di Luigi Nicolosi
Roma, 22 gennaio 2015
I cinque detenuti sono affetti da gravissimi problemi psichici e sono in isolamento all'interno della struttura carceraria. La denuncia del presidente di Antigone: "Una vergogna". Cinque detenuti affetti da infermità o seminfermità mentale reclusi in isolamento nel penitenziario di Poggio-reale. Il tutto in spregio al più elementare buon senso ma anche, e soprattutto, alle disposizioni impartite del ministero della Giustizia.
"Oggi Poggioreale non è più quel monumento all'inciviltà che è stato per anni. Persistono però ancora delle criticità. Alcune estremamente gravi. Su tutte le condizioni di detenzione all'interno del padiglione Avellino destro". A lanciare l'allarme è l'avvocato Mario Barone, presidente di Antigone-Campania, che in occasione della presentazione di "Carceri. 1 confini della dignità", l'ultimo libro di Patrizio Gonnella, fa il punto sui passi in avanti, e indietro, compiuti dal sistema penitenziario campano.
Stando a quanto emerso nell'ambito dell'ultimo sopralluogo effettuato dall'associazione Antigone, nell'Avellino destro sarebbero ancora oggi recluse almeno cinque persone affette da disagi di natura psichiatrica, "detenzione che continua ad avvenire in condizioni di totale isolamento", denuncia Barone. Già nel 2013, proprio sulla scorta dei report di Antigone, era stata posta all'attenzione della Camera dei deputati un'interrogazione. In sostanza, si richiedeva al ministero della Giustizia di far luce e fornire spiegazioni circa la presenza di detenuti isolati proprio nell'Avellino destro.
Una forma di detenzione vietata tra l'altro proprio dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per scongiurare, nei limiti del possibile, episodi di autolesionismo e suicidio. Ad oggi, almeno sotto questo aspetto, le cose a Poggioreale non sembrano essere cambiate più di tanto. Non manca però anche qualche spiraglio di luce: "Sul fronte del sovraffollamento, grazie alla riduzione di circa mille unità, c'è stato deciso miglioramento. Lo stesso si può dire per quel che concerne i rapporti fra detenuti e agenti, più distesi rispetto al recente passato, e la cura degli spazi comuni", prosegue Barone.
Che subito apre però un altro fronte: "Il 31 marzo chiuderanno gli Opg, ma il nuovo sistema, basato su articolazioni aperte all'interno delle strutture carcerarie esistenti, non va affatto bene. Di fatto stiamo aprendo le porte degli istituti penitenziari anche ai disagiati psichici".
Insomma, il pantano in cui versa il sistema penale italiano sembra ancora ben lungi dall'essere ripulito. Una battaglia che, dati e sentenze alla mano, non è risolvibile solo sul piano degli spazi. Per Patrizio Gonnella, presidente nazionale di Antigone, "la questione non può essere ridotta al dubbio che tre metri quadrati per ogni detenuto siano sufficienti o meno. Il punto è che questi spazi devono essere "riempiti" con nuove occasioni di riscatto. Senza queste è inimmaginabile qualsiasi ipotesi di reinserimento sociale del detenuto.
Serve una regia forte di sistema, al più presto". Alla presentazione del libro di Gonnella, cui hanno preso parte anche il senatore Giuseppe De Cristofaro (Sel) e Raffaele Cimmino, coordinatore provinciale di Sel, ha lasciato il segno l'intervento di Domenico Ciruzzi, vicepresidente dell'Unione delle Camere penali italiane, quanto mai perplesso di come "oggi si continui a parlare solo di incremento delle pene. L'ennesima scorciatoia con cui lo Stato vuole coprire le proprie mancanze. E mi riferisco, ad esempio, all'introduzione del reato di omicidio stradale o alla criminalizzazione dell'immigrazione clandestina. Il fine rieducativo della pena oggi è completamente venuto meno".
www.modena2000.it, 22 gennaio 2015
"Opg, se la direzione del carcere latita sui problemi di ordine quotidiano, la direzione dell'Ausl non predispone una turistica e un organico adeguato". Questa la posizione della Cisl all'indomani della recente discussione sull'ospedale psichiatrico giudiziario.
"Finora sui problemi dell'Opg - spiega il segretario della Cisl Funzione Pubblica Davide Battini - abbiamo assistito soprattutto alle gravi carenze dell'amministrazione penitenziaria per quanto riguarda i problemi materiali e la soluzione delle problematiche legate alla struttura. Mentre da parte dell'Ausl il personale e la sua turnistica non sono adeguati. Ancora oggi con reparti aperti dove sono presenti tra i 25 e gli oltre 30 pazienti psichiatrici troppo spesso sono presenti solo due operatori invece dei tre previsti".
"Inoltre - prosegue Battini - nonostante si sia più volte sollecitati Azienda Usl e Direzione dell'Opg continua a mancare la stanza di decompressione (dove accogliere i pazienti in crisi, ndr). Questa carenza mette gravemente a rischio sia i pazienti che gli operatori. Ora, in vista del superamento di queste strutture che cederanno il passo alle Rems, speriamo che la responsabilità diretta dell'Ausl cambi una situazione insostenibile".
Negli ultimi 12 mesi l'Opg è stato al centro di ripetuti incontri tra sindacati e Ausl. "Abbiamo denunciato ripetutamente, anche nell'ultimo anno, all'Ausl i problemi che ogni giorno i professionisti sanitari che lavorano nella struttura di via Settembrini ci segnalano - spiega Battini -. Sono praticamente gli stessi sollevati anche da Don Simonazzi: in primis carenze di igiene e sicurezza ma anche assenza di strumenti da lavoro e gestione dei pazienti in crisi".
Soprattutto riguardo il primo punto, le carenze igieniche e di sicurezza, Battini ricorda che "quando avevamo posto il problema alla direzione dell'Ausl, questa aveva risposto che 'trattasi di materie di competenza dell'Amministrazione penitenziaria e sottolineando, sempre nello stesso documento, anche che 'laddove le carenze, in particolare sugli aspetti igienici, determinano situazioni di emergenza sanitaria configurando veri e propri bisogni assistenziali, l'azienda ha provveduto e continuerà a provvedere garantendo gli interventi e forniture necessarie. È vero che l'Azienda interviene ma, anche dopo anni di esperienza, l'intervento non sempre è tempestivo ma avviene solo a seguito di situazioni di emergenza".
A primavera, su richiesta dei sindacati, era stato organizzato un incontro congiunto tra sindacati e le direzioni dell'Ausl e del carcere. Nonostante questo continuano a ripetersi gli stessi problemi. "Speriamo che il prossimo futuro sia di segno opposto, - riprende Battini, per questo vediamo con favore che il tema venga discusso in Comune, come evocato dal consigliere comunale Daniele Marchi, ma soprattutto che si proceda celermente al superamento, speriamo questa volta senza proroghe, degli Opg".
di Andrea Giambartolomei
Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2015
Un detenuto musulmano picchiato perché ha reagito agli insulti rivolti da un agente a Maometto. Calci alle gambe e alla schiena, pugni al petto e altro ancora. È il trattamento subito il 27 maggio 2010 da un trentenne italiano di origini brasiliane convertito all'islam, all'epoca detenuto nel carcere di Asti dove - fino a pochi anni fa - c'era una squadretta di agenti-torturatori, salvati solo dalla prescrizione vista l'assenza del reato di tortura.
Per questo pestaggio il 5 dicembre scorso il Gup Giulio Corato ha condannato due agenti, Carmelo Rositano e Nicola Sgarra, rispettivamente a due anni e otto mesi il primo e due anni e due mesi il secondo. L'accusa formulata dal pm Isabella Nacci era di lesioni aggravate, violenza privata, ingiuria e vilipendio alla religione. Nelle motivazioni, depositate martedì, emergono i dettagli di questo "pestaggio assolutamente gratuito" (parole del gup) raccontato in una lettera inviata dalla vittima, Mohammed Carlos Eduardo Gola, al suo avvocato Guido Cardello, e poi vagliata da Procura e Tribunale.
Alle 10:40 di quel giorno Gola, convertito all'islam poco prima di finire in carcere nel 2008, deve andare in infermeria e viene accompagnato da un agente che inizia a rivolgergli domande sulla sua religione e sulla sua barba, domande sempre più insistenti e provocatorie. "Allora il brigadiere tormentatore di musulmani mi fa: "Il vostro Profeta puzzava e ci puzzava anche quella cazzo di barba". A quel punto io ho tirato un calcio alla scrivania perché qualunque musulmano non sarebbe stato zitto e fermo".
Quella "reazione scomposta provocata ad arte dal Rositano mediante un'affermazione blasfema", come scrive il giudice, è la sua fine. L'agente e un collega aggrediscono il detenuto, lo bloccano e lo picchiano. "Musulmano di merda", gli viene detto. "Il fatto a mio dire più umiliante è stato quando mi hanno tenuto e un appuntato...gridava: "Collega prendi un paio di forbici che tagliamo la barba a sto stronzo", scrive il ragazzo che ricorda anche un'altra frase: "Guarda, hai pure il trattamento dei tuoi fratellini di Abu Ghraib".
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 22 gennaio 2015
Il cuoco del Bologna Football Club tiene un corso di cucina per i ragazzi del Pratello. "Mi piace aiutare i ragazzi che partecipano a trovarsi un lavoro una volta fuori". Tra gli alunni c'è anche un giovane senegalese: "È molto bravo, ha il permesso per uscire per andare a lavorare all'Antoniano".
Un corso di cucina per studenti molto particolari: i giovani detenuti del Carcere minorile del Pratello di Bologna. I piatti che vanno per la maggiore? Pasta, pane e pizza. Soprattutto pizza: "Quando la facciamo è davvero una festa", spiega lo chef, pasticcere, cuoco del Bologna football club, Mirko Gadignani, tra i docenti del corso.
Già, perché Gadignani non si accontenta di nutrire i campioni rossoblù. Vuole ancora di più, vuole offrire una seconda possibilità ai ragazzi del Pratello. "Ormai sono 3 anni che lavoro con loro, ma tutto è cominciato tempo fa". Prima, con la collaborazione con un'azienda di ristorazione molto grande che offriva svariati tipi di corsi; poi con Fomal, la Fondazione opera Madonna del lavoro che propone scuola di cucina e attività di inserimento lavorativo per persone disagiate. Fomal cura anche il corso al Pratello: "Sono qui da 3 anni. Sono uno dei docenti e mi piace aiutare i ragazzi che partecipano a trovarsi un lavoro una volta fuori. Alcuni sono già pienamente inseriti: qualcuno lavora nelle mense, altri mi aiutano nella banchettistica. Compiti che possono tranquillamente affrontare anche con una preparazione non proprio approfonditissima: il corso è di formazione e vuole incentivare il recupero insegnando loro come muoversi in cucina, tutti il resto arriva piano piano".
Il corso si svolge in una cucina apposita: partecipano una decina di ragazzi (la metà dei detenuti totali: il Pratello a pieno regime ospita 22/23 persone), preventivamente selezionati. "Lavoriamo con i ragazzi più tranquilli: i ferri del mestiere possono essere anche molto pericolosi". Lezioni tutti i giorni, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12, per un totale di 200 ore o anche di 500, a seconda del finanziamento che arriva: "Facciamo tutto quello che si fa fuori, preparazione e pulizia cibo, cottura, pulizie - a turno - incluse. Voglio trattarli bene, far loro mangiare cose buone. I pasti veicolati non sono esattamente ottimi: la ditta appaltatrice ha costi ridicoli, e va avanti a forza di carote lesse e pasta al pomodoro.
E allora noi prepariamo le lasagne, la pizza". Gadignani racconta che il 90 per cento dei ragazzi che prendono parte al corso sono sinceramente contenti, quelli che vengono sollecitati un po' meno. "Dopo le lezioni, mangiamo quanto cucinato. Purtroppo non possiamo condividere anche con gli altri ragazzi, per precise ragioni di sicurezza. Una pizza potrebbe scatenare un litigio, e non scherzo. Bisogna capire che la giornata di un detenuto - minore o adulto che sia - ruota attorno a 3 momenti: colazione, pranzo e cena. Il cibo gioca un ruolo fondamentale, non vanno sottovalutate le conseguenza della sua gestione".
Oggi, tra gli alunni di chef Gadignani, c'è anche un ragazzo senegalese: "È molto bravo, ha il permesso per uscire per andare a lavorare all'Antoniano. Mi piacerebbe riuscire a portarlo con me allo stadio, quando lavoro per il Bologna. Non è facile, ma lui è pronto. E poi ad agosto sarà fuori, dopo avere scontato i suoi 18 mesi". Giovani chef crescono.
www.modena2000.it, 22 gennaio 2015
Alcune considerazioni in merito alle dichiarazioni rilasciate dal segretario della Cisl Funzione Pubblica reggiana, Davide Battini, sulla situazione dell'Opg.
Nel 2008, quando le competenze sanitarie degli Opg sono passate alle Aziende Usl, il personale medico dipendente era costituito da tre persone (il direttore, uno psichiatra, un igienista). Il personale infermieristico dipendente da 8 unità. A questi si aggiungevano medici e operatori del comparto con diverse tipologie professionali. Nel 2015 il personale dirigente dipendente è composto da 7 psichiatri (di cui un Direttore) e 3 psicologi.
Il personale infermieristico e tecnico mediamente presente nell'anno 2014 è risultato essere così composto: 34.5 infermieri, 23 operatori socio sanitari e di supporto all'assistenza, 4 tecnici della riabilitazione psichiatrica.
Come è noto uno dei maggiori problemi dell'Opg era il sovraffollamento; il grande lavoro di dimissione di ricoverati ha permesso oggi di avere una situazione del tutto differente: i pazienti il 1 gennaio 2009 erano 275, son diventati oltre 300 nell'anno successivo per poi diminuire costantemente. Il 1 gennaio 2015 i ricoverati in Opg erano 143. Da ciò consegue che il rapporto operatori-pazienti, già molto aumentato nel 2008 rispetto alla gestione precedente, è più che raddoppiato nel corso di questi anni, in seguito al dimezzamento dei numero dei pazienti. La tabella sotto riportata indica il numero dei pazienti presenti il 31/12 di ogni anno e il corrispettivo numero di infermieri, personale di supporto e tecnici sanitari presenti nella medesima data.
Nel 2009 ogni operatore aveva in carico mediamente 5.5 pazienti, mentre nel 2014 ogni operatori aveva invece in carico 2.3 pazienti. Le eventuali variazioni di organico che si possono essere presentate sono state valutate dal coordinatore infermieristico e tecnico, in rapporto con le condizioni dei pazienti e, se ritenute compatibili, autorizzate.
Inoltre, il personale dell'Opg, dietro autorizzazione della Regione Emilia-Romagna, non è stato soggetto ad alcun tipo di blocco del turnover, in deroga alle recenti normative sulla spending review ed è stata sempre garantita la sostituzione del personale.
Per migliorare la gestione delle emergenze, e superare l'utilizzo della stanza di contenzione di cui veniva fatto un uso massiccio, l'Azienda USL ha previsto l'allestimento di una camera di decompressione, in cui la crisi possa essere gestita con umanità e in sicurezza (sono già stati effettuati i sopralluoghi e i lavori inizieranno il giorno 22 gennaio 2015).
Per quanto attiene alle carenze logistiche, strutturali e alberghiere ribadiamo che l'Azienda Usl non solo non ha il mandato per intervenire ma neanche la discrezionalità per farlo, trattandosi di interventi di stretta competenza della amministrazione carceraria.
Nonostante questo, come emerso in diverse occasioni, anche in sede di confronto sindacale, l'Azienda Usl di Reggio Emilia, con l'assenso dell'Amministrazione penitenziaria, è intervenuta in situazioni d'emergenza anche in settori non di sua competenza per ovviare a carenze strutturali.
La Direzione generale
www.romatoday.it, 22 gennaio 2015
Si tratta forse di un'ispezione annunciata?! Si chiede Carmine Olanda segretario locale del Sippe: "È doveroso rilevare che stranamente dalla sera del venerdì precedente a tale visita sarebbero state attivate tutte le procedure per rendere più puliti e ordinati i luoghi di lavoro e quelli detentivi. Sarà forse stata una visita annunciata?!" L'ispezione sarebbe avvenuta presso la casa circondariale volsca la mattina del 19 gennaio da parte degli uomini del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
La visita "ispettiva" giungerebbe comunque alcuni giorni dopo la diffida inoltrata dal Segretario Generale del Sippe Alessandro De Pasquale al Direttore del Carcere di Velletri in merito ad una non equa gestione di quelle poche risorse umane presenti nell'istituto e al pericolo a cui è esposto il personale di polizia penitenziaria, vittima di un traballante coordinamento dei piani per la sicurezza, che potrebbe essere una delle cause dei continui eventi critici.
La visita è stata anche preceduta da una nota del Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria per il Lazio, inviata al Sippe il 15 gennaio scorso, che risponde alla diffida del sindacato con parole a difesa dell'operato della direzione del carcere. Il Sippe, nonostante la nota del Provveditore, rimane fermo nelle sue posizioni ribadendo che il direttore del carcere, in qualità di garante dell'istituto carcerario, dovrà attivare tutte le misure idonee e conformi al D.lgs 81/08, per il ripristino delle condizioni di salubrità e sicurezza di tutti i luoghi di lavoro, specie quelli inseriti all'interno dei reparti detentivi.
"In caso contrario - conclude il Segretario Generale del Sippe Alessandro De Pasquale - promuoveremo ogni utile azione innanzi alla competente Autorità Giudiziaria, abbiamo comunque già dato mandato al legale del sindacato, Avv. Francesco Pandolfi del foro di Latina".
Ansa, 22 gennaio 2015
L'aggressione a uomini della Polizia penitenziaria avvenuta ieri sera nel carcere di Frosinone dove un detenuto ha ferito due agenti che sono stati portati al pronto soccorso, e che ha provocato varie reazioni sindacali, è stato accertato essere avvenuta ad opera di un detenuto albanese. L'uomo, 42 anni, trasferito di recente dall'istituto di Trapani a Frosinone, ha aggredito i due agenti che sono stati portati all'ospedale Spaziani del capoluogo ciociaro, dove hanno avuto una prognosi di alcuni giorni. Sono seguite reazioni sindacali.
La Fns Cisl Lazio, che ha denunciato la vicenda, ha chiesto urgenti interventi agli uffici dipartimentali per potenziare gli organici della polizia penitenziaria del carcere: "La Fns Cisl Lazio - evidenzia il segretario regionale Massimo Costantino - chiede urgenti interventi agli uffici dipartimentali affinché si invii subito personale di polizia penitenziaria di rinforzo, e allo stesso tempo chiediamo al governo che introduca pene detentive ulteriori per gli autori di detti eventi".
di Danilo Loria
www.strettoweb.com, 22 gennaio 2015
Detenuto aggredisce un ispettore e un assistente capo della polizia penitenziaria presso il penitenziario di Laureana di Borrello. Il fatto è accaduto ieri alle ore 11.00 circa, a seguito di una contestazione disciplinare fatta al detenuto presso l'ufficio matricola. Il detenuto, infatti, ricevuta la contestazione, colpiva improvvisamente con calci e pugni i poliziotti spedendoli al pronto soccorso.
Ne da notizia il Segretario Regionale del Sippe (Sindacato Polizia Penitenziaria) Angelo Macedonio, il quale dichiara: "Il penitenziario di Laureana di Borrello è un istituto a custodia attenuata ma per la carenza di personale non si riescono a gestire adeguatamente tutte le attività istituzionali".
Secondo il Sippe, i poliziotti penitenziari vengono impiegati contemporaneamente su almeno 5 posti di servizio (rilascio colloqui, preposto colloqui, ufficio servizi, conti correnti, sopravvitto. mof), con grave pregiudizio all'ordine e alla sicurezza interna. L'ufficio matricola, centro nevralgico di ogni istituto penitenziario, rimane aperto per uno o due giorni la settimana, in quanto il responsabile viene impiegato anche al penitenziario di Palmi. Appare assurdo, afferma Macedonio, che un carcere debba essere gestito solo da 18 unità che svolgono attività per almeno 60 poliziotti, a questo punto, conclude Macedonio, invieremo subito una lettera al Provveditore e al DAP affinchè provvedano, ognuno per competenza, ad inviare nuovo personale, per scongiurare eventi critici ingestibili".
di Barbara Morra
La Stampa, 22 gennaio 2015
È accusato di aver rubato soldi dalle lettere che i parenti indirizzavano ai detenuti nel carcere di Saluzzo. Per questo l'assistente capo di Polizia penitenziaria Massimo Concu - in tribunale a Cuneo - era a processo per peculato. I giudici lo hanno condannato a 3 anni e nove mesi di carcere con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Dovrà anche pagare i danni ai tre detenuti che si sono costituiti parte civile: 1.000 euro ciascuno. I carcerati, nel 2012, lamentavano di non ricevere una parte della posta. Vennero fatti controlli interni e i dubbi caddero su Concu.
"Non aveva il compito di controllare la posta - ha spiegato un collega ai giudici - ma poteva chiedere ai sottoposti di consegnargliela". "In realtà - ha aggiunto - i detenuti non possono ricevere e maneggiare denaro contante. Se un agente ne trova nelle lettere deve aprirle in presenza di un collega e depositare il denaro su un conto apposito. Il problema è nato quando i detenuti hanno lamentato di non ricevere proprio la corrispondenza, cioè le missive che gli venivano inviate dall'esterno".
Per smascherare il responsabile, nell'ufficio del casellario le buste venivano fotocopiate: un modo per capire quali, poi, sarebbero mancate all'appello. L'ex comandante della casa circondariale: "Mettendole vicino a una lampada si evidenziava, in trasparenza, quali buste contenessero denaro. Senza aprirle prendevamo nota di quali erano e le rimettevamo nel mucchio: erano proprio queste a sparire".
di Giulia Esposito
www.quartaparetepress.it, 22 gennaio 2015
Continua la nostra inchiesta finalizzata a raccontare coloro che operano, attraverso il teatro, in realtà fortemente caratterizzate dal disagio: in vista del suo nuovo spettacolo Adesso che hai scelto in programmazione dal 24 al 26 febbraio al Teatro Due di Roma, abbiamo intervistato il fondatore della cooperativa Teatroincontro.
Mimmo Sorrentino è nato a Salerno nel 1963. Laureatosi in Scienze Politiche all'Università degli studi di Urbino, è docente di "Teatro partecipato" presso la scuola "Paolo Grassi" di Milano e ad oggi, con il suo metodo di lavoro ispirato ad un criterio proprio delle scienze sociali, ovvero "l'osservazione partecipata", numerosi sono gli spettacoli realizzati partendo da una personale e profonda osservazione della società italiana: Nel libro di Mastronardi (premio drammaturgia in\finita Teatrorizzonti Urbino), Bingo (Selezionato al festival Opera Prima Festival di Rovigo), Il messaggio (Selezionato a Scena Prima), Quesalid, I Serbi vogliono la rivincita, Salmo 130, Da Mistretta a Godel, La storia di Carlo e Luigia, Case Popolari, Ave Maria per una gattamorta (segnalato al Premio Ater Riccione. Finalista al Premio UBU 2008, tradotto e pubblicato in Francia), L'Infinito viaggiare, Fratello Clandestino, Sono Aperta ( Testo finalista nel 2009 al Premio Ater Riccione), Vigili del fuoco, Vado Via (testo tradotto e rappresentato in Francia).
Nel 2009 vince il Premio Enriquez per l'impegno civile, a cui fa seguito, nel 2014, il Premio Anct - Teatri delle diversità. Attualmente è in tournée con Adesso che hai scelto, raccolta dei monologhi interpretati precedentemente nel programma di Radio Tre Piazza Verdi, nei quali il drammaturgo racconta la straordinaria vita delle persone incontrate durante il suo percorso teatrale, dai detenuti ai rom, dalle casalinghe agli attori, dagli studenti ai commercianti ambulanti.
Come e quando ha iniziato a fare teatro? Quando ha iniziato a lavorare con le persone disagiate e, in particolare, con i detenuti?
Ho iniziato a fare teatro all'Università di Urbino nell'ormai lontano 1988 con uno spettacolo dal titolo Contro con la voce. Non avevo nessuna conoscenza teatrale né di scrittura e né di regia ma molta incoscienza. E come me tutti quelli che mi seguirono nell'impresa. Studenti di sociologia, filosofia, giurisprudenza, dell'Isef, i cuochi delle mensa. In scena eravamo più di trenta. Lo spettacolo era di tre atti. Eravamo incoscienti però coscienti che ci si stava divertendo tanto e che valeva la pena continuare. Lo spettacolo fu un successo per cui continuammo. Il secondo spettacolo, inserito in una rassegna ufficiale, fu un fiasco e ci divertimmo molto di meno perché ci scontrammo con problemi più grandi di noi. Nonostante ciò continuammo lo stesso. Mi trasferii a Vigevano, città all'epoca con il più alto tasso di giovani suicidi in Europa. Una città più disagiata non potevamo cercarla per cui è stato quasi naturale iniziare a occuparmi di persone in difficoltà. Io non lavoravo con attori, che poi non sono tanto meno disagiati degli altri, ma con amatori. Quindi mi sono specializzato a far sì che dei non attori fossero credibili in scena. Con i detenuti ho iniziato a lavorare solo nel 2012.
Nel 2009 ha insegnato "Teatro partecipato" presso la scuola Paola Grassi di Milano, oltre ad aver scritto un libro su questo tema. Può spiegare cosa intende per "Teatro partecipato"? In che modo adopera questa metodologia nel suo lavoro in carcere?
Il Teatro partecipato è sempre, come dico nel mio programma radiofonico a Radio Tre Piazza Verdi, una storia d'amore tra l'ascolto e la parola. Ti invitano in un contesto, ti fai riconoscere, citando un'espressione di Lacan, come soggetto supposto sapere, e per farlo metti in atto le tue competenze. Poi inizi a proporre dei temi su cui scrivere o raccontare oralmente, li trascrivi, fai leggere al gruppo quello che hai scritto a partire dalle loro storie e gli chiedi se sono intenzionati a recitarlo. Se lo sono li porti in scena. Prima nel contesto dove è nato il lavoro. Ad esempio se sono studenti, a scuola. Se sono stranieri ospiti di comunità, in comunità. Se ritieni che il lavoro possa interessare anche un pubblico generico, allora ti metti alla ricerca di un produttore. Con i detenuti è stato lo stesso. Li ho invitati a scrivere preghiere, non perché sono credente, non lo sono, ma perché volevo fare un lavoro sulla libertà e quindi mi è sembrato furbo partire dal linguaggio e la preghiera è il linguaggio, almeno secondo me, più libero che gli uomini si siano inventati.
Quali sono gli obiettivi che si propone quando inizia un'attività con i detenuti?
Conoscere. Conoscere cosa di loro c'è in me ma che io non so di avere. Ma questo accade con tutti i gruppi con cui lavoro, compreso i malati di Alzheimer.
Come viene strutturato il laboratorio?
Di solito propongo degli esercizi teatrali molto difficili così loro non riescono a farli e io gli spiego il perché e, nel capire perché non riescono, posso aiutarli a capire le loro difficoltà emotive ed espressive. Poi faccio scrivere dei testi., ci lavoro e proviamo a recitarli. In verità, in carcere non è che vi sia un programma preciso perché bisogna adattarsi alle varie esigenze della struttura: non vi è mai la certezza della prova così quando riesci a farne una buona ti senti felice come quando arrivi su una cima ai quattromila.
Lei afferma che quando ha iniziato a lavorare in carcere si è accorto di non conoscere la "grammatica del carcere". Com'è riuscito a superare questa sorta di limite?
Facendomela spiegare. Era importante conoscerla. Non per parlarla. Io non parlo la lingua del carcere, io parlo la lingua di chi vive altrove ma conoscerla mi permette di tradurre loro la mia di lingua, oltre che comprendere quella dei detenuti.
Di recente ha portato in scena all'Elfo Puccini di Milano lo spettacolo Terra e acqua in cui è riuscito a coinvolgere attori-detenuti, politici, studenti e agenti di polizia penitenziaria. Può spiegarci le tappe che hanno portato alla realizzazione di questo spettacolo? I risultati ottenuti sono stati soddisfacenti?
Nel corso del laboratorio con i detenuti spesso mi è capitato di raccontare ciò che provano in carcere. Ad esempio, a un certo punto, ho raccontato ciò che provano nei colloqui: li aspettano con ansia. Si preparano ma poi quando sono davanti alle persone care, quelle che li fanno stare in piedi, la tensione si fa così forte che non vedono l'ora di rientrare in cella. Allora uno di loro mi ha chiesto come facessi a saperlo, se ero stato in carcere o se ci fosse stato un mio parente. Ho risposto che non ero mai stato in carcere prima di allora e che se lo sapevo era perché c'era un carcere in ognuno di noi, altrimenti non avremmo potuto inventarlo. Ho esteso la riflessione alla città attraverso una rubrica che conduco sul giornale locale e così la città si è interrogata sul carcere che ognuno ha dentro di sé compreso il vescovo, i politici ecc. Poi il progetto prevedeva una apertura del carcere verso la città e viceversa per cui ho chiesto a politici, studenti e agenti di polizia penitenziari se volevano recitare con i detenuti: hanno accettato. Non è stato facile costruire un gruppo unico, ma il risultato sembra sia stato molto apprezzato come lo spettacolo.
Come viene recepita l'attività teatrale dentro e fuori le mura del carcere?
Sia dentro che fuori dal carcere il tutto viene recepito come una possibilità di crescita personale prima ancora che comunitaria.
Secondo Lei, cosa possono fare le istituzioni per migliorare questo tipo di attività?
Investire più soldi. Trasformare il carcere in un luogo di formazione e non solo di detenzione. Paradossalmente una volta dissi ai detenuti che loro dovevano avere nostalgia del carcere. Chi ha nostalgia spesso ritorna nei luoghi della nostalgia, come le città o i paesi in cui si è nati, ma poi va via. Perché ci sia nostalgia bisogna che abbiamo un buon ricordo del luogo che abbiamo abbandonato. Quindi, perché ci sia nostalgia è necessario che in carcere accadano cose interessanti, belle. Ma ciò che invece accade è che i detenuti vogliono scappare. Comprensibile. Ma chi scappa, come insegna la tragedia greca, vedi Edipo, ritorna sempre nel luogo da cui scappa. E non è un caso se il 90 per cento dei detenuti è recidivo. Ecco, bisognerebbe che in carcere accadessero cose belle.
- Mondo: diritti umani; Israele, Egitto e Afghanistan nel mirino di Human Rights Watch
- India: Tomaso Bruno è libero. La mamma "è il giorno più bello della mia vita"
- Belgio: le carceri? La migliore scuola per il fanatismo islamico
- Svizzera: personale delle carceri ticinesi a rischio burnout, una ricerca Università di Berna
- Arabia Saudita: è stretta sugli attivisti, pene esemplari... come quelle dell'Isis









