di Tatiana Gagliano
www.radiogold.it, 21 gennaio 2015
"Pure 'n carcere 'o sanno fa". È questo il titolo della mostra che verrà ufficialmente inaugurata lunedì 2 febbraio all'Urp del Consiglio regionale del Piemonte a Torino. Una panoramica sui progetti nati dalla collaborazione tra l'Associazione "Sapori reclusi" con le carceri piemontesi e varie realtà associative e culturali del territorio.
Frammenti di vita in cella, catturati anche grazie agli scatti del fotografo Davide Dutto che ha deciso di coinvolgere in speciali corsi di cucina diversi chef stellati e raccontare con immagini le storie e la quotidianità di alcuni detenuti, a partire dal "rito" della preparazione di una tazza di caffè, magistralmente descritto da Fabrizio De Andrè nella canzone "Don Raffaè", da cui è preso in prestito il verso che dà il titolo alla mostra. Tra le fotografie anche quella che ritrae un volto noto del territorio, lo chef alessandrino Andrea Ribaldone, intento a spiegare tutti i segreti per un perfetto risotto alla zucca ai detenuti del Don Soria di Alessandria.
Nei mesi scorsi, ha raccontato a Radio Gold News, lo chef Ribaldone ha tenuto anche una lezione nel carcere di San Michele, dove ha insegnato le basi per una gustosa pasta al pesce e ha poi preso parte a una speciale cena di gala con 120 commensali all'interno della casa circondariale Santa Caterina di Fossano (Cn), preparata fianco a fianco con i detenuti e altri colleghi 'stellatì, dal siciliano Pino Cuttaia, due stelle Michelin, al tristellato chef Enrico Crippa. "Dall'esterno qualcuno può pensare che chi sta scontando una pena abbia un'attenzione "relativa" rispetto a quello che avviene nel mondo esterno, ma in realtà non è così - ha raccontato ancora Andrea Ribaldone.
I detenuti hanno dimostrato di avere una passione 'visceralè per la cucina, che è una delle poche cose che riescono a fare tutti i giorni, arrangiandosi con quello che hanno a disposizione nelle celle. Anche per noi cuochi è stata una bellissima esperienza perché abbiamo dovuto cucinare "con poco", senza tutti gli strumenti che abbiamo quotidianamente a disposizione. Durante le lezioni abbiamo ad esempio dovuto tagliare con coltelli di plastica, perché ovviamente ai carcerati non è consentito utilizzare quelli in acciaio". Proprio sfruttando la cosiddetta "arte di arrangiarsi" un carcerato ha anche fatto assaggiare allo chef stellato Ribaldone una torta paradiso davvero "paradisiaca", cucinata utilizzando uno sgabello, trasformato con inventiva in un forno. "Praticamente mettono alcune piccole candele in un buco fatto su uno sgabello e poi utilizzano due leggere teglie di alluminio, la prima con dell'acqua cui appoggiano sopra l'altra con all'interno l'impasto. Coprono poi tutto con una coperta e vi assicuro che la torta viene fenomenale". Desiderosi di imparare, i detenuti di San Michele e del Don Soria nei mesi scorsi hanno anche raccontato le loro storie allo chef alessandrino.
"La cosa che più mi ha colpito è stata la voglia di contatto umano dei detenuti, la necessità di raccontarsi e parlare con qualcuno che viene dall'esterno. Le persone che ho avuto modo di conoscere grazie a questo progetto hanno ammesso i loro errori, chiedendo solo la possibilità di fare qualcosa per sconfiggere il più grande nemico all'interno di una cella: quella noia/paranoia che ti pervade in un luogo chiuso.
Al di là dei singoli giudizi, non dobbiamo mai dimenticare che i detenuti sono persone". Dopo aver messo sotto lo stesso tetto, o meglio sotto la stessa cappa da cucina, due mondi così diversi come quello dei detenuti e degli chef stellati, nella pentola dell'Associazione "Sapori reclusi" bollono ora altri progetti. "Oltre alla panetteria all'interno del carcere si sta pensando di realizzare anche un ristorante, sfruttando magari alcune delle ricette dei detenuti che il fotografo Davide Dutto ha già racchiuso nel libro "Gambero nero", progetto da cui si è poi sviluppata l'idea delle lezioni di cucina tenute dagli chef stellati".
In attesa dei nuovi progetti, dal 2 febbraio e fino al 3 marzo sarà intanto possibile visitare la mostra fotografica "Pure 'n carcere 'o sanno fa. Immagini, parole e sapori reclusi", proposta dall'Ufficio del Garante regionale dei detenuti, all'Urp del Consiglio regionale del Piemonte di via Arsenale 14, a Torino, aperto dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16.
di Alberto Figliolia
www.ecosistema-magazine.it, 21 gennaio 2015
È una delle sette opere di misericordia corporale. Quelle che anche solo per una mera questione di coscienza potrebbe/dovrebbe praticare ogni laico: non sarebbe disdicevole. Visitare i carcerati. Anzi, le persone detenute. Perché la carcerazione e la privazione della libertà in conseguenza di un reato, di un processo e di una condanna non estinguono affatto la dignità di un essere umano (oltre a ciò che nel suo corpo con giustezza recita la Costituzione).
Opera, alle porte di Milano, fra la scintillante metropoli, l'hinterland e le campagne periurbane. Una delle case di pena più grandi d'Europa, di certo la più grande d'Italia. Un immenso cubo di cemento gettato fra le risaie, urbanistica un po' disordinata e la Tangenziale. Brulicante di umanità: circa 1400 uomini, poco più di una ventina dei quali impegnati in un'attività che parrebbe cozzare contro la dura realtà che li circonda (e interiormente opprimente): il Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa della Casa di Reclusione di Milano-Opera.
Perché la poesia è consolazione e catarsi, ri-scoperta di sé e, se necessario, dei sé che costellano la vita dataci in sorte, fra dubbio e scelta (per operare quella giusta, in rettitudine esistenziale), cifra razionale e sentimentale che attraverso una lingua arcana e una curatissima forma libera emozioni e pensieri in maniera feconda, utile.
La poesia ricostruisce mondi, riscatta dal peso del ricatto e della colpa, ricrea itinerari dal tormento e dalla reità, aggiunge consapevolezza e rispetto per lo sgranarsi dei giorni; quei giorni tutti uguali nelle celle, all'ombra, fisica e ideale, delle sbarre e delle porte di ferro, con il dolore della lontananza da figli, madri, padri, amici, relazioni. La poesia può davvero salvare la vita, come recitava il titolo di un fortunato libro scritto tanti anni fa da Donatella Bisutti e sempre attuale, più che mai attuale.
"Provate a pensare, cari Lettori, quando si chiude una porta, quando dietro di sé si sente chiudere una porta e non si sa quando si riaprirà. Pensate a che cosa si può provare al tonfo che fa un portone chiudendosi alle spalle, al rumore che fa una chiave che gira in una serratura definendo una interruzione di rapporti. Pensate a finestre che hanno sbarre davanti, finestre che anche aperte non allargano l'orizzonte, ma che danno sul cemento.
Porte e finestre che interrompono la comunicazione anziché aprirsi a nuove relazioni. Sono le porte e le finestre delle nostre carceri [...] Durante tutto l'anno, a ogni incontro, in Laboratorio si scrivono poesie per raggiungere prima di tutto se stessi, la profondità del proprio sentire - talvolta celata da strati di non consuetudine ad ascoltarsi - e poi per condividere pensieri ed emozioni con i compagni. La comunicazione è intensa - mai banale - il sentire forte, la conoscenza reciproca profonda, come solo la poesia, forse, permette.
Poi a un certo punto dell'anno si comincia a pensare al Calendario, questo personaggio con la C maiuscola, che veicolerà verso la società esterna la voce, talvolta il grido, della persona detenuta". Sono parole di Silvana Ceruti, già insegnante, italianista e formatrice professionale, Ambrogino d'Oro, poetessa e tanto altro ancora, fondatrice tanti anni addietro del Laboratorio che tuttora opera con frutti fertili e tangibili, come il Calendario di Poesie e Fotografie 2015-Porte e Finestre, un magnifico mélange di versi e immagini.
Le foto, che hanno ispirato le persone detenute e di cui abbiamo riportato una strofa nell'incipit del presente articolo, sono state donate da Margherita Lazzati, fotografa di superba creatività e di gran cuore. Un operare artistico, il suo, che si mescola alla perfezione con il lavoro che con esemplare regolarità si compie nel Laboratorio e che ha saputo ispirare e sollecitare tutti i partecipanti. Il Calendario, d'altra parte, è un vero prodotto editoriale in quanto stampato da La Vita Felice, casa editrice milanese che da anni supporta le attività del Laboratorio pubblicando le opere meritevoli, e posto in vendita (il ricavato finanzia le attività del Laboratorio stesso).
Dispiace non poter citare tutti gli interpreti di questo straordinario manufatto, ma la condivisione e l'altruismo, sentimenti che felici allignano all'interno del Laboratorio, facilitano il compito, nel senso che ciascuno è rappresentato dal compagno, da ogni compagno, e il successo del singolo appartiene a tutti.
Non paghi di ciò i poeti del Laboratorio hanno a un certo punto cominciato a scrivere, mossi da sincero empito, poesie in forma di preghiera o preghiere in forma di poesia. Nel giro di poche settimane i lavori erano tali e tanti, e di notevole qualità formale, da poter pensare di arrivare alla composizione di un libro. Il che è avvenuto nello scorso dicembre.
Come detto, da questa poesia è divampato il fuoco o scaturita la cascata o venuto alla luce il fiume carsico: una bella ansia creativa, lieve e nel contempo ricca, si è impadronita del Laboratorio. Fino a giungere al presente Preghiere dal carcere (12 euro, 88 pagine), edito sempre da La Vita Felice. Il prezioso volumetto, nonostante la recentissima uscita, ha già conosciuto l'onore di una seconda ristampa.
La prefazione, di grana culturale finissima, è stata stilata da Vito Mancuso, teologo, scrittore e giornalista di acuto ingegno e profonde visioni e, soprattutto, uomo gentile, qualità che non guasta nell'arduo mondo della contemporaneità. Eccone l'incipit: "Gli esseri umani fanno molte cose nella loro esistenza e tra queste, in ogni parte del mondo (carceri comprese), pregano.
La preghiera è un fenomeno universale. Si può anche giungere al paradosso di uomini che non credono in Dio ma che pregano, che cioè almeno qualche volta nella vita si ritrovano a formulare parole o pensieri in forme non usuali rivolgendoli al mistero che avvolge la vita - esattamente nel senso richiamato da Norberto Bobbio quando diceva: Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero".
Da segnalare, inoltre che per la prima volta in un libro concepito dal Laboratorio compaiono anche le poesie di volontari e amici. Un importante sigillo e un messaggio di speranza insieme.
E, con ciò, lunga vita al Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa della Casa di Reclusione di Milano-Opera. Lo merita: per le idee che propugna; per il lavoro di recupero e sensibilizzazione (anche verso l'universo esterno); per l'umanità, non da dame del biscottino, che ne trapela, forte e invincibile.
Non si può artatamente edulcorare la realtà, la prigione non è un giardino di delizie, va compreso anche il dolore e il disagio delle vittime. In ogni caso tutto il modello correzionale andrebbe ripensato. Ma non è questo pezzo la sede per discutere di tanto.
Tuttavia le attività del Laboratorio dimostrano che lo spettro delle colpe può mutare in piena consapevolezza e nuova vita. Un arcobaleno di pace dopo la pioggia distruttiva. Grazie alla poesia e ai valori formali e contenutistici, empatici, che essa raffigura e promuove.
Alberto Figliolia
Già collaboratore di testate e quotidiani nazionali, per scelta è ora un free lance. Collabora da lunghi anni con il gazetin, periodico indipendente di cronaca civile, e tellusfolio, rivista telematica "glocal". Da sempre è attivo con e per la casa editrice Albalibri, girando per le più varie contrade con l'amico poeta-editore Çlirim Muça. Ha scritto numerosi libri di poesia e di sport. Crede fortemente nel martello gandhiano della poesia e nell'arte di strada. Da molti anni aiuta Silvana Ceruti nel Laboratorio di scrittura creativa del Carcere di Milano-Opera.
www.estense.com, 21 gennaio 2015
Balamòs Teatro organizza un incontro di laboratorio con Ottavia Piccolo, venerdì 23 gennaio alle ore 16, nell'ambito del progetto teatrale Passi Sospesi alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, (ingresso riservato) in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto.
L'attrice è presente a Venezia in questi giorni con lo spettacolo "7 minuti", regia di Alessandro Gassmann, che rievoca la storia di 11 operaie che rischiano di perdere il lavoro se non accettano di rinunciare a 7 minuti della loro pausa.
La storia narrata è veramente accaduta a un gruppo di operaie francesi che si ritrovano nella situazione di dover scegliere tra i diritti acquisiti dei lavoratori, come il diritto alla pausa, e il bisogno di lavorare, tra urgenze individuali di sopravvivenza e dignità, tra la memoria delle lotte e delle conquiste e la paura e la povertà di un presente sempre più incerto.
Uno spettacolo interamente al femminile che inevitabilmente si confronta con "Cantica delle donne", l'ultimo spettacolo realizzato dalle donne detenute della Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro con la collaborazione dell'attrice e musicista Lara Patrizio; uno spettacolo sulla violenza contro le donne che attraversa ogni ambito della vita pubblica e privata, luoghi, strade, lavoro e soprattutto famiglia.
Come sostiene l'attrice in un'intervista "Il teatro è inevitabilmente politico, il suo compito principale è parlare di problemi attuali per una comunità che si riunisce per ascoltare, come è sempre stato dal teatro greco in poi".
La visita di Ottavia Piccolo alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca è totalmente gratuita, fa parte del Protocollo d'Intesa tra Balamòs Teatro, Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, Teatro Stabile del Veneto e ha come obiettivo quello di ampliare, intensificare e diffondere la cultura teatrale dentro e fuori la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, attraverso un ricco e complesso programma di pedagogia teatrale che cura il regista e pedagogo teatrale Michalis Traitsis.
Ottavia Piccolo è nata a Bolzano nel 1949. Ha esordito a 11 anni in Anna dei Miracoli di William Gibson per la regia di Luigi Squarzina. È comparsa in televisione ne Le notti bianche di Dostoevskij ed ha esordito sul cinema nel film di Luchino Visconti, Il Gattopardo nel 1963. Ha lavorato con Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Mauro Bolognini e Pietro Germi, Ettore Scola, Felice Farina, Pierre Granier-Deferre. È stata apprezzata anche dal pubblico televisivo per i numerosi sceneggiati.
di Anja Rossi
www.estense.com, 21 gennaio 2015
L'arte a sostegno delle scelte sociali e politiche della collettività. È con questo spirito che inaugura oggi mercoledì 21 gennaio alle 17 la mostra "I volti dell'alienazione. Disegni di Roberto Sambonet", presentata da Leonardo Fiorentini dell'associazione "La società della ragione" e dall'assessore alla cultura Massimo Maisto, e visitabile presso il salone d'onore del Municipio di Ferrara fino al 2 febbraio.
La mostra, inaugurata già a Milano, propone i disegni che il designer e pittore Roberto Sambonet fece tra il 1951 e il 1952 nel manicomio di Juqueri, vicino a San Paolo in Brasile. Questi disegni vogliono delineare il complesso fenomeno del disagio psichico partendo dalle tracce che la malattia lascia sui corpi degli internati. Nata dalla collaborazione dell'archivio pittorico Samboret, di StopOPG e della onlus "La società della ragione" impegnata sui temi del carcere, della giustizia e di diritti umani e sociali, la mostra è patrocinata dal Comune di Ferrara.
"I volti dell'alienazione" ha una valenza sociale e politica anche attuale, collegandosi alla situazione di chi, con una malattia psichiatrica, è detenuto in istituti giudiziari. "La società della ragione - spiega Leonardo Fiorentini - promuove questa mostra per portare avanti una campagna per sensibilizzare la cittadinanza sulla questione degli ospedali psichiatrici giudiziari.
Dopo gli scandali denunciati negli ultimi anni da parte della commissione Marino, il 31 marzo di quest'anno dovrebbero chiudere definitivamente questi luoghi. Noi come associazione chiediamo che, dopo questa chiusura, si trovino soluzioni alternative per queste persone e non vengano riaperti gli ospedali psichiatrici", smantellando quella riforma della psichiatria che negli anni '70 "ha fatto dell'Italia un paese civile".
Per Massimo Maisto è importante il luogo in cui si è scelto di ospitare la mostra, poiché "non è un caso che sia nella casa dei cittadini ferraresi. Con questa esposizione vogliamo dare un segnale perché, anche se non strettamente legata al Giorno della memoria, vogliamo ricordare che tra tutte le vittime della follia nazista ci furono anche i malati psichiatrici".
Il ricordo di Maisto va poi ad Antonio Slavich, storico collaboratore di Franco Basaglia che diresse i servizi psichiatrici a Ferrara negli anni '70. "Ricordiamo che Slavich vuol dire Ferrara. Per me la legge Basaglia è stata l'esempio più alto di avanguardia in Italia verso una democrazia inclusiva. La chiusura dei manicomi ha segnato un punto di non ritorno, e Ferrara ospitando questa mostra vuole ribadire il suo ancoraggio verso determinati valori di democrazia". Dopo la tappa ferrarese la mostra verrà ospitata anche a Roma e a Firenze.
www.comune.pesaro.pu.it, 21 gennaio 2015
Giovedì 22 presentazione del volume scritto da alcuni detenuti e detenute a Villa Fastiggi. È il frutto di un corso di scrittura creativa curato dall'associazione culturale "L'Officina". Tutto si può affidare alla parola. In questo caso alla parola scritta, alle poesie, come ha fatto un gruppo di detenute e detenuti del carcere di Villa Fastiggi e raccolte in un libro dal titolo "Pen(n)a di poeti".
Il volume è il risultato finale di un corso di scrittura creativa curato dall'associazione culturale "L'Officina" Onlus che, attraverso numerose iniziative culturali, si occupa del benessere delle persone in condizioni di disagio. La realizzazione del libro che l'Officina ha provveduto a stampare rientra nei progetti finanziati dalla Regione attraverso l'Ambito Territoriale Sociale n.1 coordinato da Roberto Drago.
Giovedì 22 gennaio, alle 10.30 e alle 14.30, la raccolta di poesie "Pen(n)a di poeti" verrà presentata alla Casa Circondariale di Villa Fastiggi (accesso solo previa autorizzazione). Il libro è impreziosito dalla prefazione del poeta americano Jack Hirschman che, dopo aver letto le liriche dei detenuti, ha voluto dare un contributo scrivendone appunto, la prefazione.
"In ogni poesia di questo libro, troverete un elemento della lotta per la libertà, perché che cos'altro, se non un cuore fisicamente imprigionato, può percepire la vera essenza di ciò che rappresenta un raggio di luna comparato al viaggio attraverso la notte della propria anima? Ci sono molte essenze svelate in questo libro. Il lettore frequenterà la scuola del cuore, dove l'unica lezione è la ricezione in sé" scrive Hirschman.
All'interno anche le fotografie di Umberto Dolcini e una nota introduttiva degli studenti della V A dell'Istituto Bramante di Pesaro. La scrittura è veicolo di espressione e di liberazione - spiega Mario Casabona dell'Associazione L'Officina -. L'essenzialità della forma poetica ha tolto ogni velo d'ipocrisia, ogni paravento alla piena espressione di ognuno, mettendone a nudo i pensieri più intimi e reconditi; e in questo nessuno degli autori di questo libro ha mostrato ritrosie o pudori. È stato con questo spirito che abbiamo affrontato, insieme, il dolore, la nostalgia, la rabbia, la desolazione, la disperazione; ma anche la gioia, gli affetti, l'accostamento al divino secondo lo spirito di ciascuno, il coraggio, tutti aspetti che segnano, quasi come punti sulla cartina storica, umana e caratteriale del nostro essere, la diversità di ognuno di noi. Lo stare insieme in un confronto costante d'idee, e l'altro grande filo conduttore della nostra esperienza insieme - appunto - è stata proprio la diversità, intesa come multiculturalità, come espressione delle diverse anime che popolano un posto che non è altro dalla società, ma ne fa parte".
di Nadia Francalacci
Panorama, 21 gennaio 2015
La Corte Suprema indiana ha annullato l'ergastolo per due connazionali condannati per omicidio. Ecco gli altri che ancora rischiano la pena di morte. Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni, torneranno a casa. I due italiani per i quali la Corte suprema indiana ha annullato la condanna all'ergastolo potrebbero rientrare in Italia già questo fine settimana. La telefonata tanto attesa è arrivata in Italia quando in India erano le 10,45 del mattino. È stato l'ambasciatore Daniele Mancini a chiamare i genitori di Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni per informarli della decisione della corte.
L'odissea di Tomaso, trentenne di Albenga, ed Elisabetta, quarantenne torinese, comincia nel febbraio del 2010. I due erano in vacanza in India con Francesco Montis, 30 anni, di Terralba, provincia di Oristano, amico di Tomaso e fidanzato di Elisabetta. Il 4 febbraio il giovane sardo si sente male: gli amici chiamano immediatamente i soccorsi e contattano l'ambasciata italiana. Francesco morirà poche ore dopo. La giustizia indiana comincia a indagare, e porta in cella a Varanasi Tomaso ed Elisabetta. Secondo gli inquirenti, sul corpo di Francesco ci sarebbero dei lividi, segno di una colluttazione.
L'isolamento di Roberto in Guinea
Roberto Berardi imprenditore italiano, 48 anni, è rinchiuso in una galera della Guinea Equatoriale, uno dei Paesi più repressivi del mondo, dove, circondato da assassini, ladri e banditi di ogni genere, vive in isolamento. Nessuno può andarlo a trovare, neppure i diplomatici italiani.
L'incredibile e fumosa storia di Chico
Negli Stati Uniti Enrico Forti sta scontando l'ergastolo con l'accusa di omicidio. La sua storia, pur essendo egli un produttore televisivo, non ha niente a che fare con gli effetti speciali dei film hollywoodiani. Il suo calvario inizia la mattina del 16 febbraio del 1998 quando, in una spiaggia della Florida, viene ritrovato il corpo senza vita di Dale Pike. Di questo omicidio viene accusato Forti, che era in trattativa con il padre di Dale per l'acquisto di un albergo. Nonostante si sia sempre dichiarato innocente e le prove a suo carico siano inconsistenti, la giuria americana lo ha condannato all'ergastolo affermando che "La Corte non ha le prove che Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ha la sensazione, al di là di ogni dubbio, che sia stato l'istigatore del delitto".
La storia di Pino Lo Porto
C'è un altro Chico Forti prigioniero in America. Come il velista italiano, arrestato con la dubbia accusa di omicidio e detenuto negli Usa da anni, così Pino Lo Porto, che si trova rinchiuso in un carcere dell'Alabama per altrettante fumose accuse di molestie sessuali. Con un'aggravante: Giuseppe Lo Porto ha 80 anni, è portatore di pace maker ed è stato operato di cancro. Il che non gli ha impedito di finire in carcere in Alabama, per le accuse della sua ex moglie americana, al termine di un frettoloso procedimento di estradizione precedentemente negato in Olanda e di cui anche il Tar del Lazio ha dichiarato la nullità.
I nostri marò e non solo..
Non solo i marò. Tra processi farsa, abusi di potere e maltrattamenti sono oltre tremila gli italiani detenuti all'estero, circa 2.300 dei quali in attesa di giudizio. Quell'attesa che da ormai due anni accompagna i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala, in India, nel febbraio del 2012.
Tutti i detenuti italiani all'estero
3.100 i nostri connazionali detenuti all'estero. In Medio Oriente sono imprigionati 43 italiani, 15 nell'Africa SubSahariana. 2.393 gli italiani in galera in attesa di un processo. La maggior parte si trova in Europa.
di Michele De Feudis
Il Tempo, 21 gennaio 2015
L'attacco dei pirati precede l'incidente che causò la morte dei pescatori. Lo conferma l'orario della comunicazione del comandante del cargo.
L'attacco dei pirati alla Enrica Lexie, la nave su cui si trovavano in servizio il 15 febbraio 2012 i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, è precedente all'incidente che ha causato la morte dei pescatori sulla barca indiana St.Antonhy: è questo il responso che emerge dalla lettura di una mail del comandante della nave italiana anticipata dal settimanale Oggi.
Il comandante del cargo avvisò per posta elettronica di aver subito un attacco dai predoni alle 19.15, e l'orario dimostra l'estraneità dei fucilieri rispetto agli eventi legati all'uccisione dei pescatori. L'armatore del peschereccio S. Antony, infatti, ha sempre dichiarato che gli spari contro i suoi due pescatori si sono registrati alle 21.30. Si tratta di un documento inedito che da un lato evidenzia come siano avvenuti due episodi differenti e senza alcun legame, e dall'altro potrebbe avere una notevole rilevanza giudiziaria per l'innocenza di Latorre e Girone.
Nella mail il comandante del cargo italiano scrive all'armatore Fratelli D'Amato, ma anche alla nave militare Grecale e al marittime Security Centre Horn of Africa e all'United Kingdom Marine Trade operations, e racconta di un incidente con un possibile barchino di pirati. "La mail - scrive Oggi - è stata spedita alle 19.15 (ora dell'India) e fa riferimento a un'aggressione operata da sei persone armate intorno alle 16. L'armatore del peschereccio S. Antony sul quale persero la vita i due pescatori, ha sempre raccontato che gli spari li colpirono alle 21.30 (sempre ora indiana)".
Intanto le autorità governative italiane hanno accolto con misurata prudenza la decisione della Corte Suprema indiana che ieri ha annullato la condanna all'ergastolo ai due italiani detenuti a Varanasi, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni: la scelta rientra in un orientamento diplomatico volto a non legare direttamente questo esito al caso marò, stante il dialogo tra i governi per addivenire ad una ricomposizione della vicenda.
Nel primo caso, la querelle giudiziaria riguarda privati cittadini accusati dell'omicidio di un compagno, ed è stata dibattuta nei tre gradi della giustizia; nel secondo caso, invece, i protagonisti sono due militari impegnati in una missione internazionale, su mandato del governo italiano. Di certo è un dato positivo che la Corte Suprema abbia contribuito a sciogliere un nodo giudiziario che stava diventando sempre più confuso.
Paola Moschetti Latorre, compagna del fuciliere tarantino Massimiliano (recentemente operato al cuore a Milano), ha scritto via Facebook un messaggio di felicitazioni alla mamma di Tomaso Bruno, appena appresa la notizia del rilascio del figlio: "Ciao Marina, ho appena saputo, sono felice per te e per voi. Un abbraccio e goditi la gioia per cui hai tanto lottato". La Moschetti Latorre e la famiglia Bruno, pur non conoscendosi personalmente, si conoscono da oltre un anno, condividendo le vicissitudini dei propri cari con la giustizia indiana. Massimiliano Latorre, sta proseguendo a Taranto le cure dopo l'ictus che lo ha colpito il 31 agosto scorso; Salvatore Girone, invece, è sempre in servizio presso l'Ambasciata italiana a Nuova Delhi.
di Marina de Ghantuz Cubbe
www.articolo21.org, 21 gennaio 2015
Filippo Vendemmiati si definisce un professionista liberato: giornalista Rai da quasi trenta anni, spiega che i suoi documentari sono nati come riscatto rispetto al modo di fare cronaca in Italia. Tutto inizia da È stato morto un ragazzo sul caso Aldrovandi, per arrivare a Meno male è Lunedì attualmente in giro nelle sale e nelle carceri.
Un rapporto da separato in casa con l'azienda che lo ha formato professionalmente. Filippo Vendemmiati è forse un giornalista disilluso ma non perde occasione per trasmettere l'alto valore etico e sociale che per lui ha il lavoro.
La proiezione in anteprima di Meno male è Lunedì è stata un grande successo, la sala del Nuovo cinema Nosadella di Bologna era pienissima. Meno male è Lunedì a che genere appartiene?
Sui generi non mi espongo perché anch'io non so cosa sia e perché oggi i margini tra documentario e film sono molto labili. In questo caso volutamente ho cercato, forse con un po' di presunzione, di tentare un linguaggio per me nuovo che sfrutta certamente quello del documentario, affiancandolo a quello della commedia brillante. È strano, si parla di carcere però il pubblico ride anche, ha applaudito a scena aperta per questo confronto di umanità che c'è tra operai e detenuti. Uno dei miei obbiettivi è stato raggiunto: parlare seriamente di carcere, libertà e lavoro in un modo anche leggero dove l'immagine del detenuto è quella di una persona, non di uno segregato solamente. Avere la sala piena è stata una grande soddisfazione non solo per me, per quelli che hanno lavorato con me, per questi splendidi venti detenuti. Tra l'altro in un momento non facilissimo per le sale italiane. Certo, giocavamo in casa perché ora siamo nella città dove questa esperienza è nata.
La partita più difficile è stata nel carcere duro di Spoleto e prossimamente sarà all'interno della Dozza? Sul piano personale è proprio questa la partita più difficile: la proiezione nel carcere. A Spoleto c'è stato un dibattito vero, un confronto duro, non alla Nanni Moretti. Perché quello è un carcere di massima sicurezza, dove ci sono i detenuti al 41bis. Significa che quando entri nel cortile vedi le gabbie con le persone che fanno avanti e indietro come se fossero animali rinchiusi. Una di queste persone alla fine del film mi ha avvicinato e mi ha detto: "Io sono un fine pena mai e certo, il film è bello ma lei che cosa vuol dire? Che per lavorare bisogna prima venire in carcere? Io preferisco essere disoccupato tutta la vita piuttosto che essere qui".
Lei cosa ha risposto?
Che il nostro obbiettivo è diffondere questa esperienza positiva: laddove i detenuti lavorano il tasso di recidiva si abbassa dal 70 al 15%. Nel carcere si entra colpevoli, se non si è vittima di un errore giudiziario, e si deve uscire innocenti, con una prospettiva davanti. A Spoleto non ero sufficientemente preparato e anche io le prime volte che sono entrato nella Dozza ho avuto un po' di soggezione. Invece è il detenuto che cerca il nostro sguardo, che ha voglia di parlare con noi se solo capisce che non sei lì per fotografare un animale in gabbia. Se noi cominciassimo ad aprire le carceri alla società probabilmente aiuteremmo sia le carceri sia l'idea che la società ha del carcere. Se le scuole cominciassero ad andare dentro al carcere faremmo un lavoro grandissimo di formazione. Chissà forse anche di prevenzione.
Questa idea com'è nata?
Gian Guido Nardi, uno degli ideatori di questo progetto (FID, Fare Impresa in Dozza), allora consigliere regionale e mio piccolo fan oltre che amico, mi ha proposto di andare a dare un'occhiata nell'officina. Ho lasciato passare un po' di tempo ma un giorno l'ho richiamato: "Fammi entrare senza impegni, così vedo...". Ed è stato un amore immediato e addirittura doloroso. Ricordo che dopo pochi minuti che ero lì due detenuti si sono avvicinati ed abbiamo cominciato a parlare. Ho visto nei loro occhi la voglia di sapere perché fossi lì. Tanto è vero che una guardia ci ha diviso: non potevo parlarci. Lì ho sofferto molto.
Quando ci hanno allontanati ho visto il loro dolore. Poi uscendo ci siamo salutati con l'occhio e allora... allora a quel punto ho capito: "Questa cosa si fa!". Così ho coinvolto il mio solito gruppo e aggiunto Stefano Massari che al di là del fatto di essere direttore della fotografia è in empatia intellettuale, emotiva e ideologica, se si può ancora usare questo termine, con me, è rimasto entusiasta subito dell'idea.
Lo spunto inizialmente è stato quello delle mani collegate alla testa come simbolo di trasmissione del sapere, delle conoscenze, tanto è vero che il film inizialmente si doveva chiamare "Di mano in mano", poi ci siamo resi conto che era un titolo un po' troppo ecumenico. Donata che è la produttrice del film ha avuto questa idea meravigliosa secondo me di Meno male è Lunedì che coglie tutto, coglie tante cose anche sul mondo del lavoro.
Io, forse questo mi deriva dalla schizofrenia del giornalismo, non posso tenermi una cosa quattro cinque anni. Devo farla. Infatti per un documentario i tempi produttivi sono stati tutto sommato veloci se tu pensi che le riprese sono iniziate l'11 novembre 2014 è meno di un anno fa.
Complimenti, una squadra che lavora in maniera eccezionale perché altrimenti non sarebbe stato possibile!
Ecco! Questo è un bel termine: lavora. Oggi si parla di una stagione d'oro del documentario in Italia. Premi vinti, una forte produzione ed una grande qualità di documentari. Il problema è che i documentari sopravvivono in condizioni di mercato quasi impossibili. Il fatto di avere un'idea, di realizzarla, di riprenderla e montarla è il minimo. È l'impegno minimo. Il problema poi è riuscire a dare visibilità, trovare esercenti disponibili, fuori dalle logiche di mercato, trovare canali televisivi che li trasmettano. Spesso, a proposito di lavoro, questi documentari si reggono su un'autoproduzione dei produttori e già è un grande risultato riuscire a pareggiare alla fine. Oggi in Italia i documentari si producono perché il lavoro intellettuale che sta dietro il documentario non viene pagato: l'autore, il montatore, lo sceneggiatore, chi scrive i testi, la regia, è un lavoro volontario, gratis. Per questo ci sono documentari di qualità perché molte di queste persone tra cui me, pur di farlo, accettano di non essere pagate. Io me lo posso permettere, un giovane non può permetterselo.
Inoltre l'accesso ai fondi pubblici è impossibile per un documentario: i fondi del Mibac hanno delle regole burocratiche impossibili. Questo è il grosso equivoco che aleggia: vanno bene le recensioni, i complimenti, i premi ma poi l'autore va in giro a portarsi il documentario mano per mano, a vendere i Dvd. In questo i giovani sbagliano perché pur di avere visibilità accettano di distribuire gratuitamente ai cinema e alle TV i loro prodotti. Questo non si deve fare perché il lavoro va pagato.
Torniamo al film. La presenza delle telecamere durante le riprese che effetto ha avuto? Un elemento toccante del documentario è che sembra non ci siano filtri tra voi e loro. Sembra di essere di fronte alla verità dei comportamenti, cosa da non dare per scontata.
Questo è l'aspetto di cui sinceramente sono più fiero. E lo devo molto allo staff e al gruppo di amici che ha lavorato con me: Stefano Massari, Giulio Filippo Giunti e Simone Marchi. È soprattutto merito loro se c'è stato questo rapporto di empatia e fiducia reciproca, tra le telecamere e i personaggi del film. Inizialmente alcuni di loro erano molto restii poi quando abbiamo iniziato le riprese ci siamo subito resi conto che questo rapporto umano dentro all'officina aveva contagiato anche il set. Per cui loro facevano esattamente le stesse cose anche con le telecamere. Abbiamo deciso di non preparare nulla a tavolino, tutto è stato ripreso così come avveniva e là dove ci sono state alcune scene che sono avvenute a telecamere spente abbiamo deciso di non rifarle. Peccato, le abbiamo perse! Ma questo avrebbe inquinato la freschezza.
Come viene vissuto questo particolare spazio da operai e detenuti?
Per gli operai è un'officina, non è un carcere. E sono riusciti a trasmettere questa idea anche ai detenuti: sono in un'officina, questo è il miracolo che sono riusciti a costruire. La maggior parte dei tutor non ha chiesto di vedere le celle né il perché fossero in galera, a meno che questo non avvenisse per iniziativa del detenuto. Non c'è stata la curiosità un po' morbosa, un po' voyeuristica di sapere. Lì c'è gente che è stata condannata anche a venti anni per omicidio, che ha sequestrato 5000 tonnellate di hashish. Sono reati come minimo sopra i cinque anni. Ma loro pensano: "Se devo venire qui per stare in pace con la coscienza vado da un'altra parte perché non sono mica venuto per fare l'assistente sociale o il prete". Vengo qua per fare il mio lavoro e se loro vogliono imparare bene altrimenti peggio per loro.
Molto laico come rapporto e per questo funziona. E non si fanno sconti tra loro. Se si devono dire qualcosa se la dicono. Poi c'è Valerio Monteventi, straordinario mediatore culturale che anche cinematograficamente ha una faccia che migliore non poteva essere, che è il vero tramite tra gli uni e gli altri. Insomma questa azienda ha un bilancio, ha degli utili, dà delle buste paga, dà lavoro a un indotto che trasmette ulteriore lavoro. I detenuti che poi sono usciti e sono stati impiegati, hanno avuto riscontri positivi, le aziende sono state molto soddisfatte, c'è un coinvolgimento economico vero, non è assistenza. In carcere ci sono già molte cose importanti che però appartengono tutte alla sfera del volontariato, dell'assistenza, della beneficenza, al buonismo.
A questo proposito va ricordato il film Cesare deve morire. Rebibbia è un carcere all'avanguardia dal punto di vista della riabilitazione interiore, attraverso teatro e scrittura creativa ad esempio. Ma Cesare deve morire mostra come ciò non basti perché manca un ulteriore riscatto, quello nel reale e nella società, che solo il lavoro consente. Forse non è un caso che il suo documentario sia una quasi commedia mentre Cesare deve morire una tragedia.
Non nascondo che io mi sono confrontato a lungo con Cesare deve morire. Cinematograficamente è un rapporto che non reggo, stiamo parlando di un capolavoro della cinematografia mondiale. Non nascondo però che mi sia detto "Io devo fare esattamente il contrario". La sensazione che a me ha trasmesso Cesare deve morire è una profonda sensazione di morte, di tragedia. C'è un riscatto interno che però muore. E io, visto che c'è questa esperienza della Dozza, ho sentito di fare esattamente il contrario: noi dobbiamo riuscire a descrivere il fatto che in carcere ci può essere anche la vita non c'è solo la morte.
L'idea del lavoro che si portano dietro questi operai esiste ancora? Provi a rispondere ad un giovane precario.
Spesso mi chiedo se la loro non sia un'idea antica del lavoro, costruita su una grande etica. Se esiste ancora o se è morta. Qualcuno mi ha chiesto: "Ma esistono ancora questi lavoratori?". Ad un giovane precario la prima cosa che si insegna è la flessibilità, a stare sei mesi da una parte sei dall'altra mentre questi hanno lavorato 40 anni nella stessa azienda e la cosa che mi ha colpito in loro è il senso di appartenenza. Loro ti dicono "Io sono uno della Gd, io sono uno dell'Ima" e lo rivendicano. Poi alcuni fanno attività sindacale anche dura, nella Fiom, fanno scioperi per il loro contratto. Le due cose non sono in contraddizione. Altro che Articolo 18, qui siamo oltre.
Le tre aziende del progetto Fid hanno da sempre messo l'etica al centro dei loro valori. Io non so è un caso che queste tre aziende ricavino l'80% del loro fatturato esportando nel mondo e continuino ad avere indici economici straordinari, a fare investimenti milionari e ad aprire nuovi stabilimenti in Italia e all'estero. Mi piace pensare che anche da un punto di vista industriale queste siano industrie virtuose e che anche l'industria italiana dovrebbe prendere esempio; che l'etica è l'unica ancora di salvezza per l'economia italiana.
Certo i tempi sono cambiati ma questa esperienza mi pare abbia funzionato, l'altra mi pare che non stia funzionando. Un giovane precario credo rimanga colpito da questa idea che loro hanno del lavoro: il lavoro fa davvero parte di te, ti crea la tua coscienza sociale, le relazioni umane, non è solo "una rottura di balle", quando lavori non devi toglierti il cappello davanti a nessuno.
Spero di rivedere il documentario magari in Rai nel suo formato originale, così come ho avuto la fortuna di vederlo al cinema.
Beppe Giulietti lavora in Rai come me. Credo che proviamo lo stesso amore profondo per la Rai che però è un amore fondato su una profonda disillusione. Questo credo di condividerlo con Beppe. Sono stato autorizzato dalla Rai per fare questi film e per tutti e tre i documentari ho chiesto alla Rai di farlo insieme, magari viene anche meglio. Riguardo il progetto di Meno male è Lunedì mi hanno detto: "Sì è bellissimo ma i fondi per il 2014 sono finiti". Nel caso di È stato morto un ragazzo, vincitore di un David di Donatello, la Rai non l'ha finanziato ma poi il film è stato comprato, a quel punto da terzi... A suo tempo, quando mi dissi qual era il budget mi risposero: "Così basso? E come facciamo a giustificare le altre produzioni?". Risposte surreali. Mi dissero: "Chi è questo Aldrovandi? A chi importa di un ragazzo di Ferrara?".
Di Ingrao: "Ma ancora lui? C'ha quasi cent'anni, dobbiamo parlare ancora di Ingrao?". Non era parlare di lui, ma di cos'era la politica un tempo, di uno che ha vissuto tra mille contraddizioni ed errori. Non è l'elogio di un comunista è l'elogio di una persona che ha vissuto la politica con grande passione nel tentativo di cambiare il mondo. Ho fatto cronaca per 20 anni. Cronaca dura di brigantismo e di stragi da quelle ferroviarie e aeree all'inchiesta Biagi. L'ho fatto con grande impegno e devo essere grato alla RAI per essermi formato su queste storie. Però poi l'informazione è cambiata: ora tutto deve essere bruciato nel giro di trenta minuti, oggi fai una cosa e domani un'altra, c'è la perdita della memoria, non si tengono più gli appunti. Al tempo di Aldrovandi questa cosa mi è esplosa tra capo e collo perché è una storia che ho vissuto con grande coinvolgimento giornalistico-professionale ma, non lo nascondo, anche emotivo.
Quindi in che modo viene vissuto il documentario da un giornalista?
Qui c'è il tempo per scegliere, approfondire, per andare dietro una storia, per creare relazioni. C'è il tempo anche del dopo, per vedere se quello che hai fatto ha un riscontro, come viene recepito. Il documentario su Aldrovandi lo porto ancora in giro e visto che è migliorata la coscienza sociale però a livello legislativo siamo sempre a dieci anni fa, ogni tanto mi chiedono: "A cosa è servito se non è cambiato niente?" A sensibilizzare un milione di persone.
Le prossime tappe di Meno male è Lunedì?
Adesso rimane al Nuovo cinema Nosadella di Bologna per almeno una decina di giorni. Abbiamo già altre tappe in provincia di Bologna, speriamo di portarlo in tutte le città dell'Emilia. Andiamo a Roma, Torino. Poi abbiamo ricevuto un invito da parte di un'associazione culturale da parte di italiani che vivono a Bruxelles ed un altro quasi ufficiale da parte del Parlamento europeo per una proiezione a marzo. Credo che un po' faccia bene all'Italia anche se non vogliamo fare i promoter del Ministro Orlando: la situazione è migliorata in alcune circostanze ma siamo sempre sotto osservazione per quanto riguarda le nostre carceri. Proprio in questi giorni è stato tagliato il fondo per le cooperative di ristorazione all'interno delle carceri. Si parla di una cifra ridicola come 3 milioni di euro quando il tasso di recidiva costa allo stato 40 milioni di euro.
di Patricia Lombroso
Il Manifesto, 21 gennaio 2015
"Avevo 17 anni quando sono arrivato a Guantánamo ed ora ne ho 31. Sono cresciuto in questo regime che incute soltanto paura. Qui a Guantánamo nessuno vuole ascoltarmi. In questi 13 anni di detenzione senza alcuna imputazione, né diritto ad un processo non ho mai avuto la facoltà di dire chi realmente sono. Per il governo americano sono soltanto il numero Isn026. Il mio nome è Fahd Abdullah Ahmed Ghazi. Sono un essere umano, un uomo. Vorrei avere l'abilità di descrivere questi 13 anni a Guantánamo. Ma la mia mente si chiude quando provo a pensarci. E non riesco ad avere parole adeguate che possano veramente farvi comprendere questa realtà".
È questa l'apertura dell'appello di Fahd Ghazi, uno degli 86 detenuti yemeniti , prosciolti da ogni accusa dal Pentagono, dal presidente Obama, dal Review Board militare di Guantánamo ben cinque anni fa, in attesa di essere liberati o trasferiti da questo inferno vivente verso Paesi disposti ad accoglierli.
Il video "Waiting for Fahd" del "Center for Constitutional Rights" su youtube annovera oltre 20mila persone e presentazione a New York, Washington e Chicago durante le dimostrazioni per la "chiusura di Guantánamo" indette dalle organizzazioni in difesa dei diritti civili "The world can't wait", Amnesty International, "Center for Constitutional Rights".
Nel giro di vite della lotta al terrorismo a livello mondiale che si preannuncia dopo l'attacco a Parigi, che richiama l'attacco dell'11 settembre negli Usa, parliamo della speranza di chiudere la prigione di tortura di Guantánamo con il legale Omar Farah del "Center for constitutional Rights", che assiste il detenuto Fahd Ghazi e molti altri dei 137 condannati a "detenzione perpetua", anche se prosciolti da ogni impunità e in attesa dal 2006 di essere liberati appena rientrati da Guantánamo.
Quali cambiamenti nel regime di Guantánamo ha potuto accertare, malgrado il trasferimento recente di alcuni detenuti in Uruguay, Slovakia, Kazakhstan e Usbekistan?
Molti dei miei clienti detenuti continuano a subire la violenza delle celle di isolamento totale, la imposizione della nutrizione forzata già denunciata dal Comitato speciale contro la tortura delle Nazioni unite, la tortura psicologica della disperazione di non sapere se e quando tutto questo avrà un fine se non uscire in una bara da Guantánamo.
Quanti detenuti continuano lo sciopero della fame, dopo la partecipazione collettiva della quasi totalità, spezzata con la punizione di trasferimento a celle di isolamento totale?
Dal dicembre del 2013, il governo Americano, ha imposto il blackout a noi legali sul numero di detenuti che continuano a rifiutare il cibo e su quanti ancora subiscono la nutrizione forzata. Ritengo siano più o meno 24 coloro che resistono, malgrado il sistema vendicativo del regime.
Durante le visite ai suoi assistiti a Guantánamo esistono controlli sulle note di scambio fra lei e quanto rivelato dai suoi clienti?
Posso liberamente parlare con loro, ma quanto mi vien detto viene considerato materiale "classified", cioè segreto. Per conseguenza tutto deve passare attraverso il controllo di revisione del governo statunitense.
E questo come avviene?
Quando esco dal colloquio con il detenuto tutto quello che ho annotato viene consegnato e poi vidimato da un gruppo militare speciale, quindi viene inviato a Washington per controllo, revisione e censura da apporre su quanto detto dal detenuto.
Le vostre note legali vengono inviate alla Cia?
A un dipartimento speciale per la sicurezza nazionale nelle vicinanze di Washington.
Quanto tempo, dopo il colloquio deve attendere?
Dipende. Generalmente, un corriere da Guantánamo, due volte a settimana, viene inviato a Washington. Se sono fortunato ricevo le annotazioni dopo due settimane.
Il suo cliente assistito Fahd e altri detenuti già prosciolti da ogni accusa sono in attesa di essere liberati o trasferiti. Recentemente alcuni detenuti sono stati trasferiti in paesi che li hanno accolti, ma perché Obama non esercita il diritto di "executive order" per la chiusura di Guantánamo, promessa dal 2009 e sua prerogativa, approvata nel dicembre 2013 dal Defence security act, senza attendere l'approvazione del Congresso Americano?
Senza alcun dubbio, Obama potrebbe esercitare la prerogativa dell'executive order e chiudere Guantánamo. Non è così complesso come si vuol far credere.
Allora qual è la vera motivazione di Obama per non chiudere il regime di Guantánamo, come promesso dal 2009?
Da tempo Obama ondeggia nella valutazione da fare per questa decisione, non trovando il coraggio politico di chiudere Guantánamo. Così il contesto politico odierno indica "Guantánamo forever".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 21 gennaio 2015
"Disobbedienza al regno e tentativo di disconoscerne la legittimità", "offesa al potere giudiziario e messa in discussione dell'integrità dei giudici", "costituzione di un'organizzazione priva di autorizzazione", "minaccia alla reputazione dello stato attraverso comunicazioni a organismi internazionali" e "preparazione, detenzione e diffusione di informazioni atte a minacciare l'ordine pubblico".
Questi sono i capi di imputazione che portarono alla condanna di Waleed Abu Al-Khair, uno dei più noti difensori dei diritti umani e avvocati sauditi. Sei mesi fa, la Corte penale speciale dell'Arabia Saudita, un tribunale incaricato di affrontare i casi di terrorismo controllato dal ministero dell'Interno e che agisce sulla base di procedure non pubbliche, lo aveva giudicato colpevole condannandolo a 15 anni di galera, di cui cinque sospesi.
Ma il 12 gennaio scorso, a causa del mancato "pentimento" per i "reati" commessi, la stessa Corte penale speciale ha annullato la sospensione elevando dunque a 15 anni la condanna effettiva. Ma quali "crimini" avrebbe commesso il noto avvocato? Ce lo spiega Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International, tramite un suo appello ospitato sul Manifesto . Il "reato" sarebbe stato quello di aver fondato, nel 2008, un'organizzazione indipendente denominata Osservatori dei diritti umani in Arabia Saudita; aver criticato, nel 2011, l'arresto di 16 riformisti; non aver riconosciuto la legittimità della Corte penale speciale; aver difeso in tribunale numerose vittime di tortura e di altre violazioni dei diritti umani.
Da ultimo, quello di aver avuto tra i suoi clienti Raif Badawi, il blogger dissidente condannato nel settembre 2014 a 10 anni di carcere e a 1000 frustate per aver "offeso l'Islam". Dopo la prima sessione di 50 frustate, l'esecuzione della pena corporale è stata provvisoriamente sospesa perché le ferito non si erano cicatrizzate. La gogna proseguirà per altre 18 settimane. L'esperienza delle frustate, oltre a essere degradante (a maggior ragione quando, come in questo caso, avviene in pubblica piazza, di fronte a una folla festante), è devastante dal punto di vista fisico. La pelle si apre e non basta una settimana a cicatrizzare le ferite.
La prima serie di 50 frustate è stata oscurata dalla commozione mondiale per i tragici eventi di Parigi dove ha espresso ufficialmente rammarico e condanna anche l'Arabia Saudita, la stessa che ha condannato un uomo "colpevole" di aver offeso l'Islam coi suoi post. Dal Canada, la moglie del blogger - il governo canadese le ha concesso l'asilo politico - chiede al mondo di non dimenticare suo marito. Ha dovuto raccontare tutto ai figli, per evitare che venissero a sapere dai compagni di scuola che il papà viene frustato ogni settimana in un paese lontano.
Ma non sono casi estremi, visto che negli ultimi anni sono state imprigionate decine di persone che avevano chiesto riforme, promosso dibattiti, fondato organizzazioni indipendenti per i diritti umani, difeso vittime di torture e processi irregolari. Intanto l'avvocato Waleed Abu al-Khair sì trova nella prigione Briman, a Gedda. Nelle settimane successive al suo arresto, nell'aprile 2014, è stato posto in isolamento nella prigione al-Hàir nella capitale Riad e sottoposto a tortura. Sul sito di Amnesty c'è la possibilità di firmare l'appello per chiederne la liberazione.
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