Il Manifesto, 24 marzo 2024
Il governo accelera nel progetto di trasferire in Albania i migranti salvati in acque internazionali e questo nonostante la Corte di giustizia europea non si sia ancora pronunciata. Il 21 marzo scorso la prefettura di Roma ha infatti pubblicato il bando per la costruzione di due hotspot e un centro di permanenza nel Paese delle Aquile, strutture che dovranno essere pronte entro il 20 maggio e per le quali è prevista una spesa iniziale di 34 milioni di euro all’anno.
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 24 marzo 2024
Sulla statale per Udine l’ex caserma è divisa in due. Una rinchiude i drammi del Cpr, con le fughe continue e i tentativi di suicidio a volte riusciti dei circa 80 detenuti disperati in attesa di rimpatrio. A fianco le speranze dei circa 700 ospiti del Cara, centro accoglienza per richiedenti asilo, dove si esce e si gira fino alle 21. Ma girano anche in infradito di inverno, estranei al luogo che li ospita. E chi non riesce a trovare posto, nonostante l’appuntamento per il colloquio, attende davanti alla parrocchia dove con 60 volontari don Gilberto Dudine ha aperto un dormitorio per i mesi freddi. Sono pachistani, bangladesci, siriani in arrivo dalla rotta balcanica.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 24 marzo 2024
Trovarsi improvvisamente agli arresti in un Paese straniero e non sapere cosa fare, chi chiamare, come farsi capire. Sono oltre 2 mila i nostri connazionali in questa situazione e, tra questi, più della metà non ha ancora ricevuto una condanna. Di questo si è discusso giovedì 21 marzo nella Sala Caduti di Nassirya del Senato durante la presentazione del libro Prigionieri dimenticati scritto da Katia Anedda, presidente dell’Associazioe Prigionieri del silenzio, e dal giornalista Federico Vespa. A testimoniare la situazione drammatica in cui ci si viene a trovare ci sono Claudia Crimi, fidanzata di Filippo Mosca che da 11 mesi è in carcere in Romania, e Pietro Cammalleri, fratello di Luca, arrestato insieme a Filippo con la stessa accusa di traffico di droga.
di Andrea Malaguti
La Stampa, 24 marzo 2024
L’Era della Crisi. Ci siamo dentro mani e piedi. È complicato in queste ore sfuggire alla sensazione che stia andando tutto in pezzi. Siamo di fronte al disfacimento. E lo affrontiamo fischiettando. O, peggio, scommettendo su un bellicismo primitivo, una reattività medievale e nichilista che sembra rinnegare alla radice il senso stesso di un’Europa fondata sull’umanesimo e sulla difesa della pace.
di Carlo Tecce
L’Espresso, 24 marzo 2024
All’esercito di Kiev non arrivano soltanto vecchi carri armati e potenti missili regalati dalle Forza Armate, ma anche materiale bellico (soprattutto munizioni) acquistato da fabbriche che operano nel nostro Paese. Tra dilemmi giuridici e grosse commesse nell’Europa dell’Est. Il mondo veste armi made in Italy. Le guerre hanno piegato ogni ritrosia geopolitica, cavillo normativo, titubanza etica. Il mercato è in fermento, le apprezza, le prenota, le baratta, ne fa incetta. Quando le armi della politica tacciono, vale soltanto la politica delle armi. Per le relazioni con Ucraina, Israele, Ungheria, Azerbaigian, Arabia Saudita. Ovunque. Con chiunque. Spesso con forzature normative. Questo racconta l’inchiesta esclusiva de L’Espresso basata su documenti riservati e fonti istituzionali. Ecco la prima puntata in versione estesa. Sul numero da oggi in edicola e sull’app l’intero servizio
di Antonella Mariani
Avvenire, 24 marzo 2024
Novecento giorni senza scuola. Il 20 marzo le porte delle aule si sono riaperte per i bambini, le bambine e per i ragazzi. Non per le ragazze, escluse dalle aule per il terzo anno consecutivo. Triste inizio dell’anno solare afghano, per loro, nel Paese più triste del mondo, come ha decretato proprio mercoledì, nella Giornata internazionale della felicità, il Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford. Il bando all’istruzione femminile dopo i 12 anni, unico caso al mondo, è stato tra i primi decisi dall’Emirato islamico dopo il ritorno al potere dei taleban, nell’agosto del 2021. Poi è stato uno stillicidio di oltre 50 decreti - nessuno dei quali ritirato - che uno dopo l’altro hanno picconato la libertà e la dignità delle donne: vietato frequentare i corsi universitari, vietato praticare sport, vietato entrare in bagni pubblici, musei, palestre, parchi o saloni di bellezza, vietato lavorare fuori casa e per le organizzazioni non governative straniere, vietato viaggiare se non con un parente stretto, vietato mostrarsi in pubblico senza il burqa… Il risultato è un apartheid di genere senza precedenti, che genera nelle ragazze ansia e frustrazione, senso di ingiustizia e depressione. Se le più piccole hanno ancora una speranza, seppur lieve, di potere in futuro tornare in classe, le più grandi vedono sfuggire, anno dopo anno, ogni prospettiva non solo di emancipazione e di indipendenza, ma di crescita. Gli osservatori assistono impotenti a un aumento di suicidi giovanili, di matrimoni e di parti precoci. Si tratta di un dramma che colpisce un’intera generazione, ma anche di una grave ipoteca sul futuro del Paese, privato non solo oggi ma per i decenni a venire di metà delle sue risorse intellettuali e professionali. Se il bando all’istruzione secondaria e universitaria femminile durerà ancora a lungo, si creerà un fossato difficilmente recuperabile, se non con il rapido ritorno in patria degli esuli, appartenenti all’ex élite afghana istruita e produttiva del Paese nel ventennio dell’occupazione occidentale.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 23 marzo 2024
Il 17 maggio un’intera giornata, promossa da Ristretti Orizzonti, per discutere di un argomento recentemente ravvivato da una sentenza della Corte Costituzionale. Testimonianze e storie. Ornella Favero e la redazione di Ristretti Orizzonti, con la direzione della Casa di Reclusione di Padova, hanno promosso per l’intera giornata del 17 maggio prossimo un incontro dal titolo “Io non so parlar d’amore”. Il tema è quello ormai antico degli affetti e del sesso in carcere, un fuoco esausto sotto le ceneri, ora ravvivato dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha reagito alla “desertificazione affettiva” e spiegato che i colloqui intimi, in spazi che somiglino quanto più è possibile alla vita all’esterno, non hanno bisogno di aspettare nuove leggi. Una sentenza che “potrebbe essere rivoluzionaria”, se solo venisse rispettata e realizzata.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 23 marzo 2024
Mentre il tema del sovraffollamento carcerario preme alle porte, sotto la spinta drammatica ed incessante dei suicidi di un numero impressionante di detenuti, sarà bene ricordare che almeno il 30% di quella popolazione è detenuta in custodia cautelare. Persone dunque private della libertà personale non perché chiamati ad espiare la pena loro inflitta da una sentenza definitiva, ma perché in attesa di quel giudizio, assistiti per sovrappiù dalla presunzione costituzionale di innocenza. Il tema è certamente molto complesso, ma soprattutto è secolare, come testimonia la bella “intervista impossibile” del nostro Lorenzo Zilletti a Francesco Carrara, che quelle “risposte” le ha testualmente scritte nientedimeno che intorno al 1870.
di Daniele Negri*
Il Riformista, 23 marzo 2024
“Scandalosa è l’assuefazione generale all’uso patologico della custodia in carcere. La proporzione numerica delle persone private della libertà durante il processo oscilla tuttora tra un quarto e un terzo della vasta popolazione dei detenuti, oltre sessantamila in totale, malgrado le censure della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza Torreggiani, 2013), la quale restò “colpita” un decennio fa dal tasso esorbitante di imputati presenti nelle nostre strutture penitenziarie ed esortò lo Stato italiano a ridurre al minimo l’impiego del carcere a scopo cautelare.
di Salvatore Aleo*
L’Unità, 23 marzo 2024
Ho studiato e insegnato diritto penale per quasi cinquant’anni e la mia considerazione del carcere è mutata nel tempo secondo l’evoluzione delle mie conoscenze e della mia sensibilità. Da giovane consideravo il carcere, da un punto di vista soprattutto etico, come un luogo crudele, dove vengono praticati trattamenti inumani e degradanti, dove vengono mortificati i corpi e le coscienze di persone nostri simili. Più avanti ho valutato il carcere, da un punto di vista utilitaristico, come strumento poco utile o perfino disfunzionale rispetto al perseguimento degli obiettivi dichiarati. La violenza contrapposta alla violenza non la elide ma piuttosto la raddoppia, la riproduce e contribuisce a diffonderla socialmente e culturalmente.
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