www.altarimini.it, 1 febbraio 2015
Disperato si stringe una corda al collo e tenta di suicidarsi: è accaduto sabato pomeriggio al carcere dei Casetti di Rimini, dove l'uomo, 30enne, nordafricano, è detenuto per il coinvolgimento nell'operazione "Kebab" su un traffico di stupefacenti. Ad accorgersi di quanto stava accadendo il personale dell'istituto penitenziario che ha allertato subito i soccorsi del 118. La corsa all'Ospedale "Infermi" e le cure immediate hanno impedito che accadesse il peggio. Il 30enne ha raccontato di aver tentato l'estremo gesto in un momento di angoscia, dopo aver chiesto di poter contattare un suo parente al telefono per sincerarsi della sua salute. La chiamata era in attesa di autorizzazione.
di Susanna Schimperna
Il Garantista, 1 febbraio 2015
Quando nasce non è chiaro il suo sesso, o meglio, come dice lui, è "senza sesso". Così d'autorità suo padre lo iscrive all' anagrafe quale femmina, con un nome che lui rifiuterà sempre e che mi ha chiesto di non scrivere (unica limitazione che ha voluto mettermi, e su cui è stato fermissimo).
I genitori lo lasciano già a sei mesi dalla zia Ann, in Scozia, mentre vanno a cercare lavoro in Germania. A 4 anni lui dichiara alla zia che gli piace una bambina, piange quando viene chiamato col nome impostogli all'anagrafe, grida quando gli si ricorda che è una femmina. La zia capisce, o forse, semplicemente, rispetta: e lo chiama Anthony.
Il giorno in cui i genitori tornano a prenderlo lui scalpita, si ribella, si nasconde. Lo portano via lo stesso e con gli altri fratellini nati nel frattempo si trasferiscono a Luino (Varese), dove Anthony viene trattato come uno schiavo: pulizie della casa dalla mattina alla sera, spaccare la legna, proibito giocare, distrarsi, fare qualunque cosa che non sia lavorare e badare ai più piccoli.
Le poche volte che il padre, che per Anthony è il Mostro, lo trova a giocare, lo picchia a sangue, lo frusta o lo bastona, lo mette a pane e acqua chiuso in bagno per tre giorni. Divieto ovviamente di uscire con gli amichetti, un divieto che si estende anche al fratello sedicenne tanto amato e a cui costa la vita, perché quello una sera scappa da una finestrella della cantina e su un motorino ci rimette la pelle. Anthony vuole vederlo ancora una volta, il padre glielo nega. Mai Anthony viene chiamato per nome, solo con un fischio o indirettamente. Ma lui deve chiamare il padre "Signoria".
Anthony trova lavoro, lo perde, scappa di casa. È qui che comincia la sua vita randagia, con tanti lavori che non possono durare perché sui documenti c'è un nome da donna e una foto da uomo, con espedienti di sopravvivenza come fare il giro la sera dei macellai chiedendo pezzi di scarto per il cane, con ripari di fortuna come una buca vicina a un bosco in cui infilarsi per dormire. Poi arriva la malattia, la chemio. I farmaci sono cari, non è più questione solo di mangiare qualcosa.
Impara a rubacchiare nei bed and breakfast, riesce tra furtarelli e lavoretti a comprarsi persino una macchinaccia in cui dormire, e gli sembra felicità. Un giorno un uomo a cui chiede una sigaretta gli fa trovare al mattino, fuori dalla macchina, una vera colazione. Diventano amici, lui frequenta la sua casa, viene accolto e sfamato: "Quel calore mi faceva paura perché non ho mai provato una cosa così". Si era preso anche un cane, lo lascia a questa famiglia quando decide di partire per la Puglia. Quando ne parla piange ancora. Mentre va in Puglia gli sequestrano l'auto, non ha l'assicurazione. Dorme un po' nei campi, un po' da un parroco. Trova un nuovo amico, Domenico, che anche lui gli dà da mangiare e per un po' lo porta nella sua casa a cena, gli fa conoscere la famiglia.
A Roma lo arrestano. Non stragi, non omicidi, non traffico internazionale di droga, ma piccoli furti, guida senza assicurazione, irregolarità. Non può permettersi un avvocato, la sentenza è implacabile: 17 anni di galera sommando tutto.
Ha parole splendide per i poliziotti che lo portano in carcere, per la poliziotta che gli regala 10 euro per le sigarette, per la gentilezza di tutti. In carcere, dove devono dargli una cella singola nella sezione femminile per la sua situazione non prevista dalla legge, continua a ringraziare. Trova tutti umani, più delle persone incontrate fuori. "Il bello è che quando aprono le celle e le chiudono ti danno la buonanotte e il buongiorno" dice delle guardie.
Qui a Rebibbia, nel 2013, la storia di Anthony si intreccia con quella della scrittrice Nina Maroccolo. Lei da qualche anno tiene laboratori di prosa e poesia insieme a Plinio Perilli, ma nella sezione maschile. Ora per la prima volta si trova ad operare in quella femminile. Ha una concezione particolare del suo lavoro: "Gran parte della popolazione carceraria proviene da luoghi geografici ad alta percentuale di analfabetismo, e offrire cultura a chi intimamente la rifiuta significa eliminare ogni possibilità di dialogo, e declinare così verso il fallimento.
Solo l'ascolto poteva consentire il primo accesso di me "persona" ad altre "persone", che non vanno pensate solo come detenute, perché questa è già la formulazione di un pesante giudizio".
Attraverso i racconti, Nina è riuscita a creare dei "ponti". Aiutare i detenuti del suo laboratorio a ripercorrere le proprie esistenze ha significato per loro avere l'occasione di affrontare lutti vecchi e nuovi, e di trasformarli: rendendo così più sopportabile il dolore.
Con Anthony c'è stato anche di più. Nina ha cercato ogni strada possibile per aiutarlo anche legalmente, ma finora non c'è riuscita. Ha però scritto un libro insieme a lui, un libro bellissimo e straziante, che si chiama "Ero nato errore" (ed. Pagine). È stata Nina a parlarmi per mesi interi di Anthony, è stata lei a portargli le mie domande e raccogliere le sue risposte. La ringrazio per questo. Ecco dunque Anthony Wallace, 47 anni, uomo con nome anagrafico da donna, detenuto nel carcere femminile di Rebibbia, Roma. Ancora 15 anni e mezzo da scontare.
Cominciamo dall'inizio, Anthony. Dai suoi primi ricordi.
Giocavo con i bimbetti, andavamo a fare gli scherzi al pastore. Lui portava il gregge a pascolare e noi facevamo scappare le sue pecore. Poi ci siamo accorti dei collie, poveretti, dovevano riportare le pecore insieme. Il pastore si arrabbiava molto con loro, finché capì che eravamo noi, così andava a lamentarsi dai nostri genitori. Mi ricordo molto bene della Pasqua. Vivevo in Scozia allora. In Scozia la Pasqua è molto importante... Era bello perché ogni genitore nascondeva nel giardino ogni tipo di uova e noi bambini dovevamo trovarne il più possibile per diventare vincitori. Era come una caccia al tesoro.
E la scuola?
Il primo anno di scuola elementare l'ho fatto a Inverness. Mi ricordo che la maestra era del Galles, era bellissima, sembrava Lady Diana. Le classi non erano mischiate e la maestra mi aveva messo in quella maschile. Andavo d'accordo con i compagni, non avevo paura di niente. Un giorno un mio compagno, Steven, mi ha messo alla prova. Con delle pinzette cominciò a tirarmi i peli delle braccia. Era una sfida. Faceva male, ma io tenevo duro. Dopo queste prove di resistenza fisica sono diventato il capo di un gruppo di amichetti della stessa stirpe, quella legata ai celti, ai miti, a Re Artù, alle Crociate. Prendevamo dei pezzi di legno, li inchiodavamo e quelle erano le nostre spade. Ci facevamo anche male e la colpa, anche quando non ce l'avevo, doveva essere mia. I genitori litigavano fra loro per proteggere i figli, ma la cosa bella era che per noi quando finiva tutto non c'era rancore. La mia materia preferita era la Storia.
Lei chiama i suoi genitori l'Estranea e il Mostro. Ma poi per l'Estranea, sua madre, ha parole di pietà: dice che fino a un certo punto ha provato a difendervi, ma poi si è arresa perché era una vittima anche lei del Mostro. L'Estranea si è mai dimostrata tenera nei suoi confronti, lei ha mai pensato che le volesse bene?
Mia madre ha avuto qualche dolcezza, sì. Era dispiaciuta di non potere fare di più o dimostrare che mi voleva bene. Credo che capisse la mia sofferenza. Zia Ann è stata una madre vera, e mia madre mi aveva abbandonato dopo il parto e poi mi strappato via da zia Ann, da Inverness. Forse si sentiva in colpa per tutto questo. Comunque prima lei mi abbracciava, mi voleva davvero bene, ma non ha potuto darmi di più, perché era succube del Mostro. È da quel momento che mamma è diventata l'Estranea, da quando si è distaccata.
Non parla mai di amore e di rapporti sessuali. Non sono mai esistiti nella sua vita? C'è stata qualche donna, o qualche uomo, che ha fatto degli approcci con lei?
Nella mia vita ho avuto donne che ho amato. Amare una donna è una cosa bellissima e importante, perché la donna è molto superiore all'uomo, sa dare molto di più. Nella donna amo la dolcezza, la sensibilità, la sua forza e la voglia di capire. Dall'altro lato anche l'uomo deve avere queste qualità anche se spesso non è così... La donna cerca nell'uomo la complicità assoluta che comprende il rispetto. Non ammetto fare sesso con un'altra donna quando amo la mia... Sono un romantico...
Qui a Rebibbia aspetto la libertà per andare dall'amore che amo, ci apparteniamo e lei sarà sempre la mia donna. Io resisto soprattutto per lei che mi ha accettato subito, senza domande, mettendosi a rischio anche con la sua famiglia visto che è sposata. Ho vissuto questo amore anche per la delicatezza ed è stato coinvolgente come un terremoto. I rapporti sessuali li ho conosciuti molto prima, da ragazzo.
La prima volta ero spaventato, era stato talmente bello e le cose belle a volte ti spaventano. Ho scoperto cosa voleva dire due corpi in uno, l'amore totale. Io mi sono sempre sentito e sono eterosessuale. Ad esempio una volta un gay mi ha fatto delle avances, mi sono molto alterato e l'ho mandato a quel paese con tutto il rispetto per il suo essere omosessuale.
Non mi pare che lei abbia trovato aiuto nelle istituzioni. Può raccontare a chi ha provato a rivolgersi e cosa le hanno risposto?
Sono stato dagli assistenti sociali, in comunità che però erano per i tossici e gli alcolizzati, e io non c'entravo niente con queste realtà. Ho visitato molte strutture spiegando la mia situazione, non capivano mai la mia situazione identitaria, mi scambiavano per un trans ma io non ero un trans e loro non sapevano cosa fare. A Firenze ho chiesto aiuto all'Arci-Gay, spesso ai preti... La mia condizione è rara e stato rifiutato in tutto e da tutti, sono stato rifiutato dalla grande ignoranza, dalla facilità di giudicare, sbattuto a destra e a sinistra senza che nessuno mi aiutasse davvero.
Però ringrazio la comunità S. Egidio perché un piccolo aiuto loro me l'hanno dato.
Quali lavori ha fatto per mantenersi?
Ho fatto lo stalliere, il saldatore, il giardiniere, lo spaccalegna, aggiustavo frigoriferi. Per sopravvivenza sono stato poi obbligato a cominciare a rubare, e quando lo facevo stavo male, malissimo. Anche adesso sto male perché non è bello farlo, ma le istituzioni non mi hanno dato scelta.
Il fratello che amava è morto quando eravate ragazzi. Ha qualche rapporto con le sue cinque sorelle?
Nessuna mi ha mai aiutato e non ho più rapporti con loro dal 1982. Mi dispiace sapere che ho dei nipoti e non li conosco. Non so neanche se i miei nipoti sanno che esisto. Ho paura a pensare che potrebbero avere la stessa indole del Mostro. Ma sia chiaro: a questo punto non li voglio proprio conoscere.
Nel libro, lei parlando del carcere dice a Nina: "Qui dentro ho e sto ricevendo cose che fuori non ho mai avuto". Che cosa, precisamente?
Qui a Rebibbia mi hanno dato un po' di dignità, un lavoro che cercavo da anni e qualche intesa con le assistenti. Per esempio, io non potrei avere la giacca classica, ho chiesto il permesso e me la fanno tenere, e così il rasoio che tengo nella mia cella. La doccia la faccio da solo come solo sono nella cella.
Ha mai tentato di uccidersi?
È successo una volta sola, quando mi hanno scoperto il tumore. In quel periodo ero a Torino, mi buttai nel Po. Era la disperazione totale e non ero in me stesso, come quando non mangi da 2/3 settimane, non ti rendi più conto di quello che fai.
Lei è nella sezione femminile e in una cella singola. Preferirebbe stare nella sezione maschile?
Avrei preferito stare nella sezione maschile, ma se devo rimanere al femminile allora preferisco la cella singola. Qui al femminile le donne quando litigano sono peggio degli uomini, fanno rumore in qualunque orario... si mettono a cantare e a danzare, soprattutto le rom, e se provi a dire qualcosa ti saltano addosso. Io mi trovo al primo piano che è più tranquillo del secondo e terzo. Ho fatto qualche conoscenza, perché qui l'amicizia non esiste, anzi qualche volta le ragazze mi bussano alla porta e mi portano dolci e carne. Non voglio essere toccato, e mi rispettano. A loro voglio bene.
Si è sempre sentito diverso da tutti per le sue particolarità fisiche, per il suo essere nato di sesso indefinibile e poi diventato uomo, o sono stati gli altri a farla sentire diverso? E oggi come si sente? "Strano", come dice, solo per un fatto fisico o anche per altri motivi?
Gli altri mi hanno fatto sentire diverso, io invece mi sentivo "superiore" agli altri perché sono particolare. La particolarità sta nella fortuna di possedere come un fiuto e quindi di capire subito le situazioni. Ho forte l'istinto del pericolo, lo so riconoscere... come un animale che ha l'istinto di proteggersi. So riconoscere il bene e così il male. Amo il Tao perché i due opposti si attraggono. Faccio un esempio: è brutto rubare, ma una volta quando avevo rubato ho aiutato una donna con il suo bambino... Questa donna era povera e le avevo dato metà dei soldi rubati. Quel male che ho fatto si è trasformato in bene. Il male ha aiutato il bene... Dirò di più: mi sento un po' come un Tao, perché tutto il male che ho fatto, dato, è diventato bene, un bene che dentro ho sempre avuto.
Mi sento strano non per un fatto fisico, perché so cosa sono, ma è strano che sto lavorando, strano perché ho scritto un libro, strano che qualcuno crede in me, strano sentirsi amato, strano perché queste cose accadono in una vita normale che ho sempre cercato. Amo il mio fisico, il mio corpo, come sono e quello che sono.
Se uscisse dal carcere cosa vorrebbe fare, che vita vorrebbe avere?
Vorrei avere una vita normale, un posto di lavoro. Vorrei finalmente il documento nuovo, perché la mia natura sessuale è maschile, voglio essere Anthony nelle carte. E vorrei un tetto, non una galera.
www.teleradioerre.it, 1 febbraio 2015
Il consigliere regionale Anna Nuzziello interviene sulla situazione delle carceri pugliesi e, in particolar modo, su quella che riguarda la Casa circondariale del capoluogo dauno, che resta, proporzionalmente, la più affollata del distretto. Il kaos delle carceri, però, riguarda tutti gli 11 istituti penitenziari del territorio pugliese, dove, ugualmente, si verifica un esubero della capienza regolamentare.
A Foggia "nonostante il grande impegno profuso dalla direttrice della casa circondariale di Foggia, Mariella Affatato, grazie alla quale, di concerto con i tavoli tecnici e istituzionali, sono state attivate numerose iniziative trattamentali - sottolinea - che vanno nella direzione giusta, e cioè il fine rieducativo della pena, le criticità, però, restano.
In particolare quelle più impellenti, a tutt'oggi, consistono nella carenza di personale delle varie aree rispetto alla pianta organica prevista; nell'obsolescenza degli impianti idrici e termici; nella scarsa efficienza dell'erogazione del servizio socio-assistenziale, comprensivo del servizio psicologico e dell'assistenza psichiatrica ai pazienti, che dovrebbe garantire un monitoraggio costante non solo sotto l'aspetto sanitario specialistico ma anche generico. Relativamente a quest'ultimo punto esistono modalità, procedure e criteri stabiliti dalla legge e vanno perseguiti con maggior vigore".
Il riferimento della consigliera Nuzziello va al lungo e complesso iter che ha impiegato quasi un decennio per realizzare un cambiamento fondamentale in tema di carceri, e cioè la Riforma della Medicina penitenziaria prevista dal decreto legislativo n. 230/1999 e finalmente approvata nel 2008 dalla Conferenza Stato-Regioni con il "sì" allo schema del provvedimento emanato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La riforma è finalizzata ad una più efficace assistenza sanitaria e alla qualità delle prestazioni di diagnosi, cura e riabilitazione negli istituti penitenziari, negli istituti di pena per minori, nei centri di prima accoglienza, nelle comunità e negli ospedali psichiatrici giudiziari.
Ben vengano, allora, le fiaccolate della legalità, le iniziative in tal senso delle associazioni e della comunità operosa, ma i tavoli tecnici della politica e delle istituzioni devono operare più concretamente - conclude Anna Nuzziello - per risolvere davvero i problemi di Foggia, per portare cambiamento e innovazione, per far riemergere un futuro luminoso in fondo al tunnel del degrado, attraverso sinergie ed energie, umane e professionali, senza colore politico. La gente continua a morire di fame. Foggia e i suoi cittadini sono stanchi, offesi, umiliati e chiedono aiuto, rispetto e dignità da parte della politica e delle istituzioni
www.augustaonline.it, 1 febbraio 2015
Saranno dodici i detenuti prescelti a partecipare al corso professionale per pizzaioli che si terrà alla casa di reclusione di Augusta. L'iniziativa è del club service Rotary Augusta di cui è presidente Giuseppe Corbino. Il progetto è stato accolto con molto entusiasmo dal direttore Antonio Gelardi e dai detenuti, pensate che sono state circa 100 le domande presentate. In questa prima fase saranno dodici i detenuti, tutti con pene che stanno per finire, che avranno la possibilità di imparare il mestiere con la qualifica di "apprendista pizzaziolo", con tanto di attestato finale e tessera rilasciati dall'associazione Italia-Malta Pizza Association.
Il corso è stato illustrato ieri mattina , erano presenti, oltre al direttore Gelardi, per il Rotary Giuseppe Corbino e Federico Romano. Gli istruttori Giuseppe Paolini, Vincenzo Perez, Daniele Ucciardo e Giorgio Sortino. Questi ultimi due hanno vinto recentemente il "campionato mondiale pizza bianca" , rispettivamente nelle specialità "Pizza a metro" e "Pizza classica". L'evento si è disputato a Malta, presso la pizzeria "Giardino Mediterraneo" a Marsala Wilga Street.
Il corso, della durata di 40 ore, avrà inizio Lunedì 2 febbraio, si articolerà in lezioni teorico/pratiche nei giorni di lunedì e martedì, dalle ore 9 alle 13. La collaborazione vedrà impegnati il Rotary Club Augusta che provvederà a fornire il materiale didattico (forno, impastatrice, blocchi notes. penne) e di consumo (farina, mozzarella, pomodoro, olio - sale - ecc.): la casa di reclusione che provvederà ad allestire un'area attrezzata per la preparazione dei prodotti, piani di lavoro ecc.; l'Associazione Italia-Malta-Pizza-Association che fornirà abiti da lavoro, Piccola attrezzatura, gli istruttori.
Durante l'incontro con la stampa un clima di entusiasmo tra tutti i protagonisti interni ed esterni. Giuseppe Paolini ha anticipato che "probabilmente, visto il così alto numero di detenuti rimasti fuori dal corso, cercheremo di accontentare più aspiranti pizzaioli, compatibilmente alle regole della casa di reclusione. È importante - ha commentato - che sia offerta una possibilità a queste persone . Con l'attestato che rilasceremo potranno trovare un lavoro dignitoso all'esterno, con la speranza che possa essere un'opportunità per ricominciare da capo".
Grande soddisfazione da parte del presidente Giuseppe Corbino che ha voluto fortemente questo corso :nella speranza che possa essere utile ai detenuti una volta ritornati all'esterno, dopo l'espiazione della pena. Il nostro vuole essere un aiuto concreto per tutti coloro che hanno sbagliato e che hanno voglia di cambiare e trovare un lavoro che gli consenta di vivere normalmente". Il direttore Antonio Gelardi, noto per la sua pragmatica conduzione della casa di reclusione ha sottolineato "l'importanza delle iniziative come questa del Rotary, che offrono una vera opportunità lavorativa agli ex detenuti. Per scegliere i candidati abbiamo cercato di favorire quelli che usciranno entro quest'anno a pena scontata, con un attestato professionale utile per ricominciare".
Al termine dell'incontro con la stampa locale, Giuseppe Paolini con il solito entusiasmo tipico della sua personalità vulcanica ha lanciato la proposta, a fine corso, la giornata finale, istruttori e allievi prepareranno pizze per tutti i circa 500 detenuti e personale della polizia penitenziaria.
di Giorgio Galvani
Il Giornale, 1 febbraio 2015
Solidarietà a quattro zampe. Cuccioli di Labrador affidati ai detenuti che li addestreranno per diventare presto guide sicure di persone non vedenti.
Mirto e Margot, hanno varcato ieri mattina l'ingresso del complesso penitenziario di Capanne alla periferia di Perugia, accompagnati dai responsabili del Lions Club Concordia, promotori di un innovativo progetto, Prison Puppy Raiser (far crescere un cucciolo in prigione) che si pone a supporto del programma Lions Cani Guida per non-vedenti: quattro detenuti si occuperanno, nel rispetto del protocollo della scuola per cani Guida Lions di Limbiate, della loro socializzazione.
Un progetto interamente finanziato dal service perugino fino alla donazione dei cuccioli alla scuola cani guida Lions. Il carcere fornirà lo spazio ed affiderà ai detenuti la cura e l'accompagnamento interno dei cuccioli, che potranno muoversi in ogni spazio dell'istituto penitenziario, con esclusione delle zone di sicurezza. Gli istruttori cinofili della Scuola per Cani Guida Lions di Limbiate formeranno i detenuti affinché siano in grado di insegnare ai cuccioli i comandi utili all'interazione con i futuri compagni di viaggio, nonché nozioni sulla gestione e cura dei loro piccoli nuovi amici. Accudendo Mirto e Margot, nella prima fase della loro vita, i detenuti si sentiranno dunque utili per i non-vedenti di cui gli animali diventeranno successivamente guida.
Negli Stati Uniti, dove il programma Leader Dogs for the Blind, lanciato nel lontano 2002, interessa oggi 6 case circondariali, ha importantissimi risvolti umani e sociali in quanto i reclusi selezionati per il programma, una volta liberi, sono meno inclini ad essere coinvolti in situazioni illegali e sono motivati nel loro nuovo compito di educatori-formatori, sapendo che il ruolo da loro svolto in qualità di puppy raiser sarà determinante per la crescita equilibrata del cane. Partecipano al programma la società svedese Husse, tramite il rappresentante di zona, Gianguido Colato, che fornirà gratuitamente l'alimentazione, ed il veterinario, Stefano Arcelli.
I cuccioli, attentamente selezionati nell'allevamento Enci, Rosacroce Wanals di Massimiliano Perugini, vivranno il carcere come una famiglia molto numerosa. "Quello cui abbiamo assistito oggi è un esempio di positiva partecipazione delle persone detenute ad attività di volontariato sociale, un impegno attivo che ha risvolti umani e sociali di altissimo valore", è quanto dichiarato dalla vicepresidente della Regione Umbria con delega alle politiche sociali, Carla Casciari, intervenuta alla originale consegna dei due cuccioli di labrador a quattro detenuti del complesso penitenziario di Capanne.
"Partecipare a questo progetto - ha aggiunto - da un lato consentirà ai detenuti l'apprendimento di nozioni che potranno tornare utili una volta conclusa la pena per avviare percorsi di autonomia e reinserimento della società, dall'altro avranno sensibilmente contribuito alla socializzazione dei cuccioli anche in vista dell'importante ruolo che andranno a ricoprire come cani guida". "Una iniziativa resa possibile grazie alla disponibilità della direttrice del complesso penitenziario di Capanne, Bernardina Di Mario ? hanno precisato con orgoglio ed un pizzico di commozione, i responsabili del Lions Concordia di Perugia ? che unisce l'amore e la tutela degli animali con la solidarietà verso coloro che senza una guida sicura non riuscirebbero ad orientarsi e talvolta a vivere una esistenza dignitosa".
di Jana Cardinale
www.trapaniok.it, 1 febbraio 2015
Un progetto voluto e portato avanti con i detenuti del carcere di Favignana, dopo un anno di volontariato effettuato tra laboratori e incontri, per educare i partecipanti all'iniziativa: un lavoro teatrale portato in scena il 28 gennaio proprio all'interno del carcere dell'isola, alla presenza del direttore, degli educatori e del Comandante della struttura.
Si tratta di "Papillon", nato da un'idea dell'attrice Stefania Orsola Garello, residente a Favignana, che proprio dopo l'esperienza di volontariato con circa 12 detenuti protagonisti, ha ottenuto un finanziamento dal Ministero della Giustizia, utile alla realizzazione del lavoro dal titolo "Nuddro", termine che in dialetto significa "Nessuno".
"Sulle orme dell'eroe omerico - dice la Garello - focalizzo il mio intervento sul viaggio. L'Odissea, che i ragazzi compiono, sia nella loro vita che nel mio percorso. Il concetto di base è che siamo in viaggio, insieme, costretti dai limiti imposti dalla detenzione, dove in qualche modo mi ritrovo a guidare i compagni di fato, con la mia esperienza e la mia curiosità umana ed artistica".
Un parallelismo che si adatta anche alla differenza tra i "nobili" compagni di Ulisse, costretti a lasciare casa e famiglie, per andare ad ammazzare, rubare, violentare e razziare in nome della lega greca, dell'onore di Menelao, dietro il quale si nascondono le mire espansionistiche ed egemoniste di Agamennone, e i "galeotti", picciotti utilizzati dal sistema mafioso, o facilitati nel delinquere dall'ignoranza o dalle condizioni di una società alla deriva, oltre che dalla fuga dalla povertà.
"Quello che cerco di fare - aggiunge Stefania Garello - non è giustificare, ma capire e raccontare. Chiedendomi: perché li identifichiamo come eroi nell'epica tramandata e poi stampata, e, invece, reietti nella casa di reclusione? Per me resta importante focalizzare l'attenzione sulla loro trasformazione in viaggio, ossia la vita fatta di incontri belli e brutti, con la discriminante del libero arbitrio, la scelta: punto su cui mi permetto di favorire ed indirizzare la crescita delle persone con cui sono in contatto".
In quest'ottica il documentario verte sul divenire degli individui nel bozzolo della casa di reclusione, sulla scoperta del gesto artistico, sull'utilizzo del proprio retaggio nell'improvvisazione, sull'analisi dei testi poetici proposti e quindi rappresentati. Per dare spazio al viaggio interiore e rappresentativo dei partecipanti. Con la persona che guida il laboratorio nelle vesti di Ulisse, o meglio Nessuno.
Evidente, in questo lavoro, il ruolo dell'isola di Favignana, che da sempre risulta terra di coatti, di confino, che ospita e trattiene persone che pagano il loro debito con la società e spesso poi spiccano le ali su questa stessa isola. Ma non volano via: diventano liberi.
"Quando vedo questi uomini, il cui passato non ho chiesto né indagato - conclude la Garello - vedo delle persone che si sfidano (e si fidano) nel gioco che propongo loro: recitare in molte lingue si dice "giocare", quindi nel "gioco" dare spazio a cose mai concesse, ossia un buon modo per passare la galera". Il progetto si avvale del patrocinio del Comune di Favignana - Isole Egadi.
Biografia dell'artista
Stefania Orsola Garello, nata in Lombardia da famiglia piemontese, nel 1989 è al Festival di Venezia con "Storie di ragazzi e di ragazze" di Pupi Avati, lavora con Davide Ferrario e, tra le altre esperienze, in grosse produzioni televisive cinematografiche e teatrali (a teatro con Giampiero Solari e Lidia Ravera, in tv conduce la linea gialla di Distretto di Polizia III).
Passa un anno come assistente al fianco di Sergio Citti, collabora con lo scrittore Marcello Fois, con musicisti quali Paolo Fresu, Antonello Salis, Gavino Murgia e Daniele di Bonaventura, voci di spicco della scena jazz italiana, gira in Tunisia l'ultimo film di Tavarelli "Una storia sbagliata" coprotagonista con Isabella Ragonese.
Con Alessandro Librio sta lavorando a un documentario sonoro dal titolo Star-Goethe. Arrivata a Favignana 20 anni fa, da sette è residente sull'isola, sua adorata musa.
www.tarantobuonasera.it, 1 febbraio 2015
Dopo il corso, il torneo a cui prenderanno parte anche magistrati, avvocati ed agenti di Polizia penitenziaria. Obiettivo: favorire la socializzazione.
Sarà presentato il prossimo 3 febbraio, presso la Casa Circondariale, il torneo finale del primo corso promozionale di tennistavolo. Il progetto, ampiamente condiviso dalla Direzione del carcere di Taranto, ha avuto lo scopo di promuovere abilità e competenze, oltre che a trasmettere i valori dello sport, quali il rispetto delle regole e dell'avversario, favorendo al contempo momenti di socializzazione e solidarietà.
Il corso, attivato a partire dallo scorso mese di novembre, è stato realizzato dalla Delegazione Provinciale Fitet (Federazione Italiana Tennis tavolo) in collaborazione con la sede provinciale del Coni di Taranto. L'attività è stata articolata in sette incontri con lezioni teorico-pratiche che hanno visto la partecipazione di circa 15 detenuti, affidati alle cure tecniche degli istruttori Fitet nonché di valenti campioni di questa disciplina sportiva: Lino Catapano, Francesco Marangio ed Antonio Marossi. Il 7 febbraio, a partire dalle ore 9.30 presso il Circolo Tennis Taranto si disputerà il torneo finale previsto a conclusione del corso. L'evento vedrà la partecipazione oltre che di squadre composte da pongisti detenuti anche di atleti magistrati, avvocati e della Polizia Penitenziaria.
Ansa, 1 febbraio 2015
Un nigeriano di 21 anni, Mamud Yunus, è stato fermato da agenti della polizia di Stato con l'accusa di avere violentato e segregato una sua connazionale dal novembre dello scorso anno, nel Centro accoglienza richiedenti asilo di Mineo dove i due sono ospiti. Il provvedimento è stato emesso dalla Procura di Caltagirone ed eseguito da agenti del locale commissariato. La donna era arrivata nel Cara il 5 ottobre 2014, con uno sbarco di migranti.
Le era stata assegnata una camera singola, occupata però dal suo connazionale. Secondo l'accusa, per le prime due settimane l'uomo avrebbe avuto un atteggiamento protettivo e fraterno con la nigeriana, ma successivamente l'avrebbe minacciata, picchiata e costretta a subire rapporti sessuali. Inoltre l'avrebbe segregata, impedendole di uscire, e minacciata di morte. Approfittando di una distrazione del 21enne, è riuscita a scappare dalla stanza e ad arrivare nel posto della polizia di Stato presente nel Cara, che ha avviato le indagini. Il sostituto procuratore di Caltagirone, Fabio Salvatore Platania, ha disposto il fermo del giovane che è stato condotto in carcere. La donna, dopo le cure del caso, è stata trasferita in una struttura protetta del Cara di Mineo e affidata alle assistenti sociali della struttura.
Ansa, 1 febbraio 2015
Sono arrivati all'aeroporto di Milano Malpensa, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, i due italiani detenuti per quasi cinque anni nel carcere indiano di Varanasi. Con l'accusa di omicidio e scagionati dalla Suprema Corte di Nuova Delhi dieci giorni fa.
Ad accoglierli al terminal degli arrivi i genitori di Tomaso, Marina Maurizio e il padre Luigi Euro Bruno con la sorella Camilla. Arrivati da Albenga e la zia di Elisabetta giunta da Torino. A dare il benvenuto ai due giovani anche un gruppo di amici che hanno cantato in coro "Tommy libero". Appena i ragazzi sono comparsi dal ritiro bagagli, lui con felpa rossa e lei con maglia blu, sono scattati gli applausi e gli abbracci di genitori e amici.
"Ero pronto al peggio dentro quelle baracche con 130 persone - ha detto Tomaso ai giornalisti - ma la verità viene sempre a galla anche in un paese come l'India. Io ho avuto la forza di affrontare tutto perché ero a posto con me stesso". "Ce l'abbiamo fatto, siamo felicissimi", ha aggiunto Elisabetta Boncompagni". "Per ora vogliamo solo tornare a casa", hanno concluso poi i ragazzi parlando dei futuro, anche se Tomaso ha detto che gli piacerebbe trovare lavoro ad Albenga e rimanere lì.
Tomaso e Ely: torneremo a Varanasi
È Finita. È proprio finita. Tomaso Bruno ed Elisabetta hanno lasciato oggi l'India e sono rientrati in Italia dopo aver trascorso cinque anni nel carcere della città santa di Varanasi per una condanna all'ergastolo annullata dalla Corte Suprema. Ma non hanno dubbi: "Torneremo. E torneremo proprio a Varanasi!".
Quando il Boeing 787 Dreamliner di Air India si è inerpicato nel cielo della capitale indiana, i due hanno scritto la parola fine ad una storia incredibile, trasformatasi da viaggio iniziatico in un Paese sconosciuto, all'incubo di una dura condanna di carcere a vita. Impostagli da giudici di primo e secondo grado che li hanno considerati colpevoli della morte del loro compagno di viaggio Francesco Montis. Evento, ancora oggi non del tutto chiarito, avvenuto il 4 febbraio 2010 nella stanza del Buddha Hotel in cui i tre alloggiavano per visitare Varanasi, la Benares degli amanti dell'India mistica e la più santa delle città indiane.
A colloquio con l'Ansa nella residenza dell'ambasciatore Daniele Mancini, che ne ha seguito passo passo le sorti fino alla favorevole sentenza della Corte Suprema, Tomaso ed Ely paiono sereni e non particolarmente traumatizzati dalla loro esperienza carceraria. "Gli avvocati ci dicevano di non preoccuparci - esordisce Tomaso - che l'impianto accusatorio non era solido.
E dopo la condanna in primo grado ci continuavano ad assicurare che l'Alta Corte avrebbe fatto giustizia e saremmo stati assolti. E ci siamo invece trovati a scontare tutti questi anni, con la macchia di un terribile reato che noi non avevamo commesso".
"È stata certamente una esperienza dura - dicono quasi simultaneamente - ma fortunatamente non così tremenda come si legge spesso nei resoconti di chi ha sperimentato le prigioni di questo Paese". "Il fatto di essere bianchi - aggiunge lui - alla fine ci ha aiutato. Siamo stati trattati con rispetto e non abbiamo mai subito violenze".
Tomaso e Ely ammettono di essere stati "troppo semplici nel progettare il viaggio. Un amico ci aveva invitato nel suo ristorante di Goa e siamo partiti. Non sapevamo nulla dell'India, nè di Varanasi. E non immaginavamo che la scelta di due uomini e una donna di affittare insieme una stanza potesse essere una pericolosa arma contro di noi. Di questo ci pentiamo".
Elisabetta, di temperamento più riservato, racconta che "comunque nel reparto femminile non è stata facile. Non c'era quasi comunicazione con le altre donne. Non si sapeva di cosa parlare. E poi, mi sento di dirlo, c'era ipocrisia nel modo di rivolgersi a me. Amavano tanto sparlare dietro le mie spalle".
"Per quanto potevamo - prosegue Bruno - ci tenevamo informati. Leggevamo libri ed i giornali, un po' datati, che ci spediva mia madre (Marina Maurizio). Ed abbiamo finite per imparare anche l'hindi". "E lui è molto bravo a parlarlo", interrompe Ely. Ma Tomaso replica subito: "Forse sì, ma a leggerlo e scriverlo lei è sicuramente migliore!".
"Cancellerete l'India dalla vostra vita?", chiediamo. "Per ora - rispondono - siamo più concentrati a guardarci davanti. A quello che troveremo in Italia. Alle nostre famiglie e agli amici che si sono battuti come leoni per sostenerci. Ma in India torneremo, se ci lasciano tornare. E la prima tappa sarà certo Varanasi, dove abbiamo lasciato molti amici. È da là - concludono - che vorremmo ricominciare per sanare definitivamente questa nostra ferita".
Ansa, 1 febbraio 2015
La polizia brasiliana è intervenuta oggi in un carcere di Recife dove i detenuti si erano ribellati prendendo in ostaggio alcune guardie per protestare contro il divieto di portare cibo ai prigionieri imposto dalla direzione ai loro congiunti in visita. Il bilancio dell'operazione è di un detenuto morto e altri quattro feriti.
La vittima si chiamava David Bezerra dos Santos ed aveva 20 anni. Il governatore dello stato di Pernambuco, Paulo Camara, ha dichiarato nei giorni scorsi lo stato di emergenza nelle carceri dello Stato a causa del sovraffollamento e delle pessime condizioni delle strutture.
La scorsa settimana, nel penitenziario di Curado, il più grande del Pernambuco, è scoppiata una rivolta domata dalla polizia solo dopo tre giorni. In quella occasione, si registrarono tre morti e decine di feriti. Il carcere di Curado ha una capienza di 1.800 detenuti ma ne ospita attualmente 7.000.
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