di Serena De Salvador e Marco Aldighieri
Il Gazzettino, 11 marzo 2020
I circa 40 detenuti autori della sommossa di domenica sera nella casa di reclusione Due Palazzi, rischiano di essere accusati del reato di devastazione. La pena va fino agli otto anni di carcere. Pugno di ferro dunque della Procura. Ma le indagini condotte dal pubblico ministero Marco Brusegan, non sono semplici. I rivoltosi infatti, con il chiaro intento di non essere scoperti, hanno sventrato le telecamere della videosorveglianza. E al momento non ci sarebbe nessuna immagine registrata, utile a scovare i colpevoli.
A scatenare la rabbia dei detenuti sarebbero state le limitazioni imposte dal piano governativo per evitare la diffusione del Covid-19. Ma in realtà, i motivi che hanno spinto i quaranta carcerati, quasi tutti stranieri, a devastare il quarto piano del Due Palazzi sono molteplici e molti suonano come un pretesto per creare tensione nel penitenziario. Prima hanno dato alle fiamme vestiti e materassi, e poi hanno sfondato le telecamere della videosorveglianza e le pompe idrauliche. Ma l'azione più pericolosa è stata piegare verso l'esterno un paio di sbarre di una cella: se gli agenti avessero caricato sarebbero rimasti infilzati. Volevano fare male. I poliziotti, sotto una pioggia di oggetti, sono stati costretti a intervenire. La calma, almeno apparente, è tornata intorno alle 22. Dieci gli agenti rimasti feriti e intossicati dal fumo.
Al Due Palazzi dopo le scene di guerriglia di domenica sera le proteste sono per ora sotto controllo e nel braccio del quarto piano della casa di reclusione si è cominciato a sistemare gli ingenti danni. Ai detenuti viene tutt'ora concesso il regime a celle aperte che li vede liberi di circolare nella propria sezione per la maggior parte della giornata e, per evitare che gli animi tornino ad accendersi, sono stati concessi colloqui telefonici giornalieri.
I sindacati di polizia penitenziaria nel frattempo hanno deciso di interrompere le relazioni con il Ministero della Giustizia disertando la convocazione di ieri e invocando un nuovo incontro con il premier Conte. "Già prima delle devastazioni di questi giorni avevamo chiesto interventi specifici senza mai trovare riscontro - scrivono Sappe, Sinappe, Osapp, Uilpa Pp, Fns Cisl, Uspp e Cgil Fp al ministro Bonafede - Non basta l'elogio peraltro doveroso agli agenti che ogni giorno mettono a rischio la propria incolumità e servono lo Stato in modo encomiabile. Il mondo penitenziario vive un'emergenza che non è percepita nella sua reale portata e il Governo non lo degna di attenzione".
siracusanews.it, 11 marzo 2020
Al piano terreno la cucina è inutilizzabile, sono stati distrutti televisori, circuiti di sorveglianza e altre attrezzature; anche le celle risultano gravemente danneggiate. Il Garante dei diritti delle persone private della libertà del comune di Siracusa, Giovanni Villari, si è recato nuovamente stamattina al carcere di Cavadonna per prendere visione delle conseguenze delle proteste avvenute ieri sera. "I danni sono seri - riferisce Villari - e per la direzione del carcere non sarà facile porvi rimedio, considerando anche la fase che stiamo attraversando. Stamattina al carcere, su richiesta del direttore, Aldo Tiralongo, è arrivato il magistrato di sorveglianza di competenza, per ascoltare le richieste di una ristretta delegazione di detenuti coinvolti".
La protesta, riferisce il Garante, ha interessato i reclusi del Blocco 50, dove si stanno contando i danni. "Devo però segnalare - aggiunge - che non tutte le persone ospitate in quella sezione vi hanno preso parte". Per quanto riguarda i danni il garante riferisce che al piano terreno la cucina è inutilizzabile, sono stati distrutti televisori, circuiti di sorveglianza e altre attrezzature; anche le celle risultano gravemente danneggiate. "Il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria - ancora - ha sospeso le traduzioni per lo sfollamento, ragione per cui i detenuti le cui sezioni non sono momentaneamente agibili dovranno essere distribuiti sempre all'interno del penitenziario di Cavadonna. Questo aggraverà ulteriormente il sovraffollamento del quale la struttura soffre oramai in maniera endemica".
L'Osservatore Romano, 11 marzo 2020
L'annuncio del Pontefice in una lettera a un quotidiano locale. Sono state affidate alla parrocchia della casa di reclusione "Due Palazzi" di Padova le meditazioni per la Via Crucis che si svolge tradizionalmente al Colosseo nel Venerdì Santo. È stato lo stesso Francesco a renderlo noto in una lettera indirizzata al direttore del "Mattino di Padova" e pubblicata sul quotidiano veneto nell'edizione di martedì 10 marzo. "Ho scelto il carcere - spiega il Pontefice - per fare in modo che, anche stavolta, fossero gli ultimi a dettarci il passo".
Scritte per la prima volta da detenuti, le riflessioni sulle quattordici stazioni sono "un'opera corale" che unisce "i vari volti" della realtà carceraria: il cappellano, don Marco Pozza, le vittime, gli internati, gli agenti di polizia penitenziaria, i volontari, le famiglie di chi è ristretto, i magistrati di sorveglianza, i funzionari pedagogici, la Chiesa, gli innocenti a volte accusati ingiustamente. Insomma, un autentico "caleidoscopio di situazioni", in cui - chiarisce Francesco - "è sempre forte il rischio" di raccontare "un particolare a scapito dell'insieme", mentre al contrario "la risurrezione di un uomo non è mai opera di un singolo, ma di una comunità che lavora alleandosi assieme".
"Commosso" alla lettura dei testi, il Papa confida di essersi sentito "partecipe" delle storie raccontate e al contempo "fratello di chi ha sbagliato e di chi accetta di mettersi accanto a loro per riprendere la risalita dalla scarpata".
E pur consapevole "che non è semplice armonizzare giustizia e misericordia", Francesco fa notare che però "laddove questo riesce, il guadagno è a favore di tutta la società". Da qui il ringraziamento alla parrocchia del penitenziario e "a tutte le persone che operano a favore di questo mondo ristretto: Dio benedica - è il suo augurio - il buon cuore di chi sfida l'indifferenza con la tenerezza".
Francesco motiva anche la scelta di scrivere a Paolo Possamai, che dirige il giornale padovano, per far giungere - davanti "alla sofferenza di questi giorni" provocata dall'epidemia di covid-19 - "una carezza simbolica". Anzitutto alla città "capitale europea del volontariato 2020" in tutte le sue componenti: sia "la società civile", sia "le comunità cristiane" che la abitano "con i loro sacerdoti e con il vescovo"; e in secondo luogo estendendo questa "carezza" a tutte le altre città italiane e di altri Paesi "che condividono questo momento e, contemporaneamente, stanno dando al mondo testimonianza di buona volontà".
Del resto, proprio l'Italia sperimenta in modo particolare "la sofferenza e la morte" a causa del coronavirus, ed è per questo che egli intende manifestare "vicinanza umana" e assicurare la propria "preghiera", perché - aggiunge - "anche in questi momenti Dio ci sta parlando. Spetta all'uomo saper cogliere, dentro a questa voce, una guida per continuare a costruire, quaggiù, un pezzettino del regno di Dio".
Inoltre "questa situazione di pericolo, è anche un'occasione per vedere di che cosa sono capaci gli uomini e le donne di buona volontà", come "chi, in questi giorni, si sta impegnando oltre il dovuto: il personale medico e paramedico innanzitutto", il cui lavoro unito a "un forte senso di responsabilità e di collaborazione con le apposite autorità competenti, diventa un valore aggiunto di cui il mondo ha estremo bisogno".
In modo particolare Papa Francesco elogia "il buon cuore della gente veneta: siate orgogliosi della vostra storia e responsabili di tutto il bene seminato da chi vi ha preceduto". Infatti, conclude adoperando una metafora molto efficace, "se immagino la carità come fosse un romanzo, allora ci sono dei capitoli bellissimi che sono stati scritti a Padova e poi messi a disposizione di tutti".
Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2020
Nuove proteste a Siracusa e Caserta. A Foggia evasione di massa: 23 in fuga. Procura di Milano apre inchiesta sulla sommossa a San Vittore. Sono 8 le vittime tra i detenuti a Modena dopo la rivolta di lunedì. Non si fermano i disordini nei penitenziari italiani da Nord a Sud: alcuni detenuti tornano sul tetto a San Vittore (Milano) e al Pagliarelli (Palermo). Tra gli evasi in Puglia, anche esponenti della mafia garganica e un condannato per omicidio. Il sindacalista della polizia: "Rischio che dietro le rivolte simultanee ci sia la criminalità organizzata".
di Liana Milella
La Repubblica, 10 marzo 2020
Un no, netto e deciso, a qualsiasi ipotesi di indulto o amnistia. Né adesso, né in futuro. No anche, soprattutto subito dopo le rivolte, ad allargare i cordoni della detenzione domiciliare e a concedere la libertà a chi ha quasi finito di scontare la pena. Nei prossimi mesi un margine per queste due misure potrà anche esserci, ma solo quando gli italiani, che stanno soffrendo per il Coronavirus al pari dei detenuti, avranno cancellato dalla mente le terribili immagini dei penitenziari in fiamme.
È una linea dura quella che, a sera, esce da via Arenula e dalla stanza del Guardasigilli Alfonso Bonafede che affida a Facebook un messaggio diretto, assieme, ai carcerati ma anche agli italiani. La frase chiave è questa: "Dev'essere chiaro che ogni protesta attraverso la violenza è solo da condannare e non porterà ad alcun buon risultato".
Il ministro della Giustizia è irremovibile anche con il Pd che per tutta la giornata - con l'ex Guardasigilli Andrea Orlando, con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, con Walter Verini, con Franco Mirabelli - cerca di spuntare più blande misure svuota carceri. Una risposta, secondo i Dem, a un sovraffollamento innegabile, che è nei numeri e nei fatti. Sono le stesse misure che sollecitano anche i Radicali e la dissidente grillina Paola Nugnes.
Come concedere a chi già si trova in condizione di semilibertà la possibilità di restare a dormire a casa invece di tornare in cella, come avviene oggi. O ancora, dare la definitiva libertà a chi ha da scontare solo tre mesi di prigione. Ma la risposta di Bonafede è un no netto, perché sull'onda delle violenze non è possibile alcun cedimento, visto che "tutti gli italiani in questo periodo sono chiamati a fare sacrifici e rinunce".
Sarà invece una task force, composta dal Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, dai responsabili degli uffici centrali e periferici del Dipartimento delle carceri, dall'unità di crisi della protezione civile, e da Gemma Tuccillo, responsabile della giustizia minorile e dell'esecuzione penale esterna, a verificare cosa effettivamente sia accaduto in questi due giorni di violenza. Vince la linea dura di Bonafede, il Pd si piega e accetta, i detenuti non ottengono nulla? Sarebbe del tutto sbagliato semplificare così una giornata politicamente complessa, che di certo ha visto, per molte ore, lo stesso ministro di M5S sulla graticola.
Contestato dal centrodestra, con il leghista Matteo Salvini pronto a pretendere un commissario straordinario per le carceri, quasi la stessa richiesta dei renziani di Italia viva che, con Davide Faraone, vogliono la testa del direttore del Dap Francesco Basentini. Un tam tam che batte su Bonafede a cui si chiede di venire subito in Parlamento per riferire sulle rivolte. Accadrà domani, alle 17, in Senato. Sono gli stessi momenti in cui anche il Pd appare critico col Guardasigilli. Il suo predecessore Orlando non gli fa sconti e chiede che "il ministro costituisca subito una task force e chiami a raccolta tutte le competenze che in questi anni sono state marginalizzate in nome di un opinabile spoil system".
Parla di "un'emergenza affrontata senza alcuna preparazione da parte del dipartimento competente, visto che la catena di comando si è fortemente indebolita". Un'uscita netta che poi però in via Arenula lascia il passo alla strategia in due tempi. Adesso, per Bonafede come per la macchina che contrasta il Coronavirus, l'importante è riportare l'ordine dei penitenziari. Facendosi carico delle preoccupazioni sanitarie e rettificando la linea sui sacrifici imposti ai detenuti.
Tant'è che il capo della Protezione civile Angelo Borrelli annuncia che domani saranno consegnate nelle carceri "centomila mascherine e saranno montate 80 tende che servono per il pre-triage". Ma non basta. È lo stesso Bonafede a spiegare meglio rispetto a quanto sia stato fatto finora le ragioni della stretta sui permessi ai detenuti e soprattutto sugli incontri negati: "Stiamo lavorando affinché vi siano tutte le cautele mediche per garantire la più rapida ripresa dei colloqui con i familiari.
Nel frattempo, per un periodo limitato, di 15 giorni, abbiamo sospeso i colloqui fisici aumentando il numero e la durata dei contatti telefonici e delle conversazioni a distanza". Ma restano comunque i dubbi su questi due giorni. Che toccherà agli investigatori approfondire.
A cominciare da quei volantini che, tutti uguali, sono stati trovati in più penitenziari. L'ipotesi è quella di una rivolta che forse ha dietro una mente organizzativa. Anche per questo, e non solo per la violenza e i danni, Bonafede e i suoi ci vogliono veder chiaro prima di concedere misure contro il sovraffollamento.
di Francesco Maselli
linkiesta.it, 10 marzo 2020
Tra domenica e lunedì sono scoppiate proteste in 27 istituti penitenziari dopo la notizia della sospensione dei colloqui con i familiari, dei permessi premio e del regime di semilibertà. Misure necessarie ma spiegate male, che hanno fatto esplodere una situazione già molto tesa
di Adriano Sofri
Il Foglio, 10 marzo 2020
Domenica 8 marzo. La domenica è il giorno più triste in galera. Non ci sono colloqui coi famigliari, non ci sono attività sociali. C'è la messa, quando va bene, accoglie tutti, credenti e no, cristiani e musulmani. Per il resto, mera giacenza.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 marzo 2020
Coronavirus. Sette detenuti morti, evasioni, sequestri, devastazioni: la decisione di sospendere i colloqui innesca l'incendio nelle celle sovraffollate. Il ministro Bonafede lancia un appello alla calma e avverte: "Nessun provvedimento finché c'è violenza".
di Riccardo Bonacina
Vita, 10 marzo 2020
Sono sei i detenuti deceduti nel carcere di Modena durante la rivolta di ieri pomeriggio: lo si apprende oggi da fonti della Questura modenese confermate dal sindacato della polizia penitenziaria, Sappe. A Modena si è sviluppata ieri una vera e propria rivolta dei carcerati, circa 530, in segno di protesta per le restrizioni ai colloqui dovute all'emergenza coronavirus. Modena arriva però dopo le rivolte di Salerno e di Poggioreale, e prima di a Bari, Alessandria, Vercelli, Pavia, Padova Frosinone, Palermo, Foggia. E oggi San Vittore a Milano.
La scintilla di una rivolta che non ha precedenti per numero di carceri (ben 27) e di carcerati coinvolti, sono state le misure riguardanti gli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni. Nessuna apertura per pene alternative per malati e anziani. Nel decreto legge recante "misure straordinarie ed urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica del nuovo coronavirus e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell'attività giudiziaria", si contemplano anche le misure per quanto riguarda le carceri italiane.
Negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni, a decorrere dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del presente e sino alla data del 31 maggio 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati, saranno svolti solo a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che può essere autorizzata anche oltre i limiti previsti dall'ordinamento penitenziario.
Inoltre è previsto il divieto ai volontari di visita. Quindi divieto di visita, ma ampliamento, diciamolo assai teorico, delle telefonate e utilizzo di Skype. Altra novità è il divieto dei benefici penitenziari. Tenuto conto delle evidenze rappresentate dall'autorità sanitaria, il magistrato di sorveglianza, nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore del decreto ed il 31 maggio 2020, può sospendere la concessione dei permessi premio e del regime di semilibertà.
Nel decreto, quindi, nessuna apertura per quanto riguarda la concessione di pene alternative per le persone vulnerabili come malati e anziani che difficilmente in carcere, se dovessero contrarre il coronavirus, potrebbero essere isolate dal resto della popolazione detenuta.
In carcere la paura, la solitudine, l'angoscia sono cresciute di ora in ora esponenzialmente tra i quasi 61 mila detenuti nelle carceri italiane. Decine di migliaia di genitori, figli, fratelli, sorelle non possono vedere i loro cari in carcere. Sono impauriti, in alcuni casi disperati.
Per questo vanno allargate le possibilità di contatto. In base alla legge attualmente in vigore al detenuto spettano dieci minuti di telefonate alla settimana (seppur estendibili eccezionalmente), e i collegamenti internet sono pressoché vietati. La solitudine e le tensioni in questo modo possono crescere oltre il limite della ragionevolezza.
Occorrerebbe un provvedimento governativo urgente e necessario quello che consenta al detenuto di telefonare ai propri famigliari per almeno venti minuti al giorno. In questo modo si andrebbero a mitigare gli effetti delle limitazioni progressive ai diritti delle persone detenute. E occorre soprattutto dire con forza e con chiarezza che paura del virus e le misure del governo sono state solo l'ultima scintilla, purtroppo l'attuale dirigenza del Dap ha dato prova di inefficienza e del carcere ha colto solo l'aspetto repressivo che ha esacerbato la situazione carceraria anche nei mesi scorsi.
La chiusura delle carceri era già iniziata ed era sotto gli occhi di tutti (ben prima che questo maledetto virus rendesse le cose così drammatiche) ma pochi lo hanno fatto notare, affascinati da mistificanti progetti lavorativi dove si utilizzano i detenuti in attività gratuita per coprire le buche delle strade romane. I magistrati devono fare i magistrati non hanno doti particolari per amministrare e i risultati si vedono. Hanno dato potere alla polizia penitenziaria.
Ecco le allucinanti dichiarazioni che la rappresentante dei funzionari (commissari) comandanti gli istituti ha fatto oggi: "Il tam tam - secondo la leader dell'Associazione nazionale dei dirigenti e funzionari di polizia penitenziaria Daniela Caputo - creerà presto un effetto emulazione". La dirigente propone il pugno di ferro: "l'esercito intorno a tutti i muri di cinta, punizione severa di coloro che stanno fomentando le rivolte, interdizione da subito di ogni accesso a esponenti o associazioni che in ragione delle loro campagne storiche di tutela e promozione dei diritti dei detenuti possano vedere la loro voce strumentalizzata da facinorosi e violenti".
Praticamente uno scenario egiziano, una situazione degna di regimi totalitari. Anni di buone pratiche buttate via per insipienza e per irresponsabilità. Fermiamoci. Fermateli. E se abbiamo un ministro della Giustizia, si faccia vivo.
di don Gino Rigoldi*
Corriere della Sera, 10 marzo 2020
A qualcuno potrà sembrare che a Modena, come in altri carceri, sia eccessivo e da punire la distruzione dei mobili, l'incendio delle celle, per una rivolta contro la sospensione delle visite in questo periodo di coronavirus. Più ragionevole e prudente sarà cercare di capire perché succedono queste cose nelle carceri a partire dalla situazione che in parte conosco piuttosto bene direttamente.
Incominciamo a parlare del sovraffollamento che, in alcuni carceri, significa il raddoppio, perciò in una cella da due persone stanno in quattro. Un numero elevato non permette movimenti all'interno del carcere. Non sono rari le carceri dove i detenuti sono in cella 22 ore al giorno con 2 ore d'aria, una al mattino e una al pomeriggio. Tutti in un cortile a guardare il cielo. Leggo che a Modena c'è una direttrice. Non lo so per certo ma spero che la Dottoressa Martone sia responsabile di un solo istituto, quello di Modena.
Dico questo perché, nei miei spostamenti, ho imparato che in una regione italiana su una decina di istituti ci sono quattro direttori. Anche la dottoressa Martone non è direttore ma "reggente". Ciò significa che in diversi istituti il direttore è di passaggio con tempi limitati e, comunque, dove il direttore non c'è qualcun altro comanda.
La versione di molti ragazzi che ho conosciuto e che conosco dice che in alcuni carceri, anche della Lombardia, il regime è duro, le punizioni frequenti, qualcuno parla anche di violenze agite da gruppi di detenuti prevalenti, qualche volta anche da agenti. Sono voci di parte da prendere con prudenza, ma sono voci che ci sono e si ripetono.
Una figura centrale e indispensabile in ogni carcere è o, meglio, dovrebbe essere indispensabile è quella dell'educatore. Il compito dell'educatore è incontrare i detenuti, aiutarli a conoscere le regole di vita e le risorse del carcere, le garanzie di legge, sostenere i progetti di cambiamento, verificare i rapporti con le famiglie. Per i minori come per gli adulti, la preparazione per l'uscita e il dopo carcere è determinante. In carceri dove c'è una cura per l'uscita accompagnata la recidiva è meno del 20%, in molte carceri italiane la recidiva è vicina all'80%.
Ma se in un carcere su 440 detenuti ci sono due educatori, il presente duro c'è tutto, ma il futuro non c'è e anche il rapporto coi servizi sociali è carente. Nelle carceri italiane ci sono un certo numero di suicidi. Tra quelli che ho conosciuto, forse tranne uno, non si sono uccisi per violenze subite o sensi di colpa, quanto per disperata solitudine, per abbandono, per aver perduto ogni speranza.
Concludo in un modo che potrà sembrare freddo e banale: bisogna che in ogni istituto penale ci sia un direttore e non sequenze anche più che decennali di "facenti funzione" o "reggenti". Se consideriamo il valore morale e umano, ma anche economico, dell'abbassamento della recidiva, allora devono essere raddoppiati il numero degli educatori, affinché il loro lavoro possa essere valorizzato, insieme con quello che la società civile potrà mettere a disposizione.
Se il carcere minorile può essere un indicatore, la quasi totalità dei ragazzi del Beccaria viene da famiglie povere o poverissime. Questo non giustifica nessun reato né per i minori né per gli adulti, ma indica quanto sia svantaggiato il contesto di partenza.
I reati saranno puniti e sarà fatta giustizia. Chiedere un direttore in ogni istituto e un numero di educatori sufficienti per accompagnare l'uscita dal carcere, sta nel rispetto della giustizia richiesta dall'articolo 27 della Costituzione, che pensa alla pena in vista del cambiamento.
*Cappellano dell'Ipm "Beccaria" di Milano










