www.rinnovabili.it, 3 marzo 2015
C'è amianto sui tetti, nelle grondaie, negli impianti di depurazione di una trentina di penitenziari italiani. A rischio anche il carcere minorile di Catania.
Il fantasma dell'amianto non si aggira soltanto nelle case, nelle scuole e nelle fabbriche, ma serpeggia anche nelle carceri italiane, già sovraffollate e oggetto di condanna per l'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo. Oltre al trattamento disumano, i detenuti presenti nel 14% dei penitenziari italiani devono fare i conti anche con il killer silenzioso, che uccide ogni anno 4-5 mila persone. E il peggio deve ancora venire, dato che il picco è atteso per il 2020-2025.
La presenza di asbesto è rivelata da una mappatura in possesso dell'Adnkronos. Secondo il Ministero della Giustizia sono 28 le carceri in cui è presente il minerale cancerogeno. Si trova in grondaie, pannelli, cassoni, parti di impianti di depurazione, canne fumarie, manufatti. Il pericolo non riguarda soltanto chi sconta la pena dietro le sbarre, ma anche gli agenti di custodia e tutti i lavoratori del carcere. I sindacati di polizia penitenziaria aggiungono altri istituti oltre a quelli censiti dal ministero. L'elenco sarebbe più lungo, denunciano. Come nel caso di Orvieto, dove "all'interno di un magazzino si trova un deposito di eternit rimosso molto tempo fa, e due canne fumarie funzionanti contengono amianto", dichiara Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del sindacato di polizia penitenziaria Sappe.
La mappatura che l'Adnkronos è riuscita ad ottenere è stata anche oggetto di un'interrogazione parlamentare presentata dal deputato del Movimento 5 Stelle, Alessio Villarosa, l'11 febbraio scorso. Il ministero chiarisce che nei casi segnalati "le direzioni hanno da tempo avviato le procedure per lo smaltimento" e dunque "tali situazioni sono sotto controllo, riguardano manufatti esterni alle strutture detentive e comunque in corso di rimozione". Ma la rimozione, sempre stando a quanto scrive il ministero, avverrà "compatibilmente con le risorse disponibili". Il che equivale a dire che, se non ne verranno messe a disposizione, si potrebbe anche non rimuovere un bel nulla. Via Arenula rivela poi la presenza di "pannelli in eternit presso l'impianto di depurazione e nella canna fumaria della centrale termica" nel carcere di Catania Bicocca. Il complesso penitenziario ospita anche il carcere minorile. Altri bambini e ragazzi vanno a gonfiare il numero dei 342 mila minori a rischio amianto che il Censis ha individuato nelle scuole italiane.
Il segretario generale di un altro sindacato, il Sippe, Alessandro De Pasquale, ha duramente criticato l'operato del governo: "L'amministrazione statale, il nostro datore di lavoro, ai sensi del decreto legislativo 81 del 2008 ha anche un obbligo di informazione nella propria unità amministrativa. Deve informare i lavoratori sui rischi che ci sono all'interno della struttura ed è chiaro che molto spesso questo non avviene. Dobbiamo sempre ricordare che all'interno di una struttura penitenziaria ci sono i detenuti che devono scontare una pena, ma non è che devono scontare anche una pena di morte".
di Liana Milella
La Repubblica, 3 marzo 2015
È già marcia indietro sul falso in bilancio. Oggi il governo - il Guardasigilli Andrea Orlando - presenta in commissione Giustizia al Senato l'ultimo emendamento partorito in via Arenula, frutto delle estenuanti mediazioni con il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi e con i tecnici del Mef, il ministero dell'Economia. I risultati si vedono.
Se sarà confermata l'ultima bozza che ieri sera i tecnici hanno messo sulla scrivania del ministro della Giustizia, il falso in bilancio già vede calare la pena dagli iniziali 2-6 anni a 1-5 anni per le imprese non quotate in borsa, che ovviamente sono la stragrande maggioranza. L'effetto della diminuzione di pena, che piace a Ncd e soprattutto a Forza Italia, non è affatto di poco conto. Il falso in bilancio non potrà più essere un reato intercettabile, perché su questo il codice di procedura penale è chiaro.
All'articolo 266 infatti stabilisce che il presupposto ineludibile per ottenere gli ascolti è che il reato preveda una "superiore nel massimo a 5 anni". La pena "fino" a 5 anni quindi non è sufficiente. Anche oggi, grazie alla "cura" di Berlusconi che risale ormai al 2001-2002, il falso in bilancio, punito fino a 2 anni dai 5 originari, non permette ai pm di chiedere le microspie. Proprio questa è stata, dai tempi della riforma, una delle principali critiche dei magistrati impegnati nelle indagini sui reati finanziari.
Ci sono decine e decine di dichiarazioni, interviste, saggi su riviste giuridiche che discettano sulla necessità di poter mettere sotto controllo i telefoni di chi viene beccato a falsare i bilanci. A chi sostiene che questo non è necessario perché il reato è documentale, le toghe obiettano che gli ascolti possono far scoprire l'intenzionalità del falso.
Ma su questo reato si è scatenata ormai una vera e propria guerra. Non si contano più nuove versioni e rifacimenti rispetto alla versione approvata in consiglio dei ministri il 29 agosto. Nella testo di quel giorno non c'erano le soglie di non punibilità, dell'1 e del 5%, che poi sono state reintrodotte, giusto le stesse del "falso" in versione Berlusconi; c'era la pena da 3 a 8 anni per le società quotate, che è rimasta; c'era quella da 2 a 6 anni per le non quotate, che si è ristretta a 1-5 anni, dopo l'ultima riunione di tecnici - Giustizia, Mise, Mef - che si è tenuta venerdì scorso. Ma non basta ancora.
Ecco, per "salvare" le piccole imprese, un'ulteriore mini-punibilità, 1-3 anni, che dovrebbe restare, ma spesa solo come una sorta di attenuante. L'ennesima aggiunta riguarda la legge sulla tenuità del fatto, espressamente citata nel testo per evitare che qualcuno possa dimenticarsi che esista. La legge che sarebbe dovuta servire per i casuali furti di mele adesso si dovrà applicare ai falsi in bilancio visto che copre reati "fino a 5 anni". Già, questo spiega la diminuzione della pena originaria, quei 2-6 anni che adesso diventano 1-5 anni.
Tutti i falsi in bilancio delle società non quotate potrebbero rientrare nella legge sulla tenuità e quindi non dar luogo ad alcun processo. Orlando aveva ipotizzato di presentare l'emendamento in aula, dove il ddl anti-corruzione Grasso dovrebbe approdare già da giovedì. Ma l'ostruzionismo di Forza Italia lo sta bloccando in commissione Giustizia, anche per via delle carte ancora coperte sul falso in bilancio. Il rischio è che non si esca dalla commissione, o peggio che il testo vada in aula senza l'attuale relatore, l'avvocato Nico D'Ascola di Ncd, ma "portato" dal presidente della commissione, il forzista Nitto Palma. Per questo Orlando presenta l'emendamento che, per la sua natura, dovrebbe tranquillizzare almeno i berlusconiani. Vedremo come.
di Dario Ferrara
Italia Oggi, 3 marzo 2015
Ma solo per i fatti posti in essere fra l'entrata in vigore della legge 49/2006, dichiarata incostituzionale, e l'avvento del decreto legge 36/2014, approvato dal governo per porvi rimedio: si tratta delle sostanze inserite nelle tabelle soltanto dopo l'entrata in vigore delle modifiche apportate dalla Fini-Giovanardi al Testo unico degli stupefacenti. È quanto emerge in una delle tre informazioni provvisorie depositate dalla sezioni unite penali della Cassazione in materia di stupefacenti.
Trova sostanzialmente ingresso la tesi dell'ordinanza di rimessione 50055/14, secondo cui la pronuncia di incostituzionalità della norma incriminatrice ha determinato una vera e propria abolitio criminis perché viene a cadere l'intero sistema tabellare. Il massimo collegio chiarisce anche che i medicinali come il nandrolone, uno degli steroidi anabolizzanti più diffusi nel doping sportivo, sono compresi nella Tabella V introdotta dal decreto legge 36/2014 e sono sanzionati ai sensi dell'articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti "in quanto contengono i principi attivi di cui alle Tabelle da I a IV".
Veniamo alle droghe leggere. Gli "ermellini" hanno deciso che anche i piccoli pusher di hashish e marijuana che in passato hanno patteggiato la condanna in base alla "Fini-Giovanardi" hanno diritto al ricalcolo della pena. E ciò nonostante che l'entità della sanzione inflitta rientri a pieno titolo nella nuova cornice edittale applicabile.
Ancora: nel giudizio di cassazione, anche quando il ricorso risulta inammissibile, deve ritenersi rilevabile d'ufficio l'illegalità della pena scaturita dalla dichiarazione d'incostituzionalità della nonna che riguarda il trattamento sanzionatorio, come nel caso della legge 49/2006. Infine l'ipotesi dell'aumento di pena irrogato a titolo di continuazione per i reati di spaccio in relazione alle draglie leggere quando i delitti costituiscono reati satellite: anche in questo caso scatta il ricalcolo in base alla più favorevole cornice edittale della Vassalli-Jervolino.
di Antonio Ciccia e Alessio Ubaldi
Italia Oggi, 3 marzo 2015
La condotta di sottrazione di merce all'interno di un supermercato, avvenuta sotto il costante controllo del personale di vigilanza che interviene subito dopo il superamento della barriera delle casse, si risolve in un mero tentativo di furto. È quanto hanno stabilito le sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza n. 52117, depositata il 16 dicembre 2014.
Nel caso di specie una coppia è stata sottoposta a processo per direttissima con l'accusa di furto all'interno di un supermercato. In dettaglio, secondo la procura, i due avrebbero prelevato alcuni beni di modico valore dagli scaffali (profumi, caffè e biscotti), rimuovendo i sistemi antitaccheggio per poi nascondere la refurtiva fin dopo il superamento delle casse. Una volta usciti dal magazzino, è prontamente intervenuta la sicurezza ed è scattato l'arresto in flagranza operato dalla polizia giudiziaria.
All'esito del giudizio di primo grado il tribunale ha condannato gli imputati per furto tentato, disattendendo la volontà del pm che aveva chiesto la (ben più grave) pena per furto consumato. Secondo il giudice, infatti, l'azione delittuosa si era "svolta sotto gli occhi dell'addetto alla sicurezza il quale aveva monitorato ogni spostamento", decidendo di bloccare gli imputati all'uscita dei locali solo per ragioni di opportunità, sicché l'apprensione definitiva del bene non poteva dirsi avvenuta.
Il verdetto è stato impugnato innanzi alla Corte di cassazione, cui è stato chiesto l'annullamento sul presupposto dell'erronea qualificazione del reato elaborata dal primo giudice. In particolare, la procura ha rimarcato come nel caso in questione la condotta furtiva fosse giunta a consumazione, poiché il superamento delle casse senza "dichiarare" i beni avrebbe segnato definitivamente la volontà degli imputati di impossessarsi arbitrariamente della merce.
La Corte, consapevole del serrato dibattito sulla questione, ha chiesto alle sezioni unite di risolvere una volta per tutte i dubbi sulla qualificazione giuridica della condotta furtiva consistente nel prelievo di merce dai banchi di un supermercato e nel successivo occultamento della refurtiva all'atto del passaggio davanti al cassiere, quando tutta l'azione delittuosa si sia svolta sotto il controllo costante del personale addetto alla vigilanza, intervenuto solo dopo che il soggetto attivo abbia superato la barriera delle casse.
Gli ermellini riuniti, nel rispondere al quesito, hanno dapprima ricapitolato i due opposti orientamenti maturati nel corso degli anni. Per alcuni, infatti, la condotta in questione integra gli estremi del delitto di furto consumato, a nulla rilevando, al riguardo, il dato che il fatto sia avvenuto sotto il costante controllo del personale del supermercato incaricato della sorveglianza; per altri, tra cui il tribunale di primo grado, proprio detta "sorveglianza continua dell'azione criminosa" impedisce la consumazione del reato di furto, in quanto la refurtiva, appresa e occultata permane nella "sfera di vigilanza e di controllo diretto dell'offeso, il quale può in ogni momento interrompere" la commissione definitiva del crimine. Dato questo scenario, i giudici romani hanno scelto di aderire all'orientamento da sempre minoritario che riconduce la condotta di cui trattasi nell'ambito del delitto tentato.
Nella sentenza in rassegna, si motiva l'adesione alla tesi più benevola sul presupposto che l'impossessamento, da soggetto attivo del delitto di furto, postula "il conseguimento della signoria del bene sottratto, intesa come piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva da parte dell'agente".
Detta disponibilità deve ritenersi esclusa dalla concomitante vigilanza, attuale e immanente, della persona offesa e dall'intervento esercitato a difesa della detenzione del bene materialmente appreso che, proprio per questo motivo, non esce dalla sfera del controllo del suo legittimo titolare.
Peraltro, ha osservato la Corte, la condanna alla pena prevista per il furto consumato, oltre a violare il disposto dell'art. 624, c.p., infliggerebbe un duro colpo anche al principio di offensività della condotta.
In conclusione, dunque, il monitoraggio durante l'azione furtiva avviata, esercitato sia mediante la diretta osservazione della persona offesa (o dei dipendenti addetti alla sorveglianza o delle forze dell'ordine presenti in loco), sia mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della mercé, e il conseguente intervento difensivo a tutela della detenzione, "impediscono la consumazione del delitto di furto, che resta allo stadio del tentativo, in quanto l'agente non ha conseguito, neppure momentaneamente, l'autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo diretto del soggetto passivo".
Agi, 3 marzo 2015
"Vado per la strada, passo davanti al carcere e penso: eh, questi se lo meritano". Papa Francesco ha esemplificato così il "sentirsi giusto" che caratterizza molti cristiani. Secondo il Papa sarebbe meglio invece dire a se stessi: 'Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, anche peggio ancora?". "Questo - ha spiegato nell'omelia di oggi alla Domus Santa Marta - è accusare se stesso, non nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono".
Nella sua omelia, infatti, Bergoglio ha indicato oggi "un'altra virtù: vergognarsi davanti a Dio, in una sorta di dialogo in cui noi riconosciamo la vergogna del nostro peccato e la grandezza della misericordia di Dio". "A te, Signore, nostro Dio, la misericordia e il perdono. La vergogna a me e a te la misericordia e il perdono", ha pregato ad alta voce il Papa. "Questo dialogo con il Signore - ha poi spiegato ai fedeli - ci farà bene di farlo in questa Quaresima: l'accusa di se stessi. Chiediamo misericordia". "Nel Vangelo - ha poi concluso - Gesù è chiaro: "Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso". Quando uno impara ad accusare se stesso è misericordioso con gli altri perché dice: 'Ma, chi sono io per giudicarlo, se io sono capace di fare cose peggiori?'".
Comunicato Sappe, 3 marzo 2015
L'evasione di un detenuto maggiorenne (tuttora in fuga) dal carcere minorile Ferrante Aporti di Torino ed i gravi disordini accaduti all'interno della struttura detentiva per minori di Airola, in provincia di Benevento, determina la dura reazione del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, il primo e più rappresentativo dei Baschi Azzurri.
"Questi gravi episodi sono il sintomo di un Dipartimento, quello della Giustizia Minorile, allo sbando, senza una guida certa e definita, gestita da un Capo Dipartimento reggente, e quindi non titolare, che per altro subisce le decisioni incomprensibili della politica, che ha previsto la permanenza nelle carceri per minori di delinquenti adulti fino a 25 anni", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sappe.
"Da quando sono stati assegnati detenuti adulti, per effetto di una recente legge, questi si comportano con il personale di Polizia e con alcuni minorenni ristretti con prepotenza e arroganza, caratterizzando negativamente la quotidianità penitenziaria. È quel che è accaduto l'altro giorno ad Airola, con i gravi disordini provocati da detenuti maggiorenni arrivato nel carcere minorile e giovanissimi. Ed era maggiorenne anche il detenuto evaso sabato a Torino dal Ferrante Aporti".
Il Sappe, alla luce dei gravi fatti accaduti in questi giorni in alcune carceri minorili, denuncia di aver da subito ritenuto "impensabile inserire detenuti di venticinque anni nei penitenziari minorili, come è previsto oggi dalla legge, perché è impensabile far convivere negli stessi ambienti carcerari adulti di venticinque anni con bambini di quattordici. E quello che è accaduto ad Airola e Torino conferma le nostre previsioni, purtroppo.
Quel che ci vorrebbe è una complessiva riorganizzazione della giustizia minorile, che metta a capo dei Reparti negli Istituti e servizi della Giustizia Minorile i Funzionari Commissari del Corpo di Polizia penitenziaria. Ma si deve seriamente riflettere se non sia giunta l'ora di sopprimere il Dipartimento della Giustizia Minorile, utile solo a distribuire poltrone dirigenziali, e ricondurre il circuito penitenziario minorile (poco meno di 400 le presenze detentive in tutta Italia) nel suo naturale alveo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, com'era una volta. Visto che la Giustizia minorile non ha neppure un Capo Dipartimento in pianta stabile, ma un magistrato che temporaneamente regge l'incarico".
Ansa, 3 marzo 2015
L'Osapp non parteciperà alla convocazione per il nuovo accordo quadro nazionale indetta presso il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, per il 4 marzo: un segno di protesta contro la sospensione di 16 agenti per il caso degli insulti via Facebook a un detenuto suicida. Sospensione che, secondo il sindacato di polizia penitenziaria, è stata presa "per ragioni assolutamente non chiare ma comunque in dispregio alle regole vigenti" e ha comportato una sospensione cautelare "senza alcuna scadenza", eludendo "i principi del giusto processo disciplinare".
Il sindacato lo ha comunicato ieri con una lettera, firmata dal segretario generale Leo Beneduci, inviata al capo del Dap, Santi Consolo, ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, al ministro della Giustizia Andrea Orlando.
L'organizzazione sindacale ritiene che, con al sua decisione, l'Amministrazione penitenziaria non abbiamo messo gli agenti nelle condizioni di "contestare gli addebiti" e di "fornire i prescritti elementi di discolpa anche relativi al proprio stato di servizio, nella maggioranza dei casi immacolato e pluridecennale".
L'Osapp ricorda inoltre che a diversi agenti viene contestato non il fatto si aver postato dei commenti, ma di aver cliccato "Like" a commenti altrui. Il sindacato contesta inoltre "l'ennesima ed immutabile prassi di criminalizzare pubblicamente i poliziotti penitenziari in maniera del tutto avulsa da fatti e circostanze" e lamenta "lo stato di abbandono senza difese istituzionali che da tempo grava sull'intero Corpo", chiedendo un intervento delle autorità politiche.
di Silva Valier
www.corriereinformazione.it, 3 marzo 2015
Da oltre quarant'anni Conad mette in pratica valori consolidati quali l'impegno sociale, il dialogo con le comunità, la condivisione delle loro necessità: un impegno solidale che trova sintesi nel sostegno a progetti nazionali e internazionali.
In occasione della ricorrenza dell'8 marzo Conad sostiene le detenute e le donne che subiscono violenza con un'iniziativa solidale legata a braccialetti sartoriali confezionati in carcere. Per aiutare queste donne a reinserirsi nella società e migliorare il loro futuro saranno messi in vendita, a partire dal prossimo 2 marzo, 380 mila braccialetti sartoriali realizzati in materiale lycra riciclata e confezionati nelle carceri femminili da Officina Creativa.
Una concreta opportunità di sostegno alle donne che vogliono lasciarsi alle spalle un passato difficile. Conad devolverà una quota del ricavato all'associazione DiRe - Donne in rete contro la violenza, cui aderiscono 70 centri antiviolenza presenti in tutta Italia. Centri in cui le donne che hanno subito violenza sono aiutate a superare il loro dramma personale grazie all'accoglienza telefonica, ai colloqui personali, all'ospitalità in case rifugio e a numerosi altri servizi messi a loro disposizione.
Attraverso il marchio Sigillo, nato nel 2009, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria certifica la qualità e l'eticità dei braccialetti e di tutto ciò che è realizzato all'interno delle sezioni femminili di alcuni istituti penitenziari coordinando lo sviluppo di un'imprenditorialità femminile. Attraverso un modello di economia sostenibile che fa dialogare tra loro i laboratori sartoriali che operano a livello nazionale nelle carceri, alle detenute è offerta una concreta opportunità di reinserimento nella vita sociale, perché imparano un mestiere e percepiscono un regolare stipendio.
"Vogliamo celebrare la giornata dell'8 marzo non limitandoci al gesto di donare la mimosa, bensì offrendo alle donne più deboli - che vivono l'esperienza del carcere o hanno subito violenza - una concreta opportunità di chiudere con un passato difficile e contribuendo a migliorare il loro futuro" dichiara l'amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese. "Una sensibilità, quella verso la condizione delle donne, che si rispecchia anche nella nostra struttura. Sono anni che la solidarietà praticata ha un ruolo di primo piano in ciò che facciamo: i nostri clienti sono sensibili su questo tema e ci seguono nelle iniziative che proponiamo. I risultati che otteniamo ci spingono a fare sempre di più".
"Una scommessa difficile, certo, ma la vitalità di questo progetto ha ricevuto numerose adesioni da parte delle direzioni di istituti penitenziari e delle cooperative sociali operanti nel settore del tessile", fa notare il vice capo vicario del Dipartimento amministrazione penitenziaria Luigi Pagano. "Ad oggi sono oltre 15 gli istituti in cui il progetto Sigillo ha attivato laboratori sartoriali, grazie a un importante lavoro di collaborazione tra le cooperative promotrici dell'iniziativa, le eccellenze dell'imprenditorialità italiana e tutte quelle realtà penitenziarie territoriali che, mettendosi in gioco, offrono alle donne detenute coinvolte nel progetto nuove opportunità di crescita e di valorizzazione delle proprie capacità professionali. Il nostro obiettivo è quello di estendere il progetto a tutte le carceri femminili e per riuscirci abbiamo bisogno della collaborazione convinta di aziende e realtà produttive che credono nella missione del progetto Sigillo. E proprio in quest'ottica è nata la collaborazione con Conad per la produzione di braccialetti e tovagliette, che ha visto impegnate molte delle donne detenute impiegate nei laboratori sartoriali presenti negli istituti di Milano, Lecce, Trani, Vigevano, Santa Maria Capua Vetere, Genova e Torino".
"È un grande piacere per noi collaborare con Conad in questa iniziativa", sottolineala presidente di DiRe Titti Carrano. "Il marchio Conad rappresenta un legame concreto e quotidiano con un numero enorme di donne di ogni regione, età, livello culturale. È proprio questo il pubblico che vogliamo raggiungere per informare tutte e tutti che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno endemico, strutturale della nostra società. Dobbiamo sapere e far sapere che è possibile sottrarsi alla violenza e ricostruire la propria vita, come vediamo ogni giorno accadere nei centri antiviolenza. Per ottenere questo risultato è necessaria la collaborazione di tutti, delle istituzioni come delle grandi aziende.
Ci rende poi doppiamente orgogliose partecipare a una iniziativa che coinvolge il carcere. Le donne in carcere hanno alle spalle una storia di dolore e fatica. Attraverso il lavoro, la cura delle proprie abilità, la socializzazione, molto si può fare per l'autostima e il futuro reinserimento di queste donne".
Un problema di forte impatto sociale, quello delle donne che subiscono violenza. La cronaca quotidiana e le indagini giornalistiche degli ultimi anni sono piene di donne uccise da mariti, fidanzati, compagni, amanti, ex. Il 2013 è stato un anno nero per i femminicidi, con 179 donne uccise, una vittima ogni due giorni. Rispetto alle 157 del 2012, le donne ammazzate sono aumentate del 14 per cento (fonte: 2° Rapporto sul femminicidio in Italia, Eures).
Dati allarmanti, ancor più perché registrati soprattutto in seno alle famiglie e tra le mura domestiche. Sul fronte carcerario, le donne detenute sono presenti in tanti dei 201 istituti penitenziari italiani, 5 dei quali, peraltro, interamente per donne. Rappresentano il 4,3 per cento (2.349) della popolazione carceraria complessiva di 53.889 detenuti (fonte: ministero della Giustizia).
di Rodolfo Sabelli (Presidente dell'Anm)
La Repubblica, 3 marzo 2015
Caro direttore, domenica ho letto l'editoriale di Scalfari. Ne apprezzo gli spunti di riflessione ma non posso condividere il giudizio sulla buona qualità della riforma della responsabilità civile dei magistrati. Purtroppo, l'azione civile non sarà consentita solo all'esito della sentenza definitiva ma sarà possibile anche in corso di giudizio, contro i provvedimenti sommari e cautelari divenuti irrevocabili e contro ogni provvedimento, una volta trascorsi tre anni.
Dunque, potrà accadere che l'azione civile si sviluppi parallelamente al processo, col rischio di causare incompatibilità dei giudici e di prestarsi (come già accaduto in passato) ad abusi, che il filtro ha consentito, finora, di stroncare sul nascere.
La sua abolizione darà spazio invece ad ogni sorta di azione, la cui inammissibilità potrà essere dichiarata solo all'esito del giudizio. Quanto alla tutela dell'interpretazione, avere ampliato la responsabilità al "travisamento del fatto o delle prove" apre un varco al sindacato sul merito del giudizio. Se per "travisamento" deve intendersi soltanto il macroscopico e inescusabile stravolgimento dei fatti, perché si è scelta invece una formula così ambigua? In realtà, i rischi della riforma li avevamo segnalati sia alla Commissione giustizia della Camera sia al ministero della Giustizia. Se alcune previsioni del testo originario sono state eliminate, la volontà politica è rimasta ferrea sul travisamento e sull'eliminazione del filtro. Quanto alla richiesta di maggiori risorse - ma anche di migliori leggi civili, penali e processuali - da sempre noi la rivolgiamo alla politica, senza grandi risultati, finora. Che la riforma della responsabilità civile sia giunta prima, dovrebbe far riflettere sul senso di tale scelta.
Risponde Eugenio Scalfari
Ho piacere che queste obiezioni così lucide e sottili siano portate, tramite il nostro giornale, a conoscenza della pubblica opinione. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, con il quale ho avuto negli ultimi giorni vari contatti telefonici, credo conosca bene le vostre obiezioni e credo anche che nei limiti delle sue possibilità ne abbia tenuto conto, modificando in alcuni punti ancora più sensibili il testo iniziale della legge la quale passò al Senato e più recentemente anche alla Camera.
Il medesimo ministro mi ha detto che proprio parlando con lei seppe che la maggioranza della vostra Associazione voleva comunque che la legge passasse per evitare che la rivalsa fosse direttamente effettuata sul magistrato denunciato da un ricorso e non più dallo Stato nella persona del Presidente del Consiglio, salvo rivalsa in alcuni casi e comunque nei limiti di metà dello stipendio dal medesimo percepito.
Non credo, anzi escludo, che il ministro mi dicesse bugie. Lei, egregio presidente, smentisce o conferma questa vostra pressione affinché comunque la legge fosse approvata? Questo sarebbe interessante saperlo. Quanto al resto delle sue obiezioni, penso che tocchi non certo a me ma al ministro rispondere sul nostro giornale o in Parlamento o comunque pubblicamente.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 3 marzo 2015
Dobbiamo solo sperare che sia colpevole, Massimo Bossetti, che abbia aggredito, seviziato e ucciso Yara Gambirasio. Perché, se così non fosse, ci troveremmo di fronte a uno dei maggiori scandali giudiziari del nostro Paese. E non ce ne è davvero bisogno, neppure dopo che il Parlamento ha votato la riforma sulla responsabilità civile dei magistrati. Perché in questo caso occorrerebbe chiamare in causa anche le forze dell'ordine, gli uomini del Ris (che in esibizionismi e prove muscolari non sono secondi a nessuno) e la gran parte dei giornalisti italiani. Il grande circo mediatico-giudiziario alla sbarra, tutti insieme.
Gli hanno costruito addosso un vestito che pare una bara di cemento: il dna, le immagini del furgone vicino alla palestra dove si era recata Yara quel 26 novembre 2010 prima di essere inghiottita nel nulla, le celle telefoniche, i fili di tappezzeria sugli indumenti di Yara compatibili a quelli dei rivestimenti interni al furgone, le immagini cancellate da un computer comprato usato da Bossetti, la testimonianza tardiva di una signora residente in un paese vicino.
Questi erano, fino a pochi giorni fa, gli indizi. Processualmente, con la sola eccezione del dna di Bossetti trovato su leggins e slip di Yara, alquanto fragili, facilmente rovesciabili da un bravo avvocato. E anche lo stesso dna nucleare, in assenza del corrispondente mitocondriale, può essere messo in discussione. Se in Italia la parola di ogni Pubblico Ministero non fosse vangelo, il bravo avvocato potrebbe anche sospettare che il vero assassino abbia in qualche modo "trasportato" tracce dei geni di Bossetti sul corpo di Yara. Ipotesi un po' romanzesca, certo, ma non lo sono anche troppo spesso certe suggestioni dei rappresentanti dell'accusa?
Noi non siamo in grado di leggere le 60.000 pagine del Pubblico Ministero. Ma speriamo che spieghino prima di tutto quando, dove e come è morta la vittima. E poi che abbiano trovato l'arma del delitto e il movente. Oltra al nome dell'assassino, naturalmente. Ma questa è l'unica risposta che ci è stata data finora: l'assassino, secondo l'accusa, si chiama Massimo Bossetti.
Ma succede in questi giorni qualcosa di singolare. Con il deposito degli atti - non è vero che siano pubblici, sono solo a disposizione delle parti, solo alcune delle quali hanno interesse a diffonderli - non pare ci siano risposte ai quesiti principali su prove e indizi, ma solo intercettazioni. Sì, frasi spezzettate e selezionate a effetto dei colloqui in carcere tra Bossetti, sua moglie e altri familiari, registrati tramite una cimice, così segreta che i detenuti l'hanno trovata dopo poche ore.
E a questo punto che la "prova regina" non è più quella del dna, ma le parole dell'imputato. E come se stessero cercando di trasformare Bossetti nel Pubblico Accusatore di se stesso. La sua accorata autodifesa viene liquidata con frasi del tipo "e dopo aver ripetutamente come al solito cercato di difendersi, diceva però che..." e giù la tesi dell'accusa.
Dice alla moglie di far sparire coltelli e coltellini? Sono sicuramente le armi del delitto, come se la sua casa, l'auto e il furgone non fossero stati passati al microscopio nelle perquisizioni. Dice che non gli interessano gli sconti di pena perché non ha niente da dire e comunque non potrebbe mai, con una eventuale confessione, dare un dispiacere alla sua famiglia? Colpevole e reo confesso.
Non dimentichiamo che, quando Bossetti fu arrestato, il ministro dell'interno Angelino Alfano disse: "Abbiamo arrestato l'assassino di Yara Gambirasio". Oggi noi aspettiamo di sapere, a quasi un anno di distanza, se è vero. Ma prima vogliamo capire perché, se il movente era di tipo sessuale, non ci sia stata violenza, e anche perché sul furgone di Bossetti non ci siano tracce di Yara, neanche del suo sangue prodotto dalle ferite trovate sul suo corpo. Dove è stata ferita la ragazzina, se non nel furgone? Nel campo di Chignolo, in una serata invernale di freddo e di pioggia? E di che cosa è morta?
Se nelle sessantamila pagine del Pm non ci sono queste risposte, Massimo Bossetti è innocente. E la procura di Bergamo ha sprecato quattro anni e mezzo di indagini. Infine, si prepari Bossetti a fare la sua causa di risarcimento per ingiusta detenzione e la causa civile allo Stato, se non c'è la prova delia sua colpevolezza. Perché Yara Gambirasio, la sua famiglia e noi tutti, abbiamo diritto a vedere un processo con le prove. E presto.
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- Milano: mancano strutture idonee, per i detenuti malati scarcerazioni ritardate









