di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 31 dicembre 2025
La riflessione del pontefice: si “trasformano in armi persino pensieri e parole” e il clima di conflitto deborda nella società e impregna i rapporti. La figura mite e gentile di Leone XIV non deve spingere a sottovalutare il suo tenace contrasto del clima bellicoso odierno. Invece si passa oltre, distratti, come fosse una parte che deve recitare. Ma è una visione controcorrente. Giorni fa, il papa ha quasi denunciato un pensiero unico: “Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici”. Di fronte alla politica del “tutti contro tutti”, con istituzioni multilaterali deperite, la Chiesa parla come una grande “internazionale” (è illusorio o al più transitorio credere di piegarla agli interessi nazionali): disarmata, ma conscia di un’autorità. Il suo messaggio matura nell’ascolto dell’umanità, attraverso una miriade di comunità ovunque diffuse. È la sua originalità. Chateaubriand, nell’Ottocento, parlava di “genio del cattolicesimo”.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 31 dicembre 2025
Da Ursula von der Leyen a Donald Trump, da Rearm Europe ai tagli di UsAid: i piani e i soldi, soprattutto in Occidente, si sono spostati dal “soft power” all’“hard power”. Un crinale su cui ci eravamo già indirizzati, ma che adesso appare sempre più pericoloso. “Questo è il tempo di costruire la pace attraverso la forza”. A marzo, Ursula von der Leyen ha sintetizzato così la nuova direttrice strategica dell’Europa. Una scelta obbligata - è il leitmotiv dominante - a causa delle ombre che aleggiano sul Continente. In realtà, si tratta di un’opzione politica. Costruita, come tutte le opzioni, su una serie di decisioni intermedie volte a spostare risorse dal soft power - diplomazia, cooperazione internazionale, aiuti allo sviluppo - all’hard power, cioè la guerra, minacciata o agita, fino a rendere quest’ultima l’unico strumento di risoluzione delle controversie globali. Non lo è, in realtà, come la storia, anche recente, insegna. Lo diventa, però, quando la politica se ne convince o vuole farlo, e riesce a persuadere, al contempo, l’opinione pubblica. Per questo, i sociologi statunitensi William Strauss e Neil Howe hanno calcolato in 85 anni la cadenza tra le grandi conflagrazioni belliche. Il tempo dell’oblio dell’orrore: quanto, cioè, una generazione impiega per rimuovere l’esperienza e il trauma dalla memoria collettiva.
di Antonio Sanfrancesco
Famiglia Cristiana, 31 dicembre 2025
Dal 15 novembre 2024 il cooperante italiano è detenuto in Venezuela senza accuse né processo. Nell’attesa sospesa di una famiglia, questa donna chiede verità, responsabilità e attenzione pubblica, ricordando alle istituzioni e al Paese che dietro un caso diplomatico c’è una vita umana che attende giustizia. E che riguarda tutti noi. La telefonata è arrivata pochi giorni prima di Natale. Una di quelle chiamate che non risolvono, ma riconoscono. Dall’altra parte della linea c’era il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ha chiamato Armanda Colusso per dirle che lo Stato non ha dimenticato suo figlio, Alberto Trentini. Un gesto sobrio, nel suo stile, ma capace di incidere profondamente nella vita di una madre che da tredici mesi vive sospesa nell’angoscia dell’attesa.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 30 dicembre 2025
Meno di tre metri quadri a persona, +50% negli istituti per minori e decine di suicidi. Sono 63.868 le persone nelle 189 carceri italiane per adulti. Erano 61.861 alla fine dell’anno scorso, l’equivalente di 180 ingressi in più al mese. È perché si commettono più reati? Sembrerebbe proprio di no. È sempre triste effettuare il bilancio carcerario di fine anno. Questa volta però è più triste che mai. Il carcere è diventato quello che la cultura dell’attuale governo ha voluto che fosse: un grande contenitori di corpi, che ha del tutto abdicato a farsi costruttore di percorsi di vita.
di Renato Brunetta*
Avvenire, 30 dicembre 2025
“Il 14 dicembre scorso si è celebrato l’ultimo appuntamento giubilare dedicato alle persone detenute. Papa Leone, invitando tutti a guardare alla speranza e alla dignità di ogni persona - anche di chi è in carcere - ha rilanciato il messaggio che, un anno fa, papa Francesco ci aveva consegnato aprendo la Porta Santa nel carcere di Rebibbia. Raccogliendo e rilanciando il desiderio espresso da papa Francesco, il Santo Padre ha inoltre invitato molti Paesi a considerare forme di amnistia odi condono della pena, come strumenti per aiutare chi è privato della libertà a recuperare fiducia in sé e nella società.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 30 dicembre 2025
Quello che il 3 luglio 2024 per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in un battezzato “decreto carcere sicuro” era un nuovo sistema “molto più rapido, molto più semplice e molto più efficace”, perno di un “intervento vasto e strutturale” sulla liberazione anticipata all’insegna della “umanizzazione carceraria”, ieri è stato invece dichiarato incostituzionale dalla Consulta perché “viola i principi di finalità rieducativa della pena e di ragionevolezza”.
di Marcello Sorgi
La Stampa, 30 dicembre 2025
Il rinvio della decisione sulla data del referendum, ieri in consiglio dei ministri, dopo un evidente affannarsi del centrodestra per anticiparla il più possibile, segnala un’agitazione e una confusione in seno al governo oltre ogni immaginazione. Essendo il referendum un momento di solenne democrazia, in cui la volontà popolare viene messa a confronto con quella politico-parlamentare, e ha il potere di contraddirla o cancellarla, limitare o impedire la raccolta delle firme per la consultazione sulla riforma della separazione delle carriere dei giudici, non si può. Neppure se la consultazione è stata già chiesta dal governo, che si sentiva sicuro dell’appoggio di cui gode tra gli elettori, ma poi appunto, alla prova dei fatti, cercando di accorciare i tempi, ha dato via via la sensazione di sentirsi un po’ meno sicuro, pur avendo i sondaggi a favore.
di Simone Canettieri e Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 30 dicembre 2025
Palazzo Chigi prende tempo. Mantovano avverte Schlein e Conte. “Bene, buon anno”. L’ultimo Consiglio dei ministri del 2025 si chiude con gli auguri della premier Giorgia Meloni, silente fino a quel momento. La riunione a Palazzo Chigi dura meno di 30 minuti. Il tempo di approvare il decreto Ucraina - illustrato dal sottosegretario Alfredo Mantovano - e di rinviare la decisione sulla data del referendum sulla giustizia. Se ne riparlerà a gennaio. Meglio però procedere per gradi. Nel giorno del via libera al provvedimento che garantirà il sostegno a Kiev nel 2026 fa notizia l’assenza di Matteo Salvini. Il leader della Lega è a Roma ma non partecipa al Consiglio dei ministri. “Nessuna polemica, abbiamo ottenuto ciò che volevamo”, dicono dal Carroccio. Per 24 ore, dense di trattative fra il leghista Claudio Borghi e il ministro della Difesa Guido Crosetto (assente anch’egli per motivi personali), va in scena la “guerra” delle parole. Tutto ruota intorno all’aggettivo “militari”. Che salta e ritorna.
di Kaspar Hauser
Il Manifesto, 30 dicembre 2025
Il Governo fa marcia indietro: ieri niente data delle urne, discorso rimandato a gennaio. In campo la “moral suasion” del Colle. Il governo ha rinunciato a fissare la data del referendum sulla giustizia per il primo marzo. Almeno per ora. Ieri il consiglio dei ministri ha infatti soprasseduto a questa decisione che era invece stata anticipata nei giorni precedenti da diversi esponenti dell’esecutivo. Come ha preannunciato uscendo da Palazzo Chigi il ministro degli Esteri e leader di Fi Antonio Tajani, la decisione sarà presa a gennaio, lasciando intendere che ci sia una divisione tra chi vuole comunque forzare i tempi nella fissazione della data della consultazione, così da accorciare la campagna referendaria, e chi preferisce evitare tale braccio di ferro, vuoi per venire incontro alle sollecitazioni del Quirinale, vuoi per timore di finire trascinati davanti al Tar da parte del Comitato di cittadini che hanno avviato la raccolta di firme popolari.
di Alessandro De Angelis
La Stampa, 30 dicembre 2025
Meloni lo sa fin troppo bene: un’eventuale bocciatura della più importante riforma del suo governo non sarebbe a costo a zero. Beh, il rinvio sulla data del referendum è davvero clamoroso, viste le premesse. Per settimane il guardasigilli Carlo Nordio, fedele alla linea del “fare presto” e ansioso di realizzare il sogno di Silvio Berlusconi sulla giustizia, ha annunciato per tutto l’orbe terraqueo la consultazione entro la prima metà di marzo. Un’evidente forzatura perché, secondo una lunga consuetudine di applicazione delle norme, tra raccolta firme e verifiche di regolarità era chiaro anche ai bambini che la prima data utile è il 29 marzo.
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