di Marco Bresolin
La Stampa, 20 novembre 2025
Nicosia guiderà la presidenza dell’Unione da gennaio e punta a chiudere i negoziati sul Patto. Il ministro Ioannides: “Non basta pagare, l’onere dell’accoglienza va condiviso”. Parte tutto in salita il negoziato tra i governi Ue per mettere in pratica il piano della Commissione, che ha chiesto agli altri Stati membri di aiutare l’Italia, la Spagna, la Grecia e Cipro, vale a dire i Paesi che secondo Palazzo Berlaymont si trovano ad affrontare una pressione migratoria “spropositata”. Il primo incontro a livello tecnico tra gli esperti delle 27 capitali ha visto emergere una netta resistenza all’ipotesi di redistribuire i richiedenti asilo (almeno 30 mila) dai quattro Paesi mediterranei. E il muro non riguarda soltanto gli Stati Visegrad, che avevano manifestato pubblicamente la loro indisponibilità: nessuno, per il momento, ha offerto la disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo che si trovano nei Paesi Ue più esposti ai flussi.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 20 novembre 2025
Il disegno di legge che vuole introdurre in Israele la pena di morte per i terroristi “che uccidono ebrei in quanto ebrei” con un’esecuzione prevista entro novanta giorni dalla condanna e senza alcuna possibilità di appello, segna un punto di non ritorno nella deriva autoritaria che sta attraversando lo Stato ebraico. È una rottura profonda con la cultura giuridica democratica nel suo complesso, che considera il diritto al ricorso un cardine irrinunciabile e una tutela minima contro l’arbitrio dello Stato. Il fatto che la misura sia promossa apertamente dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit e figura simbolo della nuova destra radicale israeliana, mostra la direzione politica verso cui si sta cercando di spingere il paese: una giustizia più rapida, più dura, meno verificabile, fondata su un’idea di sicurezza che prevale su quella di garanzia.
di Estefano Tamburrini
Avvenire, 20 novembre 2025
I numeri choc del Gruppo di lavoro Onu. Lia, bimba di un anno e due mesi, è nata per miracolo dopo aver patito - mentre in era in grembo - la prigionia della mamma, l’attivista cubana Lisdani Rodríguez Isaac, scarcerata in extemis, sotto libertà condizionata, dal regime ereditato da Miguel Díaz Canel. Lisdani, arrestata per presunti oltraggi e disordini pubblici, viveva una gravidanza a rischio causa “placenta previa”. Rimaneva però sotto condizioni detentive inadeguate, senza cure e sotto pressioni, anche se sottili, affinché abortisse, secondo l’ong Prisoners defenders. Lia però è nata sana, quando sua madre godeva già di libertà condizionata, detta Licencia extrapenal. Per poter restare fuori dalla cella Lisdani “esegue lavori forzati”, è “perennemente sorvegliata”, e “non può uscire dalla città”. La sorella, Lisdiani, anche lei attivista, nelle medesime condizioni. La loro Licencia è appesa a un filo, sotto costanti minacce di reclusione, e potrebbe essere revocata in qualsiasi momento. Quello di Lisdani è uno dei 93 casi di detenzioni arbitrarie registrati a Cuba dal 2019 al 2025 e denunciati dall’apposito Gruppo di lavoro istituito presso le Nazioni Unite, nelle Opinions 46/2025 e 57/2025, sottolineando la carenza di un “giusto processo”, oltre a “violazioni di diritti umani” e “reati di lesa umanità”, tra cui “torture”, “persecuzioni” e “sparizioni forzate”.
di Priscilla Rucco
L’Identità, 19 novembre 2025
Il carcere italiano non è solo sovraffollato: è totalmente lontano dal significato di umanità. Le celle sono piccole, condivise da più persone, con un tempo minimo all’aria aperta e un accesso ridotto alle attività. Secondo “Antigone”, nel 2024 la capienza regolamentare delle carceri italiane è di circa 51 mila posti, ma i detenuti sono oltre 61 mila. Una compressione che uccide e nemmeno troppo lentamente. I numeri dei suicidi sono in costante crescita, ma restano un dramma comunque inascoltato: 74 morti in meno di un anno, un dato mai così alto. In media, quasi uno ogni settimana. Eppure questi dati non fanno notizia, ma riempiono la cronaca. Le carceri non sono solo luoghi di detenzione, ma anche specchi che riflettono il nostro grado di in-civiltà. E se dentro le celle si muore così tanto, vuol dire che qualcosa nel sistema deve cambiare e anche rapidamente.
di Antonella Cortese*
Ristretti Orizzonti, 19 novembre 2025
Il mese di novembre si è annunciato burrascoso per le persone detenute delle carceri italiane. Ci avviciniamo a dicembre, il mese più lungo e disperante dell’anno per chi vive in detenzione pari quasi ai mesi estivi, in particolare al temuto caldo agosto. Normalmente durante le festività le associazioni, in accordo con la direzione del carcere, organizzano incontri, spettacoli, pranzi e cene anche stellate, colloqui, feste con le famiglie con l’obiettivo di stemperare la solitudine e il senso di abbandono che qualsiasi visitatore può percepire anche solo entrando in carcere per poche ore. Quest’anno ci avviciniamo alle feste natalizie con ancora più timori che qualcosa possa accadere tra chi vive nelle “camere di pernottamento” in quegli istituti penitenziari in cui sia presente l’AS, la sezione dell’Alta Sicurezza. La circolare che ha scosso le coscienze di chi conosce il carcere, delle persone che lo vivono direttamente, di coloro che lo frequentano a vario titolo (avvocati, volontari, personale interno, ministri di culto, ecc.) emanata il 21 ottobre e firmata dal direttore Ernesto Napolillo, centralizza le autorizzazioni allo svolgimento delle attività gestite da persone esterne al carcere adducendo ad una necessità di sistematizzazione e di controllo.
adnkronos.com, 19 novembre 2025
Assuefatto all’idea di una esistenza senza speranza. Youssef, marocchino di 43 anni, è morto a fine ottobre dopo aver inalato troppo gas nella sua cella nel cercare di Bollate. Le ipotesi sono due: che abbia voluto ‘farsi’, stordirsi, ma abbia esagerato, oppure che abbia cercato - con successo - di suicidarsi. In entrambi i casi, la sua storia rimanda alla mancanza di prospettiva che spesso accomuna chi vive recluso, raccontata dalla giornalista Francesca Ghezzani nel suo libro ‘Il silenzio dentro’: un’inchiesta costruttiva e non pietosa, realista ma non disfattista, della complessa situazione delle carceri italiane. Youssef, infatti, è solo uno dei tantissimi ‘episodi’ che attraversano le cronache, destinati a non lasciare traccia, né nell’opinione pubblica né sulle politiche dedicate ai penitenziari.
Il Roma, 19 novembre 2025
“Paradossalmente, anche se nessuno lo sa, molti suicidi avvengono non quando si entra in carcere, quando ti crolla il mondo addosso, ma accadono quando stai per essere liberato. E questo è significativo, perché dimostra che molto spesso la paura, l’incertezza di un mondo esterno nel quale non sei abituato a vivere, quando esci dal carcere ti dà una tensione, un’ansia che ti porta al gesto fatale. Mentre sapere che quando esci hai già un lavoro, una retribuzione, un posto, che non finisci sulla strada, elimina e riduce grandemente la recidiva e dà anche a queste persone un significato di speranza, che poi è il nostro obiettivo”. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a margine di una visita al carcere di Secondigliano con il candidato del centrodestra alle elezioni regionali in Campania, Edmondo Cirielli.
ansa.it, 19 novembre 2025
Radicali e Nessuno Tocchi Caino: Istituti vecchi e sovraffollati. ll Decreto Caivano approvato nel settembre 2023 “ha trasformato la giustizia minorile in senso repressivo: ha reso più semplice la custodia cautelare, ha ridotto le misure alternative, ha ampliato i margini di intervento preventivo della polizia”. I numeri parlano chiaro: da 392 ragazzi reclusi nell’ottobre 2022 siamo passati a 586 nel giugno 2025. Oltre l’80% è in custodia cautelare, quindi non condannato, e la maggior parte dei reati contestati riguarda furti e rapine, non delitti gravi contro la persona. Oggi 9 Ipm, istituti penali per minorenni su 17 sono in sovraffollamento. I dati arrivano da un report dei Radicali e di Nessuno Tocchi Caino.
dire.it, 19 novembre 2025
Il Garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, lancia l’allarme dopo un sopralluogo nel carcere di Avellino. E dice: “Servono più agenti di Polizia penitenziaria donne”. “Attualmente in Italia si trovano 28 donne madri detenute, alcune delle quali in stato di gravidanza, e 26 bambini che vivono con loro all’interno di istituti penitenziari o negli Istituti a Custodia Attenuata per Madri (Icam). Le presenze sono distribuite tra le case circondariali femminili di Rebibbia (Roma) e Bollate (Milano), oltre che negli Icam di Milano, Torino, Venezia e Lauro (Avellino), strutture concepite per offrire un ambiente detentivo più idoneo alla presenza di minori ma che, come emerso durante la visita del Garante regionale, presentano ancora gravi criticità sul piano sanitario, organizzativo e strutturale”. È quanto si legge in una nota del Garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, che oggi ha fatto visita all’Icam di Lauro (AV).
di Piero Sansonetti
L’Unità, 19 novembre 2025
A me pare che la separazione non sia tanto una riforma costituzionale quanto la semplice applicazione della Costituzione. In particolare dell’articolo 111della Costituzione che - al secondo comma - dice così: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale”. La Costituzione non chiede solo l’imparzialità del giudice, chiede esplicitamente che sia terzo. Quindi che non sia né un collega dell’avvocato, né un collega del Pm.
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