vitatrentina.it, 6 febbraio 2024
“Da oltre un mese un mese gli incontri settimanali si sono bloccati senza che ci sia stata data alcuna spiegazione. Regolarmente, ogni settimana, nel giorno designato, ci prepariamo per recarci all’incontro, ma puntualmente il personale di polizia penitenziaria ci costringe ad interminabili attese senza essere in grado di fornire una spiegazione di qualsiasi tipo. Rimarcando il nostro impegno e la nostra determinazione nel collaborare attivamente al progetto (del giornale Non solo dentro ndr) ci ritroviamo delusi e amareggiati davanti all’impossibilità di ricevere qualsiasi sorta di chiarimento circa questa interruzione […]. Saremmo dispiaciuti di dover interrompere così brutalmente l’unica attività che ci permette di avere una voce”. Lo scrivono, in una lettera, alcuni detenuti che facevano parte della redazione di “Non solo dentro”, l’inserto del settimanale Vita Trentina curato da Piergiorgio Bortolotti, per anni direttore della cooperativa sociale Punto d’Incontro di Trento. È lo stesso Bortolotti a riportare sui social le parole dei detenuti a cui il giornalino dava voce, permettendo loro di raccontare la realtà quotidiana della casa circondariale di Spini di Gardolo.
letteraemme.it, 6 febbraio 2024
L’incontro promosso dal Comitato “Donnevitalibertà”, con gli interventi di Salvo Presti, Giusi Furnari e Grazia Zuffa. Modera Lucia Tarro. Si svolgerà dalle 17 di martedì 7 febbraio, alla Feltrinelli, l’incontro “Le carceri interrogano chi sta dentro e chi sta fuori”, promosso dal Comitato “Donnevitalibertà” di Messina. Fra gli ospiti Salvo Presti, docente e regista, che presenterà alcune immagini tratte da un docufilm da lui prodotto sul tema “Attraversare la caduta”; Giusi Furnari, già docente universitaria, parlerà su “Donne a Teheran come al Madia: dignità, diritti, libertà”; Grazia Zuffa, psicologa e coautrice del libro: “Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere”. Modera Lucia Tarro, presidente del comitato.
di Massimo Calandri
La Repubblica, 6 febbraio 2024
“Per me è un onore, indossare questa maglia”: Andy è il capitano della Giallo Dozza, squadra di rugby composta da alcuni detenuti del carcere di Bologna. In questi giorni, un video che vede Andy protagonista in casacca gialloblù insieme al tallonatore della Nazionale, il triestino Giacomo Nicotera, ha avuto un grande successo sul web. La Giallo Dozza partecipa al campionato regionale di serie C: nel girone d’andata le hanno perse tutte, ma domenica giocano a Noceto e - grazie anche al supporto morale degli azzurri, contemporaneamente impegnati a Dublino con l’Irlanda - sperano nel primo successo della stagione.
di Francesco Da Riva Grechi
L’Identità, 6 febbraio 2024
I principi costituzionali in materia di giustizia sono l’oggetto di discussione immancabile di questa rubrica. Non a caso intitolata semplicemente Ingiustizia, nel senso di un prefisso che nega, non la norma, ma la sua applicazione o dis-applicazione, che ogni volta genera il corto-circuito privato e spesso anche mediatico che conosce solo chi ha avuto l’esperienza del carcere, spesso subita ingiustamente e prima della condanna definitiva o, addirittura, della definitiva sentenza di proscioglimento.
di Mauro Palma
La Stampa, 6 febbraio 2024
Il viaggio della Corte costituzionale al suo esterno, nelle scuole e poi anche nelle carceri, è stato l’emblematico messaggio del valore di una Carta non solo aperta a tutti, come è ovvio che sia, ma che deve essere percepita come vicina, dialogante. La Corte ha così indicato che il proprio controllo sulle leggi non è materia riservata ai giuristi, ma è parte di un percorso di crescita culturale che riguarda tutti; anche coloro che possono percepirsi - a volte comprensibilmente - ai margini.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 6 febbraio 2024
A Giuliano Amato è stato vietato l’ingresso a san Vittore per presentare il suo libro. C’è qualcosa di profondamente disturbante nel burocratico tratto di penna con cui il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha cancellato ieri mattina l’incontro annunciato da tempo che martedì 6 febbraio, nel carcere milanese di san Vittore, avrebbe avuto come protagonisti il presidente emerito della Consulta Giuliano Amato e la giornalista Donatella Stasio per discutere del loro libro “Storie di diritti e di democrazia”.
di don Antonio Mazzi
Corriere della Sera - Buone Notizie, 6 febbraio 2024
La Giornata mondiale dell’educazione e cosa si può offrire ai nostri ragazzi. Quello che uccide l’uomo è la monotonia: a salvarlo è la creatività, il trasformare in avventura ciò che accade. Qualche settimana fa abbiamo ricordato la “Giornata mondiale dell’educazione”. Io ne riparlo dopo perché se volessimo essere onesti dovremmo ricordarla 365 (366) giorni all’anno perché questo nostro mondo è orfano di tale patrocinio. Inoltre tenterei un binomio per rendere più innervata l’esperienza. Dobbiamo solo educare oppure dobbiamo attaccarci dietro anche il verbo testimoniare? E per educare testimoniando dobbiamo accontentarci di parole meno stanche, come ci dice Chandra Livia Candiani “che sopportano i venerdì come lunedì più stanchi”, eppure parole cariche di esempi veri, appassionanti? Fare della vita una linea retta non è un progetto. I veri progetti hanno curve, bassorilievi, sottopassi, penombre, cime e caverne. Vogliamo essere portatori di messaggi scritti sulla pelle o scarabocchiati da inchiostri computerizzati? Se educare volesse dire rischiare quotidianamente, sarebbe troppo impegnativo?
di Eraldo Affinati
Avvenire, 6 febbraio 2024
Come vogliamo chiamarli? Italiani non riconosciuti? Italiani nascosti? Italiani segreti? Per me sono tutte persone in carne e ossa, giovanissime, cariche d’energia propositiva, mediatrici culturali ideali: Claudia, figlia di senegalesi, la prima volta venne alla Penny Wirton, dove insegniamo gratuitamente la nostra lingua agli immigrati, accompagnata dal padre il quale, fino a pochi anni prima, era stato uno di loro. Ne aveva fatta di strada! Da analfabeta a interprete del mondo. Da vagabondo a impiegato. Da sradicato a marito con prole. Li vidi scendere le scale ed arrivare alla porta d’entrata dove già s’affollavano gli scolari: adolescenti bengalesi, famiglie sudamericane, donne ucraine con bambini piccoli, somale coperte dal velo, filippini, cinesi, magrebini… Nel momento in cui la ragazza si sedette al banco e aprì il manuale della sillabazione, rivolta al giovane nigeriano, suo coetaneo, ospite del centro di pronta accoglienza, che gli avevamo messo di fronte, mi resi conto di star assistendo a una ricomposizione del tessuto umano lacerato. Claudia, nata a Roma, naturalmente bilingue, insegnava a leggere e scrivere a un profugo, senza arte né parte, il quale si trovava nella stessa situazione che era stata di suo padre: difficile scegliere una docente più adatta e motivata di lei. Eppure questa professoressa perfetta, lungimirante e consapevole del ruolo che stava esercitando, non possedeva ancora la cittadinanza italiana! Disponeva soltanto del permesso di soggiorno. Appena raggiunta la maggiore età, di certo l’avrebbe chiesta, in modo ufficiale, pagando la tassa prevista dalla legge, ma per ora il Bel Paese non gliela riconosceva. Come definirla?
di Vitalba Azzollini*
Il Domani, 6 febbraio 2024
Un passaggio del protocollo tra Italia e Albania sui centri per i migranti solleva dubbi circa la concreta possibilità di accedere a tali centri per verificarne le condizioni. Da anni c’è opacità su molti profili riguardanti le politiche in materia di immigrazione, motivata per lo più dalla necessità di tutelare relazioni internazionali, sicurezza e altro. Ci si può aspettare maggiore trasparenza sull’attuazione del Piano Mattei? Il protocollo tra Italia e Albania è in linea con la Costituzione albanese, ha sentenziato l’Alta corte di Tirana. Tuttavia, oltre ai problemi giuridici che abbiamo già rilevato, esso presenta criticità ulteriori, connesse a modalità opache di gestione dell’immigrazione.
di Valeria Parrella
Il Manifesto, 6 febbraio 2024
Le parole e il gesto. L’impiccagione non è un suicidio qualunque: è un’accusa - Antigone si impicca con i veli che l’avrebbero dovuta vedere sposa - spesso l’unica accusa a cui possono ricorrere i ristretti. Sotto una piccola Sindone, il suo autoritratto, c’è quella scritta sul muro: “Ousmane Sylla. Se morissi vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa, mia madre ne sarebbe lieta. I militari italiani non capiscono nulla a parte il denaro. L’Africa mi manca molto e anche mia madre, non deve piangere per me. Pace alla mia anima, che io possa riposare in pace”. E quando c’è una scritta così non c’è più niente da aggiungere, l’esercizio stesso della scrittura resta esercizio.
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