di Riccardo De Vito
Il Manifesto, 13 febbraio 2025
La tutela dei diritti impone di lavorare in avamposti di un futuro possibile: il costituzionalismo globale amplifica i conflitti con la politica. Il presente che viviamo è un’epoca di transizione della democrazia. Inevitabilmente, i conflitti tra politica ed esercizio della giurisdizione assumono caratteristiche di inedita gravità. Neoliberismo e sovranismo sono in perfetta continuità e marciano di pari passo. Lo raccontano le parole del profetico romanzo di Stephen Markley Diluvio: “Una bestia che esigeva il profitto da un lato e una bestia che esigeva legge, ordine e letalità dall’altro”. La torsione nazionalista e poliziesca delle democrazie si salda con le esigenze del liberismo de-territorializzato di disporre di recinti statuali nei quali il conflitto sia ingabbiato da leggi repressive, la vitalità delle forze sociali sacrificata in nome del “popolo sovrano” e dell’“io sovrano”.
di Domenico Quirico
La Stampa, 13 febbraio 2025
Trump minaccia “inferni”, esige fedeltà, riduce gli alleati a nuove Cecoslovacchie da sacrificare. Per Putin è il trionfo dell’idea di realismo basato sulle armi, e l’Ue finisce nel girone dei deboli. Un tempo almeno si utilizzavano astuzie, fumosità, si tentava di deviare l’attenzione e l’indignazione su false piste, divagazioni come il diritto, la necessità storica, la provocazione, la necessità di difendere e difendersi. Ora non si perde più tempo. Si esige si ordina si intima. e si arraffa sulla base esclusivamente della Forza. Chi ce l’ha ovviamente. Il mondo nuovo ha il linguaggio di Trump che minaccia “inferni” ai tiepidi e ai renitenti. Che tratta con Putin. Zelensky? Riceverà ordini a cui dovrà obbedire. Come la Cecoslovacchia ai tempi di Monaco.
di Alessia Melcangi
La Stampa, 13 febbraio 2025
La notizia che la tregua a Gaza è a rischio non deve stupire: Netanyahu, in duetto coordinatissimo con Trump, minaccia di riprendere la guerra nella Striscia se, come affermato dal portavoce militare delle Brigate Al-Qassam di Hamas, Abu Obeida, il rilascio degli ostaggi il prossimo sabato verrà sospeso. In realtà, nemmeno un attimo, nemmeno all’inizio, abbiamo avuto la possibilità di nutrire la certezza sulla tenuta dell’accordo, basato principalmente su una evidente necessità umanitaria. Tuttavia, abbiamo deciso di crederci fino all’ultimo secondo. Ci hanno creduto i palestinesi che hanno visto con i loro occhi la Striscia di Gaza ridotta in macerie e migliaia di familiari e amici massacrati dalle bombe israeliane; ci hanno creduto le famiglie dei rapiti il 7 ottobre, brutalmente tenuti in ostaggio da Hamas; ci hanno creduto i mediatori di questa tregua, Egitto, Qatar e la precedente amministrazione americana; ci ha creduto la comunità internazionale che iniziava a interrogarsi sul cosiddetto “post-Gaza”, come se fosse a portata di mano.
di Claudio Bottan
vocididentro.it, 12 febbraio 2025
Qualche mese fa ha scosso tutti la vicenda di Youssef, morto in carcere a San Vittore dove era recluso in attesa di giudizio a soli 18 anni appena compiuti. Seguiva una terapia psichiatrica. Per vizio totale di mente, doveva andare in una comunità terapeutica per essere curato e non in carcere, ma non c’erano posti disponibili. Youssef è morto carbonizzato nel bagno della sua cella dopo che era stato incendiato un materasso. Bisogna ancora capire se l’incendio sia stato innescato come protesta o se sia stato un gesto autolesionista da parte di Youssef. Ma lo sdegno per l’atroce fine di quel ragazzino egiziano che in carcere non ci doveva stare è durato poco, poi si è tornati a parlare di sicurezza e certezza della pena. Eppure le fiamme si alzano spesso nelle nostre prigioni. Per comprendere le dimensioni del fenomeno basta considerare la frequenza con cui le cronache ci raccontano di incendi nelle carceri italiane.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 12 febbraio 2025
In politica le parole sono piume. Ma quando si tratta di galera diventano ceppi. “Il 41bis e l’ergastolo ostativo sono imprescindibili” salmodiava un paio di giorni fa la premier Meloni. “Sul carcere duro non si arretra di un millimetro”, s’infervorava il ministro-ombra della Giustizia Andrea Delmastro, quello che se la gode quando i detenuti restano senza aria da respirare e se ne vanta pure. Detto fatto. La commissione antimafia ha iniziato a darsi da fare per irrigidire il carcere duro. Già così la Francia ce lo invidia e s’industria di imitarlo. Figurarsi quando sarà durissimo: il vanto della Nazione.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 12 febbraio 2025
L’allarme lanciato dal procuratore nazionale Antimafia Melillo (“Il sistema di alta sicurezza è assoggettato al dominio della criminalità”) trova subito una sponda nel centrodestra. Commissione al lavoro su una norma per ridurre al minimo i benefici. Il 41 bis come precetto “saldo e inamovibile”. È Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, a usare i termini che più degli altri sintetizzano l’arroccamento della maggioranza e del governo sul carcere duro. Che, per la maggioranza e il governo, va difeso. E, se possibile, reso ancora più duro. Per ora lo si blinda a parole - “il 41 bis non si tocca, perché è l’unico strumento che funziona per fermare le comunicazioni dei boss”, è il refrain - ma un’ulteriore stretta potrebbe arrivare attraverso la legge. La Commissione parlamentare antimafia, infatti, ha iniziato degli approfondimenti in tal senso.
di Felice Manti
Il Giornale, 12 febbraio 2025
Allo studio norme per recidere i rapporti tra reclusi e familiari. La criminalità organizzata fa il bello e il cattivo tempo in carcere, anche nei reparti “ad alta sicurezza” che sono assoggettati al suo dominio. È il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo a sganciare la bomba di buon mattino, parlando “dell’estrema debolezza del circuito penitenziario che dovrebbe contenere la pericolosità dei mafiosi” che non sono al 41 bis. “È un tema delicato che deve aprire una riflessione profonda”, ha aggiunto il magistrato.
di Pino Corrias
Vanity Fair, 12 febbraio 2025
La giustizia rallenta o corre sui binari della politica. Sebbene trasportino il destino di milioni di uomini e donne i processi in Italia viaggiano molto peggio dei treni pendolari: cinque anni la durata media di un processo penale, otto quella di una causa civile. A buttare sassi sui codici ci pensano da una trentina d’anni i macchinisti dei partiti, dopo essersi scottati le dita e l’onore durante il grande ingorgo della corruzione che celebrò il biennio di Mani pulite, 2.500 indagati, 1.408 condanne. Persa l’immunità parlamentare a furor di popolo nell’anno 1993, tutti i governi e tutti i partiti hanno messo in cantiere riforme più o meno radicali, fasulle o estemporanee degli ingranaggi della giustizia, con la curiosa determinazione di finanziarle al minimo, sempre additando i magistrati al pubblico disdoro come membri di una casta di privilegiati che esercita un potere smisurato sulle libere funzioni e prerogative della politica.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 12 febbraio 2025
“L’esordio del nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati non è stato certamente dei migliori. Nel momento in cui la premessa del dialogo è ‘revochiamo lo sciopero se ritirate la riforma’ si è di fronte a un aut aut che vìola quanto previsto dall’articolo 101 della Costituzione, secondo cui il Parlamento scrive le leggi e i giudici le applicano”. Lo dice al Foglio il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto. “A questo si aggiunge quanto riferito ieri dal Foglio, secondo cui la richiesta di dialogo del presidente Parodi sarebbe solamente un escamotage per garantire un migliore risultato per lo sciopero del 27 febbraio. Se questo fosse vero, come risulterebbe anche dalla registrazione di Radio Radicale, sarebbe un dialogo di gusto assai discutibile”.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 febbraio 2025
La maggioranza tira dritto e non fa alcuno sconto in merito alla riforma delle intercettazioni. Se da un lato dunque si sta aprendo un possibile dialogo con l’Anm sulla riforma costituzionale della separazione delle carriere, contemporaneamente i partiti di governo non arretrano sulla modifica delle intercettazioni, rispetto alla quale il “sindacato” delle toghe, con l’ex presidente Giuseppe Santalucia e il pubblico ministero Enrico Infante, si era espressa in maniera molto critica, sostenendo che molte indagini sarebbero state buttate al macero, lasciando i colpevoli in libertà. Infatti secondo le toghe ci sono tantissimi reati per cui gli elementi di prova sono emersi ben dopo i 45 giorni, e sono emersi soltanto grazie alle intercettazioni.
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