di Umberto De Giovannangeli
Left, 17 gennaio 2015
Ovunque c'è un popolo che soffre, un popolo oppresso; ovunque si fa scempio dei diritti umani, ovunque i poveri, gli indifesi, vengono depredati da poteri corrotti e senza scrupoli. Ovunque una comunità rivendica libertà e giustizia, lui è dalla loro parte.
È una vita dalla parte dei più deboli quella di Desmond Tutu, 84 anni, premio Nobel per la Pace 1984, assieme a Nelson Mandela, per la sua lotta contro il regime dell'apartheid.
Public Policy, 17 gennaio 2015
"Il Ministero della Giustizia sta comunque promuovendo specifiche iniziative finalizzate ad incentivare ulteriormente le opportunità di accesso al lavoro in ambito carcerario anche verificando la possibilità di riforma organica della normativa in materia".
Redattore Sociale, 17 gennaio 2015
Sarà indirizzata al nuovo Capo dello Stato la petizione lanciata dall'associazione. "È passato un anno da quando è stata approvata la legge che prevede l'istituzione di questa figura senza che si sia giunti alla sua nomina". Sarà indirizzata al nuovo Capo dello Stato la petizione, lanciata dall'associazione Antigone, per chiedere la nomina del Garante Nazionale dei Detenuti.
di Mauro Mellini
Italia Oggi, 17 gennaio 2015
L'eccessiva, spropositata e spesso incomprensibile produzione di norme, produce l'ingestibilità del sistema. Oramai non si tratta più di "crisi della giustizia", né di rovina della giustizia. È dell'intero sistema giuridico-giurisdizionale che, in crisi da tempo, si profila una catastrofe.
da Psichiatria Democratica
Ristretti Orizzonti, 17 gennaio 2015
Adesso è ufficiale: la Toscana non rispetterà la scadenza del 31 marzo per la chiusura dell'opg di Montelupo. È quanto si evince, tra le righe, dalle parole dell'assessore Marroni in risposta ad una interrogazione (Ansa 15.1.2015): a meno di tre mesi dalla scadenza, la Regione Toscana scopre che, per raggiungere l'obbiettivo, serve una forte "collaborazione inter-istituzionale" (ma cosa ha fatto in questi anni?).
Ristretti Orizzonti, 17 gennaio 2015
"I dati diffusi dal Ministero relativi alle cooperative sociali e alle imprese che fruiranno per il 2015 delle agevolazioni previste dalla legge "Smuraglia" per il reinserimento sociale dei cittadini privati della libertà collocano la Sardegna agli ultimi posti in Italia. Sono infatti soltanto 5 per un ammontare complessivo di circa 17 mila euro".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", sottolineando che "la norma è tesa a favorire l'utilità sociale e l'inserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti strumento indispensabile per ridurre la recidiva e rafforzare la sicurezza dei cittadini".
"Non si comprende - osserva Caligaris - perché realtà come le Marche con 869 detenuti, distribuiti in 7 Istituti, possano contare su quasi 29 mila euro di agevolazioni per 9 imprese, mentre in Sardegna con 1.839 ristretti in 12 carceri la fruizione sia così limitata. La tabella ministeriale, approvata lo scorso 17 dicembre, non lascia dubbi sull'esiguità delle iniziative nell'isola. Soltanto l'Umbria ha fatto peggio".
"Una delle ragioni - evidenzia la presidente di SDR - può essere individuata nell'assenza di adeguate e utili informazioni, anche perché le condizioni sociali ed economiche di altre regioni del Mezzogiorno non appaiono certamente più rosee di quelle dell'isola. La debolezza del sistema delle imprese e delle cooperative sociali dovrebbe però giocare positivamente sulla fruizione delle agevolazioni fiscali e degli incentivi previsti dalle disposizioni invece non è così".
La norma prevede che le cooperative sociali e le imprese presentino le richieste alle direzioni degli Istituti interessati. I Provveditorati Regionali dell'Amministrazione Penitenziaria le inoltrano all'Ufficio V della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento tramite posta certificata. Un meccanismo semplice ma che finora - conclude Caligaris - non ha prodotto i benefici attesi anzi, con il passare degli anni il mancato utilizzo delle agevolazioni ha determinato una riduzione delle disponibilità che ha indotto il Ministero a ridurre il budget complessivo.
Ansa, 17 gennaio 2015
Sono finiti i braccialetti elettronici e i detenuti non possono andare ai domiciliari. Quello che doveva essere uno dei meccanismi per svuotare le carceri continua ad evidenziare i suoi limiti. Nel distretto di Palermo dal 10 dicembre non sono disponibili i dispositivi e la lista di attesa si allunga di giorno in giorno. La Telecom, che ha firmato una convenzione con il ministero della Giustizia, ne ha messi a disposizione 2.000 in tutta Italia, ma in molte aree non bastano.
Stavolta a non potere uscire dal carcere è Giuseppe Tartarone Buscemi, arrestato per detenzione di armi. Il suo avvocato, Enzo Giambruno, ha fatto la consueta richiesta ma la risposta non è stata positiva. "Vi informiamo che la richiesta - scrive la Telecom - potrà essere evasa solo a fronte del recupero per fine misura di un dispositivo in esercizio. Resta inteso che tutte e richieste saranno evase in funzione dell'ordine cronologico di arrivo a codesta centrale operativa".
L'esaurimento dei duemila dispositivi chiesti dal ministero della Giustizia a Telecom Italia, tramite una convenzione, testimonia come i vari tribunali stanno ricorrendo, in maniera sempre più massiccia, a questa misura di custodia cautelare alla luce del decreto svuota-carceri del 2013. Il dispositivo funziona su un'infrastruttura a banda larga realizzata da Telecom attraverso una centrale operativa. Il braccialetto si applica alla caviglia ed è composto da una centralina a forma di radiosveglia, che va installata nell'abitazione in cui deve essere scontata la pena. Un device riceve il segnale dal braccialetto e lancia l'allarme per eventuali tentativi di manomissione o di fuga del detenuto.
L'esaurimento dei duemila dispositivi pone ora al ministero il problema di come poter implementare questo numero per fare fronte ai casi di nuove richieste come quella verificatasi a Palermo. L'esaurimento dei duemila dispositivi chiesti dal ministero della Giustizia a Telecom Italia, tramite una convenzione, testimonia come i vari tribunali stanno ricorrendo, in maniera sempre più massiccia, a questa misura di custodia cautelare alla luce del decreto svuota-carceri del 2013.
Il dispositivo funziona su un'infrastruttura a banda larga realizzata da Telecom attraverso una centrale operativa. Il braccialetto si applica alla caviglia ed è composto da una centralina a forma di radiosveglia, che va installata nell'abitazione in cui deve essere scontata la pena. Un device riceve il segnale dal braccialetto e lancia l'allarme per eventuali tentativi di manomissione o di fuga del detenuto. L'esaurimento dei duemila dispositivi pone ora al ministero il problema di come poter implementare questo numero per fare fronte ai casi di nuove richieste come quella verificatasi a Palermo.
www.gamberorosso.it, 17 gennaio 2015
Progetti di inclusione sociale e avviamento al lavoro che passano per l'insegnamento di professioni nel settore del food. Si moltiplicano le iniziative nelle carceri italiane e da Rebibbia arrivano le prime etichette del progetto Vale la Pena. Ma il taglio dei fondi operato dal Ministero della Giustizia mette a rischio l'esperienza molto apprezzata della cooperativa Giotto di Padova. E i suoi buonissimi panettoni.
Qualche mese fa un sorridente Ministro Giannini inaugurava l'anno scolastico dall'Istituto tecnico agrario Emilio Sereni, presenziando all'apertura del birrificio progettato all'interno della scuola romana. Iniziativa quantomeno insolita, con un calice alzato al cielo, ma solidale con il progetto Vale la Pena, promosso proprio dai Ministeri Istruzione e Giustizia in collaborazione con l'associazione "Semi di Libertà", che nell'occuparsi della formazione dei lavoratori svantaggiati sostiene i detenuti del carcere capitolino di Rebibbia.
Negli ultimi sedici mesi un gruppo di nove "ospiti" dell'Istituto Penitenziario, in regime di vigilanza attenuata, è stato introdotto alle competenze di mastro birraio, partecipando attivamente (insieme agli studenti) alla produzione di birra artigianale. E così, qualche giorno fa, ecco le prime tre etichette dell'originale birrificio: Er fine pena, A piede libero, Fa er bravo.
Nomi divertiti (e divertenti) che giocano con le condizioni di carcerazione dei detenuti, ma alludono anche al processo di lavorazione delle birre in questione. La gestazione di Er fine pena (golden ale dal colore chiaro, ideata con la collaborazione di Marco Meneghin di Birra Stavio), per esempio, ha richiesto tempi lunghissimi (quasi un anno) e si è guadagnata così l'ironico appellativo.
Poi c'è Fa er bravo, da luppolo della varietà americana bravo (con la partecipazione di Orazio Laudi di Turan), mentre A piede libero - aromatizzata con arancia e cannella - prevede l'utilizzo dal farro biologico coltivato nell'orto della scuola e il know how di Paolo Mazzola di Castelli Romani. Una birra per la legalità da annoverare tra le iniziative che molte carceri italiane (in numero crescente) promuovono per favorire un cammino di inclusione lavorativa per i detenuti desiderosi di apprendere una professione, molto spesso incentrata sulla manualità e legata al mondo del food.
L'Arena di Verona, 17 gennaio 2015
I condannati per reati minori potranno scontare la pena lavorando gratuitamente a favore della comunità. Il sindaco Flavio Tosi e il presidente del Tribunale Gianfranco Gilardi hanno sottoscritto la convenzione tra il Comune e il Tribunale di Verona per permettere lo svolgimento di lavori di pubblica utilità a persone condannate.
Tale attività, come illustrato alla firma dell'accordo, rappresenterà un beneficio sostitutivo della pena detentiva Alla firma erano presenti anche il magistrato coordinatore della sezione dei giudici per le indagini preliminari (Gip) e dei giudici dell'udienza preliminare (Gup) Laura Donati e il direttore generale del Comune Marco Mastroianni. In base a questa convenzione, il giudice potrà disporre che la pena detentiva e la pena pecuniaria possano essere sostituite con quella del lavoro di pubblica utilità Esso consiste nella prestazione di un'attività non retribuita, a favore della collettività.
"Siamo ovviamente nell'ambito di reati minori, non certo di fatti criminali importanti", spiega il sindaco Tosi. "Infatti potranno usufruire della convenzione soggetti condannati per lo più sulla base del codice della strada, come nel caso di guida in stato di ebbrezza.
Si tratta di una misura intelligente, che va nel senso di alleggerimento del sistema penale, e che consente di commutare una condanna in lavoro socialmente utile, a vantaggio sia della comunità veronese, che di chi ha commesso il reato.
Qualche altro Comune della provincia aveva già sottoscritto una convezione di questo tipo", conclude Tosi, "ora, con questa firma, i cittadini residenti o domiciliati a Verona potranno usufruire del beneficio sostitutivo della pena nel proprio comune di appartenenza, senza doversi recare fuori".
La convenzione, della durata di un anno ma rinnovabile tacitamente di anno in anno, prevede che il Comune possa farsi carico di un numero complessivo di 12 addetti, da impiegare alla Direzione musei e monumenti, al Museo di Storia naturale, alla Galleria d'arte moderna, al settore Sport e tempo libero, al servizio Manifestazioni e nelle biblioteche pubbliche. Analoghe convenzioni con il Tribunale di Verona sono state stipulate anche da altri sei Comuni veronesi. Le ore di lavoro da svolgere variano dalle 40 alle 170 e sinora sono state circa duecento le persone che hanno beneficiato di questa misura alternativa al carcere o a una ammenda pecuniaria. "Queste sono misure che alleggeriscono il sistema penale", spiega il presidente del Tribunale, Gilardi, commentando i contenuti dell'accordo, "consentono poi condizioni di vita più favorevoli alle persone coinvolte e inoltre svolgono una funzione rieducativa, attraverso il lavoro. Per questi motivi stanno ottenendo un valido successo".
L'Arena di Verona, 17 gennaio 2015
La Procura apre indagine e per alcuni carcerati dell'Est scatta la sorveglianza stretta. Hanno filmato la vita in cella, scattandosi anche dei selfie e poi hanno pubblicato le immagini su Youtube e sui loro profili Facebook. Ed è così, che la Polizia penitenziaria s'è resa conto che alcuni cellulari erano entrati in carcere a Montorio.
Mercoledì durante i controlli sono stati trovati altri quattro cellulari nelle sezioni detentive, nell'arco di sei mesi i cellulari rinvenuti sono una ventina, un dato sconcertante. Le voci viaggiano veloci in carcere e la bravata di alcuni detenuti dell'Est ha fatto in fretta il giro dei bracci che dividono le sezioni. Una voce è arrivata anche all'orecchio di un poliziotto che ha deciso di andare in fondo a quella confidenza.
Grazie alla grande professionalità di quell'assistente della polizia Penitenziaria in servizio a Montorio e a un poca di capacità telematica, il poliziotto è arrivato a vedere i video registrati da detenuti con smart nelle celle detentive e postati su Youtube e Facebook. Il poliziotto assieme ai colleghi ha quindi eseguito la perquisizione nelle celle e sono stati ritrovati quattro telefoni cellulari. La sicurezza dell'istituto è gravemente e costantemente a rischio, basti solo pensare che un detenuto può comunicare in tempo reale ad eventuali complici la sua uscita dall'istituto per visita all'ospedale udienza o trasferimento e quindi anche organizzare la sua eventuale fuga. Nei mesi scorsi le poliziotte che lavorano in carcere avevano trovato i cellulari inseriti in vagina a parenti di detenuti. Certo è che un cellulare, in una struttura che non permette, se non autorizzati, contatti con l'esterno, diventa anche uno strumento di potere.
Questa volta è andata bene così. La leggerezza del detenuto che ha postato i video ha consentito di trovare i telefoni, ma se invece che a un delinquente superficiale e bontempone ci si fosse trovati davanti a un delinquente serio, con contatti di peso all'esterno, la situazione sarebbe potuta diventare molto pericolosa. Soprattutto per i poliziotti che lavorano dentro al carcere, perché quei video mettono a repentaglio tutta la sicurezza all'interno della struttura.
Sull'episodio la procura ha aperto un fascicolo, ai detenuti verranno applicate le restrizioni dell'articolo 14 bis, che determina la sorveglianza speciale che comporta le restrizioni strettamente necessarie per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza, all'esercizio dei diritti dei detenuti.
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