Ristretti Orizzonti, 14 febbraio 2015
Il prossimo 26 febbraio la Bottega Grafica dell'Istituto Penale Minorile sarà al Parlamento Europeo per ricevere il premio "Cittadino d'Europa".
Il premio viene assegnato ogni anno a cittadini, gruppi o organizzazioni che si sono distinti in attività di cooperazione culturale transnazionale che traducono in pratica i valori sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea contribuendo così a rafforzare lo spirito europeo. La Bottega Grafica viene premiata con il progetto Sos Scuola del quale ha realizzato il logo, la grafica promozionale e contribuito con idee e proposte di attività in tema di cittadinanza, cooperazione ed educazione civica.
Il logo riprende la vicenda dei due adolescenti africani Yaguine e Fodè che volevano portare una lettera ai "Signori d'Europa" nella quale a nome di tutti i bambini del sud del mondo chiedevano "noi vogliamo studiare, vi chiediamo di aiutarci a studiare per essere come voi". Il 2 agosto 1999 si sono nascosti nel vano carrello di un aereo, immaginando il momento in cui avrebbero consegnato la loro missiva al Parlamento Europeo; sono stati ritrovati morti assiderati all'aeroporto di Bruxelles dove l'aereo era atterrato.
Nel logo, che ha la forma di un francobollo, è rappresentato un piccolo aereo destinato a portare in tutto il mondo la lettera ed il sogno di Yaguine e Fodè.
Il progetto "Sos", acronimo di "Scambiamoci Orizzonti per Sognare", si pone come obiettivo quello di cooperare dal basso per rigenerare le scuole, senza sostituirsi a quanti sono chiamati a mettere in sicurezza gli edifici scolastici e a tutelare l'istruzione tutta. Sos Scuola promuove forme di economia relazionale che contribuiscono a rigenerare le scuole ed a trasformarle in laboratori permanenti di creatività, diritti, integrazione e multiculturalismo.
La Bottega Grafica ha partecipato ai due progetti realizzati da Sos Scuola nel 2014 in altrettante scuole italiane. Nell'Istituto Comprensivo Statale di Arsoli (Rm) è stata avviata la riqualificazione degli spazi interni dell'Istituto con laboratori di disegno e partecipazione che hanno messo in relazione la scuola con il territorio, creando una struttura permanente di volontari che ideano e programmano progetti culturali e sociali. Nel Liceo Linguistico N. Cassarà di Palermo è stato realizzato un cantiere creativo a cui hanno partecipato studenti italiani, francesi, spagnoli e cinesi (dal 21 al 31 luglio 2014) che ha trasformato il Liceo in un piccolo museo grazie in particolare al gemellaggio con il Liceo Artistico Guggenheim di Venezia ed alla partecipazione di artisti di fama nazionale.
Il premio "cittadino d'Europa" sarà un altro importante tassello dell'attività della Bottega Grafica che lo scorso mese ha realizzato anche il disegno del primo annullo filatelico dell'anno emesso dalle Poste in occasione della Festa del radicchio rosso svoltasi a Dosson. La Bottega Grafica da più di 10 anni realizza gratuitamente loghi, brochure e altro materiale promozionale per enti pubblici ed organizzazioni del volontariato e del terzo settore.
Il Tirreno, 14 febbraio 2015
Era andata in carcere, a Massa, a trovare un parente (all'epoca dei fatti, nel novembre del 2012, detenuto). E nel foglio di autocertificazione, per accedere al parlatorio, si era qualificata come "cugina". In realtà era cugina sì, ma di secondo grado, del detenuto. E questo è bastato a fare finire a processo, per falsa dichiarazione nell'autocertificazione, Eliana Brizzi (difesa dall'avvocato Carlo Boggi).
In tribunale, davanti al giudice Cristina Ponzanelli, sono stati sentiti proprio gli addetti al carcere. Quelli davanti ai quali la signora finita sotto accusa aveva compilato e firmato il modulo per l'autocertificazione. Non specificando al meglio il grado di parentela che la legava al detenuto. O meglio identificandosi come semplice cugina, e non specificando il secondo grado. "La signora ha compilato il modulo di autocertificazione davanti a noi, lo ha firmato e ce lo ha consegnato": questo hanno riferito gli agenti della polizia penitenziaria.
di Elisabetta Longo
Tempi, 14 febbraio 2015
Si può essere un gruppo affiatato, con tanti live alle spalle, scalette rodate e strumenti musicali consumati, ma ci sono concerti che sono più speciali di altri. La ShamRock band (but no really folk) è un gruppo di musica irlandese, composto da sette musicisti, amici da tempo, con un gran trascorso di concerti in molte parti d'Italia.
Qualche settimana fa il gruppo è stato contattato da Alessandro Venuto, dell'associazione "Progetto per la liberazione nella prigione". Alessandro ha chiamato gli Shamrock perché facessero un concerto nel carcere di Bollate, per una platea di un centinaio di uomini e donne che stanno lì scontando la propria pena.
"Alessandro aveva organizzato una serie di incontri su san Francesco e pensava che noi avremmo potuto tenere l'ultimo, quello di chiusura", racconta Giorgio Natale, voce e chitarra degli ShamRock. "Cosa c'entra san Francesco con la musica irlandese? In effetti nulla, ma il santo d'Assisi amava talmente la musica da avere scritto il Cantico delle Creature. Sapeva che la musica è in grado di raccontare molto di più di tante parole. Allo stesso modo la musica irlandese, per Alessandro, poteva essere uno strumento efficace per tenere compagnia al cuore dei detenuti".
Già nell'estate del 2012 gli ShamRock si erano esibiti in un carcere, ma era quello di San Vittore. Era un pomeriggio parecchio caldo, nello spiazzo aperto della struttura e i detenuti erano pochi. A Bollate invece la band si è potuta esibire su un palco vero e gli spettatori sono un centinaio, seduti nelle loro poltroncine. "Non è come suonare in un pub, dove la gente beve e ci ascolta già predisposta a divertirsi e a ballare. Lì era evidente che la fiducia del pubblico ce la dovevamo conquistare. Sono serviti parecchi pezzi prima di farli sciogliere", racconta Stefano Rizza, al banjo. "Il modo in cui ci hanno stretto le mani alla fine della nostra esibizione ci ha mostrato che li avevamo convinti. Qualcuno probabilmente sarà tornato in cella canticchiando, raccontando il concerto ai compagni che non avevano potuto presenziare".
La scaletta è quella di sempre, composta da brani famosi del repertorio folk, ma è il contesto a renderli diversi, spiega Stefano: "Amazing Grace è stato un momento molto coinvolgente. Abbiamo fatto una piccola introduzione, raccontando chi era John Newton, l'autore, uno spietato capitano di navi negriere.
Che si era convertito, e aveva scritto Amazing Grace durante una tempesta terribile. Nella platea molti hanno annuito, facendoci capire di avere già sentito quella storia e quelle parole. Molti dei detenuti di fronte a noi era infatti di origine sudamericana, dove il canto è molto popolare". Giorgio ricorda bene che cantavano anche alcune donne, di origine africana: "Cantavano a occhi chiusi, come si fa in un gospel. Sembravano per un attimo trovarsi da un'altra parte, con un'altra vita".
Ai concerti di musica irlandese, principalmente, si balla. Sembrava difficilissimo non riuscire a farlo anche nel carcere di Bollate, e così Giorgio ha chiesto il permesso alle guardie di far salire sul palco qualcuno del pubblico, sia uomini che donne. "In carcere non si possono incontrare detenuti uomini e donne, per cui all'inizio le guardie hanno dato l'ok, ma solo per quanto riguardava il pubblico maschile. E i detenuti, che erano entusiasti di poter finalmente alzarsi dalla sedie, lì per lì hanno detto di no, che si vergognavano a ballare solo tra uomini, erano intimoriti. Poi hanno fatto salire anche un paio di ragazze, e tutto è diventato più spontaneo. È la forza della musica, che unisce in qualsiasi latitudine o situazione ci si trovi".
www.strill.it, 14 febbraio 2015
Alcuni documenti relativi alla "vita carceraria" a cui era adibito il Castello Aragonese di Castrovillari, concernenti il periodo che va dal 1861 al 1879, rinvenuti casualmente nel maniero qualche mese fa, prossimamente potrebbero essere osservati in una mostra che verrebbe curata dall'Archivio di Stato e dall'Associazione culturale Sifeum. Proprio alcuni soci di questa, che da qualche anno cura la fruizione dell'antico maniero in sinergia con il Servizio di Promozione Culturale del Comune di Castrovillari, furono gli artefici, a novembre scorso, della fortunata scoperta (comunicata immediatamente pure all'ente) durante un servizio di pulizia degli ambienti in preparazione di un evento. Uno di quelli che ormai da tempo prendono vita nel Castello dopo il suo recupero.
Il materiale cartaceo, fogli sparsi, già fruibile presso l'Archivio dopo essere stato opportunamente riordinato in fascicoli e inventariato da Concetta Micciullo, Rosetta De Biase, Francesca Mortati e Rosina Romeo della Sezione di Castrovillari, venne trasmesso all'Archivio di Cosenza ed al Ministero competente per gli opportuni adempimenti. Negli atti sono trascritti i rapporti giornalieri dei guardiani, i certificati di carcerazione e scarcerazione, gli elenchi degli addetti ai servizi domestici, richieste particolari (come i permessi ai notai di entrare in carcere), il rilascio dei certificati sanitari, il registro dei conti, i movimenti mensili dei detenuti, la consegna sempre di questi alle guardie ed ai carabinieri reali, riferimenti dei movimenti dei detenuti e gli elenchi dei carcerati rilasciati in libertà.
Il fondo aiuterà a configurare meglio , secondo i ritrovatori e gli addetti, il quadro del complesso archivistico che ricostruisce la vita dello stesso il quale risulta ancor più importante per la storia della città e per l'antico carcere giudiziario, a cui fungeva il maniero, tenuto conto che si riferisce ad anni dopo l'Unità d'Italia e interessa la vita quotidiana dei detenuti e l'attività amministrativa e carceraria dell'epoca.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 14 febbraio 2015
Ora abbiamo i numeri. L'operazione Mos Maiorum è stata una terribile, e senza precedenti, maxi retata nei confronti degli immigrati. La vasta operazione poliziesca europea capitanata dall'Italia, avvenuta nelle due settimane dell'ottobre scorso, ha provocato ben 19.000 arresti.
La maggior parte degli arrestati sono immigrati clandestini che non hanno commesso nessun reato. A denunciarlo è stata l'associazione umanitaria londinese Statewatch. Secondo l'associazione, che ha messo a confronto i report finali delle ultime operazioni, il numero dei fermati è raddoppiato rispetto alla precedente operazione Perkunas (10.459 fermi in due settimane), e addirittura quadruplicato in confronto all'operazione del 2012, Aphrodite (5.298 fermi in due settimane).
Proprio nel report finale dell'operazione Mos Maiorum, redatto dal Consiglio d'Europa, si evidenzia che "i cittadini siriani sono stati quelli maggiormente identificati (5.088 persone), seguiti da afghani (1.466 persone), serbi (in particolare kosovari, 1.196) ed eritrei".
Poco più di 11mila le richieste di protezione internazionale presentate dopo l'intercettazione dagli stranieri controllati. Il report non esplicita invece, esattamente come i documenti relativi alle precedenti operazioni, il numero degli agenti coinvolti. Piuttosto, sottolinea che "per motivi sconosciuti Mos Maiorum ha catturato l'attenzione dei mass media, che hanno etichettato l'operazione come un'azione finalizzata all'arresto dei migranti, nonostante gli obiettivi fossero l'individuazione di reti criminali coinvolte nel favoreggiamento dell'immigrazione irregolare e il monitoraggio dei percorsi usati dai trafficanti. Un obiettivo raggiunto, visto che sono stati fermati 257 trafficanti", si legge sempre nel report.
Il dato parla da solo: sui 19.000 arrestati, chi ha commesso reati sono solo 257. Del resto, lo stesso Statewatch sottolinea che nel documento di avvio dell'operazione di polizia uno degli obiettivi dichiarati era proprio "arrestare i migranti irregolari". Inoltre, un'altra critica mossa dai media all'avvio di Mos Maiorum riguardava il rischio di incorrere in quello che in inglese viene definito racial profiling, di fatto una schedatura su base etnica.
Un rischio che almeno sulla carta si era cercato di evitare: con l'avvio dell'operazione si raccomandava agli Stati partecipanti - tutti i membri dell'Unione Europea, ad eccezione di Croazia, Grecia e Irlanda - di "portare avanti le attività nel pieno rispetto della dignità umana, mantenendo i più alti standard di professionalità e rispetto dei diritti umani, evitando ogni trattamento discriminatorio e avendo cura dei bisogni speciali dei gruppi vulnerabili".
Raccomandazioni che, stando a quanto riportato da Statewatch, non sembrano essere particolarmente servite: riprendendo alcune delle segnalazioni raccolte tramite la campagna Map Mos Maiorum, l'associazione evidenzia che nelle operazioni di controllo e fermo ci sarebbe stata una forte presenza, da parte delle forze dell'ordine, di comportamenti discriminatori e stigmatizzanti.
Un gruppo di europarlamentari, tra cui l'italiana Barbara Spinelli, ha scritto una lettera aperta criticando "lo scaricamento di responsabilità messo in atto dal Consiglio d'Europa": alle richieste di chiarimento su Mos Maiorum, il Consiglio avrebbe risposto che l'operazione è stata condotta sotto la responsabilità del governo italiano. In realtà, come ricordato dagli europarlamentari, l'operazione di polizia europea fu lanciata a ottobre dalla presidenza italiana, allora a capo del semestre di presidenza del Consiglio d'Europa, e l'operazione Mos Maiorum fu concordata durante la definizione del programma di lavoro del Consiglio.
Infine, come sottolineato anche da Asgi - che definì l'operazione "un'azione miope e disumana" - secondo quanto contenuto nella proposta trapelata lo scorso 10 luglio gli Stati membri dovevano confermare la propria partecipazione anche al Segretariato generale del Consiglio: un aspetto che conferma il coinvolgimento dell'istituzione europea in questa operazione.
Ricordiamo che sempre la Spinelli della Sinistra unitaria europea, aveva denunciato in particolare che Mos Maiorum si trattava di un'operazione in cui vengono "profilati" gli immigrati irregolari procedendo alla loro identificazione "con l'autorizzazione anche a usare la violenza se necessario", secondo documenti della polizia di cui l'europarlamentare ha detto di essere in possesso. "È difficile non chiamarla per quello che è, una retata". E la denuncia dell'associazione Statewatch lo ha confermato: si è trattato di una vera e propria retata.
Ricordiamo che dopo questa operazione, a novembre si è dato il via ad una nuova missione europea, sempre sotto la guida italiana, con effetti disastrosi. Si chiama "Triton", altro nome classicheggiante per dare vita al controllo delle frontiere e la lotta all'immigrazione irregolare. L'operazione Triton, attualmente operativa, è ben spiegata da un documento visionabile dove delinea "Triton" come un rinforzo di Hermes, dispositivo lanciato il 1 marzo 2014 finalizzato a controllare e combattere l'immigrazione irregolare proveniente da Algeria, Egitto, Grecia, Libia e Tunisia. Nel concreto, il "rinforzo" è costituito da due aerei, un elicottero, due motonavi, due imbarcazioni leggere, sette team di esperti dell'agenzia europea, per un totale di 2.300.000 euro al mese. A
La preoccupazione espressa da vari organismi umanitari, compresa Amnesty International, è quella della sostituzione di Mare Nostrum con l'operazione Triton. L'Europa non sembra dunque intenzionata a portare avanti "l'immenso lavoro fatto dall'Italia con l'operazione Mare Nostrum salvando migliaia di persone", come dichiarava la commissaria Ue Cecilia Malmstrom. Anzi: il documento dell'operazione Triton sottolinea come le navi dell'operazione Mare Nostrum abbiano potuto incoraggiare l'arrivo di migranti.
La soluzione? Secondo le linee guida del documento, consisterebbe nel limitare l'aria di intervento dell'Unione: i mezzi navali di Triton si fermeranno a 30 miglia dalle coste italiane, cioè oltre 100-140 miglia più a nord dell'attuale pattugliamento condotto da Mare Nostrum. Solo i mezzi aerei si spingeranno più a sud, potendo così fornire informazioni sulle barche eventualmente avvistate. A chi? Ai mezzi di Mare Nostrum che non ci sono più. Ed ecco spiegata la tragedia del mare che ha provocato oltre 300 morti. Non a caso numerose associazioni umanitarie evocano il ripristino dell'unica operazione europea positiva: quella del Mare Nostrum.
di Simone Ziggiotto
www.pianetacellulare.it, 14 febbraio 2015
Il Department of Corrections del South Carolina ha punito quasi 400 detenuti per aver utilizzato i social media nel corso degli ultimi tre anni, e in alcuni dei casi la punizione è stato un lungo isolamento. L'uso dei social media è una grave violazione per i detenuti in South Carolina. La politica di limitare la comunicazione con il mondo esterno serve a non permettere ai detenuti di condurre attività criminali dall'interno.
Il Department of Corrections del South Carolina ha punito quasi 400 detenuti per aver utilizzato i social media nel corso degli ultimi tre anni, e in alcuni dei casi la punizione è stato un lungo isolamento. Le statistiche, raccolte dalla Electronic Frontier Foundation e rilasciate Giovedi, evidenziano la rigorosa politica applicata quando si trattano casi legati ai social media nel sistema carcerario dello Stato e il coinvolgimento di Facebook con la rimozione dei profili dei detenuti.
Già nel 2012, il Dipartimento del Sud Carolina of Corrections (Scdc) ha fatto della "creazione e/o gestione di un sito di social networking" un reato di Livello 1, una categoria riservata alle violazioni più violente delle politiche di condotta del carcere. Livello 1 è una delle accuse di reato più comuni proposte contro i detenuti, molti dei quali, come la maggior parte degli utenti di social network, vogliono rimanere in contatto con gli amici e la famiglia nel mondo esterno e tenersi aggiornati sugli eventi che accadono. Alcuni detenuti chiedono alle loro famiglie di accedere ai propri profili on-line per loro, mentre molti hanno accesso Internet lo stessi attraverso un telefono cellulare a cui hanno accesso in contrabbando.
Attraverso una richiesta ai sensi del Freedom South Carolina of Information Act, EFF, un gruppo sostenitore dei diritti civili su Internet, ha rilevato che, nel corso degli ultimi tre anni, i funzionari della prigione hanno registrato più di 400 cento casi disciplinari per "social networking" - quasi sempre per l'utilizzo di Facebook. Il reato ha avuto pesanti sanzioni, come anni di isolamento e la privazione di quasi tutti i privilegi, tra cui la visita e l'accesso ad un telefono.
EFF, apprese le informazioni, tramite un portavoce ha dichiarato: "Facebook non dovrebbe agire come censore del governo", ha dichiarato Dave Maas, coordinatore delle relazioni con i media e ricercatore investigativo del gruppo EFF. "C'è un sacco di motivi legittimi per cui un prigioniero dovrebbe desiderare di contattare il mondo esterno, come portare all'attenzione le condizioni o informazioni sul suo stato in prigione, o comunicare con la propria famiglia".
Facebook non ha risposto alle dichiarazioni di EFF. Il sistema carcerario del Sud Carolina ha chiesto a Facebook di rimuovere centinaia di account dei detenuti. Il più grande social network del mondo è stato obbligato, secondo l'EFF, in rispetto di un accordo che c'è tra le parti: i sistemi carcerari possono chiedere a Facebook di rimuovere i profili dei detenuti previa richiesta ufficiale "Inmate Account Takedown Request". EFF chiede, tuttavia, che ci sia una maggiore trasparenza quando si tratta di queste richieste.
L'uso dei social media è una grave violazione per i detenuti in South Carolina. La politica di limitare al massimo la comunicazione con il mondo esterno è volta a non permettere ai detenuti di condurre attività criminali dall'interno. Il sistema carcerario pone l'uso dei social media allo stesso livello di crimini come l'omicidio, lo stupro, disordini, fuga e presa di ostaggi, secondo Maas. In 16 casi, i detenuti hanno affrontato più di un decennio in detenzione disciplinare, una punizione che comprende isolamento e la perdita del privilegio di ricevere visite. Un detenuto ha ricevuto più di 37 anni in isolamento, secondo il FEP.
Adnkronos, 14 febbraio 2015
Le autorità israeliane hanno rilasciato Malak al-Khatib, una baby-detenuta palestinese di 14 anni, dopo circa due mesi trascorsi nelle carceri dello Stato ebraico.
Ne dà notizia il sito di notizie palestinese Sama News, che ricorda come Malak era stata "picchiata e arrestata" il 31 dicembre scorso presso un check point israeliano a sud di Tulkarem mentre rientrava da scuola. In questi due mesi, l'adolescente è stata portata quattro volte di fronte ai tribunali, che l'hanno condannata per lancio di pietre a due mesi di reclusione e al pagamento di una sanzione di 6.000 shekel, pari a circa 1.350 euro. Sono 213 i minorenni palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.
Askanews, 14 febbraio 2015
Rinviata, ancora una volta, la pena della fustigazione inflitta al blogger saudita Raef Badawi, condannato dalle autorità del suo Paese a 1.000 frustate da scontare in 20 settimane per avere "insultato l'Islam", come ha reso noto oggi Amnesty International. Oggi venerdì è il giorno della settimana stabilito per scontare la pena e si tratta quindi del quinto rinvio dopo le prime 50 frustate subite lo scorso 9 gennaio: le fustigazioni successive infatti non hanno avuto luogo, "per motivi di salute".
"Raef non è si è presentato alla sessione odierna per la fustigazione. Non sappiamo perché, ma lui rimane in prigione", come recita un tweet postato dall'Organizzazione in difesa dei diritti umani sul proprio account ufficiale. Il caso del blogger ha provocato indignazione in tutto il mondo con una denuncia delle Nazioni Unite, che hanno parlato di una punizione "crudele e disumana". Il 31enne Badawi, vincitore nel 2014 del premio Reporter senza frontiere per la libertà di stampa, è detenuto dal 2012.
Condannato per "offesa" all'Islam, il blogger, dallo scorso novembre sta scontando una condanna a 10 anni di reclusione. Come pena aggiuntiva è stato condannato anche a mille frustate da subire 50 alla volta per la durata di 20 settimane. La "colpa" di Badawi è per aver scritto questa frase sul suo blog: "Il laicismo rispetta ogni persona e non offende nessuno. È la soluzione concreta per far salire i Paesi (incluso il nostro) dal terzo mondo verso il primo".
Aki, 14 febbraio 2015
Sette detenuti di al-Qaeda sono stati fatti evadere da un carcere dello Yemen da uomini armati, che durante l'azione hanno ucciso u poliziotto. Lo rende noto una fonte governativa a condizione di anonimato all'agenzia di stampa Xinhua precisando che l'evasione ha avuto luogo nella provincia meridionale di Shabwa. "Il carcere centrale della provincia di Shabwa è stato attaccato da un gruppo di uomini armati, che hanno ucciso un soldato e ne hanno feriti due in modo grave", ha detto la fonte. I sette evasi fanno parte di al-Qaeda nella Penisola Arabia. Due di loro erano stati condannati a morte.
di Antonio Di Costanzo
La Repubblica, 13 febbraio 2015
Il ministro sottolinea anche l'impossibilità di "stabilizzare tremila tirocinanti" ma rivendica gli sforzi fatti: "Abbiamo rimesso al centro del dibattito il tema della riorganizzazione degli uffici. In ogni caso, sarà l'intervento più importante degli ultimi 25 anni sull'organico del settore della giustizia. È previsto il reclutamento di 2.250 unità e alla fine, tenendo conto dei pensionamenti, produrrà un saldo di 1.000 unità".
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