di Beppe Donadio
La Regione, 1 febbraio 2025
Almeno a Volterra, dove la Compagnia della Fortezza di Armando Punzo vive il teatro, utopia realizzabile. Gianfranco Pannone la racconta in “Qui è altrove”. “Nel momento in cui io entro a teatro non sto in carcere, inizio a nuotare in un altro mondo, che è il mondo in cui vorrei vivere. Poi alle nove si accende una lampadina, girano le chiavi, chiudono la porta e torni in cella”. Forse nessuna delle dichiarazioni contenute in ‘Qui è altrove - Buchi nella realtà’, documentario scritto e diretto da Gianfranco Pannone, spiega da un lato il progetto di Armando Punzo, regista, attore e drammaturgo italiano che dal 1988 porta il teatro tra i detenuti di Volterra, e dall’altro realizza lo scopo del regista, quello di raccontare il lavoro di Punzo senza che si vedano le sbarre. Le parole iniziali sono di uno degli attori-detenuti della Compagnia della Fortezza, uno dei primi progetti di teatro in carcere nati in Italia, facente capo a Punzo.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 febbraio 2025
Il sociologo: “Osservo il rischio di una palese violazione del principio di eguaglianza, a causa dell’introduzione, solo per i pubblici agenti, di un regime processuale speciale”. Luigi Manconi, docente di Sociologia dei Fenomeni Politici, Presidente di “A Buon Diritto Onlus”, è stato presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Nel suo libro più recente - “La scomparsa dei colori”, edito da Garzanti - racconta la progressiva perdita della vista e la cecità. Ma oggi con lui vogliamo parlare di uso e abuso della forza da parte di chi dovrebbe garantire la nostra sicurezza, a prescindere dalla nostra innocenza o colpevolezza, nelle regole di uno Stato di Diritto.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 febbraio 2025
La Corte, inoltre, ha deciso di rimettere ancora una volta gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. La Corte d’Appello di Roma - Sezione Persona, famiglia, minorenni e protezione Internazionale -, ha sospeso ieri il giudizio di convalida dei trattenimenti dei 43 migranti portati, martedì scorso, in Albania nel centro di Gjader. La Corte, inoltre, ha deciso di rimettere gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea ponendo un quesito pregiudiziale: “Se il diritto dell’Unione Europea e, in particolare, gli articoli 36, 37 e 46 della Direttiva 2013/32/Ue, debbano essere interpretati nel senso che essi ostano a che un Paese terzo sia definito di origine sicuro qualora, in tale Paese, vi siano una o più categorie di persone per le quali non siano soddisfatte le condizioni sostanziali di tale designazione, enunciate nell’allegato I della Direttiva”.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 1 febbraio 2025
La presidente del Consiglio ha puntato tutto sul “modello albanese”, anche sapendo che le probabilità di perdere erano molto alte. Difficilmente il risultato nel nuovo anno avrebbe potuto essere diverso, rispetto alle bocciature con cui si era chiuso il precedente. Forse Giorgia Meloni aveva già pronti due video da postare sui social. Uno con la parte della vincitrice, il suo esempio funziona e diventerà il modello dell’Unione europea. L’altro con quella della vittima, i soliti magistrati che impediscono al governo di lavorare, che non collaborano. Entrambi i casi funzionali alla propaganda. Quella che evidentemente rappresenta l’unico reale obiettivo di questa maggioranza che, come tutte le nuove destre autoritarie del cosiddetto occidente, puntano le loro carte sull’odio e sulla criminalizzazione degli stranieri.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 1 febbraio 2025
Per il Governo non serve aspettare la decisione della giustizia Ue. Avanti tutta, “a testa alta” e col timone puntato verso le coste dell’Albania. Giorgia Meloni è più infuriata che mai e non darà alle opposizioni la soddisfazione di mettere i sigilli ai centri di Shenjin e Gjader. La premier va avanti, perché è sempre più convinta che “il governo è nel giusto”. La Corte d’appello non ha convalidato il fermo di 43 migranti e lei ha già deciso la linea: ricorso in Cassazione. Anche perché tra Palazzo Chigi e Viminale la decisione di sospendere il giudizio in attesa del verdetto della Corte di giustizia Ue è stata letta come un segnale di debolezza dei magistrati.
di Alessandro De Angelis
La Stampa, 1 febbraio 2025
La prima volta, lo scorso ottobre, i migranti erano una ventina, i trattenimenti in Albania furono bloccati, e si disse: colpa dei giudici. La seconda volta, a novembre, erano sette. Stesso copione, recitato con qualche decibel in più, per traferire il messaggio: non è il modello in sé che non funziona, è il pregiudizio delle toghe che lo blocca. Ad integrare il racconto fu varato, a mo’ di toppa riparatrice, il decreto migranti presentato come sfida, sempre ai giudici e come segnale di “efficienza”. Decreto piuttosto farraginoso, che interveniva sulla famosa lista dei Paesi sicuri, con l’idea di ridurre i margini interpretativi dei giudici. Fino a un certo punto però perché, per evitare l’incostituzionalità, quella funzione interpretativa non poteva essere tolta. Si poteva solo intervenire sulla lista dei Paesi sicuri, trasformandola da decreto interministeriale in legge. Ma è rimasta la discrezionalità di applicare la norma europea. Poiché anche quel decreto era solo uno spot per mostrare la non arrendevolezza sul tema, ma del tutto inutile nella sua applicazione pratica, altro intervento legislativo: i giudici dei tribunali sono ostili, allora trasferiamo la competenza alle corti d’Appello. Peccato che, per assenza di personale, vengono chiamati a decidere quelli che stavano nei tribunali ordinari. E patatrac: nuovo pronunciamento, medesimo esito, ieri, per quarantadue migranti.
di Riccardo Maccioni
Avvenire, 1 febbraio 2025
Le inaccettabili parole di Kristi Noem, stretta collaboratrice di Trump, sui migranti irregolari rivelano come sempre più che l’aggressività e la cattiveria siano considerati valori. No, la bontà non sta vivendo un momento felice. Da bambini era la morale della favola, il quid, quasi un superpotere, che alla fine del racconto, tra draghi ammansiti e falsi príncipi smascherati, premiava l’umile, il povero. Una virtù talmente affascinante da confonderla con la bellezza. E non era un errore perché con l’avanzare degli anni abbiamo imparato che spesso il bello educa al bene, purificando gli occhi, ammorbidendo il cuore, riempiendo i sogni di storie e visi felici. Poi qualcosa dev’essere andato storto, qualcuno ha messo un bastoncino a interrompere la ruota della storia, così da invertirne il giro.
di Gloria Bertasi
Corriere del Veneto, 1 febbraio 2025
Vertice tra Brugnaro e Tajani sul cooperante veneziano in carcere. “È accusato di terrorismo, purtroppo la situazione è complicata”. Di Alberto Trentini, cooperante veneziano di 45 anni, non si hanno notizie da metà novembre, da quando è stato fermato a Guasdalito, in Venezuela, e poi tradotto in carcere a Caracas. Finora che potesse essere accusato di attività sovversive contro la repubblica bolivariana di Nicolás Maduro era solo un timore, rinfocolato dalle notizie diffuse dagli oppositori del presidente venezuelano, ma non c’era mai stata l’ufficialità. Che ieri è arrivata dal sindaco Luigi Brugnaro, a poche ore dal presidio organizzato dai suoi amici in piazza San Marco. “Abbiamo chiesto di poterlo incontrare - sottolinea Brugnaro - ci sono una serie di attività in corso. Il tema è seguito ma purtroppo la situazione è complicata”. Con un’accusa di terrorismo, precisa, “non si può intervenire su un Paese terzo”. A complicare la situazione di Trentini, che in Venezuela era arrivato in ottobre con il ruolo di coordinare di campo per l’ong Humanity & Inclusion dopo quindici anni di esperienze nella cooperazione internazionale, anche i rapporti tesi tra Italia e Maduro, la cui rielezione non è stata riconosciuta dal governo.
di Andrea Pugiotto
L’Unità, 31 gennaio 2025
Un anno fa la sentenza numero 10 della Consulta sanciva che ai detenuti non può essere negata l’intimità. Ma ad oggi non è stata applicata in nessun penitenziario. Il “gruppo di studio” creato da Nordio è la foglia di fico che nasconde la volontà di disapplicare la delibrazione dei giudici.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 gennaio 2025
Quello contro Meloni e i ministri risale al 23 gennaio, Nessuno Tocchi Caino e il deputato di IV lo hanno presentato 5 mesi fa: riguarda il guardasigilli Nordio e i sottosegretari Delmastro e Ostellari. “Era un atto dovuto”: così si è ripetuto, quasi come un mantra, per giustificare la decisione della Procura di Roma di iscrivere nel registro degli indagati la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, e il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano. Una scelta obbligata, secondo alcuni, dettata dalla necessità di trasmettere il caso al Collegio dei reati ministeriali, informando “immediatamente” gli interessati per permettere loro di presentare memorie o difese. Ma è davvero così?










