di Erika Pomella
Il Giornale, 10 aprile 2024
È in arrivo la seconda stagione de “Il Re”, serie tv Sky che abbandona la claustrofobia della prima stagione e si avventura nei meandri nerissimi della corsa al potere. Ecco la recensione. Debutterà il 12 aprile con otto nuovi episodi la seconda stagione de Il Re, la serie original in onda su Sky e in streaming solo su NOW che vede l’attore Luca Zingaretti tornare a vestire i panni di Bruno Testori, il direttore del carcere San Michele che usa una sua moralità e una sua personale idea di giustizia per mantenere l’ordine e debellare qualsiasi rischio. Bruno Testori è il re che dà il titolo alla serie, un uomo tutto d’un pezzo che sa come farsi rispettare e soprattutto sa sempre quali decisioni prendere.
di Francesca D’Angelo
La Stampa, 10 aprile 2024
Nella seconda stagione de “Il Re”, su Sky da venerdì, il protagonista finisce nella sua prigione circondato da bande che vogliono fargli la pelle. Altro che arancini. La seconda stagione de “Il Re”, su Sky da venerdì, è il De Profundis de Il Commissario Montalbano. Nei nuovi episodi Luca Zingaretti è (se possibile) ancora più tarantolato di due anni fa, quando esordiva nei panni del duro direttore carcerario Bruno Testori. Un uomo che interpreta la legge a modo suo, oggi come allora. “Il re è tornato - chiosa Zingaretti - un monarca assoluto che governa il carcere con metodi a volte discutibili, vantando quasi diritti di vita e di morte sulla sua popolazione”. E ora, però, si ritrova in gattabuia.
di Ivano Maiorella*
Corriere della Sera, 10 aprile 2024
A questi temi è dedicata l’edizione 2024 che unirà ancora una volta centri storici e istituti penitenziari, periferie degradate e parchi urbani. Domenica 14 aprile Vivicittà spegnerà 40 candeline: sono passati tanti anni da quel 1 aprile 1984 in cui si tenne la prima edizione. A correre per i diritti, l’ambiente la pace e la solidarietà furono in 30mila, in venti città diverse, in ognuna delle quali i Comitati Uisp chiamarono a raccolta le società sportive del territorio, ma anche associazioni ambientaliste e culturali. Vivicittà ha portato vento nuovo nel mondo dello sport. L’Uisp seppe accompagnarla al continuo mutare delle esigenze sportive, adattarla ai temi d’attualità, farne una corsa messaggera di pace e solidarietà nel mondo. Vivicittà si è corsa a Sarejevo, sotto le bombe, e nella Berlino riunificata dopo il crollo del muro, si è corsa a Baghdad e a Korogocho, in Kenya, nella discarica del mondo.
di Marika Ikonomu e Giovanni Tizian
Il Domani, 10 aprile 2024
Il ministero della Difesa ha firmato la determina con cui affida le opere al gruppo Genio campale. Ecco le carte: subappalti “senza limiti di spesa”. La fine dei lavori è prevista entro otto mesi. L’ossessione anti migranti del governo costerà molto cara agli italiani. Ma nel walzer di cifre finora filtrate, smentite o confermate, ora una cosa è certa: dai documenti ottenuti da Domani si scopre che per realizzare i centri di trattenimento in Albania saranno necessari 65 milioni di euro. Un tesoretto per costruire strutture dal futuro incerto. La cifra citata nella determina a contrarre della Difesa, è destinata ai soli lavori edili e di cantiere. A questi andranno aggiunti i milioni per gestire le strutture frutto dell’accordo tra Giorgia Meloni e il premier albanese Edi Rama.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 10 aprile 2024
Confini blindati e identificazioni anche per i bambini sopra i sei anni. La firma dopo dieci anni. Per l’Italia nessun aiuto sulla redistribuzione dei migranti, il trattato di Dublino resta in piedi. Minato il diritto di asilo e rischio abusi. Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen lo definiscono una svolta nella gestione dei flussi migratori, una strategia comune europea, una (sulla carta) condivisione di responsabilità che però non solleverà per nulla l’Italia o gli altri Paesi di approdo dagli oneri della gestione della prima e seconda accoglienza. Perché la redistribuzione negli altri Paesi europei resta assolutamente volontaria e la solidarietà obbligatoria può concretizzarsi in un semplice aiuto economico. Il trattato di Dublino, la vera iattura per l’Italia, resta lì dov’è. Anzi la responsabilità del Paese di primo ingresso sale a 20 mesi.
di Andrea Valdambrini
Il Manifesto, 10 aprile 2024
Oggi a Bruxelles. Pd. M5S, Verdi e Sinistra contrari insieme alle destre. Weber attacca i dem. Giunto ormai in dirittura d’arrivo, il Patto immigrazione e asilo, che per molto tempo è apparso chiuso e blindato, potrebbe riservare una sorpresa, fosse pure dal sapore squisitamente pre-elettorale, nel voto finale. Si vota oggi pomeriggio, nella sessione cosiddetta mini-plenaria (due giorni anziché quattro) dell’Eurocamera convocata nella capitale belga (invece che a Strasburgo), uno dei pacchetti di norme europee più attesi e più controversi della legislatura che si sta per chiudere. Si tratta di 9 file legislativi messi insieme, che nelle intenzioni dovevano riscrivere le regole dell’approccio continentale alla migrazione, riformare il diritto all’asilo (e sulla carta anche superare il regolamento di Dublino) per un continente che, nonostante l’invecchiamento costante e la crisi demografica, è poco propenso ad accogliere, integrare e concedere diritti a chi dovrebbe averne. Il punto è però che l’ecumenica maggioranza che dovrebbe sostenere il Patto, pur avendo partorito un testo mastodontico ma di ampio compromesso, rischia comunque di sfaldarsi. Se uno o più di uno dei file più controversi dovessero essere respinti, mancherebbe di conseguenza anche il consenso da parte dei governi dei 27 riuniti nel Consiglio Ue. E tutta la composizione portata avanti per anni, salterebbe.
di Vittorio Alessandro*
L’Unità, 10 aprile 2024
La nostra Guardia costiera, piuttosto che contrastare le navi umanitarie, dovrebbe difendere la vita dei migranti non soltanto dal mare, ma anche da quelle incursioni armate. I miliziani libici hanno sparato, da una motovedetta avuta dall’Italia, contro il gommone di soccorso della nave italiana Mare Jonio che stava facendo una operazione di salvataggio di una imbarcazione in pericolo in acque internazionali. In tutto il mondo, quello libico è l’unico soccorso in mare eseguito con l’uso delle armi, e l’Italia ha il pregio di finanziarlo riccamente. Non riconsegnare i naufraghi alla Libia è un modo per contrastare il mercato dei migranti, di cui i miliziani libici sono parte decisiva. La nostra Guardia costiera, piuttosto che contrastare le navi umanitarie, dovrebbe difendere la vita dei migranti non soltanto dal mare, ma anche da quelle incursioni armate.
di Edoardo Izzo
La Stampa, 10 aprile 2024
“Mio figlio non è mai stato alle dipendenze dei Servizi italiani o stranieri”. Giulio Regeni “non è mai stato alle dipendenze di autorità italiane, inglesi ed egiziane. Né ci ha mai collaborato” ed è stato “tradito da una persona di cui si fidava” il sindacalista Mohamed Abdallah. Sono le parole di Claudio Regeni che, in una testimonianza di circa due ore, ha ricostruito la vita del figlio dalle vacanze in famiglia con il camper agli ultimi giorni di vita in quel maledetto inverno del 2016 quando il giovane ricercatore friulano è stato rapito, torturato e ucciso a Il Cairo. Alla sbarra ci sono i quattro 007 egiziani. Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamal e Uhsam Helmi e del maggiore Magdi Ibrahim Abdel Sharif. La procura, rappresentata in aula da Sergio Colaiocco, contesta, a seconda delle posizioni, il concorso in lesioni personali aggravate, l’omicidio aggravato e il sequestro di persona aggravato.
di Carlo Renda
huffingtonpost.it, 10 aprile 2024
In 38 anni vissuti in una prigione israeliana per partecipazione alla lotta armata si è laureato in scienze politiche; ha scritto saggi e romanzi; si è preso altri due anni per traffico di cellulari in carcere; ha concepito una figlia; e ha vissuto fino in fondo, sulla sua pelle, gli effetti della guerra di Gaza. Togliere ogni aggettivo non rende meno crudo il racconto della morte di Walid Daqqa, il decano dei detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 10 aprile 2024
Il Paese più popoloso del mondo non fa mai notizia quando si parla di stupefacenti o di guerra alla droga: sarà perché i cinesi la stanno vincendo? Per ragioni storiche e culturali che risalgono all’Ottocento quando la Cina fu vittima di due guerre per il controllo del mercato (legale e illegale) dell’oppio, l’approccio cinese è poco tollerante nei confronti delle droghe illecite. In linea con il sistema pervasivo di misure di controllo tipico di uno stato totalitario digitale, la Cina ha sviluppato leggi antidroga prima molto severe - per il traffico di più di 50 grammi di eroina, metanfetamine o cocaina c’è persino la pena di morte, oggi non più sistematica come 20 anni fa anche se non si conoscono dati ufficiali - poi progressivamente volte al controllo dei comportamenti individuali. Documenti ufficiali segnalano che nel 2022 “le autorità di controllo della droga hanno raggiunto traguardi significativi attuando pienamente la strategia di affrontare le cause profonde della domanda e dell’offerta di droga”.
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