di Gianfranco Schiavone
L’Unità, 11 maggio 2024
L’aggiornamento dell’elenco messo a punto dal governo italiano sembra rispondere a fini politici più che a criteri giuridici. Vengono inseriti paesi di origine dai quali arrivano domande di protezione in aumento. Il diritto dell’Unione europea in materia di asilo prevede da tempo la nozione di paese di origine sicuro del richiedente asilo. Un paese di origine del richiedente è definito sicuro “se, sulla base dello status giuridico, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente persecuzioni quali definite nell’articolo 9 della direttiva 2011/95/UE, né tortura o altre forme di pena o trattamento disumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” (allegato n. 1 Direttiva 2023/32/13).
di Marika Ikonomu
Il Domani, 11 maggio 2024
Intervista alla presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano. Per il Governo i Paesi di origine sicuri sono aumentati e lo ha messo nero su bianco in un decreto pubblicato in Gazzetta ufficiale il 7 maggio. Ai 16 paesi già individuati a marzo 2023 se ne sono aggiunti altri 6, arrivando così a 22. All’Albania, Algeria, Bosnia Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Nigeria, Senegal, Serbia e Tunisia si aggiungono quindi Bangladesh, Camerun, Colombia, Egitto, Perù e Sri Lanka.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 maggio 2024
Maysoon Majidi e Marjan Jamali, rispettivamente di 28 e 29 anni, hanno già pagato un prezzo altissimo per sfuggire all’oppressione del regime iraniano, dove si sta compiendo, per dirla come Amnesty, una strage di Stato sotto la veste di esecuzioni giudiziarie. Ora si ritrovano recluse nelle carceri calabresi, vittime di un sistema giudiziario che sembra non voler fare luce sulla loro reale situazione. Entrambe le donne manifestano segni evidenti di sofferenza: Marjan sta perdendo peso in maniera preoccupante, mentre Maysoon ha compiuto gesti di autolesionismo. Le loro condizioni sono state denunciate dal Garante regionale dei detenuti, Luca Muglia, che sta seguendo da vicino il caso.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 maggio 2024
Spesso la confusione tra gli “scafisti” e i veri trafficanti alimenta una narrazione distorta. Il caso delle due giovani donne iraniane, sfuggite dalla repressione, e ora nelle carceri italiane perché accusate di essere delle “scafiste” riaccende il focus su questo termine che è diventato sinonimo di colpevolezza per l’inarrestabile flusso migratorio che il nostro Paese si trova ad affrontare, spesso associato a naufragi e tragedie in mare. Eppure, secondo quanto emerso dal report “Dal mare al carcere” già reso noto l’anno scorso su queste stesse pagine de Il Dubbio, le crescenti azioni repressive dell’Italia contro gli scafisti hanno contribuito paradossalmente ad alcuni dei peggiori disastri marittimi della storia recente, mostrando più un impegno di facciata nel contrastare l’immigrazione irregolare che un effettivo miglioramento della situazione.
di Uski Audino
La Stampa, 11 maggio 2024
Berlino pronta a non rinnovare i permessi di soggiorno per aiutare Kiev. Anche Polonia ed Estonia d’accordo: “Servono uomini al fronte”. È finita la ricreazione. Una gran parte dei circa 860.000 uomini ucraini tra i 18 e i 59 anni, che hanno lasciato il loro Paese dopo l’invasione russa e trovato ospitalità in Europa, ora potrebbero essere rispediti in Ucraina per tamponare il disperato bisogno di Kiev di soldati da mandare al fronte. Polonia, Lituania e Germania sono pronte a interloquire con il governo ucraino per dare una mano, ma la situazione non è semplice. Si può mandare qualcuno in guerra contro la propria volontà? I polacchi hanno pochi dubbi. “Credo che molti polacchi siano indignati quando vedono giovani ucraini negli alberghi e nei Caffè e sentono quanto sforzo dobbiamo fare per aiutare il loro Paese” ha detto il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz a Polsat News television.
di Alfredo Bosco
Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2024
Fu l’inizio della guerra civile che tutta l’Europa non ha voluto vedere. Dieci anni sono volati come il colpo di un cannone. Il Donbass forse rappresenta meglio il peccato originale di un’Europa che non ha voluto ascoltare e capire che quel manipolo di uomini e donne disorganizzati con in braccio il kalashnikov, erano più di una pedina usata dal governo di Mosca per destabilizzare l’Ucraina dopo il referendum non riconosciuto della Crimea. Dall’11 maggio del 2014 è una brace che arde, che verrà sepolta da un protocollo, quello di Minsk, che si limita a circoscrivere l’importanza della questione, togliendola dalle agende politiche ed editoriali. Ma la brace continuava a poter far riaccendere un incendio. E nel febbraio del 2022 chiunque avesse lavorato come reporter tra le strade di Donetsk e i villaggi vicinissimi a Mariupol non era sorpreso da cosa è accaduto, e neanche dalla direzione che i russi hanno subito intrapreso: Kharkiv e Mariupol, oltre la capitale Kiev.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 11 maggio 2024
L’Assemblea generale dell’Onu ha determinato che la Palestina è “qualificata” per presentare richiesta di ammissione come membro delle Nazioni unite, e ha raccomandato al Consiglio di Sicurezza di “riconsiderare favorevolmente la questione”. I voti sono stati 143 a favore, 9 contrari, tra cui Usa ed Israele, e 25 astensioni, tra le quali quelle di Italia e Ucraina. Dal 2012 la Palestina è uno Stato osservatore dell’Onu, con un effetto soprattutto simbolico che ha consentito comunque la partecipazione ai dibattiti delle Nazioni unite. Con la nuova risoluzione l’Assemblea generale ha attribuito alla Palestina nuovi “diritti e privilegi” all’interno dell’Onu.
di Roberta Zunini
Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2024
Una parte della base militare di Sde Teiman è stata trasformata in centro di detenzione: qui i detenuti sono costantemente bendati, legati, picchiati, perquisiti di notte sotto la minaccia dei cani. Due foto sfocate in cui si vedono decine di uomini bendati, con tute grigie, costretti immobili a sedere per terra, su dei materassini sottili. Il filo spinato tutto intorno, le luci dei riflettori puntate su di loro e qualche coperta posata sulle gambe. Ciò che le foto non dicono è che quelle persone sono detenuti palestinesi in quella che la Cnn ha identificato come la base-carcere del Negev di Sde Teiman. Nell’aria le grida delle guardie che pretendono il massimo silenzio dai prigionieri che provano a comunicare tra loro pur non sapendo chi si trova al loro fianco, oltre a un fetore di ferite mal curate. L’inchiesta della tv americana mostra le immagini di quella che assume le sembianze di una Abu Ghraib israeliana.
di Chiara Cruciati e Giansandro Merli
Il Manifesto, 11 maggio 2024
Oneg Ben Dror, attivista ebrea di Physicians for human rights: “Nella base militare di Sde Teiman avviene la selezione dei gazawi. Possono rimanerci fino a 75 giorni, in celle a cielo aperto, ammanettati e bendati tutto il tempo”. Se il grado di civiltà di un paese si misura dalla condizione delle sue carceri, la fotografia di Israele che emerge dal trattamento dei detenuti palestinesi è a dir poco sconcertante. “I loro diritti erano violati sistematicamente anche prima di questa guerra, ma la situazione è peggiorata”, racconta Oneg Ben Dror, attivista ebrea della ong Physicians for human rights ed esperta della condizione dei prigionieri politici nelle carceri di Tel Aviv. La incontriamo a Roma, nella sede di Antigone.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 11 maggio 2024
Human Rights Watch accusa le Forze di supporto rapido di massacri indiscriminati delle popolazioni non arabe: tra 10 e 15mila vittime nella sola el-Geneina. E ora c’è ansia per l’assedio della città di El Fashir, con oltre un milione di abitanti e 600mila profughi. Human Rights Watch (Hrw) ha pubblicato giovedì un nuovo rapporto sul Sudan, in particolare sulla città martire di el-Geneina, capitale del Darfur occidentale. Nelle 186 pagine del report, Hrw “solleva la possibilità di un genocidio in atto”, citando pratiche di “pulizia etnica e crimini contro l’umanità” contro la comunità Massalit e altre etnie non arabe, sterminate dalle Forze di supporto rapido (Rsf).
- Detenuti senza dignità
- In carcere l’isolamento è usato eccessivamente: oltre il 10% dei suicidi avviene in quelle celle
- Il Garante nazionale dei detenuti D’Ettore: “Impegnati ad affrontare il disagio psichico”
- Per i giovani il carcere è solo violenza
- Daria Bignardi: “Fin da piccola ho imparato che in prigione può finirci chiunque”










