di Bruna Bianchi
Il Giorno, 22 febbraio 2015
Di proroga in proroga è arrivato il momento di dare un taglio a quelle strutture giudiziarie che l'ex presidente Napolitano nel 2011 aveva definito "un autentico orrore, indegno di un paese civile". Il 31 di marzo i sei Opg, ospedali psichiatrici giudiziari, devono chiudere. Uno solo resterà aperto, benché trasformato in mini-Opg, perché ritenuto un modello internazionale, addirittura di riferimento per la cura di quelle persone che hanno compiuto delitti, a volte atroci, senza esserne consapevoli e perciò pericolose ma non da rinchiudere in un carcere.
Questo unico Opg è quello di Castiglione delle Stiviere, non un ex manicomio criminale, non un carcere, ma un luogo ospedaliero con medici e infermieri dove la malattia mentale viene curata. L'Opg in provincia di Mantova, sarà anche l'unico a costruire le Rems (le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) al suo interno, mantenendo così nella struttura principale i detenuti con patologie gravi che hanno compiuto reati gravi.
Saranno otto per il momento, una sorta di mini Opg dentro quello grande, che risponderanno così al requisito richiesto dal decreto legge del 2011 (lo svuota carceri). In futuro però dovranno essere solo sei e altre due Rems verranno create a Limbiate (nell'ex manicomio Mombello da ristrutturare) con 20 posti letto ciascuna.
Nel frattempo è stato rispettato il programma di svuotamento dei detenuti non pericolosi, previsto appunto entro il 31 marzo, a Castiglione come altrove: "Quest'anno abbiamo dimesso 263 pazienti e ne sono entrati 161, quindi abbiamo 100 persone in meno". Il direttore dell'Opg è soddisfatto: "Noi ci trasformiamo in Rems ma continuiamo nel percorso terapeutico specifico - spiega Andrea Pinotti. Castiglione resterà l'eccellenza e il riferimento anche per il territorio. In sostanza saremo l'ospedale specialistico mantenendo le nostre capacità di essere altamente specializzati per la psichiatria forense".
I "matti da slegare" sono usciti in totale sicurezza. Per loro si sono aperte altre porte, quelle della propria famiglia o di comunità terapeutiche già presenti sul territorio, ma nessuno di loro è socialmente pericoloso: "Si è tenuto conto della loro patologia e continueranno il percorso di cure e recupero che stavano compiendo qui". Resteranno nell'attuale Opg, in stanze più piccole costruite appositamente, i pazienti che non hanno potuto essere dimessi perché con una patologia attiva e una attiva pericolosità sociale.
Le rems dovranno sostituire l'attuale struttura che è destinata all'abbattimento. Anche i pazienti dimessi dovevano venire inseriti nelle 12 strutture previste per loro che la Regione doveva costruire in Lombardia, ma non si poteva attendere oltre (tre i rinvii di chiusura degli Opg) e si è trovata un'altra soluzione. Bisognava comunque ottemperare al "definitivo superamento" deciso dopo la visita a sorpresa nel 2010 dei senatori della Commissione giustizia negli Opg "lager" di Aversa e Barcellona Pozzo di Gotto. Castiglione non è mai rientrata nell'orrore ("mai usato metodi di coercizione") e perciò non farà la fine degli altri. Non chiude neppure la struttura femminile che ospita le madri assassine.
Adnkronos, 22 febbraio 2015
Lunedì 23 febbraio dalle 9 alle 13 gli assessori al welfare e alla formazione della Regione Liguria Lorena Rambaudi e Pippo Rossetti parteciperanno al convegno su "Reclusi-inclusi: interventi sociali in ambito penale", dedicato ai progetti di recupero di detenuti presso la sala dei Chierici della Biblioteca Berio di Genova. All'iniziativa organizzata dal dipartimento welfare della Regione Liguria parteciperanno, tra gli altri, Catia Taraschi direttore dell'ufficio detenuti del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Liguria, Paola Carbone del centro giustizia minorile di Torino e Santina Spanò responsabile ufficio esecuzione penale esterna di Genova. "L'obiettivo - spiega l'assessore Rambaudi - è quello di fare il punto sugli interventi sociali collegati al carcere e su quanto messo a punto dalla Regione Liguria per creare una rete di soggetti del terzo settore che operano nelle carceri per realizzare progetti e interventi per migliorare la qualità della vita delle persone recluse e il loro reinserimento sociale".
Ansa, 22 febbraio 2015
Presentava molteplici fratture e lesioni il corpo di Achille Mestichelli, il detenuto ascolano di 53 anni morto il 18 febbraio scorso nell'ospedale di Ancona, dove era stato ricoverato il 13 febbraio in seguito a quella che era stata descritta come una caduta dovuta alla spinta di un compagno di cella, Mohamed Ben Alì, un tunisino di 24 anni, ora indagato per omicidio preterintenzionale. L'autopsia, condotta dal professor Adriano Tagliabracci, e durata oltre quattro ore, ha messo in luce un quadro ben più grave. Pur in assenza di ecchimosi diffuse, il medico legale ha riscontrato sul cadavere la frattura dell'osso temporale del cranio (causa della morte), ma anche di sette costole, di una vertebra lombare, del bacino e della milza.
"Lesioni assolutamente non compatibili con l'ipotesi di ferite provocate da una caduta a terra, conseguenza di una banale spinta, come sostiene invece l'indagato", afferma l'avvocato Felice Franchi che assiste i familiari di Mestichelli. Sulle braccia della vittima c'erano anche segni non compatibili con dei colpi, per cui non è da escludere che Mestichelli sia stato tenuto fermo mentre veniva colpito. Anche se i segni potrebbero essere stati determinati dalle manovre dei sanitari durante le cure. I risultati definitivi dell'autopsia verranno depositati entro 60 giorni. Sull'episodio i carabinieri hanno raccolto anche le testimonianze di altri 4 compagni di cella di Mestichelli e di Alì (arrestato nell'ambito di un'operazione antidroga). Si tratta di due italiani e due tunisini.
di Maurizio Vezzaro
La Stampa, 22 febbraio 2015
Ha tentato di impiccarsi legando un lenzuolo a una sbarra ma per fortuna è stato notato e salvato dal personale del penitenziario di Imperia. F.V., 40 anni, un detenuto di origini campane in carcere a Imperia a scontare una condanna per droga (uscirà in ottobre) è ora ricoverato in osservazione all'ospedale, dove è giunto a bordo di un'ambulanza della Croce rossa. F.V. era in isolamento a causa di un provvedimento disciplinare.
Forse la durezza della punizione ma anche alcuni problemi familiari (non è riuscito a telefonare alla convivente ed era preoccupato) hanno peggiorato il suo malessere fino a spingerlo a tentare di togliersi la vita. Quando i poliziotti di servizio sono intervenuti, il viso dell'uomo stava già assumendo colorazioni cianotiche. In cella è andata poi la squadra del 118 che ha prestato le prime cure. Quando la barella con sopra l'uomo è stata fatta entrare nell'ambulanza, F.V. era cosciente.
Le condizioni all'interno dei penitenziari italiani, nonostante varie riforme e miglioramenti introdotti nel tempo, restano pessime rispetto agli standard europei. Il sovraffollamento, la scarsità di progetti che prevedano il recupero e il reinserimento sociale, la convivenza tra detenuti che spesso, oltre alla lingua, non condividono religione e cultura, sono causa di tensioni e stress che spesso si ripercuotono sulla salute del recluso. Depressione e ansia sono tra le patologie più diffuse.
di Giuseppe Candido
Il Garantista, 22 febbraio 2015
La colla numero zero. La chiamano così a Poggioreale, la Casa circondariale di Napoli tristemente nota per il suo atavico sovraffollamento che, in passato, ha superato il 178% raggiungendo presenze di tremila detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.680 posti. Mura umide, ammuffite, luride di sangue. Finestra con le sbarre, finestre tenute sempre chiuse e, soprattutto, nessuna telecamera. Salvatore Esposito col suo documentario pubblicato dall'Internazionale - attraverso le testimonianze di numerosi ex detenuti del carcere partenopeo - ricostruisce una realtà agghiacciante, tragica e, allo stesso tempo, drammatica.
Il cortometraggio lungo poco più di cinque minuti, come sottolinea l'avviso agli utenti, "contiene immagini cruente". La cella numero zero del carcere di Poggioreale è una stanza due metri per tre con "una finestra sempre chiusa". Le testimonianze di ex detenuti sono diverse, ma sono montate in modo che le frasi ricostruiscano con fedeltà ciò che in questa cella pare avvenisse: "Se ti giri e ti guardi intorno trovi pareti sporche di sangue".
"Sangue di persone", spiega la testimonianza, "che si sono dovute pulire le mani sporche di sangue sul muro". In quella colla, aggiunge un'altra dello testimonianze, "vengono picchiati tutti i detenuti, tutti quelli che commettono delle coso che a loro non stanno bene".
E ancora: "Si mettono tre o quattro poliziotti intorno a te e, con la scusa che ti fanno qualche domanda, ti riempiono di botte. Ti scassano senza pietà. Sia che tu sia un boss sia che tu sia un ragazzo normale, a loro non interessa". Un altro aggiunge: "mi hanno picchiato senza motivo, facendomi uscire sangue dappertutto".
E un altro ancora aggiunge il particolare sul diritto alla cura: "Mi dicevano: prendi quella pillola. La pillola di Padre Pio, la chiamavano, perché era una pillola che utilizzavano per qualsiasi patologia. Ho sentito dire a un infermiere: "oggi con chi ci divertiamo?".
E ho pregato Dio di farmi trasferire e - aggiunge - non mi vergogno di dire che ho pianto davanti un assistente sociale e da quando sono uscito ho ancora bisogno di psicofarmaci per dormire", Non c'è dubbio che chi ha sbagliato debba pagare, ma la condanna è già la detenzione. Non si può aggiungere alla galera anche la tortura di carceri immonde e in cui possono accadere cose del genere. Non può essere che in un luogo in cui si viene affidati allo Stato, "se entra un bravo ragazzo, entra vivo ed esce morto".
Anche se questo bravo ragazzo fosso il peggior criminale, non è comunque tollerabile che, affidati nelle mani dello Stato, si venga costretti al suicidio di liberazione. E non serve indignarsi per gli indegni commenti di qualche cretino sulla pagina Fb.
È un discorso culturale e di rispetto della legalità: la pena non può essere inumana né violare la dignità della persona. Le immagini del documentario riprendono il viso e il corpo tumefatto e senza vita di Federico Perna, morto a 34 anni in quel carcere. La madre, disperata, di fronte la tomba, dice che "non si può morire così a 34 anni".
Anche se, secondo l'autopsia, sarebbe invoco morto per una "grave ischemia cardiaca acuta". La cella zero era stata creata nel 1981, si legge nei testi di coda del documentario, nel 1981 e, "nel 2013 dopo le denunce dei detenuti il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha avviato un'indagine e, dopo pochi mesi, la direttrice del carcere Teresa Abate venne trasferita e alcuni agenti furono "allontanati dai reparti".
Ma tralasciando il compito di individuare i responsabili di questa vergognosa vicenda che, evidentemente, spetta alla magistratura, ò naturale che, so in un carcere dove potevano stare solo 1.680 detenuti si è arrivati ad ospitarne tremila, non erano ( e non sono) soltanto i detenuti ad essere costretti a vivere in condizioni degradanti. In condizioni che sposso "ispirano" i suicidi di liberazione che non accennano a diminuire nelle patrie galero. In quelle condizioni inumane e degradanti, ci si trova anche chi lì vi lavora.
A chi dice che l'emergenza carceri è finita consiglio di andare a vedere che le file dei parenti dei detenuti davanti al carcere non sono finite. Come pure continuano le torture dei parenti che le file per vedere i propri cari devono farlo. L'emergenza carceri non è finita e, rame Radicali, continuiamo a mettere al centro della nostra iniziativa e della nostra azione politica gli obiettivi indicati dal Presidente emerito Napolitano nel discorso inviato alle Camere l'8 ottobre 2013 che è rimasto inascoltato. I cittadini avrebbero il diritto di conoscere.
Il diritto alla conoscenza, che oggi Pannella vuole promuovere all'Onu come diritto umano, è un diritto fondamentale. E il diritto di conoscere per deliberare di einaudiana memoria. Solo così si può lottare contro l'indifferenza. Solo così si può sperare di continuare a vivere in una democrazia.
Ansa, 22 febbraio 2015
"Il carcere di Catanzaro soffre di profonde carenze strutturali ma in Italia si posiziona nella fascia medio alta. Ciò rende bene l'idea di quale sia nel nostro Paese la situazione degli istituti di reclusione e delle condizioni in cui operano gli agenti della polizia penitenziaria".
Così il segretario generale della Uil penitenziaria Eugenio Sarno ha sintetizzato l'esito di una visita compiuta stamani nella struttura insieme al segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo ed al segretario generale della Uil-Pa Benedetto Attili.
"Il fatto - ha detto Barbagallo - è che il Governo, per la spending review fa i tagli più facili, bloccando il turno over e peggiorando le condizioni di lavoro della polizia penitenziaria". Sarno ha anche denunciato la situazione di "illegalità" che riguarda il parco automezzi in dotazione al Corpo. "Abbiamo mezzi - ha detto - i più nuovi dei quali hanno percorso 300 mila chilometri. Se fossero privati sarebbero sottoposti a fermo amministrativo.
Nonostante questo negli ultimi 14 mesi, da Catanzaro, abbiamo effettuato 2.505 traduzioni, 2.431 delle quali sui strada, trasportando 5.632 detenuti. Forse, la spending review, invece di prevedere tagli agli organici, dovrebbe prendere in considerazione l'impiego delle videoconferenza con le quali si abbatterebbe il numero di traduzioni".
Tornando alla situazione del carcere, Sarno ha fornito alcuni dati: ad oggi i detenuti reclusi sono 564, 254 dei quali di alta sicurezza. Complessivamente 127 in attesa di giudizio, 113 hanno una condanna definitiva e gli altri sono in attesa di definizione del loro iter giudiziario. A fronte di questi numeri, ha sottolineato Sarno, l'organico della polizia penitenziaria "sarebbe addirittura superiore alla pianta organica, visto che ci sono 291 agenti contro 257.
Ma la pianta organica è stata definita nel 2000 a fronte di una capienza di 350 detenuti. Ma poi è stato aperto un nuovo padiglione con 200 posti, il che porta il numero degli agenti necessari a 340". "È necessario - ha detto dal canto suo Attili - investire in infrastrutture e formazione del personale ed anche sul fronte economico, per rispettare il lavoro degli agenti".
La Nuova Sardegna, 22 febbraio 2015
L'assessore regionale alla Sanità, Luigi Arru, ha verificato di persona lo stato del carcere di Macomer e la possibilità di utilizzarlo per attività alternative alla carcerazione legate al trattamento sanitario dei detenuti psichiatrici che con la chiusura dei manicomi criminali saranno dimessi da queste strutture e dei detenuti affetti da tossicodipendenze.
Accompagnato dal sindaco, Antonio Succu, e dal comandante della Polizia penitenziaria, l'assessore Arru ha visitato il carcere mandamentale dando così seguito all'impegno assunto col sindaco durante l'incontro svoltosi presso la Presidenza della Giunta regionale il 6 febbraio. La visita era stata autorizzata dal direttore del carcere di Massama, Pierluigi Marci, al quale fa capo anche la struttura dismessa di Macomer.
L'assessore regionale alla Sanità ha preso atto delle buone condizioni della struttura di Macomer, degli ampi spazi disponibili e delle potenzialità di riutilizzo. Si è poi riservato di valutare, con i consulenti dell'assessorato, la percorribilità delle ipotesi progettuali di riutilizzo presentate dal sindaco Succu. Si tratta di verificare la possibilità di destinare la struttura ai cosiddetti "detenuti difficili", ossia tossicodipendenti che talvolta presentano problematiche di tipo psichiatrico e se una parte della stessa struttura possa essere dedicata agli ex Opg (detenuti psichiatrici reclusi nei manicomi criminali di prossima soppressione).
Il sindaco ha constatato che è in corso un rapido svuotamento dell'edificio. Si sta infatti procedendo a trasferire altrove tutte le attrezzature e quanto è necessario per il funzionamento della struttura nel caso in cui si dovesse puntare su soluzioni alternative alla carcerazione ordinaria. Ha chiesto perciò al Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria di fermare il trasferimento di attrezzature e arredi in attesa della verifica di un loro possibile riutilizzo all'interno del complesso. L'unica possibilità di riconversione del carcere di Macomer resta legata alle attività di giustizia. Impossibile una trasformazione per altri usi.
di Giovanna Cepparello (Lista Buongiorno)
www.gonews.it, 22 febbraio 2015
Appena uscita dalle Sughere, che ho visitato insieme ad una delegazione di Consiglieri Comunali, accompagnati, tra gli altri, dal Garante dei detenuti Marco Solimano e dalla Direttrice Perla Macelloni, il primo pensiero a caldo è stato questo: tutti dovrebbero vedere che cosa c'è dentro quella costruzione che si intravede dalla variante, presente ma lontana da tutto, non-luogo a pochi metri da una delle più frequentate zone commerciali della città. Perché da fuori il carcere è solo un edificio rosa, che ormai si integra all'interno dello scenario pre-urbano.
Ma solo vedendolo dall'interno la percezione abitudinaria e quindi indifferente si trasforma in presa di coscienza reale, improvvisa quanto dolorosa. A Livorno abbiamo un carcere. Che non è affatto tra i peggiori d'Italia, ce lo dicono i dati e i numeri. Ma dove comunque molti detenuti vivono in condizioni che ledono i loro diritti fondamentali.
In tre in celle anguste e fatiscenti, all'interno delle quali trascorrono praticamente tutta la giornata (circa 22 ore su 24). Il cesso si trova nella stessa stanzetta, minuscola, dove ripongono il cibo e cucinano, accanto ad un piccolo lavabo rigorosamente senza acqua calda. Abbiamo visto uova e biscotti accatastati intorno al wc, perché altro spazio non c'è. E molti frutti dell'ingegno, per sopravvivere in pochi metri quadri, come una scatola di pasta attaccata al muro che diventa un porta-carta igienica o una bottiglia di plastica rovesciata e ritagliata che si trasforma in porta- bicchieri di carta; una specie di art-attack della disperazione.
Due docce, in una stanza che non corrisponde al minimo standard igienico, con pareti completamente piene di muffa, servono per decine di persone. Insomma, dentro quel pezzo di panorama livornese c'è una realtà di degrado, di dignità violata. Ancora una volta, come sempre più spesso capita di fare, serve ricordare la nostra Costituzione, così alta ma così disattesa, lontana dai fatti. Poche, semplici parole: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (Articolo 27, Comma 3). Inutile spendere anche un solo rigo per dimostrare che espressioni come senso di umanità e rieducazione non si conciliano neanche un po' con la situazione descritta sopra. Del resto, l'Italia è già stata condannata dalla Corte Europea per i diritti umani di Strasburgo.
A fronte di tutto questo, credo che spetti alla politica promuovere una battaglia su questi temi. Che dovrà essere in primo luogo una battaglia culturale. Siamo ormai molto abituati ad utilizzare la mentalità aziendalistica in contesti che con l'azienda non hanno niente a che vedere. I diritti, in questo senso, vengono spesso percepiti come un qualcosa che deve essere meritato, guadagnato. Una sorta di premio sociale per gli adatti. E invece i diritti, alcuni diritti, sono per l'appunto universali, ovvero devono essere rispettati in qualsiasi situazione: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ad esempio, parla chiaramente di uguale dignità per tutti gli uomini, e di diritto a punizioni non degradanti.
La dignità, quindi, deve essere garantita a prescindere da qualsiasi principio 'meritocraticò. Su questo occorre promuovere una riflessione collettiva, specialmente in tempi di crisi, quando cioè alcuni diritti sono messi in discussione per molti, e diventa più difficile essere solidali, specie con chi ha violato la legge. Quando invece la solidarietà sociale (altro principio fondante della nostra Costituzione) potrebbe costituire un'arma appuntita contro la crisi.
Proviamo ad esempio a pensare al tema della sicurezza, sempre più centrale nel comune sentire, se è vero che si diffonde ogni giorno di più la sensazione di vivere in contesti sociali poco sicuri. Chiaramente, i cittadini che escono da un'esperienza di detenzione degradante, nella quale è quasi completamente assente la rieducazione, molto probabilmente torneranno alla loro vita precedente. Torneranno, in molti casi, a delinquere. Il carcere italiano, quindi, diventa in questo caso un moltiplicatore dell'insicurezza sociale. Una delle tante prove che si vive meglio in una società dove vivono bene anche gli altri. Tutti gli altri, anche i detenuti.
La solidarietà diventa quindi in questo caso capacità di comprendere che spesso i problemi altrui sono anche nostri. Senza contare che, e qui voglio invece entrare nell'ottica aziendalista che ho contestato rispetto al tema dei diritti universali, ma che può essere utile quando si parla di denaro pubblico, lo Stato Italiano spende molti soldi per mantenere il sistema carcerario cosi com'è. Spende, non investe, appunto, perché l'attuale sistema carcerario non migliora la società, ma anzi contribuisce al suo degrado.
Rispetto alla Casa Circondariale Le Sughere, il Consiglio Comunale di Livorno si era già espresso, a dicembre, con una mozione che chiedeva la destinazione alla media sicurezza del nuovo padiglione che invece, purtroppo, è stato destinato proprio all'alta sicurezza. In ogni caso, garantiremo nei prossimi mesi la massima attenzione alla questione carceraria livornese, organizzando anche un Consiglio Comunale all'interno dell'istituto penitenziario, e cercando di promuovere iniziative che in qualche modo possano aprire una via di comunicazione tra i detenuti e l'assemblea cittadina. Oltre, naturalmente, a fare pressione sulle autorità competenti affinché i vecchi padiglioni possano finalmente essere ristrutturati.
www.chietitoday.it, 22 febbraio 2015
L'edificio esistente sarà interamente demolito per fare spazio ad una struttura nuova che ospiterà 20 persone. Lavori entro due anni, la spesa è di quasi 5 milioni di euro. Conto alla rovescia per la fine dell'ex Rsa Ripa Teatina: il sindaco Ignazio Rucci ha annunciato che a breve il vecchio edificio destinato a RSA verrà abbattuto e al suo posto, entro due anni, sorgerà una nuova struttura sanitaria a servizio delle carceri.
In questi giorni il direttore generale dell'Asl, Francesco Zavattaro, ha firmato la delibera con la quale approva il progetto preliminare. Quella a Ripa Teatina sarà una struttura riabilitativa con 20 posti destinata a ospitare i residenti in Abruzzo e Molise cui vengono applicate le misure di sicurezza richieste per i detenuti in stato di ricovero in ospedale psichiatrico, ma che supera i cosiddetti Opg. Nelle prossime settimane l'avvio delle procedure di gara con il sistema dell'appalto integrato, i lavori ammontano a 4.788.758, 11 euro.
"L'intera progettazione - spiega il sindaco Rucci - terrà conto in modo rilevante del fattore sicurezza, fondamentale per la tranquillità dei residenti: saranno predisposte tutte le precauzioni attinenti alla sicurezza, avvalendosi di avanzati strumenti tecnologici". Già da marzo 2013 la direzione generale della Asl aveva presentato un progetto per recuperare l'area, successivamente il Ministero della Salute ha approvato il programma relativo alla realizzazione di una struttura per il superamento dei vecchi ospedali psichiatrici nel territorio di Ripa Teatina, al servizio delle carceri di Abruzzo e Molise. In attesa del progetto preliminare, i tempi si sono ulteriormente allungati e siamo arrivati al 2015. Il cronoprogramma ora prevede che i lavori finiscano nel dicembre 2017. "Come sindaco- assicura Rucci - vigilerò affinché i tempi non slittino ulteriormente".
di Lodovica Bulian
Messaggero Veneto, 22 febbraio 2015
Ex detenuto friulano si è rivolto alla Corte di Strasburgo per il risarcimento. La testimonianza a Radio Radicale: "Risse, pestaggi, cibo scarso e droga". "Un inferno". Celle da sei metri quadrati per tre detenuti. Il caldo "insopportabile" d'estate, e il freddo pungente dei mesi invernali. È dura la testimonianza di Nico, 54 anni, italiano, ex detenuto nel carcere di Udine, intervistato da Radio Radicale sulle condizioni dei reclusi di via Spalato.
Oggi è in attesa dell'esito dell'istanza di risarcimento che ha presentato per aver subito un trattamento inumano e degradante. "Non so come ho fatto a venirne fuori, ma mi ero promesso che quando sarei uscito avrei fatto ricorso". Uno dei tanti, fioccati dopo che nel 2013 la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l'Italia per lo stato inumano delle sue carceri.
La fotografia che emerge dal racconto all'emittente è drammatica. A Udine c'è la piaga del sovraffollamento, ma non solo. Secondo Nico, "c'è droga, ci sono le dipendenze, c'è l'ozio, estenuante, a scandire un tempo immobile, senza speranza. E ci sono le risse, i pestaggi. Il cibo scarso e spesso scaduto. C'è la paura".
Nico ci è finito per colpa del gioco d'azzardo, che lo ha trascinato irrimediabilmente oltre il confine della legalità: prima i soldi prosciugati, poi la vergogna, e infine le truffe e la condanna per una serie di reati contro il patrimonio.
"Perché quando entri nella spirale del gioco, fai una brutta fine" afferma. Oggi in via Spalato quelle 173 persone per soli 100 posti regolamentari - secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero della Giustizia - lasciano solo due metri quadrati a detenuto all'interno delle celle.
Nico ricorda soprattutto l'angoscia, che saliva la sera, prima di coricarsi: "Non volevo dormire, io non lo so come si fa dormire in un carcere". La giornata "inizia alle 8.30 - spiega - quando si aprono le celle e si esce all'aria in un piccolo piazzale in cemento, dove non si fa altro che camminare su e giù, non c'è nemmeno un campo per giocare a pallone".
Si lasciano passare le ore, fino alle 11, quando si rientra per mangiare: "I pasti sono scarsi, e spesso poco buoni. Abbiamo più volte protestato, ma niente. Chi non ha i soldi per comprarsi qualcosa soffre la fame". Il pomeriggio scorre lento allo stesso modo, fino a notte.
Esiste anche un laboratorio di legatoria, "ma ci lavorano soltanto due detenuti", rivela Nico, mentre ai corsi di formazione "nessuno partecipa, perché quando sei lì non hai voglia di niente". Da Radio Radicale gli chiedono se abbia assistito a episodi di violenza all'interno della casa circondariale, Nico riferisce di pestaggi ai danni di un detenuto marocchino considerato "irrequieto".
Se, stando ai numeri, il carcere di Udine non spicca per particolari criticità, quel suicidio avvenuto nel 2012, l'ultimo in ordine cronologico, Nico se lo ricorda bene. Si chiamava Matteo, aveva 28 anni: "Aveva problemi di dipendenza - confessa l'ex carcerato. La sera prima del suicidio aveva dato segnali di malessere, io me ne accorsi e avvisai le guardie. La mattina dopo, lo trovarono impiccato".
Ora Nico è un uomo libero e spera che il 26 febbraio giudice accolga la sua richiesta di risarcimento. Ma non è di certo la libertà che si aspettava, anzi. "Nessuno mi dà in lavoro - confida. Vivo grazie a mia madre, che ha 97 anni".
- Campobasso: "Ti racconto un libro", la scrittrice Antonella Cilento incontra i detenuti
- Nisida (Na): "Professò, ma poi?".... insegnare l'arte della sartoria in un carcere minorile
- La Spezia: libro "Non come tutti" di Giorgio Pagano presentato in carcere Villa Andreino
- Reggio Emilia: detenuti, studenti e attori... insieme nello spettacolo "Angeli e Demoni"
- Pavia: venerdì Sherrita Duran ospite allo spettacolo di beneficenza del carcere di Voghera









