di Anna Lesnevskaya
Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2015
Nadezhda Savchenko, ufficiale delle Forze Aeree ucraine, è stata fermata lo scorso giugno con l'accusa di aver causato la morte di due giornalisti russi. Il Tribunale di Mosca ha respinto l'appello degli avvocati contro la proroga della carcerazione preventiva al 13 maggio. "È in sciopero della fame da 75 giorni, non arriverà a quella data", spiega a IlFattoQuotidiano.it l'attivista Zoya Svetova.
La vita di Nadezhda Savchenko, ufficiale delle Forze Aeree ucraine, è appesa a un filo, e solo un uomo, il presidente russo Vladimir Putin, può decidere se salvarla o lasciarla morire in carcere. Lo spiega a IlFattoQuotidiano.it Zoya Svetova, attivista per i diritti umani russa, che il 24 febbraio ha consegnato al Cremlino una petizione con più di 11 mila firme che chiede di rivedere la misura di carcerazione preventiva applicata alla donna. La Savchenko, detenuta in Russia, è accusata di complicità nell'omicidio di due giornalisti russi nell'Ucraina dell'est. Da più di 75 giorni è in sciopero della fame. Ha perso quasi 20 chili, beve solo dell'acqua e del tè e ormai da più giorni rifiuta le iniezioni di glucosio. "La sua è una protesta contro l'ingiustizia - continua la Svetova - a nostra ultima speranza per scongiurare una tragedia è che Papa Francesco intervenga col patriarca russo. Cirillo potrebbe vincere la resistenza di Putin per cui basterebbe una sola telefonata per salvare la vita alla donna".
Il Tribunale di Mosca ha respinto il 25 febbraio l'appello degli avvocati della militare ucraina contro la proroga della carcerazione preventiva al 13 maggio. "Non arriverà a quella data", dice sconfortata la Svetova. La donna, una volta di corporatura robusta, assisteva all'udienza sdraiata sulla panchina. Era collegata in video conferenza dal famigerato centro di detenzione di Mosca "Matrosskaja Tishina", dove nel 2009 era stato lasciato morire l'avvocato russo Sergej Magnitskij. La Savchenko però non è intimidita dal rischio al quale va incontro, dice che interromperà lo sciopero solo se gli verranno concessi gli arresti domiciliari all'Ambasciata ucraina di Mosca per il periodo delle indagini preliminari, che ormai vanno avanti da otto mesi senza approdare a nulla di concreto.
Che la donna sia molto pervicace lo dicono non solo gli avvocati di lei, ma anche la sua storia personale. In Ucraina la chiamano "Soldato Jane", ma anche "Giovanna d'Arco". Da piccola sognava di fare la pilota di caccia, ma la prestigiosa Accademia delle Forze Aeree di Kharkiv non accettava allieve femmine.
Allora ha affrontato la gavetta militare dimostrando di essere alla pari dei colleghi uomini. Dopo vari tentativi Nadezhda è riuscita a farsi ammattere a Kharkiv ed è diventata pilota dell'elicottero d'attacco MI-24. In Ucraina era conosciuta già prima che fosse scoppiato questo caso, perché era stata l'unica donna ad aver fatto parte delle forze di pace ucraine in Iraq.
Come raccontato dalla stessa Savchenko, quando il governo di Kiev lanciò l'"operazione antiterroristica" con i ribelli filorussi nell'Est la primavera scorsa, lei si trovava in congedo dal servizio e raggiunse alcuni amici di Maidan, che all'epoca facevano parte di un battaglione volontario ucraino, di stanza nei pressi di Lugansk. Durante uno scontro avvenuto il 17 giugno tra gli ucraini e i separatisti alcuni combattenti di Kiev sono rimasti feriti: mentre la pilota ucraina andava in loro soccorso è stata catturata dalle milizie russe. In un video postato in rete il 19 giugno la si vede in una stanza incatenata a dei tubi, mentre viene interrogata dalle forze prorusse. Vogliono sapere la disposizione del nemico, ma lei non molla. "Anche se lo sapessi, non ve lo direi", risponde con un sorriso.
Dopo, il vuoto. L'ufficiale ucraina ricompare soltanto l'8 luglio in un centro di detenzione nel Sud della Russia, a Voronezh. Il Comitato investigativo russo la accusa di aver causato la morte dei giornalisti russi, Igor Korneljuk e Anton Voloshin, uccisi il 17 giugno da colpi di mortaio, mentre si trovavano nelle vicinanze di Lugansk: l'ufficiale avrebbe fornito alle forze di Kiev le coordinate del luogo in cui si trovavano i reporter.
Le autorità russe sostengono che la Savchenko era riuscita a fuggire dalla prigionia dei separatisti e sarebbe entrata in Russia fingendosi una rifugiata (da qui la seconda accusa contestata alla donna, ossia l'attraversamento illecito della frontiera).
Il 23 giugno, nella regione di Voronezh, sarebbe stata fermata casualmente per un controllo dei documenti, dove si è scoperto che era sospettata nell'ambito dell'inchiesta sulla morte dei giornalisti russi. A quel punto è stata portata in un motel dove avrebbe vissuto per una settimana senza nessuna guardia che la custodisse, mentre gli investigatori russi la interrogavano in qualità di testimone. Il 30 giugno è seguita l'accusa ufficiale e l'arresto, con il trasferimento a Mosca in settembre.
La Savchenko però racconta una storia molto diversa. I separatisti, dice, l'hanno prima bendata e poi portata in Russia per consegnarla alle autorità. Prima dell'arresto ufficiale, era stata tenuta per una settimana, con due sentinelle che le facevano la guardia, in quel famoso motel. Per l'Ucraina, quindi, si tratta di sequestro di persona. Durante la seduta per valutare l'appello degli avvocati, il giudice si è rifiutato di illustrare le prove. Perché non esistono, dicono gli avvocati. La difesa invece ha fornito i tabulati telefonici del cellulare della Savchenko e dei giornalisti uccisi, la cui analisi dimostra che la militare ucraina era stata catturata e portata nel centro di Lugansk per un interrogatorio più di un'ora prima della morte della troupe russa.
"Se fosse colpevole, si sarebbe già arresa, avrebbe patteggiato", è convinta la Svetova, figlia di famosi dissidenti, che di processi politici ne ha visti tanti. "Lo sciopero della fame per la Savchenko è l'unica arma disponibile per chiedere giustizia". Gli appelli della comunità internazionale cadono nel vuoto. Il Senato americano ha approvato a febbraio una risoluzione, chiedendo il rilascio della pilota ucraina. La cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande hanno sollevato la questione durante il vertice di Minsk dell'11 febbraio. Il Cremlino insiste: "Bisogna aspettare i risultati delle indagini". "I silovik si sentono ricattati dallo sciopero della fame e non vogliono cedere - conclude la Svetova - noi chiediamo a Putin un atto di grazia per una persona che sta per morire".
di Adriano Sansa
Famiglia Cristiana, 26 febbraio 2015
Vi sono entrato molte volte, uscendone poche ore dopo con sollievo mentre l'agente di custodia apriva il pesante portone. Ho visto il carcere nei momenti di relativa tregua dell'affollamento e nelle fasi peggiori. Vi sono stato quando mancava il riscaldamento e nella più drammatica fase della sieropositività e dell'Aids.
di Gianluigi Pellegrino
La Repubblica, 26 febbraio 2015
Il rischio di una giustizia meno attenta agli interessi deboli e collettivi. Di un giudice meno vigile nel controllo sull'abuso del potere. Il rischio di assecondare insieme la peggiore politica e la peggiore giurisdizione, quella più remissiva e corriva. Sono questi i grandi assenti nel dibattito intorno alla nuova disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati.
di Antonio Ciccia
Italia Oggi, 26 febbraio 2015
Processo civile più equo con meno spazio ai cavilli. Attenuato il principio di non contestazione. La legge sulla responsabilità civile dei magistrati, definitivamente approvata dalla camera il 24 febbraio 2015, obbliga il giudice ad analizzare gli atti del procedimento e a verificare se i fatti raccontati dalle parti trovano conferma o smentita. Altrimenti lo Stato rischia di dover risarcire per colpa grave del magistrato, che ha deciso senza tenere adeguatamente conto degli atti. La legge sulla responsabilità civile provoca, dunque, conseguenze sul piano processuale.
di Giuseppe Di Lello
Il Manifesto, 26 febbraio 2015
Responsabilità civile dei magistrati. Da oggi non ci sarà più bisogno di passare per le forche caudine di un preliminare giudizio di ammissibilità. E su questo punto la riforma rischia di impantanarsi. L'unico argine deve essere alle liti temerarie, come disse il Csm nel 2014.
di Silvio Buzzanca
La Repubblica, 26 febbraio 2015
"Con questa legge sciagurata e punitiva il governo ci caccia le dita negli occhi, è una legge contro i magistrati". Il durissimo commento del giudice milanese Enrico Consolandi riassume lo stato d'animo delle toghe italiane dopo l'approvazione alla Camera della legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
di Sara Menafra
Il Messaggero, 26 febbraio 2015
Non ha mai avuto giudizi teneri, né verso l'Associazione nazionale magistrati né verso i suoi colleghi. E anche nel caso della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, che recentemente ha guidato l'inchiesta Mose, si schiera controcorrente: "È sacrosanto che lo Stato risarcisca davanti ad una decisione ingiusta, anche andando al di là del testo approvato e riconoscendo il pagamento delle spese legali a chi ha subito un processo dal quale è risultato innocente.
Mi pare più strano che il giudice venga punito nel portafoglio. Il magistrato si assicurerà, già oggi siamo tutti assicurati, e non rischierà nulla. Glielo dico in sintesi: un magistrato che manda in galera una persona contra legem non deve pagare, deve essere buttato fuori dalla magistratura".
Tra i punti più controversi della legge c'è quello che riconosce il danno anche per il travisamento del fatto. Lei cosane pensa? "Mi lascia molto perplesso perché si entra nel merito delle vicende e si condiziona la libertà del magistrato quando giudica. C'è poi una contraddizione insanabile: le decisioni più importanti e più gravi sono prese dalla Corte di assise, composta prevalentemente da giudici popolari, che hanno lo stesso diritto di voto dei togati. O il risarcimento riguarda anche loro e allora sarà impossibile trovare cittadini disposti a comporre la Corte, ovvero bisognerebbe prevedere un esonero che sarebbe incostituzionale ma anche irrazionale". Quindi, il suo giudizio complessivo?
"Mi pare che, come è accaduto quando si è deciso di mandare in pensione i 500 magistrati più importanti d'Italia, si è agito con una certa fretta. Come il medico, il magistrato è prima di tutto un uomo che considera i propri interessi oltre a quelli generali. Di fronte alla prospettazione di dover risarcire un imputato facoltoso, potrebbe essere tentato di esprimere giudizi pilateschi. Questi rischi non sono stati considerati a sufficienza".
Come si riesce a valutare il travisamento del fatto? "Difficile dirlo, anche perché lo stesso fatto può essere valutato in diversi modi in tutti i gradi di giudizio. Specie nei casi di colpa medica, la Cassazione ha spesso smentito se stessa, con diverse sezioni e persino diversi collegi all'interno della stessa sezione, che dicono cose diverse su casi simili. Alcune materie sono così complesse che è difficile dire quale sia l'interpretazione giusta e quale quella sbagliata. La giustizia crea scontenti da entrambe le parti e sia nel civile sia nel penale.
La possibilità che ci siano valanghe di ricorsi è molto alta". Violante propone sanzioni forti contro le cause temerarie, che ne pensa? "Condivido la proposta ma non può essere limitata alla sola azione contro i magistrati. Il principio deve valere per tutti, anche per le denunce contro i medici e più in generale contro tutti i cittadini. L'attuale deriva verso una cosiddetta medicina difensiva ci insegna molto. I medici oggi preferiscono non rischiare e domani faranno lo stesso i magistrati".
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2015
Nello Rossi è Procuratore aggiunto a Roma e coordina il pool reati finanziari. È stato uno dei magistrati più impegnati sulla responsabilità civile ai tempi della legge Vassalli, ora modificata dalla riforma Renzi-Orlando.
Procuratore, ha letto il tweet del premier Renzi?
"Dopo anni di rinvii e polemiche oggi la responsabilità civile dei magistrati è legge!".
Insomma, sembra che prima ci fosse il deserto...
"In effetti, stando ai "cinguettii" del governo, ogni annuncio e ogni provvedimento segnano l'alba di un nuovo mondo, una storica realizzazione, il superamento di colpevoli inerzie durate decenni e finalmente vinte. In questo caso non è così, perché la legge approvata ieri riscrive alcune parti della legge Vassalli, che risale al 1988. Nei campi in cui è più informato (si tratti del costo della vita, del livello della tassazione o dei meccanismi del diritto e dell'economia) ciascuno di noi è in grado di percepire che l'enfasi è eccessiva e spesso ingannevole. Quindi, alla lunga, questa tecnica comunicativa mi sembra assai rischiosa: se il cittadino scopre l'inganno in una sfera che conosce bene revoca la fiducia anche agli annunci riguardanti altri settori di cui normalmente sa poco o nulla. Comunque, come magistrato preferisco parlare di questa legge nel merito, criticandola all'occorrenza anche duramente, ma nel merito".
Si parla di svolta storica ma già si annuncia una possibile correzione dopo un monitoraggio di qualche mese. Serve a tener buoni i magistrati o è un'ammissione di colpa?
"Sarà necessario monitorare con attenzione gli effetti della nuova normativa. Un ravvedimento è sempre possibile anche per il legislatore. Ma questa materia non si presta a sperimentazioni legislative. Gli effetti nocivi della legge potrebbero incidere gravemente sul funzionamento della giustizia e provocare danni non facilmente riparabili".
Quali danni?
"Per esempio la scelta del soccombente di trasformare l'azione di responsabilità in un improprio quarto grado di giudizio".
Lei è stato in prima fila sul tema della responsabilità civile: la legge Vassalli non ha funzionato perché su 400 ricorsi ci sono state solo 7 condanne?
"Considero molto singolare questo argomento statistico, che ha portato all'eliminazione del filtro di ammissibilità dei ricorsi. Prima di eliminarlo, il ministro avrebbe avuto l'onere di analizzare nel merito almeno una parte di quei ricorsi: erano davvero fondati o la stragrande maggioranza era pretestuosa e meritava l'inammissibilità? Se il prossimo monitoraggio fosse "statistico", non sarebbe un passo avanti".
Poiché a decidere sui ricorsi sono sempre dei magistrati, si potrebbe sostenere che l'esito è viziato in partenza. Come se ne esce?
"I magistrati hanno dimostrato di non avere alcun pregiudizio favorevole nei confronti di colleghi, in presenza di accuse fondate. E poi la vera preoccupazione non è per l'esito del giudizio ma per la possibile moltiplicazione arbitraria di procedimenti pretestuosi".
Le indagini del suo pool spesso toccano ingenti interessi economico-finanziari, centri di potere. La legge vi renderà più prudenti e cauti?
"Cautela e prudenza sono sempre un dovere assoluto. Ma il rischio è che, di fronte a soggetti forti, reattivi, aggressivi, il magistrato si trovi in breve tempo gravato da una mole di procedimenti che si risolveranno dopo tre gradi di giudizio e lo costringeranno a difese complesse anche nei casi di azioni pretestuose".
Ma se in prima battuta il ricorso è rivolto allo Stato, è lo Stato che deve difendersi, non voi...
"È vero, ma l'Avvocatura dello Stato, già oggi stracarica di lavoro, non potrà non coinvolgere ai fini della difesa il magistrato considerato "colpevole". Vi saranno lunghi e complessi carteggi nei quali i magistrati rimarranno impigliati e il loro lavoro ne risentirà".
A parte questo, la prospettiva di un ricorso - quando si ha a che fare con interessi economici rilevanti - può condizionare il lavoro del magistrato?
"Per i magistrati di prima linea e soprattutto per i giudici civili (che devono sempre dar torto a uno dei litiganti) la prospettiva sarà quella di diventare i parafulmini dei conflitti e il condizionamento sarà dovuto all'effetto moltiplicatore dei ricorsi: dopo 15 cause sul mio operato, inevitabilmente divento un'altra persona anche se so che quelle cause sono infondate. Il filtro serviva a evitare la permanente spada di Damocle".
Una delle novità è l'aggiunta del "travisamento del fatto o delle prove" tra i casi di colpa grave. Così si sconfina nel campo dell'interpretazione?
"Mi rendo conto che per i non addetti ai lavori l'espressione travisamento del fatto o delle prove può sembrare una cosa terribile ma chiunque entri in un'aula giudiziaria vedrà che le parti del giudizio si rimpallano reciprocamente l'accusa di "travisare" i fatti o le prove. In realtà si tratta di diverse e fisiologiche ricostruzioni dei fatti. E il giudice deve sceglierne una o proporne una terza. Ma questo è il cuore, l'essenza dell'attività giurisdizionale. La formula dunque è vaga e invasiva del nucleo dell'attività di giudizio".
C'è un rischio di burocratizzazione, cioè che il giudice scelga il quieto vivere?
"Secondo me nessun giudice degno di questo nome vuole essere un burocrate. Ma il rischio è che cocenti e ripetute esperienze del tipo che ho descritto - entrare in un tunnel di cause e difese - possano indurre a un burocratico ripiegamento, al conformismo o alla lentezza. Invece abbiamo bisogno di tempestività e innovazione. Ricordiamoci che il giudice si muove sempre più spesso in campi inesplorati, dalla bioetica alle nuove tecnologie alla finanza creativa".
Dai tempi della Vassalli, i magistrati si tutelano stipulando un'assicurazione. Dunque economicamente siete coperti. Qual è, allora, la vera minaccia che avvertite?
"I magistrati hanno già una serie di responsabilità: civile, penale, disciplinare e in alcuni casi contabile. Ma questa legge corre il rischio di metterci in una condizione di permanente minorità rispetto ai centri di potere coinvolti in questioni di giustizia. E questo è inaccettabile".
di Silvia Barocci
Il Messaggero, 26 febbraio 2015
Nove errori giudiziari riconosciuti negli ultimi dieci anni. Neanche uno all'anno. Troppo pochi, stando al governo che ha portato fino alla meta la battaglia per cambiare la legge Vassalli sulla responsabilità civile dei magistrati. Ma esiste una cifra che si avvicina quanto più possibile agli errori realmente commessi per dolo o colpa grave nei tribunali italiani?
Impossibile dirlo, anche se scorrendo i nove casi si scoprono storie di magistrati che non hanno indagato per tempo su prove che avrebbero potuto evitare un omicidio-suicidio, o di terreni pignorati non tenendo conto di atti già acquisiti.
Certo è però che il ministero della Giustizia una previsione l'ha fatta lo scorso settembre, dopo aver varato il ddl Orlando poi divenuto un emendamento al testo Buemi già incardinato al Senato, ora legge. Se lo Stato ha sborsato negli ultimi 10 anni circa 54mila euro, l'eliminazione del filtro ai ricorsi presentati dai cittadini contro lo Stato comporterà una spesa dieci volte maggiore: 540mila euro l'anno, perché "in via approssimativa" si mettono in conto circa dieci condanne l'anno. Sarà lo Stato a procedere nei confronti del magistrato. Non più facoltativamente ma per obbligo di legge per una somma non superiore alla metà dell'annualità di stipendio della toga, contro il terzo previsto dalla Vassalli.
I risarcimenti
Se il "quantum" dei futuri ricorsi sarà oggetto di monitoraggio del Csm, resta il dato storico dei nove casi. Che vanno raccontati con una premessa: nessuna azione di rivalsa dello Stato sul magistrato è stata definitiva. Perché anche i procedimenti di responsabilità in sede civile hanno tre gradi di giudizio e una condanna può essere ribaltata. È accaduto ad società srl alla quale un pm e un magistrato di Grosseto avevano sequestrato nel lontano 1998 un'intera tenuta agricola nel parco dell'Uccellina per reati ambientali.
Un sequestro "non pertinente" al reato, aveva deciso il Tribunale civile di Genova condannando lo Stato, nel 2005, a risarcire a favore della società circa 500mila euro. Ma la Corte di Appello prima e la Cassazione poi hanno annullato la decisione di primo grado, col risultato che la Presidenza del Consiglio ha intimato agli ex soci della società (che nel frattempo aveva cessato l'attività) di restituire le somme versate.
Che dire poi del paradosso del giudice di Fermo la cui compagnia assicuratrice aveva versato 21 mila euro allo Stato a fronte dei 74mila stabiliti per colpa grave? Quel magistrato, stando a una sentenza del 2005 del Tribunale civile di Perugia, nel lontano 1989 emise un provvedimento esecutivo immobiliare non tenendo conto che il creditore aveva rinunciato all'esecuzione. Non fu pertanto possibile vendere all'asta gli immobili pignorati. La Corte di Appello e la Cassazione hanno però escluso che il magistrato in questione abbia agito per colpa grave e la somma (con gli interessi per un totale di 28mila euro) è stata risarcita.
L'omicidio-suicidio
Chissà se accadrà altrettanto in un'azione di rivalsa pendente nei confronti di un magistrato di Termini Imerese che, nel 2002, non tenne in conto di prove una serie di lettere acquisite dai carabinieri che avrebbero potuto evitare un omicidio-suicidio. I familiari della donna uccisa hanno fatto ricorso per responsabilità civile e il Tribunale di Caltanissetta, nel 2009, ha condannato lo Stato al risarcimento di circa 95mila euro.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 26 febbraio 2015
Approvato in commissione Giustizia del Senato l'emendamento del governo che prevede l'aumento delle pene, sia minime che massime, per il reato di corruzione dei pubblici ufficiali. La pena per i casi di corruzione "propria" passa da 4-8 anni a 6-10 nel massimo.
Il premier Matteo Renzi saluta il voto su Twitter: "Prima l'autorità affidata a Cantone. Poi i commissariamenti col decreto Madia. Adesso aumentiamo le pene per i corrotti #lavoltabuona"". L'emendamento approvato, tuttavia, è solo una piccola parte dell'intero ddl corruzione che tratta anche dei reati contro la pubblica amministrazione e le altre fattispecie di corruzione.
Ma, soprattutto, resta aperto il nodo sul falso in bilancio (depenalizzato nel 2002 dall'allora governo Berlusconi) perché l'atteso emendamento del governo non arriva. Secondo alcuni senatori, potrebbe essere depositato direttamente in Aula a Palazzo Madama. La tensione si registra sia tra maggioranza e opposizione, sia tra gli stessi alleati della maggioranza, Pd e Ncd. Il presidente Francesco Nitto Palma, di Forza Italia, critica l'emendamento del governo appena approvato in quanto, sostiene, "la pena per la corruzione "semplice" diventerebbe più rilevante rispetto a quella per la corruzione in atti giudiziari.
E la sanzione "minima" di sei anni di carcere prevista per un pubblico ufficiale corrotto sarebbe inferiore di solo un anno a quella per tentato omicidio. Una sproporzione". Il presidente della Commissione polemizza poi per il mancato deposito dell'emendamento sul falso in bilancio. "Il governo - chiede Nitto Palma - ha forse qualche problema all'interno della sua maggioranza?". "Il problema politico - spiega il senatore Casson - sta sostanzialmente nei rapporti tra Pd e Ncd.
La divisione su questi temi è netta: sulla corruzione e sul falso in bilancio loro sono più vicini a Forza Italia che non al centrosinistra, per cui quando si discute con l'Ncd sui questi delitti, vengono fuori tutte le difficoltà di questo mondo".
"Il problema grave - aggiunge Casson - è che aspettiamo che il governo presenti l'emendamento sul falso in bilancio dal giugno scorso". Era stato lo stesso Guardasigilli Andrea Orlando, nella conferenza stampa del 29 agosto 2014, ad annunciare che il governo sarebbe intervenuto sul falso in bilancio a suo tempo "depotenziato" per contrastare più efficacemente la "criminalità economica". Dietro alla mancata presentazione dell'emendamento governativo sul reato ci sarebbe un confronto molto duro sulle soglie di non punibilità che il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, vorrebbe a tutti costi conservare.
"La linea del Pd sul falso in bilancio - spiega Casson - non è mutata dalla precedente legislatura, quando l'attuale Guardasigilli, Orlando, era responsabile Giustizia del partito. E i punti di ieri e di oggi sono sempre gli stessi: sì alle intercettazioni, sì alla procedibilità d'ufficio, no alle soglie di non punibilità". Viste le tensioni all'interno della maggioranza, il governo è ora alla ricerca di un compromesso. "Bisogna vedere - conclude Casson - se lo troverà. L'importante è andare al voto, non si può continuare a rinviare".
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