Adnkronos, 8 febbraio 2015
"Si è ancora lontani dall'assicurare condizioni tollerabili di vivibilità all'interno di gran parte degli istituti del Lazio, dove si verificano aggressioni al personale di polizia penitenziaria di Frosinone, e le difficili realtà degli istituti di Velletri e di Latina, sono spie di una tensione che resta ancora troppo alta".
Lo sottolinea la Fns Cisl, ricordando come secondo il dato ufficiale del Dap aumentano, anche se di poco, i detenuti nelle carceri della regione. Al 31 gennaio 2015 - spiega il sindacato - i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione Lazio risultano essere 5.629, 486 in più rispetto ai 5.114 posti disponibili, e si registra un aumento di 29 detenuti rispetto al dato del dicembre 2014. Da segnalare, inoltre, la presenza di 408 detenute.
Attualmente gli istituti che soffrono maggiormente il sovraffollamento sono Cassino, Civitavecchia, Frosinone, Latina, Rebibbia femminile, Rebibbia nuovo complesso, Regina Coeli, Velletri, Viterbo. Per quanto concerne, invece, i dati forniti dal Dipartimento Giustizia Minorile, osserva ancora la Fns Cisl, "si registra un aumento anche nel settore minorile dove, infatti, sono presenti all'Ipm Casal del Marmo 56 utenti, con una presenza media giornaliera 53.1, 9 in più rispetto a dicembre 2014. Per il sindacato "l'aumento è dovuto dall'entrata in vigore della Legge 11 agosto 2014, n. 117".
Il Velino, 8 febbraio 2015
Il Guardasigilli Andrea Orlando ha presentato ieri a Milano le iniziative con le quali il ministero della Giustizia sarà presente all'Esposizione Universale che si aprirà il prossimo primo maggio. Il dicastero di via Arenula sarà presente con progetti che seguiranno due filoni tematici: su materie più legate al tema di Expo2015 saranno presentati progetti specifici nati in carcere sul settore alimentare, nell'ambito di una più generale prospettiva che vede l'Italia impegnata a sviluppare una nuova prospettiva della detenzione, anche e soprattutto valorizzando la funzione del lavoro.
Nello stesso tempo il ministero vuole presentare le innovazioni normative e organizzative finalizzate a restituire alla nostra giustizia - in particolare quella civile - velocità e certezza, indispensabili per tornare ad attrarre investimenti e favorire la crescita economica. Inclusione sociale, diminuzione della recidiva, scambio di conoscenze, impegno partecipativo: sono queste le parole chiave della partecipazione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria a Expo 2015. Curato dal provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia e finanziato da Expo 2015, il progetto "Inclusione socio lavorativa", approvato e co-finanziato da Cassa delle Ammende, punta sul lavoro penitenziario come strumento più efficace per ridurre la recidività offrendo ai detenuti un'esperienza lavorativa eccezionale che possa essere utile ad un nuovo progetto di vita sui binari della legalità.
Saranno circa un centinaio le persone in esecuzione penale che saranno attivamente coinvolte nell'organizzazione logistica di Expo in servizi di facchinaggio, assistenza al personale ma anche accoglienza e supporto informativo. I cento detenuti saranno 35 provenienti dalla Casa di Reclusione di Opera; 35 dalla Casa di Reclusione di Milano Bollate; 10 dalla Casa Circondariale di Monza; 20 dagli Uffici di Esecuzione Penale Esterna di Milano tra persone sottoposte all'Affidamento in Prova ai Servizi Sociali.
Al tema del lavoro sarà dedicato anche il convegno che si terrà entro l'estate presso la Casa di Reclusione di Milano Bollate, attigua a Expo 2015 e quindi immediatamente raggiungibile, al quale saranno invitati i Commissari dei 146 Paesi partecipanti. L'obiettivo è di illustrare la strategia del ministero della Giustizia in tema di lavoro nelle carceri come elemento fondamentale per il reinserimento sociale nell'ambito del community sanctions. L'amministrazione promuoverà percorsi di scambio di conoscenze e tecniche con i Paesi partecipanti sulle modalità di trattamento in tema di lavoro penitenziario e inclusione sociale.
L'istituto di Bollate costituisce un progetto pilota sul trattamento avanzato dei detenuti, fondato essenzialmente sulla responsabilizzazione delle persone detenute, offrendo loro una gamma di opportunità scolastiche, formative, culturali ma soprattutto lavorative finalizzate a favorire processi di cambiamento per una pena autenticamente orientata al cambiamento, verso un modello di vita orientato alla legalità, nell'ottica del miglioramento delle condizioni detentive in linea con le raccomandazioni della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Il convegno sarà inoltre l'occasione per valorizzare le più significative produzioni agro-alimentari nei penitenziari italiani. In linea con il tema portante di Expo l'occasione consentirà inoltre anche un confronto sul tema dell'alimentazione in ambito penitenziario, regolamentata nel nostro paese da specifiche tabelle predisposte e approvate dal ministero della Salute, sulle abitudini alimentari dei detenuti, sulla cultura alimentare in un contesto che vede la presenza di numerose e diverse etnie.
Numerose sono le iniziative messe in campo dai due istituti penitenziari del territorio milanese. La casa circondariale di Milano "San Vittore" propone "libera scuola di cucina" nella sezione progetti per le donne di Expo 2015 che considera il valore del cibo anche come elemento privilegiato per il dialogo e la conciliazione; eventi didattici, comprese visite in istituto, per comprendere meglio l'azione di inclusione sociale a partire dal penitenziario; eventi nell'ambito di "Expo in città" per la conoscenza e degustazione di cibi con forte impronta etnica da parte dei cuochi coinvolti nel progetto Libera scuola di Cucina.
Ancora a Bollate ci sono invece in programma Visite guidate multilingue all'interno del carcere, sfruttando la particolare vicinanza a Expo; "Mercatini con aperitivo" per mostrare le potenzialità delle produzioni penitenziarie; un calendario "Eventi e concerti" per sensibilizzare la collettività e l'utenza di Expo ai temi dell'inclusione sociale attraverso discussioni; infine "percorsi artisti e mostre" per mostrare le capacità artistiche generate durante progetti trattamentali.
L'Auditorium del Padiglione Italia ospiterà a maggio una grande iniziativa di presentazione delle innovazioni in materia di giustizia, sia sul fronte organizzativo che su quello normativo, al fine di rendere il processo più celere e abbattere l'arretrato, e di raggiungere a breve la piena informatizzazione. Sarà l'occasione anche di presentare sul palcoscenico dell'Esposizione Universale i risultati dell'informatizzazione del processo civile, una delle esperienze più avanzate a livello internazionale che sta dando risultati importanti sia per il servizio offerto sia per il risparmio di tempi e costi.
È una sfida che il ministero vuole presentare al mondo utilizzando il palcoscenico più prestigioso del Paese e che mira a tornare ad attrarre investimenti stranieri grazie ad una riforma che ha l'obiettivo di dotare l'Italia di uno strumento decisivo ai fini di crescita, competitività ed efficienza. "La riforma del sistema della giustizia civile - ha detto recentemente durante la sua visita a Roma il vice presidente della Commissione europea Katainen - è l'esempio perfetto di una riforma che avrà certamente un impatto positivo nel creare un ambiente più favorevole all'impresa e che attirerà investimenti sostenibili".
Ansa, 8 febbraio 2015
Dopo Buoncammino chiude anche un altro carcere sardo, quello di Iglesias. Da questa mattina è in corso il trasferimento degli ultimi detenuti nei carcere di Uta e Sassari. In giornata dovrebbero essere portati nella nuova casa circondariale a Uta una cinquantina di detenuti, altri quindici, invece, saranno trasferiti a Sassari. Come già successo a novembre per il carcere cagliaritano di Buoncammino, gli agenti della polizia penitenziaria si stanno occupando di tutti i dettagli del trasferimento utilizzando uomini e mezzi. Polizia e carabinieri sono impegnati nel servizio di vigilanza e scorta. Il trasferimento dei detenuti, iniziato ieri, si sarebbe reso necessario a causa di alcuni problemi all'interno della struttura, riguardanti l'impianto di riscaldamento, che hanno di fatto anticipato i tempi della chiusura della struttura carceraria, decisa con decreto a maggio dello scorso anno, quando furono programmate le chiusure del carcere di Macomer e della scuola della polizia penitenziaria di Monastir.
www.contattonews.it, 8 febbraio 2015
Una trentina di disoccupati ex Pip (Piano Inserimento Professionale), hanno occupato l'ingresso della cattedrale di Palermo. Chiedono di incontrare l'arcivescovo al quale potere esporre le proprie richieste rimaste inascoltate dal governo regionale. Si tratta di alcuni degli esclusi dal bacino "Emergenza Palermo" rimasti senza stipendio da undici mesi. I lavoratori hanno chiesto al presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, di abolire la retroattività del provvedimento che li esclude dal sussidio, ma al momento da Palazzo d'Orleans non è arrivata alcuna risposta. Ad incidere, secondo gli ex pip, sarebbero i loro passati guai giudiziari. Accanto ai lavoratori stamani è sceso anche padre Carollo: "Avranno pure sbagliato nel passato ma per questo non devono restare esclusi per sempre dall'inserimento nel lavoro. Se da undici anni lavoravano hanno dato segno di correttezza. La nostra richiesta è di risolvere il problema".
La Nuova Sardegna, 8 febbraio 2015
La Giunta regionale sostiene la battaglia del Comune di Macomer per il mantenimento del carcere o, in alternativa, per la sua riconversione. Ieri a Cagliari si è tenuto l'incontro convocato dal presidente Pigliaru per discutere della vertenza che il Comune di Macomer ha aperto da tempo nei confronti del ministero della Giustizia. Ha coordinato i lavori il capo di gabinetto della presidenza, Filippo Spanu. C'erano tutto lo staff del presidente Pigliaru, l'assessore alla Sanità Luigi Arru, l'assessore ai Lavori Pubblici Paolo Maninchedda, il sindaco Antonio Succu, il vicesindaco Rossana Ledda e l'assessore Gian Franco Congiu.
Lo staff del presidente Pigliaru ha ribadito la volontà di sostenere la vertenza del carcere di Macomer (mantenimento della sua funzione o riconversione). Su questa seconda ipotesi l'assessore alla Sanità ha sostenuto la proposta del sindaco Antonio Succu su una riconversione che preveda un ruolo per i detenuti-pazienti degli ex ospedali psichiatrici giudiziari su un ala e l'utilizzo dell'altra per i cosiddetti "detenuti difficili", ossia i tossicodipendenti talvolta con doppia diagnosi, cioè con disturbi comportamentali.
"Questo - è spiegato in una nota - comporterebbe una forte collaborazione con i Serd (servizi sanitari territoriali per le tossicodipendenze) che a Macomer già operano. Peraltro il personale del servizio operante a Macomer ha acquisito negli anni una grande esperienza nel settore". Il tavolo si è chiuso con l'impegno di una richiesta al ministero di Grazia e giustizia per un incontro congiunto in tempi rapidi, con l'obiettivo di un accordo complessivo fra presidenza della Giunta, ministero di Grazia e Giustizia, Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, assessorato regionale alla Sanità e rappresentanti del territorio.
"In questa vertenza non siamo più soli - è il commento del sindaco Succu - ma è con noi anche la Regione. Sono molto soddisfatto del sostegno che il presidente Pigliaru ha deciso di darci e lo ringrazio per l'attenzione che vorrà dedicare a questa battaglia, che non è solo del comune di Macomer ma di tutto il territorio".
La decisione di chiudere il carcere di Macomer è apparsa incomprensibile dal primo momento. Si tratta di una struttura nuova che negli ultimi anni è stata attrezzata anche per accogliere il nucleo cinofili della polizia penitenziaria. Con la dismissione è destinata all'abbandono. Riconvertire un carcere in una scuola materna o in qualsiasi struttura destinata a un utilizzo diverso da quello di tipo penitenziario è praticamente impossibile. Già dopo la partenza degli ultimi detenuti alcuni ambienti sono stati lasciati in abbandono e al loro interno è iniziato degrado.
Il Tirreno, 8 febbraio 2015
L'uomo era già stato protagonista di episodi simili nelle carceri di Lucca e Pistoia. Aveva già aggredito diversi poliziotti nelle carceri di Lucca e Pistoia e per questo era stato trasferito alla Casa Circondariale di Pisa. Dove, l'altra notte, ha colpito a calci e pugni e ferendo diversi agenti di Polizia Penitenziaria. Dura la protesta del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, che non più tardi di cinque giorni fa ha segnalato che, a livello nazionale, "è la Toscana la regione d'Italia con il numero più alto di episodi di autolesionismo in carcere (1.047 casi) e di tentati suicidio sventati (112)".
"Questa aggressione è stata particolarmente violenta ed è ancor più inaccettabile perché vede protagonista un detenuto già resosi responsabile di analoghi gravi episodi in carcere: un detenuto tunisino che, seppur di soli 21 anni, ha commesso una sfilza di reati impressionati tra i quali lesioni, furto, rapina", spiega il segretario generale del Sappe Donato Capece.
"L'altra notte il detenuto, dopo essersi autolesionato il corpo perché pretendeva più terapia farmacologica, negata ovviamente dal medico di guardia perché non ve n'era la necessità (spesso in carcere i detenuti dipendenti da sostanze stupefacenti ed alcool cercano di abusa di farmaci...), veniva accompagnato in infermeria per le cure del caso. Dopo le cure, veniva accompagnato presso il suo reparto, ma giunto davanti alla cella si rifiutava di entrare e minacciava i presenti con una lametta che aveva occultata in bocca.
Dopo vari tentativi di convincere il detenuto a desistere da tale comportamento, visto che lo stesso persisteva nell'essere minaccioso ed aggressivo, si informa il Direttore che autorizzava i poliziotti all'uso della forza fisica, ma il detenuto stesso improvvisamente dava fuoco ad alcuni stracci e li lanciava contro il personale. I nostri poliziotti hanno spento il principio di incendio e hanno tentato di bloccare il detenuto, che però continuava a tirare calci e pugni. Risultato?
Due colleghi sono stati refertati al Pronto Soccorso con prognosi di 10 giorni a testa e altri 6 sono stati refertati in istituto per piccoli traumi e graffi ricevuti nell' immobilizzare il detenuto. Ora il detenuto è stato trasferito nel carcere di Livorno ma capirete bene che tutto questo è gravissimo. Noi non siamo carne da macello e la nostra pazienza ha un limite! E questo grave episodio dovrebbe fare seriamente riflettere tutti quelli che si riempiono la bocca nel dire che l'emergenza penitenziaria è superata".
Il Sappe, che in occasione di altre aggressioni a poliziotti penitenziari in varie carceri italiane aveva chiesto "di dotare le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria di spray anti aggressione recentemente assegnato a Polizia di Stato e Carabinieri", sollecita il Governo Renzi ad azioni efficaci per espellere i detenuti stranieri presenti in Italia: "È sintomatico che negli ultimi dieci anni ci sia stata un'impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, che da una percentuale media del 15% negli anni '90 sono passati oggi ad essere quasi 20mila. Fare scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d'origine può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia".
"Il dato oggettivo è però un altro - conclude il leader del Sappe: le espulsioni di detenuti stranieri dall'Italia sono state fino ad oggi assai contenute: 896 nel 2011, 920 nel 2012 e 955 nel 2013, soprattutto in Albania, Marocco, Tunisia e Nigeria.
Si deve però superare il paradosso ipergarantista che oggi prevede il consenso dell'interessato a scontare la pena nelle carceri del Paese di provenienza. Oggi abbiamo in Italia 53.623 detenuti: ben 17.462 (quasi il 35 per cento del totale) sono stranieri, con una palese accentuazione delle criticità con cui quotidianamente devono confrontarsi le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria. Si pensi, ad esempio, agli atti di autolesionismo in carcere, che hanno spesso la forma di gesti plateali, distinguibili dai tentativi di suicidio in quanto le modalità di esecuzione permettono ragionevolmente di escludere la reale determinazione di porre fine alla propria vita".
Adnkronos, 8 febbraio 2015
"Urgenti accertamenti" in merito alla gestione della disciplina dei detenuti nel carcere di Torino. A chiederli in una lettera ai vertici dell'amministrazione penitenziaria e al ministro del Giustizia è Leo Beneduci, segretario generale Osapp, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Il sindacato segnala che da mesi riceve lamentele dal personale penitenziari oggetto di "sbeffeggio" da parte dei detenuti nei confronti dei quali "verrebbero molto spesso archiviate o addirittura non contestate - si legge nella lettera - le infrazioni disciplinari scaturenti dai rapporti disciplinari redatti dal personale stesso a loro carico".
Una situazione che Beneduci definisce "preoccupante" e che "determinerebbe anche una forte demotivazione negli addetti del Corpo e un conseguente svilimento delle funzioni". Senza tralasciare le "evidenti ragioni di ordine e sicurezza" sottolinea il sindacalista. Sulla questione ha presentato un'interrogazione alla Camera il deputato della Lega Nord, Stefano Allasia.
di Michele Marangon
Corriere della Sera, 8 febbraio 2015
Su "Dietro il cancello" debutta l'ex presidente della Regione Sicilia condannato in via definitiva a sette anni per favoreggiamento di Cosa Nostra.
È nato "Dietro il cancello", un giornale scritto dai detenuti di Rebibbia. Tra di loro anche un redattore d'eccezione che debutta con due articoli: è Salvatore Cuffaro, l'ex presidente della Regione Sicilia in carcere dal 2011 perché condannato in via definitiva a 7 anni per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio nell' ambito del processo "Talpe alla Dda".
Aiutare i carcerati a voltare pagina, anzi a scriverne una nuova. È questo il senso di un giornale confezionato 'dietro le sbarrè, nel luogo dove tutto acquisisce un significato diverso, anzi il vero significato. E allora una parola, un'esperienza nuova, il mettere in fila i periodi di un articolo che leggeranno in molti, si trasformano di colpo negli strumenti per costruire una libertà interiore che vale più di tutto se la vita ti ha portato ad avere come temporaneo indirizzo quello di un carcere. Che non è mai un bel posto.
Non chiamatelo "giornalino", sarebbe riduttivo. Perché "Dietro il cancello", mensile curato dai detenuti dei reparti G8 e G12 del carcere romano di Rebibbia ( nuovo complesso), è molto di più: rappresenta la speranza dei reclusi di comunicare con l'esterno, di imparare - nel novero delle tantissime attività professionali che già si svolgono dentro la struttura - anche i rudimenti di un mestiere non propriamente manuale come quello del giornalista. Rappresenta la scommessa di rieducare attraverso la libertà di espressione, nel rispetto di quelle regole che la scrittura e la comunicazione impongono.
Il numero zero di "Dietro il cancello", diretto dai giornalisti professionisti Federico Vespa e Giovanna Gueci, è in realtà il ritorno di una esperienza nata diversi anni fa, ed oggi tornata alle stampe grazie al rinnovato impegno dei volontari dell'associazione "Gruppo idee", presieduto da Zarina Chiarenza, che oltre al giornale sta portando avanti altre iniziative come il laboratorio sartoriale rivolto elle detenute con marchio "Nero luce - made in Rebibbia" o la squadra di rugby del carcere di Frosinone, oppure la rappresentativa di calcio composta da agenti di penitenziaria e reclusi di Rebibbia.
Alla presentazione coordinata dal giornalista Rai Domenico Iannaccone, svoltasi il 6 febbraio presso la sala università della struttura penitenziaria ( sono sessanta i detenuti attualmente iscritti ad un percorso universitario) hanno partecipato il direttore del nuovo complesso di Rebibbia Mauro Mariani, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, il giudice Ferdinando Imposimato, il consigliere regionale Giuseppe Cangemi, il giornalista Bruno Vespa.
Il primo numero è stato stampato in tremila copie e punta ad una ampia diffusione in tutte le realtà vicine al mondo carcerario e giudiziario. Ma questo è solo l'inizio di un percorso che vuole essere duraturo e coinvolgente delle altre realtà carcerarie laziali.
"Il progetto editoriale - dice Giovanna Gueci - affidato a soggetti ristretti, con pene relativamente lunghe da scontare, tenta di realizzare innanzitutto una riflessione sulla oggettiva "interruzione di comunicazione" con la collettività a causa del reato e sulla necessità che tale rapporto possa essere ripristinato solo attraverso l'impegno ed il confronto costante tra carcere e società civile. Persone limitate negli spazi fisici e mentali sono alle prese con un lavoro di gruppo, sistematico e da "esportare", che impone un ripensamento del tempo e del linguaggio".
Si legge negli occhi dei redattori (vietato intervistarli in mancanza la dovuta sfilza di autorizzazioni ministeriali) tutto l'orgoglio di aver creato un prodotto dignitoso e profondo, ricco di contenuti che raramente trovano spazio nei media.
Il giornale, infatti, apre con il titolo "Se un detenuto vale otto euro", relativo alla frettolosa ed inapplicata legge italiana sul risarcimento per le detenzioni condotte in regime di tortura (il riferimento è alla sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell'uomo), mentre sempre in prima balza all'occhio la firma di Salvatore Cuffaro.
Proprio lui, Totò l'ex presidente della Regione Sicilia che sta scontando sette anni di reclusione dopo la condanna per favoreggiamento mafioso. Oggi detenuto modello, conta di tornare uomo libero tra dieci mesi. Nelle pagine interne un suo pezzo sulla privazione della libertà vissuta in maniera disumana nelle carceri italiane.
"La stampa deve occuparsi ordinariamente del pianeta carcere e non solo nelle occasioni straordinarie - ha sottolineato nel suo messaggio di apertura il direttore Mauro Mariani - poiché la detenzione rappresenta un problema per tutta la società civile. È uno stato che deve necessariamente aprirsi all'esterno e rappresentare una speranza in più rispetto a ciò che è accaduto fino ad oggi. Questa iniziativa è un'ottima occasione per favorire questa apertura e questa conoscenza".
Uno sforzo di apertura incoraggiato anche dal sottosegretario Ferri: "Ammetto che prima del mio attuale incarico, per essere stato giudice penale ma mai magistrato di sorveglianza, conoscevo poco il carcere. Da quando me ne occupo direttamente, ho scoperto un mondo nuovo che ha necessità di cure organiche. La società è divisa tra chiedere sicurezza, certezza della pena, oppure essere alle prese con un buonismo che non tiene conto della realtà. Ecco perché il giornale è benvenuto ed apprezzato per quanto riuscirà a trasmettere anche a chi non è ristretto".
Imposimato: "Riformare il codice penale" Preoccupato dell'uso dei media il presidente Ferdinando Imposimato: "Il carcere non è ben compreso all'esterno e il processo televisivo è un danno enorme poiché si condanna una persona appena indagata, o appena all'atto della denuncia. E questa prassi non è propria di uno Stato civile. Vorrei che il governo metta mano al codice penale utilizzando il prezioso lavoro fatto dalle commissioni negli anni, come quella Pagliaro o quella presieduta dal giudice Nordio. Si tratta - spiega Imposimato - di riuscire a punire finalmente i reati realmente gravi e di allarme sociale come i disastri ambientali (spesso invece prescritti) e evitare carcerazioni in presenza di pene al di sotto dei tre anni, che rappresentano invece il 90 per cento delle condanne della popolazione detenuta".
"Noi giornalisti abbiamo una grave responsabilità - non ha mancato di far notare Bruno Vespa - Il carcere si racconta sempre male. Sono sempre stato dell'idea che il 41 bis vada abolito, poiché una cosa è la sicurezza e un'altra è il rispetto dei diritti umani. Stessa posizione la mia sull'ergastolo, che deve essere immediatamente cancellato dal codice penale".
Infine, il consigliere regionale Cangemi ha promesso sostegno all'iniziativa: "Presenterò un emendamento affinché all'interno della proposta di legge regionale sul pluralismo dell'informazione siano garantiti stessi diritti e opportunità anche ai detenuti del Lazio che intendano cimentarsi con gli strumenti di comunicazione. Un bell'esempio di come anche dal carcere si possa fare informazione".
recensione di Luca Tortolini
Redattore Sociale, 8 febbraio 2015
Diventa un libro (Contrasto Books), il viaggio durato dieci anni del fotoreporter italiano in 74 carceri del Sudamerica. Le condizioni spietate della detenzione, le speranze di chi è privato della libertà, le regole di un mondo chiuso dove nessuno entra mai se non costretto
Di "Encerrados", il progetto di Valerio Bispuri, avevamo parlato qualche tempo fa, quando era in via di ultimazione. Ora il lungo lavoro di Bispuri, durato dieci anni, trova la sua forma ideale in un libro pubblicato da Contrasto Books, con la prefazione di Roberto Saviano e un commento dello scrittore e giornalista uruguaiano Eduardo Galeano.
Il racconto fotografico di Bispuri ci fa entrare dove nessuno entrerebbe se non fosse costretto: nel mondo dei rinchiusi. Ci fa vedere attraverso le sbarre di metallo, dietro le recinzioni e nei cortili circondati dalle mura, dentro le celle, nei corridoi bui e stretti. Ci fa entrare nelle latrine. Ci mostra i volti dei detenuti, si muove tra quelli più pericolosi del Sudamerica, nei reparti dove nemmeno le guardie entrano più. Come nel padiglione numero 5 del carcere di Mendoza in Argentina, in cui per entrare Bispuri firma un documento con cui si assume tutta la responsabilità della propria decisione. Entra senza nessuno che lo accompagni e con le gambe che gli tremano, come racconta lui stesso. All'interno del Padiglione numero 5 ci sono novanta detenuti, i più violenti di tutti. Ma nessuno gli farà del male, anzi gli mostrano cosa fotografare e chiedono di raccontare cosa ha visto, le condizioni spietate in cui sono costretti a scontare la loro pena. Valerio Bispuri lo fa, organizza una mostra e svela agli occhi dell'Argentina la polvere nascosta sotto il tappeto. Mette a fuoco l'umanità dei prigionieri in cui chiunque può riconoscersi, costringendo a guardare con gli occhi spalancati un atto di disumanità perpetrato in nome dello Stato. Grazie a lui e Amnesty International il Padiglione numero 5 verrà chiuso.
"Encerrados non è un libro sulle carceri; è un libro sulla libertà perduta, sulla libertà mai avuta", scrive Roberto Saviano nella prefazione e continua, "l'obiettivo di Bispuri era puntato sulla mancanza di libertà che spesso precede e segue la vita di chi finisce in prigione. La mancanza di libertà, e quindi di scelta, è ciò che ha condannato le migliaia di detenuti che Bispuri ha raccolto con il suo obiettivo". La mancanza di libertà in Ecuador, in Argentina, in Cile, in Uruguay, in Brasile, in Colombia in Venezuela che sono poi i paesi in cui Valerio Bispuri va a visitare le carceri, va a indagare.
In 10 anni di lavoro, foto dopo foto Bispuri ha avuto la possibilità di capire molte cose sulle regole di questo ambiente chiuso, le leggi che lo abitano; ha avuto la possibilità di vivere sulla propria pelle l'esperienza del carcere attraverso il contatto con migliaia di detenuti e di guardie, spinto sempre dal desiderio di raccontare, e quindi di conoscere studiare analizzare, un continente attraverso il mondo dei detenuti. "Le carceri sono un riflesso della società, uno specchio di quello che succede in un paese, dai piccoli drammi alle grandi crisi economiche e sociali" scrive Bispuri all'interno del libro, nel racconto del suo lungo viaggio nelle carceri.
Dice: "Ho capito che una scarpa legata fuori dalla cella significa che in quel posto si vende droga".
E anche: "Che le donne detenute non hanno diritto alla "visita intima" (rapporti sessuali con i propri compagni) al contrario dei detenuti uomini".
Ancora: "Ricordo le sacche di urina che mi hanno tirato i detenuti arrabbiati a Quito".
Ancora: "Non posso scordare la minaccia di un coltello puntato sul collo".
E ancora: "Non dimentico l'urlo di un ragazzo di Como, dentro per spaccio di cocaina, che mi ha salvato la vita avvisandomi di uscire immediatamente perché era pronta per me una siringa di sangue infetto".
Chi ha avuto modo ci conoscere Bispuri, di stare ad ascoltarlo per un po', sa bene la carica, l'energia che riesce a trasmettere, l'amore per la fotografia, per il fotogiornalismo, e in generale per le cose della vita, per i rapporti umani. Tutto ciò, ascoltarlo, guardare le sue fotografie, non può che far nascere un forte rispetto per il suo lavoro e senz'altro per la sua persona.
Di "Encerrados" si continuerà a parlare a lungo, un libro importante, prezioso, che non dimenticheremo facilmente. Quando il fotogiornalismo non è solo documentazione, testimonianza, sommo servizio di indagine e denuncia per una società; quando un reportage fotografico diventa racconto universale grazie all'arte fotografica, attraverso un nuovo profondo sguardo, nuove visioni sul mondo che ci costringono a guardare gli altri diversamente, nuovamente, come se stessimo guardando noi stessi per la prima volta. È il caso del lavoro di Bispuri e di "Encerrados". Un capolavoro. Valerio Bispuri presenterà "Encerrados" a Roma il 19 febbraio, ore 19.00, al Fandango Incontro, insieme a lui Omero Ciai.
Ansa, 8 febbraio 2015
Un ex sergente dei Marines di guardia a Guantánamo sostiene che tre detenuti della base prigione per sospetti terroristi furono torturati a morte dalla Cia. Joseph Hickman, un veterano che dopo l'11 settembre si era riarruolato nella Guardia Nazionale, fa l'esplosiva denuncia nel suo libro "Assassinio a Camp Delta: un sergente che insegue la verità su Guantánamo Bay". La versione di Hickman contraddice quella ufficiale del Pentagono secondo cui i tre prigionieri - lo yemenita Yasser Talal al-Zahranie i sauditi Salah Ahmed al-Salami e Mani Shaman al-Utaybi - si sarebbero impiccati il 9 giugno 2006 in un patto suicida.
All'epoca l'ammiraglio Harry Harris, il comandante della base prigione, aveva definito la morte dei tre uomini "un atto di guerra asimmetrico commesso contro di noi". I tre prigionieri facevano parte del gruppo che faceva lo sciopero della fame per protestare contro la detenzione. "Ero di servizio il 9 giugno 2006 e so che sono stati uccisi", scrive l'ex Marine nel libro, e spiega al Times che il suo obiettivo è "ottenere una piena inchiesta da parte del Congresso", pur rendendosi conto delle difficoltà che ciò accada. Nel libro Hickman sostiene che i tre sono morti soffocati da stracci che erano stati infilati loro in gola sotto tortura e che gli infermieri della base non erano riusciti a estrarre. L'ex Marine descrive un sinistro "laboratorio di battaglia" per nuove, inventive tecniche sperimentali di tortura.
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