di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 21 gennaio 2015
Le nuove norme non prevedono la custodia cautelare per i reati sotto i 3 anni. Risultato: la lotta al crimine diventa quasi impossibile. Serve la flagranza. Se non lo beccano nella casa, già svaligiata o da ripulire, con gli arnesi del mestiere non c'è giustizia che tenga.
Anche se lo scoprissero a distanza di tempo, bene che vada il ladro verrebbe denunciato, a meno che non sia un autore seriale e allora servirebbero indagini mirate e un'ordinanza di custodia cautelare chiesta da un sostituto procuratore e firmata da un gip. Procedure lontane dalla velocità di assicurare una risposta a chi si ritrova la casa sottosopra e la propria intimità violata.
Impennata di furti. Dal 2009 al 2013 in Toscana i furti sono cresciuti del 60 per cento (da 11.993 a 19.203). Un boom esponenziale a cui si sono agganciati i dati su denunce e arresti: le prime schizzate a un più 106 per cento e i secondi al 129 per cento. Un fenomeno che avanza in progressione geometrica.
"Liberi" di delinquere. Possono muoversi con la ragionevole certezza di non finire in carcere lo scippatore, il piccolo pusher, il truffatore di basso cabotaggio o chi spacca i finestrini delle auto per qualche spicciolo.
Il copione. Entrano, senza manette, scortati dai carabinieri e si siedono accanto all'avvocato d'ufficio. In silenzio ascoltano la triangolazione di interventi tra pm onorario, legale e giudice. Arrestati per un furto su un'auto e processati per direttissima, due giovani marocchini dopo aver passato la notte nella cella di sicurezza della caserma arrivano in Tribunale. In una manciata di minuti il giudice convalida il fermo costato ai militari ore di appostamenti e un inseguimento concluso con qualche frizione fisica.
Poi tocca al pm prendere la parola e chiedere la misura cautelare più idonea per i fermati. Quindi l'avvocato invoca i termini a difesa e il giudice aggiorna l'udienza per il dibattimento fissato di lì a qualche mese. Nel frattempo i due arrestati tornano liberi con il solo obbligo di firma. Fine della direttissima con i due marocchini che stringono la mano al legale, salutano i carabinieri che il giorno prima li avevano arrestati e si avviano in perfetta solitudine all'uscita del Tribunale: pronti a rubare di nuovo. Due detenuti in meno, così non si affolla il carcere, due ladri in più sulla strada Scene ordinarie nelle aule dove si celebrano le direttissime per quei reati di allarme sociale, dallo scippo al furtarello sull'auto o allo smercio di droga.
Senso di frustrazione. "Di fronte a un simile scenario è inutile negare il senso di frustrazione della magistratura che si affianca a quello provato dalle forze dell'ordine". Antonio Giaconi, vice procuratore capo a Pisa, restituisce con efficacia lo stato d'animo dei protagonisti, a tutti i livelli, della battaglia quotidiana contro chi infrange il codice penale.
"Come cittadino e come magistrato mi sento di dare la totale solidarietà alle persone vittime di furti o di reati in genere - aggiunge. Di contro non posso che evidenziare l'aspetto di un quadro normativo attuale che rende estremamente difficoltosa l'adozione di misure cautelari in carcere per la cosiddetta microcriminalità".
La "svuota carceri". Con la consueta sintesi giornalistica è stata ribattezzata "svuota carceri". Di fatto la legge 92 del 2014, da un lato riduce gli ospiti dei penitenziari e dall'altro mostra il volto indulgente dello Stato verso chi commette reati. Il testo prevede il divieto di custodia cautelare in cella in caso di pena non superiore ai 3 anni. Tradotto: se il giudice ritiene che all'esito del giudizio la pena irrogata non sarà superiore ai 3 anni, per esigenze cautelari potrà applicare solo gli arresti domiciliari.
La norma non vale però per i delitti ad elevata pericolosità sociale (tra cui mafia e terrorismo, rapina ed estorsione, furto in abitazione, stalking e maltrattamenti in famiglia) e in mancanza di un luogo idoneo per i domiciliari. Viene ribadito invece il divieto assoluto del carcere preventivo e dei domiciliari nei processi destinati a chiudersi con la sospensione condizionale della pena. E c'è da dire che tanti fascicoli sono spariti grazie all'abrogazione della parte della Bossi-Fini che prevedeva il reato di ingresso illecito in Italia. L'arresto viene mantenuto per gli immigrati che rientrano nel nostro Paese dopo un provvedimento di espulsione, ma non più come clandestini tout court.
di Luciano Salsi
La Gazzetta di Reggio, 21 gennaio 2015
"Entro il 31 marzo i pazienti per i quali non sono previste le dimissioni saranno trasferiti, come prevede la legge, nelle cosiddette Rems, le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza attualmente situate nell'azienda Ausl di Bologna e Parma, in attesa del completamento dei lavori della struttura di Reggio Emilia. In questi giorni sono già stati attivati i contatti con le altre Regioni, che dovranno farsi carico dei pazienti non residenti in Emilia-Romagna e attualmente ospitati a Reggio".
Dopo la relazione alla Camera del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è il sottosegretario alla presidenza della Regione, Andrea Rossi, a tracciare le tappe che potrebbero portare nell'arco di poco più di un mese alla chiusura dell'Opg di via Settembrini, l'unica struttura presente nella nostra regione.
Sei strutture in Italia. L'Emilia-Romagna sta arrivando quasi puntuale all'appuntamento del 31 marzo, data fissata dalla legge 9 del 2012 per la chiusura dei sei ospedali psichiatrici giudiziari esistenti in Italia. Oltre a Reggio, infatti, le strutture sono presenti soltanto in altre cinque città italiane: Castiglione delle Stiviere (nel Mantovano), Barcellona Pozzo di Gotto (in provincia di Messina), Montelupo Fiorentino (in provincia di Firenze), Napoli e Aversa (nel Casertano).
Le Regioni devono adeguarsi. Se tutto dipendesse soltanto dalla nostra Regione, non ci sarebbero problemi ad abolire l'Opg di via Settembrini, la cui inadeguatezza è sottolineata dai due recentissimi casi tragici, la morte del ventinovenne soffocato da una bistecca, e il suicidio di un cinquantenne.
Il fatto è, però, che sui 146 detenuti che vi erano rinchiusi alla fine del 2014 (ora sono 141) meno di una trentina sono destinati ad essere presi in carico dal servizio sanitario dell'Emilia-Romagna, dove sono residenti, per i quali sarebbero già stati predisposti piani di assistenza individuali.
Degli altri internati - dai quali bisogna escludere anche una cinquantina di detenuti che verosimilmente verranno trasferiti in carcere o in altre strutture dove scontare la pena - devono prendersi cura le altre regioni in cui risiedono, che però non sono tutte ugualmente pronte. E già da due settimane da viale Aldo Moro sono partite lettere indirizzate alle altre Regioni per portare avanti un progetto che vede l'Emilia-Romagna pronta al cambiamento.
Nuove proroghe? È possibile, quindi, che il reparto di via Settembrini continui ad ospitarli, se il Parlamento approverà una nuova proroga della chiusura degli Opg, già destinati alla soppressione il 31 marzo 2013 e poi entro il 31 marzo dell'anno scorso.
Lavori in via Montessori. "La Regione - spiega Daniela Riccò, direttore sanitario dell'Ausl - sta predisponendo quanto serve per attuare in ogni caso le disposizioni di legge. Anche oggi (ieri per chi legge, ndr) Gaddomaria Gaddi, direttore del dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche, si è recato a Bologna per mettere a punto il piano. La volontà generale è quella di rispettare la scadenza, poiché gli Opg sono realtà indegne. I trenta reclusi verranno provvisoriamente sistemati nelle province di Bologna e Parma, in attesa che venga realizzata a Reggio in via Montessori, in un'area di proprietà dell'Ausl, la nuova Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza".
StopOpg dice "no". Non è questa, tuttavia, una soluzione da tutti condivisa. L'associazione Stopopg, che si ispira integralmente alle teorie di Franco Basaglia, il padre della riforma psichiatrica e dell'abolizione degli ospedali psichiatrici, vi si oppone, considerando le Rems una sorta di minimanicomi. A loro avviso i reclusi dovrebbero essere immediatamente trattati come gli altri malati psichiatrici, che vivono in famiglia o nelle comunità.
La Regione, pur mirando a perseguire questo risultato, si propone di arrivarci gradualmente. "È dal 2008 - riferisce la dottoressa Riccò - che la legge affida la cura dei reclusi alle Ausl anziché ai medici dell'Opg. Il nostro personale psichiatrico interviene da allora con la sua professionalità, consentendo un numero rilevante di dimissioni e un miglioramento delle condizioni di vita".
Sempre meno affollamento. I numeri lo dimostrano. All'inizio l'Opg era sovraffollato. Oggi ospita un numero di persone quasi pari alla capienza di 131 posti letto. Nel 2008 aveva 275 reclusi, divenuti 295 nel 2010 e poi calati a 276, 224, 173 e a 171 un anno fa. Le dimissioni, dovute peraltro anche a ritorni in carcere, sono state 227 nel 2010 e poi 205, 245 e 156 nel 2013. Di questo passo l'Opg si sarebbe estinto spontaneamente. Purtroppo, però, vi sono stati portati detenuti da altre regioni. "In teoria - rileva la dottoressa Riccò - vi dovrebbero trovare posto soltanto quelli dell'Emilia- Romagna e delle altre tre regioni del bacino di pertinenza. Di fatto ce n'erano e ce ne sono molti provenienti dal resto d'Italia".
Tutta Italia a Reggio. Il primo gennaio 2014 se ne contavano in tutto 171. Ce n'erano 34 dell'Emilia-Romagna, che insieme ai 58 del Veneto, ai 6 del Trentino-Alto Adige, agli 8 del Friuli e ai 10 delle Marche completavano il bacino. Ce n'erano, però, anche 34 della Lombardia, 9 del Lazio e 30 di altre regioni. Per la nuova sistemazione di quelli dell'Emilia-Romagna erano stati stanziati un anno fa 17 milioni. "Inizialmente - spiega Daniela Riccò - si pensava a una struttura da 40 posti, oggi ridimensionata a 30.
Una spesa da 8 milioni. Sette o otto milioni, quindi, serviranno per la Rems di via Montessori, gli altri per adeguare le strutture di collocazione temporanea nelle province di Parma e Bologna. I progettisti, con cui abbiamo avuto un incontro ieri, hanno 60 giorni di tempo per presentare il progetto. Poi si emanerà il bando per l'affidamento dei lavori, che dovrebbero incominciare dopo l'estate".
www.radicali.it, 21 gennaio 2015
Si è svolta il 19 gennaio una visita al carcere Lorusso e Cotugno di Torino di una delegazione formata tra gli altri da Paola Bragantini (deputata del Pd) e Igor Boni (presidente dell'Associazione radicale Adelaide Aglietta). La delegazione, accompagnata dal direttore Domenico Minervini, ha visitato la parte della struttura dedicata alle donne.
Ad oggi sono presenti 1240 detenuti. Il dato è in leggero aumento rispetto all'autunno del 2014 ma in netta diminuzione rispetto agli anni passati dove si sono toccate punte di oltre 1.500 presenze. La capienza regolamentare è di 1.125. Le donne attualmente presenti sono quasi 100. Il 38% dei detenuti non è "definitivo". Le celle contengono uno o due detenuti al massimo e l'apertura delle stesse è garantita per 8 ore giornaliere come previsto dalla sentenza europea.
Dichiarazione di Paola Bragantini e Igor Boni: "Ringraziamo innanzitutto il direttore per la cortesia e lo spirito di iniziativa che ha consentito alla struttura di riaprire importanti attività come quella della panificazione che entro gennaio vedrà l'inaugurazione di un punto vendita in centro città. La diminuzione delle presenze rispetto al passato, pur se in percentuale minore rispetto ad altre strutture piemontesi, garantisce ad oggi una programmazione migliore delle attività e una migliore organizzazione.
La disponibilità dimostrata dal direttore nell'aprire cantieri di utilità sociale, con l'utilizzo di detenuti a titolo gratuito in lavori di manutenzione del verde, meriterebbe una pronta risposta da parte delle istituzioni cittadine che auspichiamo. Il lavoro infatti resta l'elemento essenziale per garantire un vero processo di integrazione e reintegrazione sociale. L'apertura giornaliera delle celle (a parte la pausa dedicata al pranzo) consente una responsabilizzazione dei detenuti e un approccio più costruttivo nel lavoro degli agenti di Polizia penitenziaria i quali continuano ad essere sottorganico anche se i dati a tal riguardo sono in miglioramento rispetto alla carenza inaccettabile di alcuni anni addietro".
"Nel complesso abbiamo trovato una struttura che, a parte alcune carenze che necessiterebbero di interventi di manutenzione (docce, impianti idrici), si trova in condizioni migliori rispetto alle ultime visite effettuate. Il sopralluogo all'interno dell'area dedicata alle donne ha consentito di verificare il cambio di tendenza in atto. La presenza dei figli, che oggi è limitata ai tre anni di età dei bambini, vedrà nell'immediato futuro l'apertura di un progetto (Icam - Istituto di Custodia Attenuata Madri) che mira al mantenimento dell'unione con le madri recluse fino ai sei anni di età in aree aperte, dove poter svolgere attività ricreative senza presenza di sbarre".
di Gaetano de Stefano
La Città di Salerno, 21 gennaio 2015
Aumentata la sorveglianza notturna. Non ancora aggiustate alcune recinzioni divelte dal vento. Carcere a "porte aperte" a Salerno. Non è lo slogan di una nuova iniziativa ministeriale, alla stessa stregua di quella che vede coinvolti i musei, ma l'assurda condizione che vive la Casa circondariale di Fuorni.
Che stavolta finisce nell'occhio del ciclone non per i problemi di sovraffollamento ma, piuttosto, per grattacapi legati a difficoltà di manutenzione ordinaria e straordinaria. Nell'istituto di pena salernitano, infatti, da diversi giorni il cancello principale d'accesso, da dove entra il personale e attraverso il quale vengono introdotti gli ospiti, è inutilizzabile. O meglio l'apertura automatica è completamente andata in tilt e, perciò, per non correre il rischio di restare chiusi all'interno e, presumibilmente, per difficoltà a farlo scorrere manualmente, si è preferito mantenere il cancello aperto per la metà.
Uno stratagemma dettato dall'emergenza e che, probabilmente, durerà almeno fin quando non saranno definitivamente ripararti i guasti che hanno provocato l'inconveniente, anche se, a quanto pare, finora tutti i tentativi non avrebbero sortito gli effetti sperati. D'altronde sembra proprio che non si tratti di una novità assoluta, in quanto già durante le festività natalizie si sarebbe verificata qualche avvisaglia di rottura.
Fatto sta che, giorno e notte, il cancello resta socchiuso, determinando un surplus di lavoro per gli agenti della polizia penitenziaria in servizio, costretti a presidiare la zona soprattutto durante le ore notturne e a mantenere ancora di più alta l'attenzione.
Perché il disservizio è sotto gli occhi di tutti e, in particolar modo, dei familiari dei detenuti che nei giorni di visita, quando già di buon ora arrivano nel perimetro della struttura, si trovano d'avanti l'incredibile e inatteso scenario. Ma, purtroppo, i danni alle inferriate del carcere non s'esauriscono con il black-out del cancello d'ingresso. Da fine dicembre, infatti, sono divelte le recinzioni che costeggiano le abitazioni di pertinenza del penitenziario. I danni sono ben visibili e le sbarre divelte sono adagiate sul selciato da più 20 giorni. Precisamente dal 28 dicembre scorso, quando a causa delle violente raffiche di vento, un albero di grosse dimensioni si abbatté sul recinto in metallo, sfondandolo per circa trenta metri.
di Tatiana Gagliano
www.radiogold.it, 21 gennaio 2015
"Pure 'n carcere 'o sanno fa". È questo il titolo della mostra che verrà ufficialmente inaugurata lunedì 2 febbraio all'Urp del Consiglio regionale del Piemonte a Torino. Una panoramica sui progetti nati dalla collaborazione tra l'Associazione "Sapori reclusi" con le carceri piemontesi e varie realtà associative e culturali del territorio.
Frammenti di vita in cella, catturati anche grazie agli scatti del fotografo Davide Dutto che ha deciso di coinvolgere in speciali corsi di cucina diversi chef stellati e raccontare con immagini le storie e la quotidianità di alcuni detenuti, a partire dal "rito" della preparazione di una tazza di caffè, magistralmente descritto da Fabrizio De Andrè nella canzone "Don Raffaè", da cui è preso in prestito il verso che dà il titolo alla mostra. Tra le fotografie anche quella che ritrae un volto noto del territorio, lo chef alessandrino Andrea Ribaldone, intento a spiegare tutti i segreti per un perfetto risotto alla zucca ai detenuti del Don Soria di Alessandria.
Nei mesi scorsi, ha raccontato a Radio Gold News, lo chef Ribaldone ha tenuto anche una lezione nel carcere di San Michele, dove ha insegnato le basi per una gustosa pasta al pesce e ha poi preso parte a una speciale cena di gala con 120 commensali all'interno della casa circondariale Santa Caterina di Fossano (Cn), preparata fianco a fianco con i detenuti e altri colleghi 'stellatì, dal siciliano Pino Cuttaia, due stelle Michelin, al tristellato chef Enrico Crippa. "Dall'esterno qualcuno può pensare che chi sta scontando una pena abbia un'attenzione "relativa" rispetto a quello che avviene nel mondo esterno, ma in realtà non è così - ha raccontato ancora Andrea Ribaldone.
I detenuti hanno dimostrato di avere una passione 'visceralè per la cucina, che è una delle poche cose che riescono a fare tutti i giorni, arrangiandosi con quello che hanno a disposizione nelle celle. Anche per noi cuochi è stata una bellissima esperienza perché abbiamo dovuto cucinare "con poco", senza tutti gli strumenti che abbiamo quotidianamente a disposizione. Durante le lezioni abbiamo ad esempio dovuto tagliare con coltelli di plastica, perché ovviamente ai carcerati non è consentito utilizzare quelli in acciaio". Proprio sfruttando la cosiddetta "arte di arrangiarsi" un carcerato ha anche fatto assaggiare allo chef stellato Ribaldone una torta paradiso davvero "paradisiaca", cucinata utilizzando uno sgabello, trasformato con inventiva in un forno. "Praticamente mettono alcune piccole candele in un buco fatto su uno sgabello e poi utilizzano due leggere teglie di alluminio, la prima con dell'acqua cui appoggiano sopra l'altra con all'interno l'impasto. Coprono poi tutto con una coperta e vi assicuro che la torta viene fenomenale". Desiderosi di imparare, i detenuti di San Michele e del Don Soria nei mesi scorsi hanno anche raccontato le loro storie allo chef alessandrino.
"La cosa che più mi ha colpito è stata la voglia di contatto umano dei detenuti, la necessità di raccontarsi e parlare con qualcuno che viene dall'esterno. Le persone che ho avuto modo di conoscere grazie a questo progetto hanno ammesso i loro errori, chiedendo solo la possibilità di fare qualcosa per sconfiggere il più grande nemico all'interno di una cella: quella noia/paranoia che ti pervade in un luogo chiuso.
Al di là dei singoli giudizi, non dobbiamo mai dimenticare che i detenuti sono persone". Dopo aver messo sotto lo stesso tetto, o meglio sotto la stessa cappa da cucina, due mondi così diversi come quello dei detenuti e degli chef stellati, nella pentola dell'Associazione "Sapori reclusi" bollono ora altri progetti. "Oltre alla panetteria all'interno del carcere si sta pensando di realizzare anche un ristorante, sfruttando magari alcune delle ricette dei detenuti che il fotografo Davide Dutto ha già racchiuso nel libro "Gambero nero", progetto da cui si è poi sviluppata l'idea delle lezioni di cucina tenute dagli chef stellati".
In attesa dei nuovi progetti, dal 2 febbraio e fino al 3 marzo sarà intanto possibile visitare la mostra fotografica "Pure 'n carcere 'o sanno fa. Immagini, parole e sapori reclusi", proposta dall'Ufficio del Garante regionale dei detenuti, all'Urp del Consiglio regionale del Piemonte di via Arsenale 14, a Torino, aperto dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16.
di Alberto Figliolia
www.ecosistema-magazine.it, 21 gennaio 2015
È una delle sette opere di misericordia corporale. Quelle che anche solo per una mera questione di coscienza potrebbe/dovrebbe praticare ogni laico: non sarebbe disdicevole. Visitare i carcerati. Anzi, le persone detenute. Perché la carcerazione e la privazione della libertà in conseguenza di un reato, di un processo e di una condanna non estinguono affatto la dignità di un essere umano (oltre a ciò che nel suo corpo con giustezza recita la Costituzione).
Opera, alle porte di Milano, fra la scintillante metropoli, l'hinterland e le campagne periurbane. Una delle case di pena più grandi d'Europa, di certo la più grande d'Italia. Un immenso cubo di cemento gettato fra le risaie, urbanistica un po' disordinata e la Tangenziale. Brulicante di umanità: circa 1400 uomini, poco più di una ventina dei quali impegnati in un'attività che parrebbe cozzare contro la dura realtà che li circonda (e interiormente opprimente): il Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa della Casa di Reclusione di Milano-Opera.
Perché la poesia è consolazione e catarsi, ri-scoperta di sé e, se necessario, dei sé che costellano la vita dataci in sorte, fra dubbio e scelta (per operare quella giusta, in rettitudine esistenziale), cifra razionale e sentimentale che attraverso una lingua arcana e una curatissima forma libera emozioni e pensieri in maniera feconda, utile.
La poesia ricostruisce mondi, riscatta dal peso del ricatto e della colpa, ricrea itinerari dal tormento e dalla reità, aggiunge consapevolezza e rispetto per lo sgranarsi dei giorni; quei giorni tutti uguali nelle celle, all'ombra, fisica e ideale, delle sbarre e delle porte di ferro, con il dolore della lontananza da figli, madri, padri, amici, relazioni. La poesia può davvero salvare la vita, come recitava il titolo di un fortunato libro scritto tanti anni fa da Donatella Bisutti e sempre attuale, più che mai attuale.
"Provate a pensare, cari Lettori, quando si chiude una porta, quando dietro di sé si sente chiudere una porta e non si sa quando si riaprirà. Pensate a che cosa si può provare al tonfo che fa un portone chiudendosi alle spalle, al rumore che fa una chiave che gira in una serratura definendo una interruzione di rapporti. Pensate a finestre che hanno sbarre davanti, finestre che anche aperte non allargano l'orizzonte, ma che danno sul cemento.
Porte e finestre che interrompono la comunicazione anziché aprirsi a nuove relazioni. Sono le porte e le finestre delle nostre carceri [...] Durante tutto l'anno, a ogni incontro, in Laboratorio si scrivono poesie per raggiungere prima di tutto se stessi, la profondità del proprio sentire - talvolta celata da strati di non consuetudine ad ascoltarsi - e poi per condividere pensieri ed emozioni con i compagni. La comunicazione è intensa - mai banale - il sentire forte, la conoscenza reciproca profonda, come solo la poesia, forse, permette.
Poi a un certo punto dell'anno si comincia a pensare al Calendario, questo personaggio con la C maiuscola, che veicolerà verso la società esterna la voce, talvolta il grido, della persona detenuta". Sono parole di Silvana Ceruti, già insegnante, italianista e formatrice professionale, Ambrogino d'Oro, poetessa e tanto altro ancora, fondatrice tanti anni addietro del Laboratorio che tuttora opera con frutti fertili e tangibili, come il Calendario di Poesie e Fotografie 2015-Porte e Finestre, un magnifico mélange di versi e immagini.
Le foto, che hanno ispirato le persone detenute e di cui abbiamo riportato una strofa nell'incipit del presente articolo, sono state donate da Margherita Lazzati, fotografa di superba creatività e di gran cuore. Un operare artistico, il suo, che si mescola alla perfezione con il lavoro che con esemplare regolarità si compie nel Laboratorio e che ha saputo ispirare e sollecitare tutti i partecipanti. Il Calendario, d'altra parte, è un vero prodotto editoriale in quanto stampato da La Vita Felice, casa editrice milanese che da anni supporta le attività del Laboratorio pubblicando le opere meritevoli, e posto in vendita (il ricavato finanzia le attività del Laboratorio stesso).
Dispiace non poter citare tutti gli interpreti di questo straordinario manufatto, ma la condivisione e l'altruismo, sentimenti che felici allignano all'interno del Laboratorio, facilitano il compito, nel senso che ciascuno è rappresentato dal compagno, da ogni compagno, e il successo del singolo appartiene a tutti.
Non paghi di ciò i poeti del Laboratorio hanno a un certo punto cominciato a scrivere, mossi da sincero empito, poesie in forma di preghiera o preghiere in forma di poesia. Nel giro di poche settimane i lavori erano tali e tanti, e di notevole qualità formale, da poter pensare di arrivare alla composizione di un libro. Il che è avvenuto nello scorso dicembre.
Come detto, da questa poesia è divampato il fuoco o scaturita la cascata o venuto alla luce il fiume carsico: una bella ansia creativa, lieve e nel contempo ricca, si è impadronita del Laboratorio. Fino a giungere al presente Preghiere dal carcere (12 euro, 88 pagine), edito sempre da La Vita Felice. Il prezioso volumetto, nonostante la recentissima uscita, ha già conosciuto l'onore di una seconda ristampa.
La prefazione, di grana culturale finissima, è stata stilata da Vito Mancuso, teologo, scrittore e giornalista di acuto ingegno e profonde visioni e, soprattutto, uomo gentile, qualità che non guasta nell'arduo mondo della contemporaneità. Eccone l'incipit: "Gli esseri umani fanno molte cose nella loro esistenza e tra queste, in ogni parte del mondo (carceri comprese), pregano.
La preghiera è un fenomeno universale. Si può anche giungere al paradosso di uomini che non credono in Dio ma che pregano, che cioè almeno qualche volta nella vita si ritrovano a formulare parole o pensieri in forme non usuali rivolgendoli al mistero che avvolge la vita - esattamente nel senso richiamato da Norberto Bobbio quando diceva: Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero".
Da segnalare, inoltre che per la prima volta in un libro concepito dal Laboratorio compaiono anche le poesie di volontari e amici. Un importante sigillo e un messaggio di speranza insieme.
E, con ciò, lunga vita al Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa della Casa di Reclusione di Milano-Opera. Lo merita: per le idee che propugna; per il lavoro di recupero e sensibilizzazione (anche verso l'universo esterno); per l'umanità, non da dame del biscottino, che ne trapela, forte e invincibile.
Non si può artatamente edulcorare la realtà, la prigione non è un giardino di delizie, va compreso anche il dolore e il disagio delle vittime. In ogni caso tutto il modello correzionale andrebbe ripensato. Ma non è questo pezzo la sede per discutere di tanto.
Tuttavia le attività del Laboratorio dimostrano che lo spettro delle colpe può mutare in piena consapevolezza e nuova vita. Un arcobaleno di pace dopo la pioggia distruttiva. Grazie alla poesia e ai valori formali e contenutistici, empatici, che essa raffigura e promuove.
Alberto Figliolia
Già collaboratore di testate e quotidiani nazionali, per scelta è ora un free lance. Collabora da lunghi anni con il gazetin, periodico indipendente di cronaca civile, e tellusfolio, rivista telematica "glocal". Da sempre è attivo con e per la casa editrice Albalibri, girando per le più varie contrade con l'amico poeta-editore Çlirim Muça. Ha scritto numerosi libri di poesia e di sport. Crede fortemente nel martello gandhiano della poesia e nell'arte di strada. Da molti anni aiuta Silvana Ceruti nel Laboratorio di scrittura creativa del Carcere di Milano-Opera.
www.estense.com, 21 gennaio 2015
Balamòs Teatro organizza un incontro di laboratorio con Ottavia Piccolo, venerdì 23 gennaio alle ore 16, nell'ambito del progetto teatrale Passi Sospesi alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, (ingresso riservato) in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto.
L'attrice è presente a Venezia in questi giorni con lo spettacolo "7 minuti", regia di Alessandro Gassmann, che rievoca la storia di 11 operaie che rischiano di perdere il lavoro se non accettano di rinunciare a 7 minuti della loro pausa.
La storia narrata è veramente accaduta a un gruppo di operaie francesi che si ritrovano nella situazione di dover scegliere tra i diritti acquisiti dei lavoratori, come il diritto alla pausa, e il bisogno di lavorare, tra urgenze individuali di sopravvivenza e dignità, tra la memoria delle lotte e delle conquiste e la paura e la povertà di un presente sempre più incerto.
Uno spettacolo interamente al femminile che inevitabilmente si confronta con "Cantica delle donne", l'ultimo spettacolo realizzato dalle donne detenute della Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro con la collaborazione dell'attrice e musicista Lara Patrizio; uno spettacolo sulla violenza contro le donne che attraversa ogni ambito della vita pubblica e privata, luoghi, strade, lavoro e soprattutto famiglia.
Come sostiene l'attrice in un'intervista "Il teatro è inevitabilmente politico, il suo compito principale è parlare di problemi attuali per una comunità che si riunisce per ascoltare, come è sempre stato dal teatro greco in poi".
La visita di Ottavia Piccolo alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca è totalmente gratuita, fa parte del Protocollo d'Intesa tra Balamòs Teatro, Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, Teatro Stabile del Veneto e ha come obiettivo quello di ampliare, intensificare e diffondere la cultura teatrale dentro e fuori la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, attraverso un ricco e complesso programma di pedagogia teatrale che cura il regista e pedagogo teatrale Michalis Traitsis.
Ottavia Piccolo è nata a Bolzano nel 1949. Ha esordito a 11 anni in Anna dei Miracoli di William Gibson per la regia di Luigi Squarzina. È comparsa in televisione ne Le notti bianche di Dostoevskij ed ha esordito sul cinema nel film di Luchino Visconti, Il Gattopardo nel 1963. Ha lavorato con Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Mauro Bolognini e Pietro Germi, Ettore Scola, Felice Farina, Pierre Granier-Deferre. È stata apprezzata anche dal pubblico televisivo per i numerosi sceneggiati.
di Anja Rossi
www.estense.com, 21 gennaio 2015
L'arte a sostegno delle scelte sociali e politiche della collettività. È con questo spirito che inaugura oggi mercoledì 21 gennaio alle 17 la mostra "I volti dell'alienazione. Disegni di Roberto Sambonet", presentata da Leonardo Fiorentini dell'associazione "La società della ragione" e dall'assessore alla cultura Massimo Maisto, e visitabile presso il salone d'onore del Municipio di Ferrara fino al 2 febbraio.
La mostra, inaugurata già a Milano, propone i disegni che il designer e pittore Roberto Sambonet fece tra il 1951 e il 1952 nel manicomio di Juqueri, vicino a San Paolo in Brasile. Questi disegni vogliono delineare il complesso fenomeno del disagio psichico partendo dalle tracce che la malattia lascia sui corpi degli internati. Nata dalla collaborazione dell'archivio pittorico Samboret, di StopOPG e della onlus "La società della ragione" impegnata sui temi del carcere, della giustizia e di diritti umani e sociali, la mostra è patrocinata dal Comune di Ferrara.
"I volti dell'alienazione" ha una valenza sociale e politica anche attuale, collegandosi alla situazione di chi, con una malattia psichiatrica, è detenuto in istituti giudiziari. "La società della ragione - spiega Leonardo Fiorentini - promuove questa mostra per portare avanti una campagna per sensibilizzare la cittadinanza sulla questione degli ospedali psichiatrici giudiziari.
Dopo gli scandali denunciati negli ultimi anni da parte della commissione Marino, il 31 marzo di quest'anno dovrebbero chiudere definitivamente questi luoghi. Noi come associazione chiediamo che, dopo questa chiusura, si trovino soluzioni alternative per queste persone e non vengano riaperti gli ospedali psichiatrici", smantellando quella riforma della psichiatria che negli anni '70 "ha fatto dell'Italia un paese civile".
Per Massimo Maisto è importante il luogo in cui si è scelto di ospitare la mostra, poiché "non è un caso che sia nella casa dei cittadini ferraresi. Con questa esposizione vogliamo dare un segnale perché, anche se non strettamente legata al Giorno della memoria, vogliamo ricordare che tra tutte le vittime della follia nazista ci furono anche i malati psichiatrici".
Il ricordo di Maisto va poi ad Antonio Slavich, storico collaboratore di Franco Basaglia che diresse i servizi psichiatrici a Ferrara negli anni '70. "Ricordiamo che Slavich vuol dire Ferrara. Per me la legge Basaglia è stata l'esempio più alto di avanguardia in Italia verso una democrazia inclusiva. La chiusura dei manicomi ha segnato un punto di non ritorno, e Ferrara ospitando questa mostra vuole ribadire il suo ancoraggio verso determinati valori di democrazia". Dopo la tappa ferrarese la mostra verrà ospitata anche a Roma e a Firenze.
www.comune.pesaro.pu.it, 21 gennaio 2015
Giovedì 22 presentazione del volume scritto da alcuni detenuti e detenute a Villa Fastiggi. È il frutto di un corso di scrittura creativa curato dall'associazione culturale "L'Officina". Tutto si può affidare alla parola. In questo caso alla parola scritta, alle poesie, come ha fatto un gruppo di detenute e detenuti del carcere di Villa Fastiggi e raccolte in un libro dal titolo "Pen(n)a di poeti".
Il volume è il risultato finale di un corso di scrittura creativa curato dall'associazione culturale "L'Officina" Onlus che, attraverso numerose iniziative culturali, si occupa del benessere delle persone in condizioni di disagio. La realizzazione del libro che l'Officina ha provveduto a stampare rientra nei progetti finanziati dalla Regione attraverso l'Ambito Territoriale Sociale n.1 coordinato da Roberto Drago.
Giovedì 22 gennaio, alle 10.30 e alle 14.30, la raccolta di poesie "Pen(n)a di poeti" verrà presentata alla Casa Circondariale di Villa Fastiggi (accesso solo previa autorizzazione). Il libro è impreziosito dalla prefazione del poeta americano Jack Hirschman che, dopo aver letto le liriche dei detenuti, ha voluto dare un contributo scrivendone appunto, la prefazione.
"In ogni poesia di questo libro, troverete un elemento della lotta per la libertà, perché che cos'altro, se non un cuore fisicamente imprigionato, può percepire la vera essenza di ciò che rappresenta un raggio di luna comparato al viaggio attraverso la notte della propria anima? Ci sono molte essenze svelate in questo libro. Il lettore frequenterà la scuola del cuore, dove l'unica lezione è la ricezione in sé" scrive Hirschman.
All'interno anche le fotografie di Umberto Dolcini e una nota introduttiva degli studenti della V A dell'Istituto Bramante di Pesaro. La scrittura è veicolo di espressione e di liberazione - spiega Mario Casabona dell'Associazione L'Officina -. L'essenzialità della forma poetica ha tolto ogni velo d'ipocrisia, ogni paravento alla piena espressione di ognuno, mettendone a nudo i pensieri più intimi e reconditi; e in questo nessuno degli autori di questo libro ha mostrato ritrosie o pudori. È stato con questo spirito che abbiamo affrontato, insieme, il dolore, la nostalgia, la rabbia, la desolazione, la disperazione; ma anche la gioia, gli affetti, l'accostamento al divino secondo lo spirito di ciascuno, il coraggio, tutti aspetti che segnano, quasi come punti sulla cartina storica, umana e caratteriale del nostro essere, la diversità di ognuno di noi. Lo stare insieme in un confronto costante d'idee, e l'altro grande filo conduttore della nostra esperienza insieme - appunto - è stata proprio la diversità, intesa come multiculturalità, come espressione delle diverse anime che popolano un posto che non è altro dalla società, ma ne fa parte".
di Nadia Francalacci
Panorama, 21 gennaio 2015
La Corte Suprema indiana ha annullato l'ergastolo per due connazionali condannati per omicidio. Ecco gli altri che ancora rischiano la pena di morte. Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni, torneranno a casa. I due italiani per i quali la Corte suprema indiana ha annullato la condanna all'ergastolo potrebbero rientrare in Italia già questo fine settimana. La telefonata tanto attesa è arrivata in Italia quando in India erano le 10,45 del mattino. È stato l'ambasciatore Daniele Mancini a chiamare i genitori di Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni per informarli della decisione della corte.
L'odissea di Tomaso, trentenne di Albenga, ed Elisabetta, quarantenne torinese, comincia nel febbraio del 2010. I due erano in vacanza in India con Francesco Montis, 30 anni, di Terralba, provincia di Oristano, amico di Tomaso e fidanzato di Elisabetta. Il 4 febbraio il giovane sardo si sente male: gli amici chiamano immediatamente i soccorsi e contattano l'ambasciata italiana. Francesco morirà poche ore dopo. La giustizia indiana comincia a indagare, e porta in cella a Varanasi Tomaso ed Elisabetta. Secondo gli inquirenti, sul corpo di Francesco ci sarebbero dei lividi, segno di una colluttazione.
L'isolamento di Roberto in Guinea
Roberto Berardi imprenditore italiano, 48 anni, è rinchiuso in una galera della Guinea Equatoriale, uno dei Paesi più repressivi del mondo, dove, circondato da assassini, ladri e banditi di ogni genere, vive in isolamento. Nessuno può andarlo a trovare, neppure i diplomatici italiani.
L'incredibile e fumosa storia di Chico
Negli Stati Uniti Enrico Forti sta scontando l'ergastolo con l'accusa di omicidio. La sua storia, pur essendo egli un produttore televisivo, non ha niente a che fare con gli effetti speciali dei film hollywoodiani. Il suo calvario inizia la mattina del 16 febbraio del 1998 quando, in una spiaggia della Florida, viene ritrovato il corpo senza vita di Dale Pike. Di questo omicidio viene accusato Forti, che era in trattativa con il padre di Dale per l'acquisto di un albergo. Nonostante si sia sempre dichiarato innocente e le prove a suo carico siano inconsistenti, la giuria americana lo ha condannato all'ergastolo affermando che "La Corte non ha le prove che Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ha la sensazione, al di là di ogni dubbio, che sia stato l'istigatore del delitto".
La storia di Pino Lo Porto
C'è un altro Chico Forti prigioniero in America. Come il velista italiano, arrestato con la dubbia accusa di omicidio e detenuto negli Usa da anni, così Pino Lo Porto, che si trova rinchiuso in un carcere dell'Alabama per altrettante fumose accuse di molestie sessuali. Con un'aggravante: Giuseppe Lo Porto ha 80 anni, è portatore di pace maker ed è stato operato di cancro. Il che non gli ha impedito di finire in carcere in Alabama, per le accuse della sua ex moglie americana, al termine di un frettoloso procedimento di estradizione precedentemente negato in Olanda e di cui anche il Tar del Lazio ha dichiarato la nullità.
I nostri marò e non solo..
Non solo i marò. Tra processi farsa, abusi di potere e maltrattamenti sono oltre tremila gli italiani detenuti all'estero, circa 2.300 dei quali in attesa di giudizio. Quell'attesa che da ormai due anni accompagna i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala, in India, nel febbraio del 2012.
Tutti i detenuti italiani all'estero
3.100 i nostri connazionali detenuti all'estero. In Medio Oriente sono imprigionati 43 italiani, 15 nell'Africa SubSahariana. 2.393 gli italiani in galera in attesa di un processo. La maggior parte si trova in Europa.
- India: forse una svolta per i marò italiani, spunta una mail che li scagiona
- Cinema: intervista a Filippo Vendemmiati, autore del film "Meno male è Lunedì"
- Stati Uniti: da Guantánamo parla Fahd Ghazi "ho 31 anni... e da 13 sto in questo inferno"
- Arabia Saudita: l'avvocato Al-Khai ha difeso detenuti torturati, condannato a 15 anni
- Brasile: "Reembolso atraves da leitura", se leggi libri riduci il carcere









