di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 14 febbraio 2015
Sei mesi di carcere per aver rubato 4 euro. La certezza della pena continua ad essere spietata. A far discutere è la sentenza che i giudici del tribunale di Genova hanno emesso contro un senzatetto ucraino di 30 anni, che nel novembre 2011 rubò qualcosa da mangiare in un supermercato della città della Lanterna: sei mesi per aver rubato un po' di formaggio e una confezione di wurstel, per un totale di 4 euro e 7 centesimi. Dopo 4 anni di trafila giudiziaria arriva il verdetto: in galera!
E tutto ciò nonostante l'accusa aveva chiesto di derubricare il reato in tentativo di furto spinto dalla necessità, per far condannare l'uomo a una multa di 100 euro. Ma i giudici della Corte di Appello hanno confermato la pena, già inflitta in primo grado: sei mesi di reclusione con la condizionale e una multa di 160 euro. Non è la prima volta che il tribunale di Genova affronta un caso simile. Ne avevamo già parlato sul Garantista: sempre a Genova c'è stato un vero e proprio accanimento giudiziario per una scatola di cioccolatini.
Un genovese di 28 anni, incensurato, accusato di aver rubato una scatola di cioccolatini in un mini market e andato sotto processo nonostante il pubblico ministero avesse chiesto l'archiviazione del caso. Ha deciderlo è stato il gip del tribunale di Genova, Silvia Carpanini, che ha disposto l'imputazione coatta. Il procuratore aggiunto Nicola Piacente aveva "graziato" il ragazzo valutando la lieve entità del danno, il fatto che fosse un incensurato e soprattutto perché questo procedimento non avrebbe fatto altro che intasare le cancellerie già oberate per l'elevato numero di processi.
Ma il giudice ha accolto la richiesta di opposizione di archiviazione presentata dagli avvocati del supermercato e il ladro di cioccolatini dovrà finire sotto processo. Queste storie tremende meritano, quindi, una riflessione partendo da episodi veri. Anni fa una cinquantenne disperata e affamata, madre di un ragazzo disabile, è stata sorpresa mentre rubava qualche pezzo di formaggio in un supermercato di Cassino. Rubava per mangiare.
È stata scoperta dalla sorveglianza che ha informato il dirigente del centro commerciale il quale, venuto a conoscenza della situazione di grave bisogno della persona colta in flagranza, non solo ha deciso di non sporgere querela ma l'ha assunta nel supermercato eliminando così la sola causa che l'aveva spinta a commettere il reato. In questo caso il "furto in stato di bisogno" è stato risolto a monte, senza scomodare la giustizia penale.
In altri casi si è ricorsi alla scriminante dello stato di necessità. E questo grazie alla sentenza dell'adora giudice Gennaro Francione - attualmente fa teatro civile dopo essersi dimesso da magistrato - che ha applicato la scriminante dell'art. 54 cp (un articolo del codice penale che prevede l'assoluzione per "stato di necessità") al furto per fame e alla vendita in strada di ed contraffatti per avere agito in stato di necessità rappresentato dal bisogno di nutrirsi.
Alla fine del 1800 divennero famose in Francia le sentenze de le bon President Magnod che assolveva le persone spinte dalla fame a commettere reati contro il patrimonio applicando la scriminante dello stato di necessità. Sentenze scandalose per i conservatori ed esemplari per i rappresentanti delle tendenze del socialismo giuridico. Una questione che si dovrebbe riproporre dopo oltre un secolo e dove la crisi economica che colpisce in modo pesante le classi sociali meno protette riporta all'ordine del giorno. Ma è difficile visto che la sensibilità politica è tutta concentrata sulla parola d'ordine che fa presa sul popolo devastato dalla propaganda legalitaria: "La certezza della pena".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 14 febbraio 2015
La corte di Reggio Calabria ha accolto l'istanza di risarcimento per ingiusta detenzione e a rimandato a giugno la decisione finale. Sono queste le buone notizie per Giuseppe Gulotta, colui che ha passato 22 anni di galera innocentemente.
La Corte d'Appello di Reggio Calabria ha deciso di accogliere le richieste avanzate dei legali di Giuseppe Gulotta e ha spiazzato l'avvocatura dello Stato che si era opposta al risarcimento per "induzione in errore giudiziario per falsa dichiarazione" - poco importa se sotto violenze e torture accertate nel procedimento di revisione del processo - ed ha portato in aula tre periti e li ha fatti giurare sulla Costituzione: essi avranno il compito di sezionare, ancora una volta, la vita di Giuseppe e capire, analizzare, quantificare i danni che ha subito in trentasei anni di calvario giudiziario, da innocente.
Gli avvocati Pardo Cellini e Lauria Baldassarre parlano di un "moderato ottimismo" e invitano alla prudenza, rimandando ogni considerazione al prossimo appuntamento in tribunale che ci sarà l'11 giugno. Nel frattempo l'avvocatura dello Stato sta portando avanti una dura opposizione alla richiesta di risarcimento. Sono 56 i milioni chiesti a riparazione del maltolto. "Il tribunale - spiega l'avvocato Cellini - vuole capire come i 22 anni passati in carcere da innocente possano avere cambiato in peggio la vita di Gulotta".
Intanto, attraverso il web, Gulotta si rivolge al premier Renzi e al presidente della Repubblica Mattarella, affinché lo Stato possa riconoscere le proprie colpe. Ricordiamo che Giuseppe Gulotta oggi ha 57 anni. Quando ne aveva appena 18, nel 1976, è stato accusato di aver ucciso due giovani carabinieri che dormivano nella caserma di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Arrestato, è stato costretto sotto tortura a confessare un reato mai commesso.
Al processo di primo grado è stato assolto per insufficienza di prove, ma dopo vari gradi di giudizio è stato definitivamente condannato all'ergastolo nel 1990. Con lui furono accusati degli omicidi altri quattro ragazzi. Due fuggirono in Brasile per scampare al verdetto, uno venne ritrovato impiccato in cella, un altro ancora morì di tumore in carcere, privato delle cure in ospedale perché ritenuto un pericoloso ergastolano.
Dopo 36 anni, di cui 25 trascorsi dietro le sbarre, Gulotta ha ottenuto la revisione del processo grazie alla confessione di un carabiniere. È stato assolto definitivamente nel 2012. Ad oggi attende ancora che lo Stato gli versi il risarcimento per l'ingiusta detenzione e forse a giungo potrà finalmente vincere la battaglia finale, anche se nulla potrà mai ridargli indietro tutti gli anni di libertà che la malagiustizia gli ha portato via.
di Angela Nocioni
Il Garantista, 14 febbraio 2015
Gatta da pelare per il governo Renzi: rispedire in Brasile o tenersi in Italia l'alter ego di Cesare Battisti? Henrique Pizzolato, direttore marketing del Banco do Brazil è stato condannato in Brasile a 12 anni e 7 per tangenti agli alleati del governo dell'ex presidente Lula.
È un cittadino brasiliano con passaporto italiano, scappato in Italia per fuggire alla galera certa laggiù. Il Brasile lo rivuole indietro, lui si è opposto all'estradizione dicendo che la sua vita in una cella brasiliana non è al sicuro, la Corte d'appello di Bologna gli aveva dato ragione, la Corte di Cassazione ha ribaltato quella sentenza. Spetterà al governo italiano decidere, come al governo Lula spettò decidere cinque anni fa se rimandare in Italia o proteggere Cesare Battisti.
Ora che è l'Italia ad avere in casa un cittadino brasiliano che si dice perseguitato dai tribunali in patria e cerca di evitare la galera, cosa deciderà il governo?
Battisti - quello vero - torna alla ribalta, suo malgrado. Proprio ora che era quasi riuscito a farsi dimenticare. Questo emulo brasiliano, dopo l'evitata estradizione per i quattro omicidi per i quali Battisti è condannato in Italia, proprio non gli ci voleva.
Pizzolato è stato condannato in via definitiva dal Tribunale supremo di Brasilia per uno strano balletto di 33 milioni di dollari che servirono tra il 2003 e il 2005 a garantire al Partito dei lavoratori (Pt), il partito di Lula, i voti degli alleati in Parlamento. Reati imputatigli: corruzione, peculato e riciclaggio. Tutto fatto su richiesta del partito.
Per non finire in galera, Pizzolato è scappato nottetempo dal suo attico sulla spiaggia di Copacabana in compagnia di un avvocato, tre valigie e una chiavetta Usb zeppa di documenti. E con in tasca un passaporto italiano falso ritirato a nome del fratello morto nel 2008 in un incidente d'auto, ma con incollata la sua foto. Ha forse attraversato in macchina il confine col Paraguay, poi è passato in Argentina, a Buenos Aires si è imbarcato su un aereo per Madrid e alla fine è arrivato in Italia.
Leonardo Souza, giornalista della "Folha de Sao Paulo", ha così ricostruito la fuga: "Per scappare in Italia Pizzolato s'è procurato una serie di documenti. Carta d'identità, codice fiscale, passaporto e certificato elettorale falsi". In Brasile è possibile ritirare il documento per conto di un'altra persona. Una informatizzazione non perfetta avrebbe consentito a Henrique Pizzolato di ritirare la carta d'identità del fratello morto. E con quella, chissà aiutato da chi, il passaporto italiano. Da morto, Celso Pizzolato aveva anche un conto in banca e pagava regolarmente le tasse.
Il doppio passaporto, anche se falso, per Henrique Pizzolato era stato finora una salvezza. Anni fa a un altro brasiliano dalla doppia cittadinanza (quello dei passaporti italiani in Brasile è un business, esistono agenzie private che ne sfornano quantità sospette) il giochetto era quasi riuscito.
Salvatore Cacciola, brasiliano con cittadinanza italiana, condannato nel 2005 da un tribunale brasiliano a 13 anni per il crac della banca Marka, riuscì a scappare e a vivere a Roma per qualche anno grazie al doppio passaporto. Venne arrestato nel 2008 e poi estradato in Brasile, solo perché non seppe resistere all'idea di una vacanza a Montecarlo e li trovò l'Interpol ad aspettarlo.
Pizzolato invece è stato arrestato il 5 febbraio dell'anno scorso a Maranello e rinchiuso nel carcere di Sant'Anna a Modena fino a quando la Corte d'appello di Bologna ha negato la sua estradizione. È l'unico, degli undici alti dirigenti del governo Lula condannati nel processo del mensalão, a non essersi consegnato alla polizia. "Ho deciso di far valere il mio legittimo diritto di libertà per essere sottoposto ad un nuovo giudizio in Italia, in un tribunale che non è sottoposto alle imposizioni dei media controllati dall'imprenditoria, come è previsto nel trattato di estradizione tra Brasile e Italia", aveva scritto in una lettera prima di lasciare Rio.
Secondo i giudici bolognesi le galere brasiliane non garantiscono il rispetto dei diritti umani e quindi non è giusto rispedirlo indietro. Lo stato brasiliano ha presentato ricorso in Cassazione e la Cassazione gli ha dato ragione. Nel carcere di Papuda, a Brasilia, dove il manager in fuga avrebbe scontato la pena e dove ha soggiornato a lungo anche Battisti, prima di ottenere lo status migratorio di cittadino straniero con permesso di residenza permanente in Brasile, i detenuti corrono il rischio di essere uccisi.
È stato questo l'argomento principale della difesa di Pizzolato (che ieri ha fornito ai giornali italiani foto raccapriccianti sulle carceri brasiliane), messa a punto sulla scia della difesa di Battisti all'epoca del suo processo: se mi mandate in galera in Italia mi uccideranno. Ora che la Cassazione ha reso inservibile quell'argomento per Pizzolato, la decisione finale sulla richiesta di estradizione sarà politica.
Gli amici di Battisti si preoccupano, temono che si crei un clima politico da scambio di ostaggi. "Ciascun processo di estradizione è una storia a sé, lasciate in pace Cesare" dicono. Amnesty International locale, che di Battisti è una supporter fedele, ripete da tempo: "Non siamo in guerra, non si tratta di uno scambio".
di Enrico Buemi
Il Garantista, 14 febbraio 2015
Caro direttore, in merito al suo più che condivisibile articolo, ("Negazionisti in prigione? È pura follia"), volevo segnalarle che io e il mio collega socialista Fausto Guilherme Longo ci siamo astenuti, consapevoli che per il regolamento del Senato questo equivaleva come voto contrario, dal voto dell'altro giorno nell'aula del Senato che ha approvato un provvedimento che limita di fatto la libertà di espressione.
Come ho già detto, durante il mio intervento in Parlamento, io credo che sia un compito arduo affermare, da un lato, l'assoluta convinzione della certezza degli avvenimenti certificati dalle sentenze giudiziarie dei tribunali internazionali, in relazione alle vicende riguardanti il genocidio ebraico e, dall'altro lato, non limitare l'attività di una dialettica, seppure strumentale, finalizzata ad altri obiettivi che altri vorrebbero mettere in campo, usando uno strumento di sanzionamento penale e senza limitare la libertà di opinione. Il confine tra il lecito e l'illecito, inoltre, in questa materia, che fino a quando non si sostanzia in azioni materiali è relativo all'opinione, seppure sbagliata, è un confine che diventa difficile determinare per legge.
Ovviamente, la necessità di una verifica storica può avere valori diversi su fatti conclamati, vicini e vissuti e altri fatti che non sono sufficientemente noti o lontani da noi dal punto di vista temporale e dal punto di vista geografico.
Dobbiamo, quindi, avere, pur nella convinzione assoluta, per quanto mi riguarda, che le vicende di cui stiamo parlando sono accadute e sono accadute nei termini in cui ne è stato scritto, il coraggio di accettare il confronto con altri che, lo ribadisco, facendo una strumentalizzazione per finalità diverse, ne negano l'esistenza storica.
Mi domando, però, se siamo sicuri che nel nostro codice penale non esista una norma che consenta, in presenza di una volontà effettiva, di contrastare dal punto di vista giudiziario questo comportamento. Io penso che esista già questa possibilità, ma mi pongo anche il problema se sia effettivamente utile ed efficace, su questioni di questo genere, utilizzare il codice penale. Mi chiedo, inoltre, se per un'azione di negazione di fatti così evidenti, così gravi, così tragici, a tal punto ammessi ed accettati da tutta la comunità internazionale, si possa utilizzare uno strumento giudiziario per contrastare attività di alterazione culturale, prima che fattuale, di vicende che hanno quella dimensione.
Credo che, con l'approvazione di un provvedimento e con il richiamo di provvedimenti di carattere giudiziario, non facciamo che un buco nell'acqua, anzi mettiamo su un piedistallo coloro che vogliono strumentalizzare in maniera a loro favorevole queste vicende inconfutabili. Un altro interrogativo che mi pongo è, dal momento che la sanzione non impedisce l'omicidio della persona, se sia possibile che la sanzione impedisca l'omicidio della verità, della notizia tragica, la più tragica dell'umanità.
Noi abbiamo bisogno di affermare la verità tutti i giorni, non ci possiamo salvare la coscienza inserendo nel nostro codice penale un richiamo specifico a questa vicenda tragica ed indimenticabile fino alla fine dell'umanità. Noi vogliamo, con questo atto, consentirci di avere un sistema educativo che riproponga giorno per giorno l'affermazione di questa verità, che crei queste sensibilità che sono necessarie per un contrasto vero a quelle forme di violenza umanitaria inaudite ed indimenticabili?
Qui non si tratta di essere contro un provvedimento perché si vuole attenuare un'azione di contrasto. La si vuole rafforzare, invece, ma dal punto di vista della sua concretezza ed efficacia quotidiana e non inserendola all'interno di una pagina del codice penale, che prevede già la norma che sanziona l'istigazione all'odio razziale, introducendo un'aggravante specifica che, francamente, io trovo già nel codice penale. Colgo l'occasione per manifestarle l'apprezzamento per l'impegno del suo giornale nella difesa di principi fondamentali della nostra Costituzione e delle nostra convivenza civile e democratica.
di Salvatore Cuffaro
Quotidiano di Sicilia, 14 febbraio 2015
Lo Stato con la Legge e il Giudice, mette le persone che hanno sbagliato, e non solo queste, in carcere, facendole evadere dal mondo. Il carcere, però, non è storia di corpi ma di anime. Il detenuto non può essere considerato e, peggio ancora trattato, come un animale da governare, un oggetto da sistemare, conservare e nascondere, uno sconfitto da castigare, a cui farla pagare. È un uomo che va rispettato anche se non ha avuto rispetto, e forse ancora non ne ha.
È un uomo da capire soprattutto se nulla fa per essere capito, da aiutare anche se non vuole, o è riluttante a chiedere aiuto, è un uomo da indurre alla speranza se è disperato, da amare anche se sa solo odiare. Il detenuto è uno sconfitto della vita, e come ogni sconfitto subisce il declino del suo destino, trascurato dallo stesso potere pubblico che lo ha condannato e condotto a espiare la pena in una immorale carcerazione, che lo porta a una degradazione psicologica e materiale, camuffata da false e illusorie prospettive di rieducazione sociale, o risocializzazione che dir si voglia.
La privazione della libertà, vissuta in condizioni e luoghi deprecabili, snaturati, miserevoli e inumani, senza possibilità di idonee e congrue soluzioni, se non di qualche inutile banale rappezzatura, mi spinge a ripensare alla validità della scelta del carcere come forma di espiazione della pena.
Se lo Stato pensa di aver vinto la sua guerra mettendo in carcere degli uomini che hanno sbagliato e che hanno perso, non ha vinto, ha perso anche lui insieme ai perdenti. Vincerebbe se riuscisse a impedire la sfida, a rimuoverne le cause, e a essere clemente se non riuscisse a impedirla. Non è vincere né sentirsi a posto con la coscienza, questo deserto che lo Stato crea per difendere "pace sociale e sicurezza", è vendetta. Ed è ancora più grave e penoso perché lo Stato fa tutto questo "in nome del popolo", per dare a qualcun altro la responsabilità della sua incapacità.
Si potrebbe dare, alle persone che si sono macchiate di alcuni reati, (senza portarle in carcere, né prima, né durante, né dopo il processo), la possibilità di lavorare con l'obbligo di lasciare allo Stato parte del salario, facendo così pagare il prezzo dei loro errori. Questo sarebbe ottemperare realmente all'art. 27 della Costituzione, perché sarebbe opera di rieducazione e di restituzione del reo alla società; sarebbe soprattutto una scelta dello Stato di comportarsi da padre per i suoi figli più difficili e bisognosi, ma non un padre cattivo che esercita la sua vendetta.
Il tempo del carcere, che pur possiede una sua feroce forza, lascia la (non indeterminata) possibilità di riflettere per capire di quale vita potranno godere gli occhi e l'anima, cosa si dovrà fare per poter scegliere cosa fare di essa, per poter uscire da uomini liberi, quando il rischio più grande è tornare ad essere succubi degli errori del passato. Il carcere non è storia di corpi ma storia di anime e di spiriti. Quando lo Stato e la società lo capiranno, solo allora le condizioni dei detenuti in carcere potranno migliorare.
www.sardegnalive.net, 14 febbraio 2015
Dire che ci troviamo in un Paese in cui ci sono troppe leggi rimaste lettera morta, non fa ormai più notizia. Così come, di conseguenza, passano nel dimenticatoio, con sempre maggiore frequenza, realtà disciplinate solo in teoria da nuove norme e che riguardano situazioni spesso difficili e anche drammatiche di soggetti che da sempre rivendicano diritti mai tutelati.
È il caso stavolta di una legge regionale della Sardegna, quella del 7 febbraio 2011, n. 7, che prevede testualmente un "sistema integrato di interventi a favore dei soggetti sottoposti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria e istituzione del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale". Ancora più chiaramente, nella stessa legge si evidenzia che "la Regione autonoma della Sardegna, nell'ambito delle proprie competenze, concorre a tutelare e assicurare il rispetto dei diritti e della dignità delle persone adulte e dei minori presenti negli istituti penitenziari o ammessi a misure alternative e sostitutive della detenzione".
La norma suddetta, al Capo II, prevede anche la figura del Garante, istituito presso il Consiglio regionale, punto riferimento fondamentale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Fissati gli obiettivi e contemplata la figura del Garante, nella legge sono previsti anche gli strumenti finanziari per raggiungere lo scopo, ovvero euro 1.800.000 annui per le finalità di cui al capo I e in euro 200.000 per le finalità di cui al capo II (v. Garante).
Ebbene, dall'ormai lontano 2011 questa legge non ha mai trovato applicazione, è rimasta lettera morta. Tra gli scopi voluti dal legislatore, non ce n'è uno che possa essere sottovalutato o, ancora peggio, dimenticato. Basti solo ricordarne qualcuno in tema di assistenza sanitaria, formazione e istruzione.
Non dimentichiamo neanche che la legge non poteva essere più precisa anche sui tempi della sua applicazione. L'art. 20 dispone, infatti: "Le spese previste per l'attuazione della presente legge gravano sulla UPB S05.03.009 del bilancio della Regione per gli anni 2011-2013 e su quelle corrispondenti dei bilanci per gli anni successivi".
La norma è stata altrettanto puntuale riguardo alla nomina del Garante. Recita, infatti, l'art. 13, punto 2): "Il bando per la presentazione delle domande è pubblicato a cura del Presidente del Consiglio regionale sul Bollettino ufficiale della Regione autonoma della Sardegna (Buras), in sede di prima applicazione, entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge e successivamente entro trenta giorni dalla scadenza del mandato".
La legge in questione, dunque, precisa e puntuale nelle buone intenzioni, dopo la sua approvazione non ha avuto più seguito: è caduta nel vuoto, o meglio, nell'oblio. Eppure, si è trattato della disciplina di una materia che tira dritta verso il cuore e le sofferenze della gente, in questo caso di persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale che chiedono un'assistenza sanitaria adeguata e il rispetto dei diritti essenziali della persona. Insomma, tra una legge in vigore, ma non applicata, e una che non esiste, nel nostro Paese non fa differenza. Alle promesse volute solo come tali non c'è mai limite, quand'anche sancite da una norma. Certo, in questi casi, l'inganno è ancora più grave.
Ristretti Orizzonti, 14 febbraio 2015
"È opportuna la ferma opposizione al progetto ministeriale di trasferire in Sardegna 184 detenuti in regime di massima sicurezza, ma occorre non dimenticare i numerosi gravi problemi che vivono nell'isola i cittadini privati della libertà anche nelle nuove mega strutture, a partire da quelli sanitari, della formazione e del recupero sociale". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", ricordando che in Sardegna "sono attualmente recluse oltre 1800 persone, 160 in attesa di primo giudizio e 119 con pene non definitive, e permane il sovraffollamento in 4 Istituti".
"Le condizioni di vita dei ristretti - evidenzia Caligaris - sono oggettivamente migliorate dal punto di vista logistico. Nel complesso le celle sono più confortevoli di quelle di San Sebastiano a Sassari, di Piazza Manno a Oristano, della "Rotonda" di Tempio e di Buoncammino a Cagliari, ma non dimentichiamo che erano situazioni vergognose.
Niente però è cambiato relativamente al recupero sociale. I detenuti continuano a trascorrere in cella le loro giornate. La mancanza di attività finalizzate alla formazione e alla rieducazione non può essere trascurata. Gli sforzi della Polizia Penitenziaria o dell'area Trattamentale non sono sufficienti. È necessario un programma articolato soprattutto per i detenuti per reati sessuali. Per non parlare della Sanità Penitenziaria che deve essere ancora calibrata alle reali necessità con una riorganizzazione dei servizi attualmente deficitaria".
"Le nuove strutture penitenziarie - rileva ancora la presidente di Sdr - sono state ubicate fuori dal tessuto urbano. Distanze spesso difficili da colmare specialmente per chi raggiunge l'isola da altre regioni. Le difficoltà sono aumentate dalle scarse o quasi inesistenti indicazioni stradali e dai mezzi pubblici non adeguati ai bisogni. I tempi necessari per raggiungere gli Istituti e quelli per poter effettuare i colloqui stanno mettendo a dura prova anche i volontari costretti a moltiplicare i sacrifici per svolgere le attività".
"Il Ministero e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, così prodighi nell'assegnare alla Sardegna sempre nuovi oneri non sono altrettanto solerti nell'affrontare e risolvere il problema degli organici. Oltre agli Agenti, c'è la questione dei Direttori. Nella nostra isola i responsabili delle principali carceri devono reggere più Istituti e quando qualche collega usufruisce delle ferie a ciascuno in servizio ne spettano non meno di tre. Ciò provoca condizioni assurde. C'è poi ancora irrisolta l'assegnazione del Provveditorato regionale. L'attuale responsabile - conclude Caligaris - è ormai solo reggente, in quanto svolge un incarico a Roma. Il suo Vice è anch'egli impegnato in un'altra sede. Insomma in Sardegna il Dap naviga a vista sperando che non affiori qualche scoglio pericoloso".
Ansa, 14 febbraio 2015
"Mercoledì scorso sono intervenuta in Commissione Antimafia in occasione dell'audizione del nuovo capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Santi Consolo. Nel mio intervento, oltre a formulargli gli auguri di buon lavoro per il non facile ruolo assunto, ho inteso porre alcune questioni relative alla situazione delle carceri in Calabria, presso le quali, nei mesi scorsi, ho effettuato diverse visite ispettive". Lo afferma, in una nota, la deputata del Pd Enza Bruno Bossio.
"Queste ispezioni - aggiunge - mi hanno fornito uno spaccato di una situazione generale, che riguarda tutti gli istituti di pena del nostro Paese, dove appare difficile, se non impossibile, coniugare la necessità di punire i colpevoli con quella della garanzia dei diritti di cui un detenuto è comunque portatore. In particolare, ho posto all'attenzione del dott. Consolo la situazione del reparto di isolamento del carcere di Rossano dove, durante una mia visita a sorpresa, ho trovato condizioni di vita da terzo mondo.
Nonostante le positive ed immediate iniziative del Dap per fronteggiare le emergenze da me segnalate, anche dopo la mia visita hanno continuato a verificarsi una serie di anomalie nei confronti di alcuni detenuti, prontamente segnalate agli uffici competenti. In particolare ho ricordato il caso di un detenuto che è stato trasferito dalla sera alla mattina da Catanzaro a Rossano e da Rossano a Spoleto.
Questo detenuto ha fatto più volte lo sciopero della fame per denunciare alcune scorrettezze che avrebbe subito e la negazione di alcuni suoi diritti garantiti dal regolamento carcerario, scorrettezze che sembrano paradossalmente aumentate da quando io mi sto occupando del suo caso. Circostanza ancor più grave è che, nonostante si tratti di un detenuto condannato all'ergastolo ostativo, gli vengano negati quei diritti minimi che comunque la sentenza ed il regolamento carcerario garantirebbero.
Inoltre, appena pochi giorni fa, nel carcere di Reggio Calabria è morto un detenuto che, dalle notizie in mio possesso, aveva chiesto in più di un'occasione di essere sottoposto a visita medica". "Ho citato questi esempi - conclude Enza Bruno Bossio - perché li considero emblematici della situazione generale delle nostre carceri nelle quali, al di là delle leggi e delle dichiarazioni di principi, si opera spesso al limite del diritto".
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 14 febbraio 2015
Sospese le attività di redazione dopo 11 anni di vita. Carla Chiappini, direttore responsabile: "Tanto rammarico. Ora speriamo che non si interrompa il bellissimo dialogo che avevamo instaurato tra le persone recluse e quelle libere".
Chiude "Sosta Forzata", il giornale del carcere di Piacenza Sospese le attività di redazione dopo 11 anni di vita. Carla Chiappini, direttore responsabile: "Tanto rammarico. Ora speriamo che non si interrompa il bellissimo dialogo che avevamo instaurato tra le persone recluse e quelle libere". Dopo 11 anni di vita, la direzione del carcere di Piacenza Le Novate ha sospeso l'attività di redazione di "Sosta Forzata", il giornale della casa circondariale. "Sono molto rammaricata", commenta Carla Chiappini, direttore responsabile della pubblicazione. Al momento, non sono ancora state fornite motivazioni ufficiali: sta di fatto che l'ultimo numero uscito è quello dello scorso dicembre. "Sosta Forzata" è nato come allegato del giornale diocesano "Il nuovo giornale". Una tiratura di 4.500 copie, sul quale scrivevano una media di 20 detenuti all'anno. "Il nostro obiettivo è sempre stato il dialogo tra i cittadini reclusi e i cittadini liberi. Un dialogo che nascesse dall'idea di confronto, che ponesse occhi e orecchie delle persone libere di fronte ad altre storie". Persone che facevano fatica a scrivere nella loro lingua che si sono forzate - e sforzate - a scrivere in italiano. A raccontare prima a se stessi e poi agli altri la propria storia, con i propri limiti ed errori. A raccontare la loro vita in una città in cui vivono ma che non conoscono. Niente lamentele, recriminazioni e rabbia: "Su questi temi abbiamo sempre discusso molto".
Il dialogo con le scuole, l'università, l'istituzione di un premio letterario (Parole oltre il muro - Stefania Manfroni, riservato ai detenuti e alle detenute della casa circondariale di Piacenza): "Abbiamo messo in moto un meccanismo molto articolato, senza mai creare conflitto". "Sosta Forzata" usciva 3/4 volte all'anno: "Raccoglievamo persone di culture anche molto diverse, avevamo un grandissimo turnover. Rispettare le scadenze non era facile. Il primo passo che ogni volta facevamo era instaurare un clima di dialogo e fiducia, senza il quale nessuno sarebbe stato disposto a condividere con altri i propri pensieri". 2 ore alla settimana di attività di redazione, senza computer ma prendendo pagine e pagine di appunti. Un enorme lavoro sulle parole, sul loro significato nelle varie lingue, perché fosse compreso da tutti: "Per un bel po' abbiamo anche collaborato con il magazine Terre di Mezzo. Per loro abbiamo creato una specie di vocabolario delle parole del carcere". E adesso che succede? "La speranza è che non si interrompa il bellissimo dialogo che avevamo instaurato tra le persone recluse e quelle libere. E che si possa trovare un modo per riaprire questo lavoro, che a Piacenza aveva generato tanti frutti". I numeri. La Casa circondariale di Piacenza è diretta da Caterina Zurlo. Al 31 luglio 2014 ospitava 327 detenuti (403 i posti massimi regolamentari). Secondo i dati più recenti forniti dal Sappe, il Sindacato autonomi di Polizia penitenziaria, nelle carceri dell'Emilia-Romagna nel 2013 ci sono stati 811 gesti di autolesionismo e 126 casi di tentato suicidio. Maglia nera proprio a Piacenza, con 235 gesti di autolesionismo e 36 di tentato suicidio.
di Ivan Innocenti
Notizie Radicali, 14 febbraio 2015
Domenica 18 gennaio 2015 con gli amici Radicali, Simone, Anna e Luca, siamo andati in visita al carcere riminese per l'iniziativa Nonviolenta del Partito Radicale di Natale. Solo ora trovo la forza e la voglia di mettere nero su bianco quanto visto e le emozioni che con i giorni sono venute fuori. La visita ha mostrato con quale disprezzo e sciatteria le istituzioni trattano la vita umana e i doveri di legalità che le sono propri. All'interno del carcere ad un certo punto siamo arrivati in un ampio corridoio al primo piano. A destra detenuti rinchiusi dietro una inferriata. Si entra nella sezione, la I. Visitiamo alcune celle. Traspare la volontà dei detenuti di renderle presentabili come per dare bella impressione di se.
Si guardano i muri ammuffiti e incrostati, gli spazi ridotti, ma oggi vivibili se confrontati con quanto visto fino a pochissimi anni fa. I bagni piccoli e logori, presente solo una tazza, la vernice ai muri incrostata. Qualche domanda, "Come va?", "Tutto bene". Si intravede una piccola cella socchiusa, minuscola e con due letti a castello, una di quelle che non pretendeva di essere vista.
Una cella fatiscente, con un bagno incrosto e sudicio riempito di rottami di ferro, viene indicata come spazio ricreativo per la sezione. Priva di ogni arredo mostra al centro un bigliardino che non è dato capire se funzionante. Sono 32 le persone in questa sezione, la più vecchia del carcere e tutt'altro che ospitale. In corridoio una bacheca con l'orario dell'aria, due ore al giorno, il regolamento per il telefono.
La situazione è di evidente degrado anche se migliore di quella di un paio di anni fa quando i detenuti nel carcere erano il doppio. Si torna in corridoio, il cancello di fronte è lucido e verniciato da poco. È la seconda sezione. La visitiamo. Disabitata. Tutta nuova. Celle da 2, 3 e 4 posti. Impianti nuovi, muri puliti, bagni con doccia interna e piastrelle al muro, luce personale sopra ogni posto letto come negli ospedali. 24 posti liberi e disponibili.
La sezione è pronta da oltre 10 mesi ma ci dicono che dal ministero nessuno si è interessato a venire a fare il collaudo. Una autentica beffa; decine di persone che vivono in condizioni igieniche precarie godono della vista di tanto spazio disponibili e attrezzato alla distanza del loro braccio. A portata di mano ma irraggiungibile una detenzione dignitosa e civile. Il personale carcerario che ci accompagna osserva che anche per loro sarebbe sicuramente più salubre se si utilizzasse la sezione pronta.
Si esce dalla sezione, una porta tra la vecchia sezione e la nuova è chiusa. "Cosa c'è li?". "C'è una sala ricreativa per i detenuti, ma è chiusa perché piena delle suppellettili della sezione da collaudare". Un ulteriore sacrifico.
Si visitano le cucine nuove. Si chiede di vedere le vecchie. Sappiamo che potrebbero essere disponibili per poter fare dei corsi ai detenuti e che c'è interesse a riguardo. Però anche questi spazi sono occupati da cartoni, tavoli, sgabelli. Ci dicono che anche questi sono spazi che hanno dovuto utilizzare per immagazzinare gli arredi della sezione che deve essere collaudata. Altri progetti che devono aspettare.
All'uscita ancora materassi, tavoli e sgabelli ammassati fanno bella vista al sole dietro una vetrata accanto all'ingresso. Ancora arredi della sezione da collaudare. Il carcere sembra trasformato in un magazzino dove ogni spazio è ipotecato dalle lungaggini ministeriali.
Ci spiegano che in origine gli arredi delle sezioni erano ammassati tutti nella palestra del personale carcerario ma che per garantire lo standard di benessere hanno dovuta liberare la palestra e trasferire il tutto in altri spazi.
Durante la visita si è visto anche altro: i vecchi locali dell'infermeria, gli spazi all'aperto, la sesta sezione in ristrutturazione. Il carcere è sempre sovraffollato. 113 detenuti per 93 posti utili un sovraffollamento del 125%. Si ricordano oltre 250 detenuti di alcuni anni fa e i 200 del 2012 per 100 posti utili. Si è da tempo abituati al peggio, un detenuto in più ogni 5 sembra nulla, ma per chi vive questa realtà e ancora molto.
La situazione italiana è di una condizione riconosciuta di cronica emergenza e illegalità delle istituzione in materia carceraria e di violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti. Come è possibile che ci si permetta di negare il già disponibile per alleviare questa condizione, mostrando un disinteresse ad una urgente soluzione da più istituzioni nazionali e internazionali richiesta. Mi chiedo se come cittadino sono complice di questo regime, e tale mi sento. Come Radicale sicuramente no!
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