di Adriana Logroscino
Corriere della Sera, 13 maggio 2024
La giustizia è terreno di contro sia tra le forze politiche sia tra toghe e governo. Il ministro della Difesa: “Sono stato invitato alla cautela. Ma se qualcuno inventasse qualcosa per farmi male sarebbe un problema della democrazia”. È ancora la giustizia il terreno di scontro più violento, mentre il voto delle Europee si avvicina. Uno scontro in cui si fronteggiano i partiti tra loro e il governo con i magistrati. Nel giorno in cui si chiude il congresso dell’Anm a Palermo, le toghe confermano il loro no alla separazione delle carriere (“Non si tratta”), respingono l’accusa di corporativismo - “Non siamo una casta” - e rivendicano il diritto di partecipare al dibattito senza subire attacchi.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 13 maggio 2024
Per ben due numeri consecutivi di PQM - questo è il primo - vi parleremo dei più clamorosi flop nella storia delle indagini giudiziarie calabresi di questi ultimi 25 anni. Un rutilante e francamente impressionante succedersi di immaginifiche indagini, connotate da denominazioni buone per le serie televisive, per media e social assetati di eroiche imprese antimafia da celebrare con esaltato entusiasmo, e per gli allocchi. “Decollo Ter Money”, “Eiphemos”, “Sud Ribelle”, “Insula”, “Marine”, e così via titolando inchieste giudiziarie costellate di arresti a go-go, lunghe detenzioni, anni di processi, tonnellate di titoli ed articoli che urlano la colpevolezza degli indagati e la mummificano vita natural durante, concluse immancabilmente con esiti perfino catastrofici per l’Accusa. Mettiamo in fila i numeri, niente di più e niente di meno.
di Pasquale Motta*
Il Riformista, 13 maggio 2024
Il caso Tortora non ha insegnato nulla. Anzi, dopo 41 anni la situazione è peggiorata. Populismo politico e giudiziario ci hanno portato sull’orlo dell’abisso. Allo scoppio del caso Tortora pochi giornalisti si domandarono “e se Tortora fosse innocente?”, dubbio inderogabile per il vero giornalismo. Dopo 41 anni, possiamo affermare che la situazione è sensibilmente (e irrimediabilmente?) peggiorata. Populismo politico e giudiziario ci hanno portato sull’orlo dell’abisso, a rischio del collasso della democrazia e dello Stato di Diritto. Il mondo del giornalismo, se siamo a questo punto, ha indubbiamente pesanti responsabilità.
di Giuseppe Bruno*
Il Riformista, 13 maggio 2024
Il rischio di errore per il giudice della cautela può dipendere dalla massa di atti di indagine portati alla sua attenzione senza concedergli tranquillità di giudizio. È il settembre del 2004 quando la Procura della Repubblica di Catanzaro, ricevuta l’informativa di reato, avanza richiesta di misura carceraria per 70 indagati e di sequestro per innumerevoli beni; i delitti sono i soliti: associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, traffico di sostanze stupefacenti, svariate ipotesi di usura, riciclaggio ed estorsione. L’operazione è convenzionalmente denominata Azimuth, dal nome di una barca appartenuta ad un soggetto vittima di usura.
di Ilario Ammendolia*
Il Riformista, 13 maggio 2024
Era l’alba del 12 novembre del 2003, quando scatta l’operazione “Marine” e le truppe circondano un piccolo paese della Calabria: Platì. Sono un vero esercito. Si parla di mille uomini che protetti dalle tenebre si sono posizionati alle falde dell’Aspromonte. All’alba, l’assalto. Abitazioni forzate, pianto di bimbi, urla di donne. Sembra di essere in Palestina o nell’Afghanistan controllato dai talebani, ma l’operazione si svolge in Calabria, nel cuore della notte. Quando il sole sorge, i notiziari nazionali riportano come prima notizia i risultati della operazione di polizia: circa 130 gli arrestati. Più di duecento le persone denunciate. Un numero enorme per un paese così piccolo, come se a Roma, in una sola notte, ci fossero centomila arresti!
di Giuseppe Milicia*
Il Riformista, 13 maggio 2024
Qualcuno obietta che i numeri della giustizia in Calabria - i molti innocenti incarcerati che finiscono poi assolti nel processo - in fondo significano che almeno mezza giustizia funziona. Vorremmo sfatarla questa idea. L’uomo che l’indagine segreta aveva trasformato in bersaglio, il giorno in cui il sistema riconosce l’errore commesso, non ha niente da festeggiare. Anche leggendo la sentenza che lo scagiona, non lo abbandona il pensiero che l’indagine condotta sulla sua vita con il microscopio del trojan, ha pur sempre restituito una qualche deformità etica, sintomo di propensione antropologica verso il male.
di Domenico Bilotti*
Il Riformista, 13 maggio 2024
Il codice penale Zanardelli fu approvato unanimemente alle Camere il 30 giugno del 1889. Anche deputati della destra storica convennero, come ormai irrinunciabili, su una serie di principi: divieto d’estradizione per reati politici, abolizione dei lavori forzati, diminuzione delle pene per reati d’opinione e di parola - persino nei confronti del re e della religione del regno. Il vigente codice Rocco differiva marcatamente dal regio decreto 6133. Una differenza qualitativa (prospettica) e non solo quantitativa (pene più lunghe, più reati, più poteri di polizia): tra i delitti contro la personalità dello Stato, si affacciava la forte repressione nei confronti delle associazioni sovversive.
di Edoardo Corasaniti*
Il Riformista, 13 maggio 2024
Dieci anni per scrivere la parola fine all’operazione “Decollo Ter-Money”. Scheda del Processo L’accusa: traffico internazionale di droga, riciclaggio, criminalità organizzata, con l’obiettivo della scalata al Credito Sammarinese Gli imputati: 27 imputati, tra cui i vertici del Credito Sammarinese Le date: 2011 - inizio delle indagini su impulso della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro 2011 - pochi mesi dopo l’avvio delle indagini, partono le prime ordinanze di custodia cautelare 2014 - inizio del processo Com’è finita: 2021 - a fronte della richiesta della Procura di un totale di 209 anni di reclusione, il Tribunale di Vibo Valentia pronuncia sentenza di assoluzione per 25 imputati e condanna nei confronti di soli 2. Decaduta l’aggravante mafiosa.
di Donatella Stasio
La Stampa, 13 maggio 2024
L’istituto bresciano ha il record nazionale di detenuti in eccesso, tocca il 200%: 391 reclusi anziché 185. Nelle celle i letti arrivano fino al soffitto, per il pranzo servono i turni. E in tanti invocano l’indulto. “In-dul-to! In-dul-to! In-dul-to!”. Lo ripetono in coro, ottanta, forse cento voci, un coro quasi gioioso, sicuramente improvvisato sotto il rettangolo di cielo blu che illumina la vasca di cemento dove si va a respirare l’ora d’aria, a correre dietro a un pallone, a sgranchirsi le gambe e a passeggiare, visto che siamo in un “cortile passeggio”, costruito più di un secolo fa per contenere al massimo una quarantina di detenuti mentre ormai ce ne finiscono centocinquanta, perché questo, signori, è il carcere più sovraffollato d’Italia, con una densità del 200%, ed oggi, 10 maggio 2024, ci sono 391 persone, chiuse dentro celle che non ne dovrebbero contenere più di 185.
di Caterina Soffici
La Stampa, 13 maggio 2024
Lo scrittore: “Questo governo indica gli intellettuali non allineati come nemici. La storia della democrazia è sempre una lotta, la parola antifascismo va custodita”. Antonio Scurati dice che non va messa sul personale. Certo, la censura in Rai al suo monologo sul 25 Aprile è stato oggettivamente un caso. Ma il problema non è Antonio Scurati in sé. È piuttosto il clima che si respira. Il problema è la deriva che lo scrittore non ha paura a definire “svolta illiberale”. “È un dato di fatto che gli intellettuali liberi, scrittori, artisti e studiosi, vengano indicati dall’attuale governo come nemici. A prescindere dal mio caso personale, un monologo che celebrava la resistenza antifascista è stato cancellato”. Questo è un metodo antidemocratico e Scurati cita la memorabile lezione dell’ex presidente Sandro Pertini, il più amato di sempre: “Si dibatte qualsiasi idea, ci si batte su qualsiasi idea, non si attaccano mai le persone perché questo lo facevano i fascisti”.
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