere. Kabuga è stato accusato di genocidio, complicità nel genocidio, incitamento pubblico e diretto a commettere genocidio, tentativo di commettere genocidio, cospirazione per commettere genocidio e crimini contro l'umanità. Se riconosciuto colpevole, a 85 anni, l'ex miliardario finirà la sua vita in carcere. Secondo l'accusa, Kabuga avrebbe inoltre istruito, assistito e sollecitato i membri degli Interahamwe, la milizia paramilitare hutu, a partecipare all'uccisione dei tutsi. Inoltre si presume che Kabuga abbia istituito il Fondo nazionale per la difesa per raccogliere i fondi e il supporto finanziario e logistico per la strage, incluso l'acquisto di migliaia di machete. Il 29 aprile 2013 il giudice Vagn Joensen ha emesso un mandato di arresto a suo carico e un ordine di estradizione, chiedendo a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite di cercare e arrestare Kabuga, catturato dalle autorità francesi a maggio di quest'anno. Viveva vicino a Parigi, protetto dai suoi figli. Respinto l'appello di estradizione dalla corte di Cassazione francese, l'ex uomo d'affari è stato estradato a fine ottobre all'Aja per essere giudicato.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 12 novembre 2020
L'avvocata era in permesso temporaneo da sabato. L'avvocata iraniana per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, scarcerata in via temporanea lo scorso sabato, è risultata positiva al Covid. L'attivista avrebbe contratto il virus nel carcere femminile di Qarchak, dove è stata trasferita senza preavviso il 20 ottobre dall'istituto di Evin, a Teheran, "nonostante la sua grave malattia e debolezza".
A renderlo noto è il marito, Reza Khandan, con un messaggio diffuso su Facebook: "Siamo stati in ospedale per i problemi di cuore di cui soffre Nasrin. Prima di effettuare gli esami cardiaci, i medici ci hanno suggerito di fare dei test per il Coronavirus. Il suo è risultato positivo, io sono ancora in attesa della risposta".
La curva epidemica in Iran va peggiorando: proprio ieri il Paese ha registrato il record di contagi dall'inizio dell'emergenza sanitaria. L'ultimo bollettino diffuso dalla portavoce del ministero della Salute di Teheran, Sima Lari, è di 11.780 nuovi positivi e 462 morti, per un totale di 715mila casi e 39.664 decessi. E il rischio di contagio all'interno delle carceri, ha spinto le autorità a rilasciare temporaneamente migliaia di prigionieri nel corso degli ultimi mesi.
"Durante l'incontro che ho avuto mercoledì scorso con Nasrin alla prigione di Qarchak, mi ha detto che il coronavirus si era diffuso nel suo reparto e che molti detenuti si erano ammalati. Ecco perché aveva fretta di essere rilasciata", ha spiegato Khandan denunciando le "condizioni disastrose" della struttura.
Si tratta di un carcere per sole donne a sud di Teheran, ricavato all'interno di un'ex fabbrica di polli, noto per la durezza della detenzione e i maltrattamenti sui prigionieri politici. Le condizioni antigieniche di Qarchak "sono anche peggiori del carcere di Evin", denunciava dopo il trasferimento Reza Khandan, segnalando l'ennesimo abuso ai danni della moglie: "Secondo gli esperti, avrebbe dovuto essere nuovamente ricoverata in ospedale per un esame cardiaco urgente, ma le autorità l'hanno trasferita direttamente in prigione". L'avvocata di 57 anni, debilitata da un lungo sciopero della fame interrotto a settembre dopo 45 giorni, è stata liberata provvisoriamente "con il consenso del magistrato responsabile delle carceri femminili".
"Sono tornata a casa - scriveva lei stessa su Facebook il 7 novembre - con un permesso per motivi medici per proseguire le mie cure". Accusata di "propaganda sovversiva" dalle autorità iraniane, Sotoudeh è in carcere dal 2018 dopo aver difeso una donna arrestata per aver protestato contro l'obbligo di indossare l'hijab. La condanna fu durissima: 148 frustate e 33 anni e mezzo di detenzione. Nel 2019 poi, la seconda condanna a 12 anni di carcere "per aver incoraggiato la corruzione e la dissolutezza".
Ma la donna, che assieme al marito è fra i principali attivisti iraniani per i diritti umani, si è sempre dichiarata innocente, spiegando di aver soltanto manifestato pacificamente per i diritti delle donne e contro la pena di morte. "Ogni giorno che trascorro fuori dal carcere, aspetto di sentire la notizia del rilascio di tutti i prigionieri politici - ha detto l'avvocata in un messaggio registrato dopo la sua liberazione sabato scorso".
"Vorrei esprimere la mia gratitudine a tutte le organizzazioni nazionali e internazionali in Iran e all'estero - ha aggiunto - alle associazioni degli avvocati in vari paesi, alle organizzazioni per i diritti umani e ai diversi individui come artisti, scrittori, politici, attivisti per i diritti civili, difensori dei diritti umani, testate giornalistiche e miei cari colleghi in tutto il mondo. È grazie al vostro amore e al vostro sostegno che i prigionieri politici possono sopportare la prigione".
di Vincenzo Musacchio*
Il Dubbio, 11 novembre 2020
Riforma della giustizia e sistema penitenziario. In questi giorni si discute, giustamente, di riforma della giustizia. Una buona riforma del settore, tuttavia, non può prescindere da un altrettanto buona riforma dell'ordinamento penitenziario. Affrontare questo binomio simultaneamente, sembra sia ben lontano dai programmi del Governo e della politica in generale.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 11 novembre 2020
Daniela De Robert (Collegio Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale): "Rispetto alla prima ondata siamo più preparati, ma si deve fare di più". La ripresa dei contagi sta interessando inevitabilmente anche gli istituti di pena italiani. Le 54.809 persone oggi detenute sono attualmente ristrette nei 47.187 posti realmente disponibili e in questo contesto gli isolamenti precauzionali, attuati per coloro che entrano in carcere, incidono numericamente in maniera consistente. Ma, rispetto alla prima ondata, il numero di coloro che presentano sintomi è minore. Non solo. Ma i dispositivi di protezione non rappresentano, come allora. un'ipotesi teorica e le stesse procedure messe in atto rendono meno probabile il possibile contagio.
di Alessio Scandurra*
Il Riformista, 11 novembre 2020
Negli ultimi mesi la popolazione detenuta è cresciuta come se questa seconda ondata non fosse attesa. Il 7 novembre il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale riferiva che i contagi nelle carceri italiane avevano superato le 400 unità tra i detenuti mentre il numero di contagi tra il personale era ancora più alto. Tre giorni dopo notizie di fonte sindacale parlano di 537 positivi tra detenuti e 728 tra gli operatori. La seconda ondata di contagi da coronavirus che sta mettendo in crisi il Paese è dunque entrata fragorosamente in carcere con numeri da subito superiori a quelli registrati qualche mese fa.
di Stefano Anastasia
Il Manifesto, 11 novembre 2020
Ridurre le presenze in carcere non significa né adottare provvedimenti simbolici, né evitare temporaneamente lo storico sovraffollamento delle nostre carceri. Ridurre le presenze in carcere, oggi, significa creare spazi per una gestione efficace della prevenzione e dell'assistenza per quanti resteranno lì dentro.
di Angela Stella
Il Riformista, 11 novembre 2020
L'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane "rivolge al Parlamento l'invito a emanare l'amnistia e l'indulto, parole oggi impronunziabili, ma istituti disciplinati dagli artt. 151 e 174 del Codice Penale e regolamentati, nella loro applicazione, dall'art. 79 della Costituzione". Le ragioni alla base di tale appello risiedono nei dati allarmanti sulla diffusione del virus nelle carceri: "Una crescita esponenziale non può attendere oltre una immediata soluzione" dicono i penalisti che monitorano gli istituti di pena.
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