di Francesco Turchi
Il Tirreno, 4 marzo 2015
Ha eluso la sorveglianza mentre si trovava all'esterno della struttura ed è fuggito a piedi. Nel 1999 fa aveva ammazzato la madre a Prato.
Un internato dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo, Alessandro Manca, è scappato nella mattinata di martedì 3. Secondo quanto si è appreso l'uomo, un matricida 45enne, si trovava all'esterno della struttura insieme ad alcuni operatori sociali, ha eluso la sorveglianza ed è fuggito a piedi, senza usare violenza. Le forze dell'ordine hanno immediatamente fatto scattare i controlli nella zona. Manca, il 18 maggio del 1999, uccise la propria madre, Franca Fenu, nella loro abitazione a Galciana, una frazione di Prato.
All'internato era stata concessa la fine della detenzione in comunità di recupero su ordinanza del magistrato di sorveglianza di Firenze. L'uomo sarebbe stato accompagnato da tre operatori sanitari in auto in municipio per attivare alla polizia municipale i moduli necessari per la libertà vigilata. A quel punto sarebbe stato lasciato solo in auto e sarebbe fuggito.
L'uomo è alto circa 1,70, ha i capelli neri corti, indossa un giubbotto, maglia chiara a maniche lunghe, jeans e scarpe da tennis. Le ricerche sono dirette dalla polizia penitenziaria assieme alle altre forze dell'ordine e si sono concentrate nella zona di Malmantile dove sarebbe stato visto da alcune persone. Nell'aprile dello scorso anno si era già allontanato dalla comunità terapeutica "Tiziano" di Aulla (Massa). I carabinieri lo ritrovarono poi a Montecatini dopo alcuni accertamenti e in seguito a una segnalazione dell'Ufficio di sorveglianza di Firenze, che aveva ripristinato la misura detentiva dopo l'arbitrario allontanamento dalla struttura. Già nel 2004 era fuggito da una casa famiglia a Donoratico e fu ritrovato pochi giorni dopo in un fosso a San Vincenzo.
Il direttore dell'Opg, Antonella Tuoni, puntualizza: "Non si tratta di un'evasione, ma di un allontanamento. Perché la persona in questione era in "licenza finale esperimento": doveva raggiungere una comunità di recupero ed era stato assegnato agli operatori dell'Asl di Prato. Per disbrigare le pratiche burocratiche legate alla concessione della libertà vigilata, è stato accompagnato alla polizia municipale".
E mentre i suoi accompagnatori si trovavano all'interno dell'ufficio, lui è scappato: "Non è la prima volta, era già successo in passato , così come è accaduto altre volte con soggetti che hanno problemi di salute mentale. Questa persona aveva scontato la misura di sicurezza e il tribunale gli aveva concesso un periodo di prova in comunità, che può essere revocata. Ma non si tratta di una misura detentiva: semplicemente vengono fatti dei controlli saltuari dalle forze dell'ordine all'interno della comunità dove il soggetto è collocato".
Il direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario cerca di tranquillizzare la comunità: "Si tratta di un uomo che ha commesso un reato gravissimo all'interno delle mura domestiche e in occasione dei precedenti allontanamenti non ha mai commesso reati. Credo che non andrà molto lontano, è senza soldi e senza un posto dove andare".
Infine puntualizza: "L'accompagnamento in comunità viene sempre effettuato da operatori sociali, non lo facciamo noi perché trattandosi di una "licenza finale esperimento" non è più sotto il nostro controllo, almeno fino alla revoca del provvedimento".
Intanto l'avvocato Francesca Meucci di Prato, legale del matricida, spiega che "Alessandro non è pericoloso, è debole e inerme. Lo ritroveranno sicuramente a breve e non farà del male a nessuno. Come del resto è accaduto nelle altre occasioni in cui è fuggito.
Aveva da poco riallacciato i rapporti con i suoi familiari e voleva restare all'Opg invece di essere trasferito in una struttura, quella di Monte Grimano, che non riteneva idonea. Abbiamo impugnato l'ordinanza che lo riconosce socialmente pericoloso e di conseguenza proroga la misura di sicurezza, perché la perizia è stata sbrigativa e non esaustiva".
Secondo Meucci "Alessandro è uno schizofrenico paranoide e in questi anni è stato trattato in maniera non idonea, così come non è adatta la struttura che è stata individuata per ospitarlo. Siamo di fronte - conclude l'avvocato pratese - a una situazione molto complicata, ma non va fatta una "caccia al mostro".
www.gonews.it, 4 marzo 2015
Si sono conclusi sabato scorso a Montelupo F.no i lavori del XV Congresso dell'Associazione per l'iniziativa radicale "Andrea Tamburi". Il Congresso ha approvato all'unanimità (con un astenuto) una mozione generale con la quale si delinea l'impegno dei radicali fiorentini per i prossimi 12 mesi: verifica sulla reale chiusura dell'Opg di Montelupo F.no come previsto dalla Legge 81/2014; controllo delle attività della Città Metropolitana di Firenze in relazione ai diritti dei cittadini e ai servizi da essa erogati; sostegno all'impegno di Marco Pannella per la realizzazione in chiave internazionale del diritto umano alla conoscenza; incremento delle attività di lotta nonviolenta sulla giustizia giusta per lo stato di diritto contro la ragion di stato, a partire dalla situazione di illegalità delle carceri della Provincia.
Il Congresso, tenutosi presso il circolo "Il Progresso" di Montelupo, ha registrato una buona partecipazione, oltre che da parte di iscritti e simpatizzanti radicali toscani, anche della cittadinanza montelupina. Ai lavori hanno partecipato il leader dei radicali Marco Pannella, la segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, il tesoriere del Partito Radicale, Maurizio Turco, l'ex deputata radicale Maria Antonietta Farina Coscioni.
Sono intervenuti il sindaco di Montelupo, Paolo Masetti, la direttrice dell'istituto penitenziario di Firenze "Mario Gozzini", Margherita Michelini, la responsabile Politiche Sociali dell'Arci - Toscana, Chiara Salvadori, il cappellano del carcere di Sollicciano, Don Vincenzo Russo. Alla conclusione dei lavori, per le cariche statutarie, sono stati riconfermati Maurizio Buzzegoli ed Emanuele Baciocchi, rispettivamente come Segretario e Tesoriere, mentre è stato eletto come nuovo Presidente dell'Associazione, Massimo Lensi.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 4 marzo 2015
Il penitenziario deve realizzare una nuova ala da 400 posti. E l'unico spazio disponibile è quello dove giocavano i detenuti. Pallone addio, servono celle. D'altronde cos'era Free Opera, la squadra di calcio dei detenuti di Opera, se non - a partire dal nome - il paradosso di un impossibile progetto di evasione, per via sportiva, dalla routine carceraria? Così si prende atto dell'ineluttabile.
La squadra è sparita da un pezzo, adesso sparisce anche il suo campo. D'altronde il carcere in fondo a via Ripamonti scoppia, ancor più di San Vittore. Bisogna allargarlo, e stavolta ci sono i soldi per farlo. Oltre i soldi però serve lo spazio. E l'unico spazio disponibile è quello del campo da pallone. Per cui ecco la decisione; dove finora i detenuti si sfogavano inseguendo un pallone, stanno arrivando ruspe, impalcature, calcestruzzo. Dove si incrociavano dribbling e cross, sorgerà una nuova ala del grande penitenziario, destinata a ospitare 400 detenuti in più. Per giocare a pallone, si ritaglierà forse da qualche parte uno spazio per un campo da calcetto. Roba da poco.
Nelle ultime statistiche sull'affollamento carcerario, diffuse dalla presidenza della Corte d'appello il mese scorso, la situazione di Opera è fotografata con nettezza: 911 posti disponibili, ma 1.285 detenuti effettivi, pari al 41,1 per cento in più della capienza. Una situazione ancora peggiore di quella di San Vittore, che si ferma a un 29 per cento di sovraffollamento. Certo, Opera è un carcere più moderno, e alla ressa non si aggiunge il peso delle strutture fatiscenti. Ma intervenire era inevitabile, anche perché l'Italia si trova a fronteggiare il rischio di sanzioni da parte dell'Unione Europea se continuerà a non garantire lo spazio minimo vitale a ogni detenuto.
Così sta prendendo il via il progetto di ampliamento già contenuto nel "piano carceri" all'epoca del commissario straordinario Angelo Sinesio. Del piano fa parte anche la ristrutturazione dei due bracci di San Vittore chiusi ormai da quasi dieci anni, il secondo e il quarto, a lungo dati per irrecuperabili e invece destinati a tornare a nuova vita: il cantiere è destinato ad aprire tra non molto, aumentando il numero dei posti letto, e - effetto collaterale - chiudendo forse definitivamente l'interminabile dibattito sulla chiusura di San Vittore. La casa circondariale di piazza Filangieri resterà al suo posto per sempre, fino a quando la giustizia non inventerà un rimedio più umano della galera per mantenere l'ordine pubblico.
I 400 posti che sorgeranno a Opera sull'area del campo da calcio non saranno destinati a detenuti di massima sicurezza. Del resto nel piano carceri i detenuti ad alto rischio verranno destinati soprattutto nelle strutture apposite in corso di realizzazione in Sardegna, a Sassari e Cagliari. A Opera il reparto del cosiddetto 41bis resterà aperto, anche per appoggiarsi al centro clinico, ma con i numeri attuali. Addio, invece, agli ultimi emuli del Free Opera, utopia di libertà scontratasi con la dura realtà: anche perché in alcune inchieste è emerso che qualcuno dei reclusi approfittava di quei minuti in braghette corte per scambiarsi messaggi e accordi con i vecchi compari.
di Maria Scaramuzzino
Gazzetta del Sud, 4 marzo 2015
Il 27 marzo scorso alla presenza di numerose autorità venne inaugurato in pompa magna lo sportello per l'impiego creato appositamente per il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti. Il giorno dopo, con un'operazione simile a un blitz, la struttura venne chiusa: gli agenti di polizia penitenziaria e i carcerati vennero trasferiti nel carcere di Siano a Catanzaro. Dopo quasi un anno la casa circondariale rimane chiusa, nonostante al ministero della Giustizia non sia mai stato firmato un documento che ne decreti ufficialmente la chiusura. È l'ennesima anomalia di Lamezia, città sede di tribunale ma privata del carcere, dopo oltre un secolo di presenza sul territorio di quello che da tutti viene considerato un presidio di legalità e giustizia.
Per chiedere lumi sul silenzio tombale che da un anno è calato sulla vicenda, il comitato "Riapriamo il carcere di Lamezia" ha organizzato un sit-in per lanciare un appello a politici e istituzioni. All'invito degli addetti ai lavori hanno aderito in tanti tra politici, sindacalisti, avvocati del foro lametino. Il consigliere regionale di maggioranza Arturo Bova ha sentenziato: "La chiusura del carcere significa dare un segnale di cedimento nei confronti della criminalità organizzata. In questo anno di assoluto silenzio sulla vicenda, è stato fatto anche un grave danno all'erario. Questa struttura può accogliere detenuti speciali come i collaboratori di giustizia; la sua riapertura può rappresentare una risposta forte e decisa da parte dello Stato alla criminalità che opprime il territorio".
Damiano Bellucci, responsabile calabrese del Sappe ha rimarcato il fatto che "Lamezia è l'unica città in Calabria ad avere il tribunale e a non avere più il carcere. Si tratta di un problema politico". L'esponente del Sappe ha dichiarato che la priorità per il sindacato è quella di far funzionare il vecchio carcere, puntando a far costruire un nuovo istituto penitenziario, moderno e funzionale, adeguato alle esigenze di un territorio come quello lametino: non solo molto vasto ma a forte rischio criminalità.
Il sindaco Speranza ha ribadito: "Lasciare questa struttura inutilizzata vuol dire fare un torto alla città, oltre che contribuire a sprecare denaro pubblico. Quest'ultimo anno di silenzio sulle sorti del carcere è diventata una situazione kafkiana. È un silenzio inaccettabile". Al sit-in hanno partecipato anche Francesco Grandinetti, Paolo Mascara, Nicolino Panedigrano e Pasqualino Ruberto che sono alcuni dei candidati a sindaco per le prossime elezioni amministrative. Presenti anche il vicepresidente della Provincia di Catanzaro Vittorio Paola e il sindaco di San Pietro a Maida Pietro Putame. A guidare la delegazione degli avvocati, il presidente dell'ordine forense lametino Antonello Bevilacqua. Il vecchio carcere di San Francesco è stato realizzato più di un secolo fa all'interno del convento dei Francescani Riformati.
www.leccesette.it, 4 marzo 2015
Il sindacato Osapp torna ad alzare la voce e chiede più interventi per salvaguardare l'incolumità degli agenti che prestano servizio nei carceri pugliesi.
Gravi episodi di violenza nel carcere di Lecce: la denuncia arriva dal segretario del sindacato Osapp Pantaleo Candido che annuncia lo stato di agitazione e non esclude ulteriori iniziative di protesta da parte degli agenti di polizia penitenziaria pugliesi. Il giorno dopo la sventata evasione di un detenuto, due agenti in servizio a Borgo San Nicola sono stati aggrediti, senza per fortuna conseguenze gravi. Il primo episodio nella prima mattinata di oggi quando un detenuto ha tentato di aggredire un agente impugnando una forchetta, l'altro, più serio, è avvenuto intorno alle 9: un detenuto, riferisce Candido, ha rotto il piede del tavolo in legno presente in cella e lo ha scagliato senza motivo contro un ispettore colpendolo alla fronte: l'agente è stato trasportato in ospedale con una ambulanza del 118 con una ferita lacerocontusa molto profonda a pochi centimetri dall'occhio.
"L'assenza di un'amministrazione sta portando al collasso l'intero sistema" afferma il segretario Osapp "oggi il personale di polizia ha paura di tutto, tanto da non riuscire a capire cosa rappresenta, eppure l'85% del personale degli istituti è formato da uomini e donne che rappresentano l'istituzione e sacrificano la propria incolumità e le loro famiglie".
Giornale di Vicenza, 4 marzo 2015
Non era la prima volta che dava in escandescenze. Due settimane fa aveva dato fuoco ai materassi, la settimana scorsa si era barricato nella sua cella e poi aveva distrutto tutti i mobili. Qualche giorno fa è andata ancora peggio: ha aggredito un poliziotto (procurandogli per fortuna solo lievi lesioni) e poi è riuscito a staccare il termosifone dal muro.
Risultato: ha allagato la cella e in pochi istanti anche i corridoi e tutto il piano del San Pio X sono stati invasi dall'acqua. Troppo. Per lui, già in carcere, è scattato un altro arresto e ieri mattina si è presentato davanti al giudice per il processo per direttissima per rispondere delle accuse di lesioni, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Nei guai Mohamed Rayh, 20 anni, di origini marocchine ma nato in Italia e residente a Padova.
In cella a Vicenza da qualche mese, dopo il trasferimento da un altro carcere, il giovane anche in passato era stato accusato di resistenza e lesioni aggravate.
Di certo quello accaduto in questi giorni è soltanto l'ultimo, ennesimo episodio di tensione dietro le sbarre. Solo qualche settimana fa due detenuti avevano prima sfasciato tavoli e sedie, poi avevano divelto i termosifoni dal muro. Alla fine avevano dato fuoco ai materassi ed era scoppiato il caos. Perché i nove metri quadrati di cella, in un istante, si erano saturati di fumo nero e tossico e solo grazie al tempestivo intervento degli agenti si era evitato il peggio: c'era infatti il rischio che le fiamme si propagassero e che il fumo invadesse anche le altre celle.
I due detenuti non avevano avuto ripercussioni, erano invece finite al pronto soccorso per accertamenti le due guardie penitenziarie. E in ospedale, per delle lesioni al collo, è dovuto andare anche l'agente aggredito qualche giorno fa da Rayh.
"Gli operatori di polizia penitenziaria - ha considerato Luigi Bono, segretario provinciale del Sappe - lavorano in costante stato di emergenza dibattendosi tra tagli sia al personale che ai mezzi di servizio". "C'è poi la tanto decantata sorveglianza dinamica - ha aggiunto. Ci sono tensioni continue, ma si è preferito lasciare aperte le porte delle celle e far girare nei corridoi, a non far nulla, i detenuti. Si è creato così un regime aperto che ha acuito l'ozio e favorito le tensioni". "In quest'ultimo caso è scattato l'arresto - ha concluso Bono. Spesso tuttavia, capita che chi danneggia beni della pubblica amministrazione non ne risponda. Neppure economicamente e questo significa che poi sono i cittadini a dover pagare".
Ansa, 4 marzo 2015
A Vigevano gli agenti di polizia penitenziaria hanno salvato la vita a un detenuto che ha tentato il suicidio. Lo rende noto il segretario del sindacato Osapp, Leo Beneduci, in una nota. Il fatto è accaduto ieri attorno alle 19.30, quando un detenuto di nazionalità italiana di 40 anni, all'apparenza tranquillo - riferisce la nota - ha tentato il suicidio per impiccagione, salendo su uno sgabello e lasciandosi cadere. Due agenti sono intervenuti, sono scattati i soccorsi e il detenuto è ora fuori pericolo.
"I due agenti di Vigevano non si sentono eroi - afferma Beneduci - perché questa è la prassi quotidiana e nessuno li ringrazierà. potrebbero dirsi fortunati perché se il ristretto fosse morto la colpa poteva essere anche data a loro. Se avessimo un Ministro oltre che della Giustizia, anche della Polizia Penitenziaria e se avessimo al nostro vertice un Capo del Corpo che apprezza e incentiva il proprio personale, di fatti quali quello di Vigevano, come delle altre centinaia e centinaia di consimili su tutto il territorio, lo verrebbero a sapere tutti, opinione pubblica e mass media, ma purtroppo non è cosi.
L'unica speranza è - conclude Beneduci - che la Polizia Penitenziaria abbia presto un nuovo assetto una nuova e migliore organizzazione lontano dai personaggi che oltre a non considerarne il quotidiano sacrificio ne disprezzano le qualità e il ruolo insostituibile al servizio della Collettività nazionale".
www.trcgiornale.it, 4 marzo 2015
Un debutto importante per la compagnia Sangue Giusto, costituita da un gruppo di detenuti della Casa di Reclusione di Civitavecchia, che si è cimentata per la prima volta venerdì pomeriggio alla Cittadella della Musica con lo spettacolo "L'orda oliva".
Il titolo si ispira al saggio di Gian Antonio Stella, "L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi", ma è soprattutto un libero adattamento dal racconto "Il lungo viaggio" di Leonardo Sciascia. Seppure realizzato con scarsissimi mezzi, la scenografia di Francesco Giannini ridotta all'essenziale, con molto spazio all'immaginazione, il lavoro è perfettamente riuscito e merita di essere rappresentato anche su altri palcoscenici, magari anche di fronte a studenti. L'iniziativa, pregevole sotto il profilo socio-culturale, rientra nell'ambito del progetto "Con Amleto dentro - Officine del teatro sociale, sostenuto dalla Regione Lazio con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio, il patrocinio del Comune di Civitavecchia ed il sostegno del Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio.
Si tratta di una riscrittura collettiva dei partecipanti al Laboratorio Teatrale: Massimo Lanzi, Massimiliano Mazza, Francesco Montella e Marco Pirisino per la regia di Ludovica Andò che ha anche presentato lo spettacolo. Le musiche di Andrea Pandolfo e il disegno luci di Michelangelo Vitullo. Trattato con molta sensibilità, il tema è molto attuale per il parallelo con il dramma che molti vivono in questi anni: un gruppo di clandestini, di emigranti italiani, truffati da un malavitoso, tentano di raggiungere l'America dove i nuovi arrivi sono visti con disprezzo ed intolleranza. Così come oggi accade ad altri emigranti, ancor più disperati. Il pubblico presente ha molto apprezzato il lavoro sottolineato da moltissimi applausi.
Ristretti Orizzonti, 4 marzo 2015
Per il secondo anno consecutivo la Casa di reclusione di Eboli si aggiudica il premio "Persona e Comunità - i Migliori progetti nell'ambito della Pubblica Amministrazione e del Volontariato" per la sezione "apprendimento e formazione" con la seguente motivazione:
"Progetto di formazione ad impronta artistico-culturale di inclusione sociale, orientato al recupero e reinserimento nella società di detenuti tossicodipendenti. Attraverso i processi di rappresentazione teatrale mette in atto un buon procedimento educativo di recupero centrato sulle problematiche soggettive".
"L'Attribuzione del premio alla Casa di Reclusione di Eboli" - è stato sostenuto dal Presidente dell' Associazione Italiana Formatori nel corso della premiazione avvenuta a Torino - da parte del il comitato scientifico che ha curato la selezione delle numerosissime candidature "è il riconoscimento del lavoro fatto dalle molteplici api operose di baconiana memoria che fortunatamente ancora sono presenti presso la nostra Pubblica Amministrazione".
In sintesi il progetto premiato ha ad oggetto una complessa e completa attività teatrale che prevede il coinvolgimento a 360 gradi dei detenuti con la costituzione della compagnia teatrale "Le canne pensanti", il suo impegno nell'annesso laboratorio di scrittura creativa, l'allestimento e la messa in scena delle relative pieces con la creazione di costumi e scenografie. Alla già intensa produzione che ha realizzato la scrittura e la messa in scena delle seguenti opere: "Un sogno di libertà. Da Garibaldi al Brigantaggio: la questione Meridionale vista dalla parte dei vinti"; "un Angelo venuto dal mare" vita e morte di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica assassinato per il suo impegno; "La Divina Galera: viaggio dagli inferi alle stelle, nel mezzo del cammin di Malavita"; "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori" (omaggio a Fabrizio De Andrè"); la rievocazione storica di "Ana de Mendoza de la Cerda", principessa di Eboli, che ha abitato il Castello Colonna sede dell' Istituto Penitenziario fatta rivivere in un'atmosfera cinquecentesca attraverso una precisa ricostruzione storica, si sono aggiunti gli spettacoli tratti dalla tradizione come "La Cantata dei Pastori", "La gatta Cenerentola" e "Omaggio a Troisi" oggetto di una complessa e completa rassegna teatrale che ha visto un numerosissimo pubblico. L'ultimo lavoro può definirsi un vero e proprio "colossal" per il coinvolgimento di ben 20 detenuti che porteranno in scena l'opera da loro scritta "Diversamente Italiani: Briganti, Emigranti Terroni".
L'importanza dell' attività è da ricercare nel fortissimo coinvolgimento dei detenuti non solo mediante l'indiscussa valenza terapeutica del teatro, ma soprattutto mediante le ricadute pratiche che l'attività si è imposta e che ha realizzato: dalla scrittura alla messa in scena si è passati alla produzione ed alla pubblicizzazione degli spettacoli che, numerosi, sono stati dati, come già detto, anche all'esterno facendo conoscere una realtà che realizza concretamente la promozione umana e culturale delle persone che le vengono affidate. Indiscusso punto di forza di tutta l'attività è la totale assenza di costi a carico dell'amministrazione: il laboratorio sostanzialmente autogestito si avvale, infatti unicamente del supporto, oltre che degli operatori interni fra cui lo stesso Direttore, di una nutrita schiera volontari.
di Patrizia Meringolo
Il Manifesto, 4 marzo 2015
Si è parlato molto nelle ultime settimane a Firenze di droga a scuola. Casus belli è stato l'intervento "olfattivo" dei cani negli istituti superiori, visto come argine per dissuadere i ragazzi dai cattivi comportamenti, identificati dai cani senza alcun ragionevole dubbio.
Alcuni dirigenti scolastici però hanno rifiutato una prassi di questo genere, con stupore di chi considerava la prevenzione dissuasiva l'unica arma di difesa possibile. Si è originato un dibattito che - al di là dei cani sì/cani no - ha riguardato il consumo giovanile di sostanze illegali e, anche per l'impegno della Flc-Cgil, la scuola come luogo formativo e non come istituzione totale. In primo luogo occorre definire il problema: parliamo di dipendenze in generale o solo di sostanze illegali? e in quest'ultimo caso, solo di cannabis? Perché è questa, e solo in minima quantità, che i cani talvolta trovano nelle scuole. E in definitiva, cosa preoccupa? La salute degli studenti, gli aspetti penali, la prossimità al mercato deviante, oppure il fatto che tutto ciò avvenga a scuola?
Altra questione basilare è la centratura sul prevenire o sul sanzionare. I dati presentati dal criminologo britannico Alex Stevens in un recente seminario promosso da Forum Droghe evidenziano che - a fronte di una stabilizzazione dei consumi nei paesi europei - le politiche penali sono molto diverse, quindi la legge viene usata come deterrente (peraltro di scarsa utilità) e non come strumento di controllo del fenomeno.
Per conoscere, in ogni caso, il trend dei consumi sono disponibili i dati "ufficiali" del Dipartimento delle Politiche Antidroga, secondo i quali il consumo di cannabis, almeno una volta nella vita, riguarderebbe meno del 25% dei ragazzi. Dato preoccupante per chi lo voglia leggere come uno su quattro, ma sicuramente inferiore alla realtà.
A fronte di tutto ciò, le evidenze scientifiche dimostrano che per gli interventi preventivi è basilare analizzare indicatori di setting in grado di dare il "senso" e la "ritualità" dei consumi, la percezione del rischio e soprattutto le esperienze di esplorazione di questo tipo di comportamenti. Si studia la resilienza, nel senso di acquisire le capacità di coping nel confrontarsi con il rischio, proprio o dei pari, e con le sue possibili conseguenze, come la guida dopo il consumo.
Quanto agli interventi, si è rivelata fallimentare una modalità del tipo causa-effetto (intervento repressivo o sanzionatorio, quindi cessazione del comportamento indesiderato) a favore di modalità sistemiche, in cui una politica preventiva nasce da un insieme di attori sociali, utilizzando pienamente le risorse territoriali. Lavorare con una logica "resource oriented" permette di vedere i giovani non come consumatori (e non solo di sostanze) ma come partecipanti attivi nella costruzione del benessere.
Un'ultima considerazione riguarda la "fragilità" del contesto scolastico. La progressiva svalorizzazione della scuola, in particolare pubblica, porta a percepirla come un ambiente di scarso valore formativo e di scarsa credibilità sociale, per cui tende ad assumere le caratteristiche di contesto ricreazionale, con i comportamenti tipici dei luoghi di divertimento.
Se vogliamo davvero parlare di prevenzione a scuola, è necessario ridare valore educativo e formativo sia alle professionalità al suo interno sia a quelle presenti nella comunità locale (Asl, SerT, forze dell'ordine, governo locale), progettando un sistema in cui la scuola è un nodo significativo della rete, non con finalità di ispezione (i cani, o anche l'esame generalizzato del capello), ma per la costruzione del benessere e della convivenza civile.
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