di Stefano Pasta
Famiglia Cristiana, 21 gennaio 2015
Già due Stati del grande Paese sudamericano hanno adottato la legge per cui vengono scontati 4 giorni di prigione per ogni libro letto. E in Italia? La proposta di legge c'è. La cultura rende liberi? Un libro vale quattro giorni di carcere in meno, con il limite di un testo al mese. È quanto prevede una legge già in vigore nello Stato brasiliano del Paraná e che viene ora estesa a quello del Ceará (capitale Fortaleza), dove l'amministrazione ha annunciato l'acquisto di 3.000 libri per un programma lanciato nelle scuole presenti dietro le sbarre.
Scelto il libro, gli alunni detenuti avranno tempo 28 giorni per concludere la lettura; dovranno poi stilare una recensione e sostenere il colloquio con docente: per accorciare la pena, bisognerà ottenere un minimo di sei punti. Le regole per la valutazione sono scrupolosamente indicate: oltre alla comprensione del testo, "un uso corretto dei paragrafi, dell'ortografia, dei margini e una grafia comprensibile".
Mafalda Correia Pires Viana, detenuta di 26 anni, studente universitaria di filosofia, commenta: "L'iniziativa apre la porta a un mondo pieno di opportunità". Lei ha già scontato oltre 5 anni di carcere e ora lavora presso l'Ufficio di arte ed eventi del Dipartimento statale incaricato di recuperare i libri.
Il disegno di legge italiano
Le misure adottate dal Ceará e dal Paraná si inseriscono in una cornice nazionale, il "Reembolso atraves da leitura" (Rimborso attraverso la lettura), approvato dal Governo nel giugno 2012 e particolarmente voluto dalla presidente Dilma Rousseff per spezzare l'immagine delle carceri brasiliane come le più dure al mondo. Lo sconto massimo è di 48 giorni in un anno, cioè un libro al mese; di volta in volta, i giudici devono comunque valutare, in base al reato, chi può usufruire di questa possibilità.
E in Italia? Nel maggio 2014 ci ha pensato la Giunta regionale della Calabria, pochi giorni prima delle dimissioni del presidente Scopelliti, a proporre al Parlamento una misura ispirata proprio al Brasile. Uniche differenze: da noi un libro equivarrebbe a tre giorni, non quattro; la proposta non sarebbe valida per i condannati a una pena inferiore ai sei mesi; le verifiche sarebbero effettuate dagli educatori del carcere. "La lettura è uno straordinario antidoto al disagio. Favorisce la consapevolezza e il riscatto sociale e personale", ha detto l'allora assessore alla Cultura Mario Caliguri.
Ora la proposta è stata sottoposta al Parlamento, dove la deputata Pd Daniela Sbrollini aveva già teorizzato la pratica brasiliana, da inserire in un progetto di legge a cui sta lavorando. Spiega: "La lettura amplia la mente, è utile per conoscere il mondo e imparare la lingua. Penso ai detenuti stranieri. Si tratta comunque di sconti di pena lievi, qualche giorno per ogni libro letto, con un tetto massimo di letture annuali".
Ce ne sarebbe bisogno? Sicuramente il carcere italiano applica male la funzione assegnatagli dall'articolo 27 della Costituzione, la "rieducazione del condannato": produce il 68,5% di recidivi, cioè i detenuti che, usciti dal carcere, commettono nuovamente reati, mentre la percentuale scende al 19% per chi sconta la condanna con misure alternative alla detenzione.
Lucia Castellano, ex direttrice di Bollate (Milano), prigione modello per le aperture all'esterno e per il conseguente calo della recidiva al 20%, ha spiegato nel libro "Diritti e castighi" come il sistema carcere sia divenuto ormai discarica del disagio sociale. "Sembra aver gettato la spugna sulla possibilità di trattare i detenuti con dignità e di "risocializzarli"", ha detto.
"Continua a considerare la chiave il simbolo della sicurezza, ma più sono le mandate, più sale la recidiva. Ha rinunciato al cambiamento. Dai prigionieri pretende redenzioni miracolistiche, ma non fa alcuna "revisione critica" su se stesso, sulla propria cultura e sul proprio modo di agire. Progetta nuovi contenitori senza curarsi del contenuto, esibisce trionfalisticamente allevamenti di volatili o spettacoli canori, ma razzola nel quotidiano annientamento di corpi e delle menti dei prigionieri; perpetua la più conservatrice cultura carceraria e non cambia passo".
Ansa, 21 gennaio 2015
Una sentenza unanime della Corte Suprema Usa ha dato ragione a un detenuto musulmano che aveva sporto denuncia contro il carcere dell'Arkansas perché gli vietava di portare la barba anche se corta. Il caso è stato denunciato da Gregory Holt, un musulmano conosciuto anche con il nome di Abdul Maalik Muhammad, noto alle autorità per aver minacciato le figlie dell'ex presidente Bush e poi condannato all'ergastolo nel 2010 per aver colpito la fidanzata con un coltello. Il carcere vieta di portare la barba lunga ma come compromesso, Holt aveva chiesto di poter avere una barba di pochi centimetri. In una lettera inviata alla Corte, Holt sosteneva che il rifiuto dello Stato di fare eccezioni è oppressivo e costringe i detenuti "a obbedire al loro credo religioso, affrontando un'azione disciplinare, o a violare quel credo". La Corte Suprema ha accettato il ricorso di Holt sostenendo che il divieto viola i suoi diritti e che comunque la barba non pone un rischio per la sicurezza.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 20 gennaio 2015
"Oggi ho detto ad una guardia che non sempre il rispetto delle regole è un valore perché in molti casi in carcere è un disvalore". (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).
di Susanna Marietti (Coordinatrice Associazione Antigone)
Il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2015
La scorsa settimana l'European Prison Observatory (Epo) ha organizzato un incontro pubblico a Bruxelles nel quale ha raccontato alcuni risultati del proprio lavoro alla presenza di esponenti della Commissione Europea e di Amministrazioni Penitenziarie nazionali (tra cui quella italiana).
Redattore Sociale, 20 gennaio 2015
In Italia appena mille operatori per 32mila soggetti affidati, contro i 170 mila della Francia (con 4.600 operatori) e 200mila nel Regno Unito (16mila operatori). Petralla: "Serve un programma per gestire le pene non detentive e una rivoluzione culturale per spostare l'attenzione dall'aspetto detentivo a quello non detentivo".
Avvenire, 20 gennaio 2015
Sulla complessa partita per riformare la macchina della giustizia, il Guardasigilli Andrea Orlando lancia un appello ai partiti di maggioranza e d'opposizione, invocando il superamento di uno scontro politico "ventennale", capace di produrre "uno dei più grandi macigni per la crescita".
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2015
Eppur si muove. L'universo immobile della giustizia comincia a dare qualche timido segnale di ripresa, ancora circoscritto al civile e al carcere, ma che fa ben sperare sulla politica portata avanti dal governo almeno su entrambi i fronti.
www.panoramasanita.it, 20 gennaio 2015
Alla data del 31 ottobre 2014, gli internati erano 780, a fronte degli 880 presenti alla data del 31 gennaio 2014; nel 2010 si registrava la presenza di 1.448 internati. Costituito presso il Ministero della salute l'organismo di coordinamento per il superamento degli Opg.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 20 gennaio 2015
Sarà indirizzata al nuovo Capo dello Stato la petizione, lanciata dall'associazione Antigone, per chiedere la nomina del Garante Nazionale dei Detenuti. A tal proposito l'associazione aveva lanciato, negli ultimi giorni del 2014, un appello al presidente dimissionario Giorgio Napolitano per arrivare alla nomina di una figura istituita ormai da un anno.
Ansa, 20 gennaio 2015
"È vero che il sovraffollamento delle carceri è diminuito senza ricorrere a misure straordinarie ma le problematiche che investono gli istituti di pena sono sostanzialmente rimaste estremamente critiche. Il Ministro Orlando si dimentica delle questioni che riguardano il personale della polizia penitenziaria e della dirigenza".
Lo dichiara in una nota il segretario generale della Federazione nazionale sicurezza Cisl. "Si registrano infatti - continua Mannone - forti problemi strutturali e una grave carenza di organici. Mancano circa 7.000 poliziotti penitenziari e il personale è in attesa del rinnovo contrattuale da circa sei anni. I dirigenti penitenziari, poi, ancora non hanno stipulato il primo contratto di lavoro dalla legge Meduri del 2005.
La condizione del personale ed il malessere in tutte le sedi di servizio non può essere trascurato dal Governo ed in particolare dal ministro Orlando: è grave e superficiale immaginare che gestione delle carceri possa essere fatta senza misure volte a migliorare il "benessere" del personale che sinora in silenzio ha lavorato in condizioni proibitive ed in turni massacranti senza avere la speranza di un cambiamento ed un miglioramento complessivo delle proprie condizioni. Non è accettabile che la politica guardi solo alle problematiche certamente reali e delicate dei detenuti e trascuri chi opera con abnegazione e sacrificio per garantire un livello possibile di servizio di sicurezza nelle carceri italiane. Su questo versante il Governo è colpevolmente assente" conclude Mannone.
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