di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 15 gennaio 2024
Zero regole, molte suggestioni e fughe di notizie: nelle carte che passano dalla polizia giudiziaria alle procure (e poi ai giornali) la presunzione d’innocenza è ancora un miraggio. Nell’ormai annoso (e quanto mai ripetitivo) dibattito sulle intercettazioni telefoniche e sulla loro divulgabilità o meno nella fase delle indagini preliminari, si dimentica spesso di ricordare l’importanza che da tempo hanno assunto le informative di reato redatte dalla polizia giudiziaria.
di Valerio Murgano*
Il Dubbio, 15 gennaio 2024
Mentre doverosamente si discute sugli interventi legislativi finalizzati a limitare la divulgazione del contenuto delle ordinanze cautelari, non ci si avvede che qualcosa di più grave è già avvenuto: il potere giudiziario è stato appaltato agli apparati di pubblica sicurezza, con buona pace dei garantisti o presunti tali. Il governo del potere punitivo dello Stato, esercitato dagli apparati di polizia, è qualcosa di diverso dall’arbitrio interpretativo del giudice e dalle pulsioni populiste del legislatore, perché li trascende.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 gennaio 2024
Fughe di notizie, processi sui giornali prima di andare in aula, distrazione di massa usando nomi di terzi non indagati, norme che vengono aggirate: ne parliamo con Oliverio Mazza, Ordinario di Diritto processuale penale all’Università degli studi Milano.
di Alessandro Barbano
Il Foglio, 15 gennaio 2024
Delle intercettazioni nascoste. La storia che vede protagonista l’avvocato Giuseppe Milicia assomiglia a una indomita resistenza. È la storia di un’inchiesta e di un processo nella cronica asimmetria tra chi accusa e chi si difende. Qui si racconta una guerriglia. Altro che parità tra accusa e difesa. Altro che prova che si forma nella dialettica tra le parti. Qui si racconta una guerriglia vietnamita, dove il pm fa la parte degli americani e all’avvocato è riservata la sorte dei vietcong. Se vuole salvare il cliente, e talvolta se stesso, l’avvocato deve sgusciare, come avrebbe detto Mao Zedong, con la velocità di un pesce nell’acqua, colpire il nemico con agguati a sorpresa, per poi sparire nella boscaglia. In un’azione penale fatta di sole intercettazioni, è il loro possesso a fare la differenza. Il pm le intercettazioni le detiene, le assembla e le dosa a suo piacimento. Le nasconde. L’avvocato deve scovarle dall’arsenale in cui sono custodite e disinnescarle, come si fa con le mine. È una corsa contro il tempo, fatta di astuzia e spregiudicatezza. Vista dall’esterno, può turbare o, addirittura, sconvolgere. Perché sotto il sagrato dove la giustizia celebra sovrana la catarsi della verità, si menano colpi bassi senza alcun rispetto delle regole. Ma questo è il processo lasciatoci in dote dai guardasigilli Orlando e Bonafede, ritinteggiato dalla Cartabia, come si fa per rinviare una ristrutturazione. Eppure rimasto lì, nella sua cronica asimmetria tra chi accusa e chi si difende. Prendere o lasciare. Attrezzarsi o soccombere.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 15 gennaio 2024
Rosa, Olindo e gli altri. Ci sono casi in cui lo stato di diritto, per esigenze mediatiche, è andato a farsi benedire. Le colpe di un sistema giudiziario che a forza di utilizzare la tecnica dello “smarmella tutto” ha mostrato una incapacità di fare indagini sul campo. Fuggite dalla fuffa e concentratevi sulla ciccia. E la ciccia in fondo è tutta qui: le indagini, bellezza. Ci sono due modi diversi di leggere le notizie relative al caso Erba e alla possibile revisione del processo. L’approccio numero uno, molto progressista, porta a pensare che i magistrati abbiano sempre ragione e che dunque ogni rumore di fondo che arriva all’interno di un’indagine sia una distrazione dalla verità rivelata.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 15 gennaio 2024
A giudicare da un certo modo di raccontare questa storia, sembra quasi che i precedenti verdetti in primo, secondo e terzo grado siano già carta straccia. L’avevamo già detto una volta ma ora tocca ripeterlo: attenzione ai facili entusiasmi. Più in alto si salta per esultare, più grande rischia di essere il tonfo in caso di caduta. È un consiglio per gli innocentisti esaltati del caso Erba: prudenza. Gli ergastolani Olindo e Rosa hanno ottenuto la revisione del processo: buon per loro. Un punto a favore della difesa. Ma - promemoria per chi li vorrebbe già liberi - prima di vederli passeggiare per le vie di Como (come fecero la sera dell’11 dicembre 2006 mentre la casa della strage andava a fuoco) serve una cosuccia al momento non a portata di mano: una sentenza di assoluzione che regga fino all’ultimo grado di giudizio.
di Lucandrea Massaro
romasette.it, 15 gennaio 2024
Il tasso di sovraffollamento medio in Italia è del 127%, nel Lazio del 138%. Il garante regionale: “La detenzione non può essere il surrogato dei servizi sociali”. Sul sito del Garante dei detenuti del Lazio si legge che alla fine del 2023 “il numero di detenuti presenti negli istituti penitenziari del Lazio è stato pari a 6.537, con un incremento di 604 unità rispetto ai 5.933 di inizio anno”. Vale a dire che il tasso di crescita è stato +9,4%.
lacnews24.it, 15 gennaio 2024
Il Garante Ciambriello: “Il diritto alla salute prevale su tutti i diritti”. L’uomo di origine campane era stato trasferito da Avellino nella casa circondariale del capoluogo dove ha perso la vita. Un detenuto di origine campana è morto nel carcere di Catanzaro, dove era stato trasferito dalla casa circondariale di Avellino. Sulla vicenda è intervenuto il garante delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello.
parmatoday.it, 15 gennaio 2024
Si tratta per lo più di personaggi di peso all’interno di Cosa nostra, alcuni dei quali decisamente vecchi sepolti al “carcere duro” ormai da decenni. Sono 10 i detenuti al 41 bis nella casa circondariale di via Burla, a Parma. Su un totale di 728 registrati in tutta Italia a ottobre scorso (poco più dell’1,3 per cento degli oltre 56 mila reclusi in Italia), ai quali si è aggiunto a gennaio il boss Matteo Messina Denaro, catturato dopo 30 anni di latitanza. Si tratta per lo più di personaggi di peso all’interno di Cosa nostra, alcuni dei quali decisamente vecchi sepolti al “carcere duro” ormai da decenni. Tanti i boss che si trovano poi nello stesso penitenziario, anche se i contatti tra loro sono impossibili.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 15 gennaio 2024
Sei anni, 16 udienze e 2 giudici, tutto a spese dello Stato. L’emblematico caso del contenzioso tra due ex amici: la lite è accaduta il 17 febbraio 2017, ma tra tentativi di conciliazione, Covid e rinvii la sentenza è arrivata solo a novembre 2023 Duemila settecento settanta due giorni, sei anni e due mesi trascinatisi in 16 udienze, per un banale processo a un solo imputato, con un solo testimone da sentire davanti al giudice di pace, su una sola imputazione di lesioni personali, foriera di una prognosi di soli cinque giorni per un asserito pugno tra due coinquilini sul pianerottolo di casa, con il coinvolgimento di due giudici avvicendatisi, nove diversi viceprocuratori onorari scomodati a rappresentare l’accusa nelle varie udienze, altrettanti cancellieri man mano di turno, due avvocati, il personale di un centro di mediazione, e tutto peraltro a spese dello Stato con il “gratuito patrocinio” degli onorari legali dei due litiganti ammessivi in forza dei limiti di reddito dichiarati: un ideale viatico per le imminenti cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario ad opera di ministri, Csm, magistratura e avvocatura, che al solito conteranno quanti (tanti-troppi) siano i processi, e quanto (tanto-troppo) durino, e quanto (troppo) si sprechino le (già troppo poche) risorse di personale e mezzi disponibili per farvi fronte.
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