La Nuova Ferrara, 15 febbraio 2015
Ieri i mezzi di demolizione in azione per abbattere la struttura di via Piangipane Occorreranno tre mesi per distruggere i vecchi muri e avviare la ricostruzione.
Ruspe in azione per demolire l'ex carcere di via Piangipane. Dopo i primi interventi che avevano fatto riaprire la struttura nel dicembre del 2011 per ospitare il Meis, il museo dell'ebraismo e della Shoah, sono partiti ora i lavori per il secondo lotto che porterà nel giro di tre mesi alla demolizione di quel fabbricato obsoleto costruito all'inizio del Novecento.
I lavori di demolizione, affidati a una ditta di Parma, hanno lo scopo di fare tabala rasa di alcuni muri e locali del vecchio carcere cittadino. La struttura venne terminata nel 1912, costruita a spese dello Stato, su progetto redatto dagli ingegneri Bertotti e Facchini dell'Ufficio del Genio Civile, in base alle indicazioni del Ministero dell'Interno. Le opere furono dirette dagli ingegneri Ponti e Fabbri dello stesso ufficio ed eseguite dall'impresa Luigi Brandani.
Da allora e per ottant'anni, ha rappresentato le prigioni della città. Il 9 marzo 1992 ci fu il trasferimento dei 130 detenuti nella più moderna casa circondariale di via Arginone. In quasi vent'anni di oblio la struttura e il terreno circostante hanno avuto bisogno di numerose bonifiche e la scelta di trasformare il vecchio carcere nel Meis è stata utile non solo dal punto di vista culturale, ma anche igienico perché la situazione di abbandono era diventata insostenibile. Dopo la prima parte di costruzione del Meis, ora si aspetta, con lo stanziamento di fondi statali, l'ampliamento del museo che sorgerà dalle macerie del vecchio carcere, che verrà demolito in questi mesi per costruire una nuova struttura anche in regola con le normative antisismiche.
www.ilgiornaledelmolise.it, 15 febbraio 2015
Se ne inventano di tutti i colori pur di far entrare la droga in carcere. A Isernia ci hanno provato spedendo una cartolina con su stampata l'immagine di Papa Francesco, che tra l'altro proprio l'estate scorsa ha varcato le porte dell'istituto di pena di ponte San Leonardo, durante la sua storica visita in Molise. Le cartoline in realtà erano due, una incollata sull'altra.
Nel mezzo era stata sistemata una bustina contenente cocaina. Il mittente sotto sotto sperava che il pacco droga abbellito con la foto del Santo Padre passasse inosservato. È però andata male: l'agente di polizia penitenziaria addetto al controllo ha notato un leggero rigonfiamento e ha scoperto il trucco. Ma non il mittente, perché l'indirizzo era ovviamente falso.
Non ha invece avuto scampo una donna che ha tentato di far arrivare la droga al marito nascondendola nei ricambi di biancheria intima che stava per consegnare al coniuge: è stata scoperta e denunciata a piede libero alla Procura di Isernia. Intanto - restando a Ponte San Leonardo - si avviano alla conclusione le indagini sulla morte di Fabio De Luca.
Il procuratore capo Paolo Albano e il sostituto Gaeta hanno infatti acquisito anche la documentazione con i risultati degli esami irripetibili, effettuati dalla Scientifica di Napoli e dalla Mobile di Campobasso nelle due celle sequestrate. Ora manca solo la relazione di Vincenzo Vecchione, il medico legale che ha effettuato l'autopsia.
Bisognerà aspettare ancora qualche giorno. Per la morte del 45enne originario di Roma - colpito alla testa con un oggetto avvolto in un panno - sono indagati i due detenuti napoletani presenti nella cella in cui si è verificata l'aggressione, più una terza persona, il cui ruolo è ancora da chiarire. Il reato ipotizzato è quello di morte derivante da altro delitto.
www.siracusanews.it, 15 febbraio 2015
È stato accolto con grande entusiasmo dai detenuti della Casa di Reclusione di Augusta il progetto che prevede, al termine di un laboratorio di letteratura e teatro, la messa in scena di Effatá, il romanzo di Simona lo Iacono. "I bambini le chiedevano questo" e con la mano indica il grande tavolo attorno al quale in 12 assieme a lui sono stati fino a quel momento seduti ad ascoltare, "proprio questo che sta succedendo qui oggi".
A parlare è F. B., 53 anni, detenuto nella Casa di Reclusione di Augusta con una condanna pesante che, dopo le spiegazioni della scrittrice e magistrato Simona Lo Iacono, ha dato la sua personale interpretazione del sogno che ha spinto l'autrice a realizzare il romanzo "Effatà".
Il testo è infatti al centro del programma di lettura "Read and Fly" una delle attività organizzata all'interno del carcere grazie alla sensibilità del direttore Antonio Gelardi e che prevede al termine di una serie di incontri preparatori, la messa in scena del romanzo da parte degli stessi detenuti. Nel corso del primo appuntamento l'autrice ha dunque spiegato come la storia, che intreccia due piani narrativi accomunati dal tema della sordità e dal dramma dell'Olocausto, sia stata ispirata da un sogno in cui le apparvero due bambini sordomuti.
"Capivo che mi stavano domandando qualcosa, e mi svegliai molto turbata - ha raccontato ai carcerati - Il giorno dopo, lavorando a una questione di diritto internazionale, scoprii l'esistenza di un bambino, morto in seguito ai programmi di eugenetica voluti dal führer un mese dopo la scomparsa di Hitler. La prima cosa che ho pensato è "si sarebbe potuto salvare" e da qui è nata la voglia di restituirgli la dignità del ricordo attraverso le pagine del mio libro".
"Con queste cose Dio ti paga, perché l'uomo invece non ce la fa" ha detto in italiano stentato un altro detenuto, uno straniero, al termine del racconto del sogno. Un gruppo dunque abbastanza affiatato (anche se la composizione potrebbe mutare, spiegano dalla Casa di Reclusione "qualcuno potrebbe uscire e altri potrebbero arrivare") e sicuramente molto reattivo ha accolto la partenza del progetto teatrale.
"Teniamo molto all'attività espressiva all'interno del carcere - ha affermato il direttore Gelardi nella sua introduzione all'incontro - e cerchiamo di espanderla a quante più persone possibile proprio perché crediamo al suo potere liberatorio". Il corso è partito nel novembre 2013, come spiegato dall'ideatrice e curatrice di "Read and Fly" Michela Italia, e al suo interno sono stati affrontato testi importanti come Shakespeare e Wilde.
Adesso c'è una nuova sfida per questi uomini che, qualunque sia il tipo di reato per il quale sono stati condannati, stanno pagando la propria colpa alla società: calcheranno le scene vestendo i panni di personaggi del tutto diversi da loro, un impegno che li aiuterà anche ad affrontare la lunga permanenza all'interno dell'istituto di detenzione. "Ho scelto di lavorare su questo libro invece che su altri - ha spiegato la Lo Iacono ai detenuti - perché è un libro che parla di colpa e di redenzione, e perché rappresentando uno dei sotto processi di Norimberga, quello ai dottori, vi darà la possibilità di vivere un vero e proprio ribaltamento dei ruoli.
Ed è proprio questo scambio di visioni della vita che è sempre fonte di una grande crescita spirituale". A questo punto la scrittrice ha cominciato a suddividere le parti da interpretare e, ispirata dalla particolare verve oratoria di uno dei partecipanti, gli ha affidato quella di Telford Taylor, il pubblico ministero americano nel processo contro i gerarchi nazisti. L'uomo (condannato per narcotraffico internazionale), ha allegramente commentato: "Certo che la vita è strana, mai avrei potuto immaginare di fare il Pm". L'appuntamento è adesso per il prossimo mese quando i detenuti, dopo aver letto il libro ed essersi documentati sul materiale audio video relativo, affronteranno la sceneggiatura.
di Elisabetta Froncillo
Il Mattino, 15 febbraio 2015
Pozzuoli. Ritorna la moda nel carcere femminile di Pozzuoli. Iniziano oggi i corsi di portamento per venti detenute che sfileranno all'interno della casa circondariale il 26 marzo, indossando abiti sartoriali napoletani. Donne scelte dalla P&P Academy di Anna Paparone, associazione che da alcuni anni collabora con il Comune puteolano e con il carcere diretto dalla dottoressa Stella Scialpi, per promuovere progetti di reintegro sociale.
Insieme all'assessore alle Politiche sociali, Teresa Stellato, comincia la nuova avventura che porterà in passerella in più appuntamenti le nuove modelle. Impareranno a camminare su tacchi alti, a trasmettere eleganza e sensualità nei loro passi e sguardi, mettendo da parte una vita non sempre generosa.
Dopo il primo appuntamento di primavera le detenute si cimenteranno in una nuova prova di moda il 4 giugno, quando sfileranno indossando abiti di haute couture campana. Ultimo appuntamento sarà il 28 di giugno, ma non più all'interno del carcere: l'evento battezzato "É moda" si svolgerà sul golfo di Pozzuoli, dove in abiti pregiati saranno donne alla ricerca di una nuova vita. Ed è proprio questo lo scopo della moda nel carcere: creare percorsi di risalita nella società quando la pena sarà conclusa.
"L'esperienza dello scorso anno ci insegna che è possibile scommettere su queste ragazze - spiega la Paparone - dopo le sfilate fatte all'interno della Casa circondariale lo scorso anno, due protagoniste del progetto si sono inserite perfettamente in questo settore e con dei permessi speciali lavorano all'esterno quando ci sono degli eventi. Stanno scontando le loro ultime settimane di pena e non vedono l'ora di essere fuori per poter pienamente vivere il loro nuovo ruolo. Ci hanno creduto e hanno trovato un'alternativa alla vita di prima che le ha portate a delinquere". "Si può cambiare, di questo ne eravamo convinti ieri ed oggi ancora di più - dichiara Teresa Stellato - pensiamo ad includere chi ha sbagliato lungo il proprio percorso. Per questo insieme a tanti altri progetti presenti all'interno del carcere abbiamo pensato a questo nuovo spiraglio, innovativo, come la moda che può creare tanti sbocchi, dal diventare indossatrice all'impegnarsi in lavori più artigianali come la sartoria".
Si parte oggi. E per i prossimi mesi al carcere di Pozzuoli - esempio raro di casa detentiva dove l'aria pesante, priva di libertà, è stemperata da svariate attività sociali come cucina, corsi di scrittura creativa, teatro e ora anche di moda - si aspetterà con ansia il momento di aprire le porte ed accogliere il pubblico che potrà applaudire l'impegno di chi ancora una volta vuole farcela.
www.terlizzilive.it, 15 febbraio 2015
Lunedì 16 febbraio il primo appuntamento con "Carandiru", storia vera dell'eccidio di 111 detenuti brasiliani nel 1992. Il circolo Libertà è Partecipazione di Terlizzi organizza una serie di proiezioni in vista dell'incontro di fine marzo con Ilaria Cucchi.
Il circolo terlizzese di LèP Libertà è Partecipazione organizza una rassegna cinematografica in tre puntate sulla questione del trattamento dei detenuti nelle carceri, intitolata "Anime dentro. Carcerati e carcerieri nel cinema e nella realtà". Si tratta di un "breve percorso di riflessione attraverso le immagini" pensato per introdurre - attraverso la proiezione di tre film - l'incontro annunciato per fine marzo con Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il giovane tossicodipendente deceduto nel 2009 per i traumi subiti durante la detenzione cautelare nel carcere di Regina Coeli.
"Tre film ancorati alla realtà, per interrogarsi su ciò che accade nelle carceri e soprattutto nelle menti di coloro che ci vivono, siano essi detenuti, poliziotti o altri rappresentanti dello Stato", recita la nota con cui LèP ha lanciato l'iniziativa. Il primo appuntamento è lunedì 16 febbraio alle 20 e 30, con "Carandiru", del regista brasiliano Hector Babenco, film tratto da una storia autentica di degrado e violenza avvenuta nel 1992 nella prigione di Carandiru, Brasile profondo, dove 350 guardie penitenziarie trucidarono 111 detenuti insorti a causa delle condizioni disperate in cui erano costretti a vivere.
di Antonello Micali
Il Garantista, 15 febbraio 2015
Già Amnesty International, alcuni mesi fa, aveva chiesto che Mare Nostrum non chiudesse perché convinta che con Triton la situazione sarebbe peggiorata. Era abbastanza intuitivo, come la tragedia di ieri ha peraltro puntualmente dimostrato, che la nuova operazione avrebbe avuto un campo d'azione molto più ristretto, soffermandosi "al mero controllo militare delle frontiere". Ma non c'è solo Amnesty, naturalmente, tra chi nella questione, non solo riesce, ma vuole vedere il re nudo della vergogna che sta sullo sfondo dell'ennesimo disastro umanitario al largo delle nostre coste, dove i morti sarebbero già trecento.
Tra queste "cassandre inascoltate" c'è sicuramente padre Alex Zanotelli, un campione della fede e della solidarietà, ma anche della franchezza; in questo caso dell'indignazione: "Sì, sono indignato, arrabbiato e ho una grande voglia di urlare, così come dovrebbero fare tutte le chiese: ma non solo, sono i governi, almeno quelli che ancora intendono rispettare, oltreché le leggi della solidarietà e dell'amore, quelle contenute dagli stessi trattati internazionali che obbligano a dare soccorso ai profughi che dovrebbero farlo. Ed invece o nicchiano o addirittura perpetrano questo scempio, fregandosene degli esseri umani.
In proposito occorre subito sgombrare il campo su una questione che in molti, soprattutto tra i politici (faglielo capire per esempio a Salvini... che insiste pedantemente sul fatto di aiutarli a casa loro, ndr) sembrano non considerare: e cioè che ormai non si parla più di migranti tout court, ma di profughi che scappano da guerre e carestie, purtroppo tutte certificate.
Le ultime stime dei più importanti organismi internazionali, tra cui l'Onu, ci dicono che il numero dei profughi nel mondo è arrivato a 51 milioni di unità, spaventoso: per questo ci vogliono operazioni come Mare Nostrum, che infatti ha salvato nei mesi scorsi centinaia di vite, non come Triton, nato solo per erigere un muro tra i disperati e la sempre meno solidale Europa. È incredibile che un paese come la Tanzania ospiti un milione di profughi e l'Europa invece fa spending rewiev sulla vita degli essere umani".
Il missionario comboniano, alla luce dell'ennesimo bagno di sangue, è un fiume in piena. Ne ha per tutti, Governo italiano compreso; dall'Europa e le sue politiche capaci di fare fronte comune solo sulla difesa delle frontiere del trattato di Schengen, all'Onu: "L'Onu purtroppo come è noto può far poco, però non lo butto via, ma ora mi aspetto che anche Ban Ki-moon urli tutta la sua indignazione.
Quello che invece non mi sarei aspettato è che un governo del Pd avallasse questa svolta nefasta, senza nemmeno provare a fare nulla per contrastarla: è assurdo che un premier del Pd non riesca a non essere subordinato a certe scelte o al suo stesso ministro dell'interno, uno come Angelino Alfano, poi.... A meno che Renzi non sia in sintonia con chi ha deciso di volgere lo sguardo dall'altra parte. A questo punto si faccia chiarezza".
Padre Alex Zanotelli fa poi un'analisi complessiva sulla drammatica tendenza che la storia recente ci aveva illuso fosse terminata nel 1989 e cui l'Europa ora non rifugge, di costruire muri tra genti e paesi, invece dei ponti auspicati dai valori che portarono all'idea di un continente finalmente unito e solidale dopo la tragedia della seconda guerra mondiale.
"Questa è la prova del nove per l'Europa. In un mondo dove, dopo la caduta di quello di Berlino, si è ricominciato pericolosamente a costruire muri, come tra Messico e Usa, Grecia e Turchia, Israele e Palestina, l'operazione Triton costituisce di fatto anch'essa un muro. In questa fase, su questo approccio in Europa siamo sempre più in "buona" compagnia del resto. Ma se le cose continueranno così, un'Europa già nata male non può che morire, e peggio. Per me Gesù continua a nascere fuori dalle metropoli sfavillanti di luci di Natale, che è diventata la più grande festa mondiale del mercato.
Gesù nasce fuori dai contesti che un certo status quo vorrebbe scevro dalle povertà che spesso produce. Gesù ora nasce fuori, nei luoghi degli ultimi e dei dimenticati, così quali sono gli oltre tremila profughi morti negli ultimi mesi dello scorso anno, tentando di attraversare il Mediterraneo che è ora il Cimiterium nostrum. Triton è una decisione irresponsabile e criminale perché l'Italia così si sottrae al dovere di trarre in salvo persone che si trovino in pericolo di vita. E se non basta dirlo, bisogna cominciare ad urlarlo!"
Parafrasando il combattivo sacerdote, un'Europa così non è nemmeno morta, di fatto non è mai nata, se non per arroccarsi e divenire la fortezza di pochi privilegiati: un posto dove Gesù quindi non avrebbe davvero più voglia di nascere.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 15 febbraio 2015
Le madri greche che non sono in condizione di far curare i loro bambini, o i corpi straziati dei migranti nel canale di Sicilia, sono le facce di una stessa medaglia. Si tratta di vicende che non si può fare finta di ignorare. Una collettività, per essere tale, deve essere innervata da un sentimento di solidarietà. Ma Grecia e Triton dicono che la solidarietà è un concetto estraneo alla nozione di Europa. Che è invece una stanza di compensazione di interessi mercantili.
In queste ore l'eurogruppo sta affrontando le questioni che ha posto la nuova dirigenza greca. Si tratta di verificare le alternative alle conseguenze spesso disumane che l'imposizione dell'austerità ha determinato. In queste stesse ore si contano le vittime dell'ennesima tragedia del Canale di Sicilia: circa 330, secondo le ricostruzioni ufficiali.
L'operazione Triton, che fa capo all'Unione Europea e che ha sostituito Mare Nostrum, organizzata dagli italiani, non ha avuto i risultati sperati, dimostrandosi largamente inadeguata. La sua inadeguatezza è la causa di una ennesima tragedia di dimensioni immani. Che vede una delle cause anche in quella scellerata operazione in Libia, voluta da alcuni paesi europei per mere ragioni di potere. Sul primo tema, le dichiarazioni ufficiali sono che non vi sono vie percorribili diverse dal rientro del debito e da una rigorosa politica di austerità.
Sul secondo argomento, sono riportate le dichiarazioni di dolore del Papa e di alcuni politici italiani. Le civilissime nazioni del nord Europa tacciono. Le madri greche che non sono in condizione nemmeno di far curare i loro bambini o i corpi straziati dei migranti nel canale di Sicilia sono, evidentemente, troppo lontani per solleticare i loro buoni sentimenti.
Sennonché, si tratta di vicende che non si può fare finta di ignorare, mettendole nell'area di ciò che è negoziabile. Una collettività, per essere tale, deve essere innervata da un sentimento autentico di solidarietà. Che deve essere anche capace di superare i rimproveri, anche se giusti, che possono essere mossi, come nel caso della Grecia. Grecia e Triton dicono, in modo brutale, che la solidarietà è un concetto estraneo alla nozione di Europa. È una stanza di compensazione di interessi, caratteristica di qualsiasi organizzazione di mercanti, nella quale c'è il portafoglio al posto del cuore.
Per carità! Non vi sono obblighi, in questa prospettiva, di solidarietà, di compassione, di generosità. Ma se è così, l'Europa va presa per quello che è, cominciando ad eliminare la stessa esistenza di una bandiera. La quale dovrebbe rappresentare cosa? Quale unità? Quella di chi di fronte alle difficoltà ed alle tragedie degli altri si gira dall'altra parte, salvo dare giudizi ed insegnamenti? Ed allora, prendiamo l'Europa per quello che è Inutile affannarsi a cercare di cambiarla, contro la chiara volontà degli altri. Se ci sono utili opportunità sfruttiamole.
Ma, soprattutto, rivolgiamo le nostre energie verso i paesi con i quali, per mille motivi, è più facile creare il senso autentico di una collettività. Il bacino del Mediterraneo, se si guarda alla nostra storia, ha costituito la sede di elezione dei rapporti che hanno segnato lo sviluppo e la civiltà del nostro paese. È, perciò, in quella direzione che dobbiamo incrementare la nostra attenzione. Lasciando ai paesi del nord tutta l'arroganza di cui sono capaci.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 15 febbraio 2015
In visita alla famiglia di uno dei pescatori uccisi tre anni fa. "Per Celestine neanche una corona di fiori o una preghiera".
Nella casa linda e spoglia della famiglia di Celestine Galestine, ucciso esattamente tre anni fa dai militari di una petroliera italiana, una volta tanto si ride di gusto. Dora, la vedova di Celestine, ha una voce argentea in un corpo massiccio, e sorridono con gli occhi bassi anche i figli Derrick, 21 anni, al terzo anno di ingegneria, e Jwen, 13 anni.
È il racconto di un sacerdote del Kerala di ritorno da un anno in Italia a riportare un po' di buon umore nel terzo anniversario di una vicenda dolorosa che coinvolge diverse famiglie: anche quella di Ajesh Binki, il giovane tamil ucciso il 15 febbraio 2012 insieme a Celestine su una barca da pesca scambiata per una goletta di pirati, così come le famiglie dei due marò italiani sospettati di aver sparato. Padre Tommy era stato parroco in Abruzzo e ricorda a Dora di quando lo scorso anno si recò a visitare i suoi ex parrocchiani. "Una signora mia amica era molto arrabbiata con l'India perché secondo lei teneva in ostaggio ingiustamente Massimiliano La Torre e Salvatore Girone. Allora propose a un gruppo di persone che era con lei di sequestrarmi per uno scambio...".
Anche Dora è una kadel puram kaar, il popolo della spiaggia, uomini e donne che conoscono il mare e odiano le grandi navi che da tutto il mondo vengono a pescare con enormi reti nelle acque internazionali lasciando senza cibo i pescatori locali. Per questo - ci dice il loro leader - "gente come me e Celestine deve andare sempre più al largo con delle barchette e il rischio che comporta, come si è visto". Tutti nel villaggio di Muthakkara conoscono bene le ultime vicende: le dure prese di posizioni dell'Ue rivolte all'India, l'operazione al cuore di La Torre e l'autorizzazione dei giudici al rinvio del suo rientro per il processo, che non si è ancora celebrato né sembra destinato a iniziare presto. Ma per Dora è un capitolo chiuso.
"Ho già detto di non serbare alcun rancore - ci spiega - e per me i due marò possono tornare per sempre dalle loro famiglie, perché so bene cosa significa l'assenza di chi è caro". Seduto col fratello e la madre sotto al ritratto del padre morto, il figlio maggiore Derrick ci tiene però a dire che - a parte aver ricevuto i soldi per gli studi di ingegneria - "nessuno ci ha mai chiesto scusa". Anche su questo l'ambasciata italiana di Delhi preferisce mantenere il silenzio, per timore che ogni azione o parola possa essere male interpretata. Lo stesso riserbo hanno quasi sempre seguito La Torre e Girone, mentre una speciale agenzia investigativa nazionale, la Nia, prepara i documenti dell'indagine per i magistrati di una Corte altrettanto speciale. Neanche sul fronte del governo indiano c'è disponibilità a parlare per confermare un'eventuale trattativa in corso. "È tutto in mano alla magistratura", è la posizione ufficiale. A due passi da casa Galestine incontriamo A. Andrews, il leader dell'associazione dei pescatori del distretto, secondo il quale "spetterebbe a noi il diritto di processare e condannare i responsabili".
"Se le famiglie hanno perdonato - dice Andrews sotto a un colorato crocifisso di Cristo che pende su una parete - noi non lo faremo mai. È nella nostra tradizione punire chi uccide degli innocenti". In un paese dove migliaia di processi aspettano molto più di tre anni per rendere giustizia, la vicenda dei marò resta un caso a sé, per il clamore internazionale e i troppi dettagli ancora avvolti nel mistero.
La fantomatica nave greca, le presunte segnalazioni dei militari alla barca "pirata" in rotta di collisione, le raffiche di mitra sparate da 20 metri di altezza e destinate in teoria a finire in acqua, la decisione del capitano di entrare in porto e consegnare i due marò. La rabbia delle comunità locali - come ci racconta un testimone di quei giorni a Kochi - montò a maggio quando ai due marò consegnati dal capitano alla polizia del Kerala fu concesso di stare in un albergo da 10mila rupie a notte, 180 dollari, con pasti di uno chef italiano, e ospitalità per 20.30 persone in occasione degli arrivi dei familiari.
Al loro seguito c'erano sempre anche tre ufficiali di Marina, un colonnello dei carabinieri e una psicologa, con un cambio trimestrale del team, tanto che per tagliare le spese ormai stratosferiche si pensò di affittargli una casa. La fine delle costose missioni è arrivata con la decisione di ospitare Girone e La Torre nell'ambasciata di Delhi.
Da allora nessun rappresentante dell'Italia è tornato in Kerala, né ha mai pensato di mandare un segno a lungo atteso da Dora e dai suoi figli che non credono più alla giustizia degli uomini: "Almeno una corona di fiori o una preghiera" - dicono - in occasione delle tre messe celebrate ogni vigilia del 15 febbraio nella chiesetta del Bambin Gesù, dov'è sepolto un onesto pescatore scambiato per pirata.
Il Garantista, 15 febbraio 2015
Il diplomatico è stato arrestato nelle Filippine per pedofilia, si dichiara innocente e deve difendersi da solo. C'è un italiano rinchiuso nelle carceri delle Filippine da quasi un anno ed è ancora in attesa di un processo. Non è uno qualunque e l'accusa è delle più infamanti: pedofilia. Si tratta dell'ex diplomatico Daniele Bosio. Di strada nella diplomazia internazionale ne ha fatta tanta. Ha passato 20 anni nel corpo diplomatico: dal nord Africa al consolato italiano a New York fino al prestigioso incarico di ambasciatore in Turkmenistan.
Poi la strada si è bruscamente interrotta. Era nelle Filippine in vacanza quando, il 5 aprile 2014, venne arrestato a Binan dalla polizia che aveva ricevuto una soffiata da un'attivista australiana della Ong "Bahay Tuluyan". Daniele Bosio così finisce in manette accusato di aver violato la legge filippina sulla protezione dei minori. Il mostro subito sbattuto in prima pagina: finisce su tutti i giornali filippini e italiani a poche ore dall'arresto. Lui si dichiara innocente.
Daniele Bosio fu avvistato in un parco acquatico (un luogo pubblico) di Binan, a 30 km da Manila, in compagnia di tre bambini di strada che aveva conosciuto in una discarica alla periferia di Ca-loocan: nelle Filippine - dove c'è un serio problema del traffico di minori - basta questo per finire in carcere perché la legge repressiva filippina in materia di tutela dei minori prevede che, salvo vincoli di parentela, un maggiorenne non possa accompagnarsi con un minore se tra i due vi sono più di dieci anni di differenza: Bosio lo sapeva e per questo aveva chiesto e ottenuto l'autorizzazione dei genitori dei tre.
La Farnesina però latita e in pratica l'ha lasciato solo a se stesso per affrontare la complessa trafila giudiziaria che non brilla certo di trasparenza nelle Filippine. Del caso se ne è occupato il senatore Luigi Manconi tramite un'interrogazione parlamentare per chiedere al ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, quali iniziative voglia adottare al fine di verificare se i fondamentali diritti alla difesa e a un equo processo di Daniele Bosio vengano rispettati e qual ulteriori passi abbia compiuto negli ultimi mesi la nostra rappresentanza diplomatica a Manila nel suo lavoro di assistenza al console Bosio.
Nel frattempo il comitato Internazionale di sostegno a Daniele Bosio ha scritto una lettera aperta al titolare della Farnesina per chiedere un concreto e immediato interessamento su quel caso giudiziario. Qui di seguito il testo. "Daniele Bosio è stato arrestato nell'aprile 2014 sulla base di sospetti, per aver violato una legge filippina raramente applicata che vieta a qualsiasi adulto di trovarsi in compagnia di un minore senza un legame di parentela fino al quarto grado. Le testimonianze dei bambini delle baraccopoli con cui si trovava Daniele, che raccontano come dopo averli sfamati e rivestiti abbia offerto loro un pomeriggio in un parco acquatico, sono pubbliche e rivelano che Daniele ha mostrato nei loro confronti, massimo rispetto.
"Daniele Bosio si trova dunque da quasi un anno "sequestrato" nelle Filippine dopo aver subito una carcerazione preventiva e passato 40 giorni in una cella di 30 mq con altri 80 detenuti in condizioni che gli hanno causato gravi problemi di salute. Egli si trova senza stipendio e neppure un documento d'identità (il passaporto gli è stato sequestrato dalle autorità filippine) ed è ancora in attesa dell'inizio del processo malgrado la libertà su cauzione gli sia già stata accordata sulla base dell'assenza di prove determinanti di colpevolezza.
"Come la stessa stampa italiana ha riportato, il processo langue e l'accusa - complice la scarsa efficacia del sistema giudiziario locale - ha assunto una strategia dilatoria, Il caso tende dunque a complicarsi ogni giorno di più e urgono interventi decisi da parte del governo italiano.
A chiedere un cambio di atteggiamento da parte dell'Italia, anche l'ambasciatore Sergio Romano, che non ha dubbi: "Siamo stati accanto ai due marò quando il governo indiano li ha accusati di omicidio e ci siamo attenuti al principio della presunzione di innocenza. Credo che dovremmo dare prova di coerenza e fare altrettanto nel caso di Daniele Bosio". Testimonianze da tutto il mondo sono giunte al Comitato pro Bosio di cui una selezione è disponibile sulla pagina Facebook "Page for Daniele Bosio". Il Comitato, che conta più di 1300 persone tra cui autorevoli membri di entità governative e non governative che sostengono l'innocenza del diplomatico, confida in un riscontro rapido ed effettivo da parte delle autorità competenti.
di Lucio Di Marzo
Il Giornale, 15 febbraio 2015
In mancanza di medicinali per le iniezioni, si pensa a un ritorno al passato. E in Oklahoma c'è chi punta alla camera a gas. Per ora ha detto sì soltanto una delle due camere statali e il Senato non si è ancora espresso. Ma l'ipotesi di un ritorno al plotone esecutivo per le pene capitali, in Wyoming sembra vicina a diventare realtà.
Una risposta, sulla cui validità il dibattito è aperto, a casi in cui dovessero venire a mancare i medicinali necessari per portare a termine le esecuzioni, come è successo diverse volte negli ultimi mesi, negli Stati Uniti, dopo l'obiezione di coscienza di diversi produttori di medicinali.
L'ipotesi su cui stanno lavorando le istituzioni prevede, dopo un emendamento introdotto al Senato, che i detenuti condannati a morte siano prima storditi e poi messi di fronte al plotone d'esecuzione. Una bozza di legge che dovrà poi comunque passare dal tavolo del governatore per la ratifica finale. Se pure dovesse essere arrivare l'ok e la proposta diventasse legge, il quotidiano britannico Independent ricorda che potrebbe cambiare molto poco, in uno Stato che non esegue una condanna a morte dal 1992.
Su ipotesi simili a quella tentata in Wyoming stanno lavorando però anche lo Utah e l'Oklahoma. Se nel primo caso la proposta è quella di tornare al plotone d'esecuzione come metodo alternativo all'iniezione letale, nel secondo c'è chi vorrebbe introdurre la camera a gas e l'uccisione con l'azoto. Secondo il repubblicano Anthony Sykes "è riconosciuto come uno dei metodi più umani per eseguire una sentenza".
- Orlando, gli Stati Generali della pena e del carcere falli con quelli di "Ristretti Orizzonti"
- Giustizia: perché non va temuto un dibattito per limitare il ricorso al carcere
- Giustizia: la corsa contro il tempo del ministro Orlando per chiudere gli Opg
- Giustizia: superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari... o chiusura "di facciata"?
- Giustizia: Margelletti (Cesi); nessun rischio terrorismo dall'immigrazione via mare









