quinewselba.it, 6 gennaio 2026
Ad auspicarlo è Raimonda Lobina, garante dei diritti dei detenuti del carcere di Porto Azzurro che spiega l’importanza della musica per i detenuti. “A Natale, si sa, si è tutti più buoni e quest’anno anche il Giubileo dei Detenuti, proclamato da Papa Leone XIV, ha spinto moltissimi pellegrini a Roma, per denunciare le condizioni spesso degradanti di chi è ristretto e per sensibilizzare la società e la politica su queste tematiche. Appunto, la politica e le amministrazioni, le amministrazioni locali, che invitate a far visita al carcere dell’isola e ad essere presenti in modo concreto, non hanno risposto all’invito, salvo due solitarie e timide eccezioni”. Lo scrive in una nota Raimonda Lobina, garante dei diritti dei detenuti della Casa di Reclusione “Pasquale de Santis” di Porto Azzurro.
irpinianews.it, 6 gennaio 2026
Si è svolta ad Avellino una iniziativa dal titolo “Oltre le mura: la persona oltre alla detenzione femminile”, un evento che ha visto come ospite la criminologa giuridica Claudia Cavallo, esperta in diritti umani e tutela della dignità dei detenuti. La dottoressa Cavallo, membro dello staff del garante dei detenuti della regione Campania e dell’osservatorio per le persone private della libertà personale, ha accolto con entusiasmo l’invito di Sara Spiniello rappresentante del gruppo territoriale di Avellino del movimento 5 stelle e di Simona Romani, referente pari opportunità dello stesso.
di Pierfranco Redaelli
Avvenire, 6 gennaio 2026
Silvia Polleri, educatrice 75enne, con due figli e tre nipoti, spende gran parte del suo tempo accanto ai detenuti nella casa di reclusione milanese diventata un modello per costruire il futuro dopo il fine pena. Anche grazie al suo corso di scuola alberghiera. “La rivoluzione pacifica delle carceri parte da piccoli gesti che hanno a cuore la dignità di chi sta scontando la pena”. Questo il messaggio di Silvia Polleri, nickname “Nonna Galeotta”, che da 21 anni spende gran parte della sua quotidianità accanto ai carcerati di Bollate, per farli sentire meno soli, per trasmettere loro quello che per anni aveva detto Papa Francesco: “Ogni volta che entro in questi luoghi mi domando perché loro e non io. Non mi dimentico di te”. Nonna Galeotta, 75 anni, due figli, tre nipoti, un entusiasmo, una voglia di spendersi in favore di chi ha avuto meno dalla vita, entra nel carcere di Bollate dopo aver vissuto per 22 anni la scuola come educatrice scolastica, con “Abc la sapienza in tavola” cooperativa sociale, con l’intento di favorire il recupero di detenuti che avevano nel passato operato nel campo della ristorazione. “Un nome lungo - riconosce Silvia - ma sempre attuale perché scelto proprio dai detenuti”. Nasce così il primo catering che vede lavorare all’interno di Bollate i primi 5 lavoratori svantaggiati, grazie all’articolo 21, come misura alternativa. Un salto di qualità, con i carcerati che non sono più a carico dello Stato, ma con il lavoro, con la busta paga diventano contribuenti. Preziosa è stata la presenza dell’allora direttrice Lucia Castellano, che ha favorito la nascita del primo servizio in Italia di catering svolto da carcerati durante allestimenti di fiere, matrimoni e convegni svolto sotto lo sguardo di guardie carcerarie in borghese. Dopo solo due anni sono oltre 2 mila i servizi effettuati a Milano, in provincia, e in tutta la Lombardia.
di Peppe Aquaro
Corriere della Sera, 6 gennaio 2026
La “Casa” di Mesagne, voluta dalla Cei, a pochi chilometri da Brindisi, accoglie gli indigenti e offre pasti caldi e riparo. La squadra solidale di don Pietro Depunzio ha lavorato senza sosta anche nelle feste. Tutto era pronto per la Notte santa e per la messa di mezzanotte. E il giorno dopo, ci sono stati pranzo comunitario, tombolata, i regali per i bambini. Come in tutte le case ma questo è un luogo speciale. Siamo a Casa di Zaccheo (dal nome dell’esattore del quale parla l’evangelista Luca, che volle incontrare Gesù, convertendosi) sorta dieci anni fa, al posto di un asilo a Mesagne, poco più di 25 mila abitanti nel Brindisino.
di Laura Valdesi
La Nazione, 6 gennaio 2026
Parla Battista, assistente capo coordinatore della Polizia penitenziaria “Ecco com’è nata in carcere l’idea di questo progetto musicale e umano”. L’idea? Merito di Giancarlo Battista, 53 anni, sposato con due figlie. Professione assistente capo coordinatore della polizia penitenziaria nel carcere di Santo Spirito. Conosce da 29 anni il ritmo della vita fra quelle antiche mura. Gettando il cuore oltre l’ostacolo ha trasformato in progetto musicale e umano il ventaglio di emozioni di chi sta dietro le sbarre. Portando all’esterno storie di libertà e di riscatto, di creatività che oltrepassano le pareti della detenzione. Prima creando una rock band, i ‘CellaMusica’, dove agenti e detenuti suonano insieme. Poi registrando con essa un disco ‘InnocentEvasione’ che è già su You tube e Spotify.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 6 gennaio 2026
Scomparsi i 10 milioni dal Bilancio e dal Decreto Milleproroghe. Appello dell’Fnsi contro la chiusura di “una delle voci più autorevoli dell’informazione”. “Dopo 30 anni, la convenzione fra Radio Radicale e lo Stato italiano è a rischio per mancanza di finanziamenti. La redazione si è accorta che la testata non viene nominata in nessun provvedimento di legge”. La notizia, rilanciata ieri dalla segretaria generale dell’Fnsi Alessandra Costante, è un fulmine a ciel sereno per i 46 dipendenti, di cui 18 redattori, della storica radio organo della Lista Marco Pannella. La convenzione, stipulata nella forma attuale nel 2020 per i primi 15 mesi, a seguito di una gara indetta dal governo Draghi, avrebbe dovuto essere prorogata come ogni anno.
di Giorgio Paolucci
Corriere della Sera, 6 gennaio 2026
Il libro “Cento ripartenze. Quando la vita ricomincia” (volume 2) riunisce storie raccolte in carceri, scuole e viaggi dei migranti. Così la fragilità è preziosa per la rigenerazione della nostra umanità. Viviamo tempi duri. Tempi segnati da echi di guerre un tempo lontane e oggi sempre più minacciosamente vicine, da difficoltà economiche con cui tanti si devono misurare, situazioni di precarietà, disavventure familiari e personali, solitudini esistenziali... Molti, guardando alle loro esistenze, si scoprono fragili e smarriti, anche se circondati da messaggi illusori che promettono una felicità a buon mercato. Sotto la coltre di sicurezze ostentate c’è un tarlo che silenziosamente corrode le nostre anime: è la perdita del gusto di vivere.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 6 gennaio 2026
Chi invece crede nella giustizia e nella difesa anche a costo di sacrifici dolorosi, organizza quella che viene chiamata Resistenza, che prima di essere armata dovrebbe basarsi sull’applicazione della giustizia. Nel caso attuale basterebbe che l’Onu fosse svincolato dai veti che la paralizzano per applicare una giustizia mondiale contro coloro che trasgrediscono alle regole dell’autonomia e attentano alla integrità territoriale. L’anno nuovo arriva minaccioso e rancoroso. Sembra che popoli e persone si preparino alla guerra. Il clima è torvo. Le due parole che secondo me in questo momento bussano alla coscienza sono Vendetta e Difesa. La vendetta è un istinto dell’animo umano, un sentimento che abbiamo in comune con gli animali.
di Daniela Piana
Il Dubbio, 6 gennaio 2026
A ben guardare i dati, quale sia la società nella quale ci stiamo immergendo - volenti o nolenti - ci appare chiaramente, per tre aspetti: una distribuzione asimmetrica del potere di influenza e di decisione (le due cose essendo diverse); una capacità ineguale di sapere fare fronte alle incertezze del futuro (e quindi anche di potersi concedere la chance di pensarlo, il futuro); una erosione esponenziale (non incrementale) delle modalità moderne di costruire il consenso attraverso le funzioni esercitate da corpi intermedi. In questo scenario le persone sono in una condizione di rischio crescente (esponenziale) diseguaglianza: dinnanzi agli algoritmi, dinnanzi alle piattaforme, dinnanzi alle corporations, dinnanzi alle decisioni prese in un sistema globale il cui multilateralismo è fortemente incrinato, chi ha la capacità di “giocare” alla pari?
di Roberta d’Angelo
Avvenire, 6 gennaio 2026
Tra la deriva dei social e il disinteresse per i partiti, i giovani scelgono la protesta. Perché c’è un limite oltre il quale la coscienza si rianima. C’è una grande confusione nelle società occidentali. Le rivoluzioni che hanno stravolto la geopolitica nel 2025, soprattutto a seguito della rielezione di Donald Trump, dimostrano un aspetto tutt’affatto pacifico. E il senso di insofferenza e di ansia si percepisce dalla modalità con cui si sposano posizioni estreme, che porta allo scontro tra “fazioni”, in un clima da derby permanente, che va dalle chiacchiere da bar ai dibattiti politici, passando per il sempre più scoraggiante mondo degli odiatori social. In questo contesto si è fortificato e ampliato il movimento pro-Pal, in cui si sono ritrovati giovani e anziani, attivisti e cittadini meno impegnati, spinti dalla necessità di dire basta a una guerra che ha acquisito ogni giorno di più contorni assurdi, fino alla strage di un popolo vessato dalla fame. Un movimento che ha portato in piazza generazioni di persone che disertano da tempo le urne. Disinteressate alla politica, se non infastidite o peggio ancora.
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