di Eleonora Martini
Il Manifesto, 11 marzo 2020
Sale a 12 il numero dei detenuti deceduti in seguito ai disordini. Ieri le proteste in altri istituti. Oggi Bonafede riferisce in Parlamento. Altri cinque detenuti morti nella giornata di ieri, per un totale di dodici vittime a seguito delle rivolte scoppiate domenica in 27 carceri italiane; altre proteste negli istituti di Caltanissetta, Enna, Larino, Pescara, Avellino, Bologna, Rieti, Palermo Pagliarelli, Genova, Campobasso, Trapani, Siracusa, Caserta, Aversa, quasi tutte poi sedate in serata. E la prima notizia confermata (ma dalla Ausl, non dal Dap) di un recluso trovato positivo al Coronavirus, proprio nel carcere di Modena e prima che scoppiassero i disordini. Bisogna tornare indietro di mezzo secolo e oltre per ricordare qualcosa di simile, negli istituti penitenziari italiani. Eppure il capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, che ancora non ha fatto sentire la propria voce, né ai detenuti né ai liberi cittadini italiani, è ancora al suo posto. E nessuno, tra le forze politiche, ne chiede la rimozione.
Ieri però Basentini ha partecipato alla riunione della task force istituita ad hoc con il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede per fare il punto della situazione. Il Guardasigilli ne parlerà oggi alle 14,30 alla Camera dove, in diretta tv, riferirà al Parlamento. In particolare si spera che faccia chiarezza su queste incredibili morti: ieri altre due persone sono state trovate prive di vita all'interno del carcere di Modena (nel nuovo Padiglione), dove, come riferisce al manifesto il Garante regionale dei detenuti dell'Emilia Romagna Marcello Marighelli, durante la notte tra lunedì e martedì si sono fermate le operazioni di trasferimento dei detenuti iniziate dopo la rivolta, e nella struttura ormai semi distrutta dalla furia dei violenti sono rimasti ancora in 200 circa. In condizioni assai precarie, senza servizi e senza infermeria. I due morti, di cui uno è un giovane tunisino di 41 anni, vanno ad aggiungersi ai sette del giorno precedente e le cause sarebbero le stesse: overdose di farmaci rubati durante i disordini dall'infermeria.
Naturalmente si attendono le indagini della procura che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Quello che non è chiaro è perché quei detenuti non sono stati soccorsi subito, come non è chiaro il numero di persone che ha rubato e assunto "farmaci", e se ce ne sono altre a rischio. Si sa solo - la notizia, che era subito circolata sui giornali locali, è stata confermata ieri dall'Ausl di Modena ma senza poter avere né smentite né convalide dalle autorità, compresi i Garanti dei detenuti - che prima della rivolta nell'istituto modenese erano stati isolati alcuni carcerati, uno risultato positivo al Coronavirus e gli altri che con lui erano entrati in contatto.
Poi ci sono altri tre reclusi morti nella casa circondariale di Rieti, apparentemente sempre per gli stessi motivi, e altri 8 che versano in condizioni critiche in ospedale. Uno, come riferisce il Garante del Lazio Stefano Anastasia, è stato trasferito a Roma in elicottero perché a Rieti non c'erano più posti in terapia intensiva.
Nel bollettino delle 19 di ieri, il ministero di Giustizia fa sapere che nel carcere della città dell'alto Lazio "permangono solo proteste verbali e battitura delle inferriate". Anche al Dozza di Bologna, che ha subito "ingenti danni", sembrerebbe rientrata la rivolta; il bilancio è di 20 detenuti e due agenti di polizia penitenziaria feriti, alcuni portati in ospedale. A Foggia le persone si rifiutano di rientrare nelle sezioni e "sono 50 gli evasi che sono stati ricatturati e 22 i ricercati", tra i quali tre uomini ritenuti affiliati alla mafia del Gargano e un omicida.
A Velletri sono stati trasferiti di forza circa 40 detenuti, mentre sarebbe tornata la calma nelle celle del Santa Maria Maggiore di Venezia, di Palermo Pagliarelli, di Caltanissetta, Chieti e Larino. "L'unica situazione tutt'ora aperta - comunicano da via Arenula - è quella in corso a Trapani, dove un numeroso gruppo di detenuti ha raggiunto il tetto dell'istituto chiedendo, fra l'altro, che siano svolti subito i test per il controllo del Coronavirus". A Melfi lunedì notte sono stati liberati i quattro agenti e i cinque sanitario sequestrati dai detenuti. Bilancio provvisorio delle devastazioni, secondo il Dap: "600 posti letto distrutti, 35 milioni di euro di danni, 150 mila euro di psicofarmaci sottratti e, oltre ai detenuti anche 41 poliziotti feriti".
Diverse Procure, tra cui Milano, Bologna e Trani, stanno indagando per capire se ci sia stata una sorta di "regia occulta" dietro i disordini, se e da chi sarebbe arrivato "l'ordine" di far scattare le violenze quasi contemporaneamente. Ma chi conosce il mondo del carcere spiega che, pur senza escludere strumentalizzazioni "esterne" innescatesi in un secondo momento, le rivolte sarebbero dilagate spontaneamente, come un fuoco che avvolge l'erba secca. Perché a questo è ridotto il carcere italiano, come hanno spiegato ieri Alberto Nobili, responsabile dell'Antiterrorismo, e il presidente del Tribunale di Sorveglianza Giovanna Di Rosa hanno spiegato al termine dell'incontro con una rappresentanza dei detenuti di San Vittore: "Faremo - hanno detto - una segnalazione, noi come Procura di Milano e il Tribunale di Sorveglianza di Milano, al Ministero e al Dap perché si prendano sulle spalle la responsabilità del sovraffollamento e prevedano modifiche normative in modo da alleviare la permanenza in carcere".
di Liana Milella
La Repubblica, 11 marzo 2020
Le rivolte nelle prigioni rientrano, rimangono solo dei focolai, ma resta il bilancio pesante di 12 morti per overdose, 19 detenuti foggiani in fuga, e il sospetto, su cui già indaga la magistratura, che ci sia stata una regia criminale nell'improvvisa bufera che ha travolto 27 penitenziari.
Con un bilancio economico pesantissimo, 35 milioni di euro di danni, 600 posti letto distrutti, 150mila euro di psicofarmaci rubati. Proprio quelli poi che hanno causato le morti, 9 a Modena e 3 a Rieti. Paura da Coronavirus, reazione ai colloqui con i familiari negati fino al 22 marzo, esasperazione da sovraffollamento, oppure un tam tam criminale che ha infiammato le carceri? Per ora le procure di Milano e Trani indagano, ma altre se ne aggiungeranno perché le polizie stanno raccogliendo le prove di un'eventuale direzione esterna.
A cui non crede il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma: "E un'ipotesi che non mi convince affatto. Esiste un sovraffollamento inaccettabile da cui si è partiti. Che poi, nelle singole carceri, ci possa essere stata un'infiltrazione, può anche essere, ma non ignoriamo i problemi veri". Un altro dato è importante: i nomi delle tre mafie che contano si sarebbero tenuti lontano dalle rivolte (come a Rebibbia, Viterbo, Frosinone).
Tant'è: ora restano i 500 detenuti trasferiti dal penitenziario di Modena, tutti quelli reclusi lì. E ancora 700 sui 2mila di Poggioreale destinati altrove. Mentre gli ultimi focolai di rivolta ieri sono andati spegnendosi, a Venezia, a Bologna, a Caltanissetta, Chieti e Larino, e al Pagliarelli di Palermo. Sono solo le prime cifre pesanti che oggi, alle 9.30 al Senato e alle 14.30 alla Camera, illustrerà il Guardasigilli Alfonso Bonafede.
Che ieri ha riunito la task force anti-rivolte. Nonostante il tam tam del centrodestra, che chiede la testa del direttore del Dap Francesco Basentini e pretende, con Salvini, un super commissario, in via Arenula non si raccolgono conferme. "Ora è il momento di gestire il dopo rivolta" è la replica secca dei vertici del ministero. Bonafede ripeterà che "la violenza non porta a nessun risultato", garantirà misure per assicurare la salute di chi vive dentro carceri. Non prometterà misure svuota carceri. Ma una strategia della maggioranza già esiste.
Si chiama "liberazione anticipata speciale", potrebbe garantire l'uscita di 4-5mila detenuti, sui 6lmila attuali, la metà dei 10mila in eccesso rispetto alla capienza standard. Calcoli già fatti in via Arenula. Niente a che vedere con le chimere di un indulto o di un'amnistia buttati lì - "irresponsabilmente" dicono fonti del governo - dalle associazioni degli avvocati.
Questa, fortemente voluta dal Pd, sarebbe la stessa strada seguita dall'allora Guardasigilli Andrea Orlando per affrontare la maxi multa da cento milioni di euro comminata dalla Cedu di Strasburgo dopo la sentenza Torreggiani per via dei soli 3 metri a detenuto. Due misure, l'uscita anticipata dal carcere per chi deve scontare gli ultimi tre mesi, previo via libera del giudice di sorveglianza. Poi i domiciliari per chi è già in semilibertà, sempre con l'ok del giudice.
Con un emendamento parlamentare potrebbero già entrare nella conversione del decreto sulle carceri che ha scatenato la protesta. In questa direzione vanno i desiderata dei magistrati, tant'è che ieri Giovanna Di Rosa, la presidente del tribunale di sorveglianza di Milano - dopo un incontro con Alberto Nobili, il pm che è salito sul tetto di San Vittore per incontrare i detenuti, che li ha rivisti ieri e ha aperto l'indagine sulla rivolta - ha dichiarato che l'obiettivo è "potenziare le misure".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 11 marzo 2020
Le rivolte stanno rientrando, ma la tensione resta. Sulle carceri italiane continuano a premere la paura del coronavirus e le conseguenze delle misure per evitare che il contagio entri negli istituti; aggravate dal sovraffollamento che già impone condizioni di vita difficili da sopportare.
Il numero dei morti provocati dai disordini è salito a dodici: a quelli di Modena, diventati nove, se ne sono aggiunti tre a Rieti. A Foggia si cercano ancora quindici evasi. Ieri le proteste sono andate in scena a Bologna, Campobasso, Caltanissetta, Enna, Larino, Pescara, Palermo e Genova. I decessi sembrano tutti causati da dosi eccessive di metadone o altri farmaci.
Come se l'assalto alle infermerie avesse dato libero sfogo a ingestioni smisurate di sostanze sostitutive degli stupefacenti, a cui il fisico dei detenuti non ha retto. A questo proposito, c'è chi sospetta che l'interruzione delle visite avrebbe interrotto uno dei canali clandestini per far entrare la droga in carcere; di qui le crisi d'astinenza di alcuni detenuti che avrebbero cercato di superarle con ciò che hanno trovato nelle infermerie.
Si tratta di un'ipotesi, considerata però plausibile dagli stessi operatori carcerari, che offrirebbe comunque un ulteriore, drammatico spaccato della situazione in cui versano i penitenziari italiani. Nella quale la sospensione dei colloqui "a vista" con i familiari, seppure temporanea e disposta a tutela delle persone recluse, rischia di rompere equilibri molto fragili.
Facendo esplodere altre contraddizioni. In questi giorni i direttori degli istituti, Garanti dei diritti, polizia penitenziaria e volontari hanno concentrato i loro sforzi per convincere i detenuti che si tratta di misure contingenti, compensate da un maggior numero di telefonate e collegamenti via skype. Gli altri rimedi puntano ad alleggerire il peso del sovraffollamento, ma si tratta di soluzioni "volontarie" ricercate dai magistrati di sorveglianza.
Tra le misure varate dal governo, non ci sono provvedimenti specifici, se non la generica raccomandazione di evitare che i detenuti facciano avanti e indietro con le celle "valutando la possibilità di misure alternative al carcere". Così i giudici di Napoli, Roma, Firenze e altre città hanno deciso di concedere (come suggerito anche dall'associazione Antigone) ai detenuti semiliberi che normalmente escono al mattino e rientrano la sera, di pernottare fuori. O di accordare loro permessi speciali di due settimane.
Al tempo stesso, però, in alcuni istituti sono stati sospesi i normali permessi-premio (sempre per evitare il viavai possibile veicolo di contagio), sollevando ulteriori problemi. H ministro della Giustizia Alfonso Bonafede oggi dirà la sua in Senato, ma ieri ha dovuto incassare la diserzione dei sindacati della polizia penitenziaria di un incontro già fissato: "Le uniche garanzie di intervento, in questo momento, possono giungere solo dal presidente del Consiglio". Il suo ex collega di governo Matteo Salvini chiede "pugno di ferro" e "un commissario straordinario che gestisca l'emergenza".
di Federica Bosco
sanitainformazione.it, 11 marzo 2020
"Il rischio è che il virus entri da fuori. Per questo è attivo un triage in entrata che prevede la misurazione della temperatura a chiunque varchi la porta del carcere. Per ora stiamo facendo bene, chi è a rischio va in isolamento". "Le carceri sono un micro-mondo ovattato che viaggia con regole proprie, dove tutto è amplificato. Immaginate cosa significa in questo momento di crisi tenere a freno la pressione all'interno, quando già all'esterno è ai massimi livelli".
Le parole di Marco (nome di fantasia), medico penitenziario che vive quotidianamente la difficile realtà delle carceri, all'indomani delle sommosse che hanno interessato molti istituti penitenziari da nord a sud, ci introduce in una giornata di lavoro quotidiano dietro le sbarre ai tempi del Coronavirus.
Marco, ogni giorno lei varca quella porta per prendersi cura dei detenuti. Che cosa è cambiato con l'emergenza Covid-19?
"Alle problematiche già preesistenti come il monte ore elevato, si è aggiunta questa emergenza che significa utilizzo di mascherine, protezioni, distanze da rispettare e isolamento maggiore. Tutti fattori che hanno alzato inevitabilmente la temperatura all'interno delle strutture. In generale è molto più complicata la situazione dove la popolazione carceraria è multietnica. Gli italiani sono più comprensivi, capiscono la necessità di adottare delle restrizioni, come la sospensione delle visite che di fatto è già in vigore da oltre un mese. In altri casi, invece, il dialogo è inutile come abbiamo potuto constatare ieri dalle tante azioni di forza che sono state fatte all'interno di diverse strutture. Di fatto l'emergenza Coronavirus è stata strumentalizzata ed alcuni carcerati hanno creato disordini per tentare la fuga. L'emergenza è presente da un paio di mesi, forse si doveva prevenire la tensione in ambito carcerario con una maggiore informazione e un'assistenza psicologica in grado di allentare la tensione".
A livello di protezione, avete adottato misure maggiori?
"L'unico rischio concreto è che il virus entri da fuori. Per questo motivo è attivo un triage in entrata che prevede alcune precauzioni da adottare. Chi varca la porta del carcere, sia che si tratti di un detenuto, di un operatore sanitario, di un medico o di un agente di polizia penitenziaria, deve misurare la temperatura e alla luce dell'esito della stessa si fa una visura anamnestica. All'interno delle carceri le visite dei parenti sono state sospese da un mese e questo ovviamente alimenta il malumore dei carcerati che, come abbiamo visto, è esploso ieri".
Si poteva fare qualcosa per evitare le sommosse?
"Il vero problema è la carenza cronica di personale che in circostanze come questa si fa sentire ancora di più. Ad esempio, non si è mai parlato di incrementare il numero dei medici in servizio, invece sarebbe opportuno. Già in una situazione di normalità siamo in emergenza, oggi con questa urgenza in alcune strutture siamo al collasso. E poi si sarebbe potuto fare qualcosa mettendo in atto delle strategie di comunicazione digitale che avrebbero tenuto basso il livello di tensione garantendo maggiore sicurezza. Mi riferisco a collegamenti via Skype in luoghi controllati".
Anche le sale audizioni con vetri e telefono stile Stati Uniti potrebbero risolvere in parte il problema dei colloqui.
"Certo, in quel caso non ci sarebbe il contatto fisico, ma sarebbe un'occasione per vedersi. Purtroppo, oggi le strutture carcerarie non sono attrezzate per questa soluzione. Piuttosto un'idea potrebbe essere quella di incrementare il numero delle telefonate tra i detenuti e i familiari. A seconda dei casi potrebbe essere utile sul piano psicologico per i detenuti".
Il rischio che qualcuno sia già infettato esiste?
"In questo momento tutto sembra essere sotto controllo. Stiamo facendo bene. Chi manifesta uno stato febbrile viene messo in isolamento precauzionale. Viene fatto il tampone a chi è sintomatico, dopodiché si aspetta l'esito e se negativo viene rimandato in sezione. Chi invece mostra febbre e tampone positivo, ma è asintomatico, viene messo in isolamento e, dopo 14 giorni, se ancora non è sintomatico viene rimandato in sezione".
Vengono rispettati i protocolli di protezione per medici penitenziari?
"Le linee guida del ministero della Salute dicono che occorre usare la mascherina chirurgica. Per la verità ora la polizia penitenziaria non usa nulla, a meno di casi conclamati. Noi medici, quando dobbiamo visitare pazienti con ipotetica condizione da Coronavirus, siamo forniti di tutti i dispositivi previsti dal protocollo come guanti e mascherina con filtro".
Oggi vi sentite protetti adeguatamente?
"Siamo forniti di tutto, perciò siamo soddisfatti e se anche persistono le problematiche di sempre come turni troppo lunghi, e buste paghe troppo leggere, ora abbiamo altre priorità che sono le misure di sicurezza e in quel senso siamo protetti. Un aumento in busta paga potrebbe essere la base per sopperire alle carenze di personale, a turni lunghi e faticosi che ci accompagnano anche durante le situazioni ordinarie, oggi però siamo davanti allo straordinario e nonostante tutte le difficoltà stiamo facendo bene".
di Simona Zappulla
agi.it, 11 marzo 2020
Uno dei medici del carcere di Spoleto commenta all'Agi le possibili ragioni che stanno alla base delle rivolte all'interno delle carceri in tutta Italia. Disordini, rivolte e devastazioni nelle carceri italiane che hanno causato anche dei morti, com'è possibile?
"Ce lo domandiamo anche noi sinceramente... purtroppo l'infermeria è un luogo che piace sempre molto ad una parte dei detenuti, per gli psicofarmaci o per il metadone che in genere però stanno chiusi in cassaforte. C'è sicuramente una situazione di disagio forte, e uno stress causato dal coronavirus che ha accentuato la situazione già difficile dentro le carceri". Così un medico del carcere di Spoleto, commenta con l'Agi i fatti delle ultime ore.
"L'overdose avviene perché l'organismo non l'ha sopportato, probabilmente perché quei detenuti prendono il metadone in quantità limitate, prescritte dagli specialisti del Sert, e prenderne anche solo una quantità in più può essere letale". L'istituto penitenziario umbro attualmente ospita circa 500 detenuti e, così come su tutto il territorio nazionale, ha sospeso fino a nuove disposizioni i colloqui visivi con i detenuti, ai sensi del D.p.c.m. del 9 marzo 2020.
E anche se sono arrivati da altre strutture alcuni detenuti, il clima è più tranquillo e la situazione, al momento, sotto controllo.
"Da noi - spiega il medico c'è stata un'attenzione nel tutelare l'incolumità di tutti sin dai primi giorni in cui si è parlato di coronavirus. Il rischio siamo tenuti ad abbatterlo. Per i nuovi arrivati c'è un isolamento precauzionale ma non abbiamo nessun sospetto di caso di coronavirus per fortuna. Abbiamo la tendostruttura della protezione civile fuori per il triage, c'è un'ottima collaborazione".
Collaborazione anche da parte dei detenuti, sottolinea: "Noi abbiamo detenuti con pene lunghissime, che si mostrano abbastanza collaboranti anche se il disagio è forte". Perché oltre alla sospensione dei colloqui visivi, "si temono i nuovi che arrivano come portatori di coronavirus. Questa notte ho fatto il mio turno e sono stati trasferiti in quattro da carceri inagibili, e questo naturalmente ci espone sia come dinamica carceraria sia biologica; necessariamente quindi sono stati messi in isolamento".
"I trasferimenti - sottolinea - sono stati interrotti da quando è iniziato il coronavirus, ma alcuni sono stati fatti per necessità. Li abbiamo messi in isolamento - ripete - come precauzione che prendiamo con chiunque, ormai da diversi giorni, anche quando ci sono arresti sul territorio perché tutti sono possibili portatori di coronavirus. Tutto questo accentua un disagio".
E poi, conclude, a proposito delle rivolte: "Nelle sezioni detentive ci sono sempre elementi tendenzialmente con qualche disturbo psichico e c'è anche qualcuno che lo fa in modo strumentale, per altri scopi, per cavalcare un'onda di malcontento, non è così difficile che accada. Non è un caso che questi fatti siano accaduti nei circondariali per reati comuni, noi abbiamo regimi di sicurezza più alti".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 marzo 2020
Intervista a Tullio Padovani, professore di diritto penale, componente dell'Accademia dei lincei. In questo momento di crisi che sta vivendo il nostro sistema penitenziario, e lo Stato stesso, in difficoltà nel prevenire e fronteggiare la protesta, non poteva mancare la lucida analisi di Tullio Padovani, penalista, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa e tra i pochissimi accademici del suo campo ad essere stato invitato a far parte della Accademia Nazionale dei Lincei.
Professore, come si deve interpretare quanto accaduto in questi giorni in oltre 27 carceri italiane, profondamente destabilizzate dalle rivolte dei detenuti?
Non è un fatto nuovo, non è il primo, non sarà l'ultimo. Si tratta di un moto ondulatorio: ne abbiamo avuti in passato, ne avremo in futuro se continuiamo con questa linea politica.
Ma quali sono le cause di tutto questo? Soprattutto, quali sono le cause remote?
Le situazioni scatenanti possono essere diverse, occasionate da circostanze varie; nel nostro caso certamente l'emergenza coronavirus ha funzionato da detonatore, innescando la fiammata della rivolta. Le condizioni che spiegano questi fenomeni sono più o meno sempre le stesse: c'è un incremento vistoso della popolazione carceraria e uno scadimento delle condizioni di vita nel penitenziario. Che diventa sempre più inumano e degradante.
Per una fetta della politica e della società civile invece la causa risiede nell'aumento del tasso di criminalità. Cosa pensa a tal proposito?
Questi fenomeni sono indipendenti dall'andamento della criminalità: l'andamento della popolazione carceraria non segue quello della criminalità. Infatti aumenta la criminalità e scemano i detenuti. Diminuisce la criminalità, e questo è il nostro caso, ma aumentano i detenuti con ritmo incalzante. Ciò dipende dalla funzione reale che il carcere svolge nelle nostre società: non quella di provvedere alle finalità che gli vengono assegnate, come quella di rieducare. Svolge, invece, una funzione altamente simbolica: deve separare il bene dal male, i buoni dai cattivi, deve erigere un muro. L'andamento della popolazione carceraria segue l'andamento della politica: se ci sono quelli che vogliono riaffermarsi come difensori dell'indice del bene, allora si inasprisce il carcere: più detenuti e buttiamo via le chiavi.
E ciò dunque fa esplodere la situazione?
Certo, come quando una estate torrida riduce i reclusi a larve umane e con la poca energia che resta loro si ribellano. Poi però c'è la vulgata diffusa per cui soggiornano in lussuosi hotel a 5 stelle. Oggi è stato il coronavirus: i detenuti si son visti togliere i colloqui e ciò, soprattutto alla popolazione più giovane, ha creato un disagio enorme. Il carcere non funziona nello stesso modo per i giovani e per i vecchi: la percezione del tempo e della condizione è molto diversa. Un giovane patisce di più il fatto di non avere rapporti coi parenti; gli anziani si preoccupano più per la loro salute, consci che il coronavirus colpisce in maniera più grave proprio loro.
Il carcere infatti non è un sistema completamente chiuso, giusto?
Nel carcere entrano ed escono persone: chi ci garantisce che un agente penitenziario non sia infetto? Non dimentichiamo che la popolazione carceraria è composta di molte persone con condizioni di salute molto precarie. Quindi non c'è da meravigliarsi di quel che sta accadendo in questi giorni. Naturalmente non c'è orecchio per sentire queste cose. Ai detenuti andavano fornite informazioni precise sulla tutela della loro salute. La prima tutela della salute passa attraverso la drastica riduzione della popolazione carceraria. L'indice di sovraffollamento arriva oltre il 100 per cento. Occorre mandar fuori quelli che sono alla fine dell'esecuzione della pena, e che invece sono tenuti gelosamente dentro fino all'ultimo giorno. Persino in Iran hanno provveduto a un esodo biblico dei detenuti dalle carceri: la forza delle cose ha piegato anche un regime.
Imputa delle responsabilità alle scelte del governo e in particolare al Dap?
Il problema riguarda la classe politica che governa il carcere: le iniziative che non si prendono nei confronti del carcere stesso.
Il ministro Bonafede era stato invitato da Rita Bernardini a parlare a Radio Radicale per arrivare direttamente ai detenuti ma non ha accettato l'invito. Ha scelto invece una diretta Facebook, non fruibile dai reclusi. Che ne pensa?
Non interessa molto comunicare con i detenuti che sono considerati entità trascurabili, non sono nessuno. E vengono trattati come nessuno. Non dal ministro Bonafede o dal capo del Dap Basentini, ma dalle leggi di questo Paese, che ammette giuridicamente che si possa realizzare un trattamento inumano e degradante, senza che ci sia nessuno che lo faccia cessare. Si stabilisce solo l'obbligo di un risarcimento di 8 euro al giorno oppure uno sconto di pena, ma non che si ponga fine al trattamento. Invece dovrebbe cessare perché è illegale, è un reato di maltrattamenti. Noi siamo uno Stato che autorizza i maltrattamenti.
Sarebbero opportuni in questo momenti provvedimenti come amnistia e indulto?
Amnistia e indulto in una situazione come questa sarebbero un atto dovuto: si tratta di sgomberare rapidamente il carcere. Bene, adottiamo almeno un indulto mirato, calcolato opportunamente ma anche matematicamente in modo da sfrondare la popolazione carceraria di tutto l'eccesso rispetto alla capienza possibile. Ma non si farà perché occorre la maggioranza dei due terzi in Parlamento.
E come risolviamo il problema del sovraffollamento?
Nel nostro sistema si verifica il contrario della massima hegeliana: ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale. Da noi, invece, nell'ambito carcerario ciò che è reale è irrazionale, e ciò che è irrazionale è reale. Le carceri non possono e non debbono accogliere un solo detenuto in più rispetto al numero che assicura un trattamento umano e non degradante. Come previsto dalla normativa europea, un maiale in allevamento deve disporre di almeno 6 metri quadrati. Noi al posto del porco mettiamo il detenuto. Il detenuto per il nostro legislatore è un porco. Nelle nostre carceri più di 30.000 detenuti non entrano. Se io ho 30000 posti mi devo rassegnare a questo numero. E se ne ho da mettere in più scelgo: metto fuori uno che sta alla fine della pena, o uno che ha un reato meno grave e faccio entrare l'altro. Il carcere invece è concepito come un pallone che si gonfia all'infinito, mentre è una struttura metallica nella quale vengono pigiati gli esseri umani. E poi la verifica di ciò che è umano e non degradante non può essere fatta a- posteriori ma è a- priori. Ossia, il giudice di sorveglianza deve avere lo strumento per dire "questa cella non è umana". La verifica deve essere preventiva e coercibile.
Che giudizio dà invece del 41bis?
È un circuito penale speciale che ha come obiettivo dichiarato quello di impedire i contatti con la criminalità organizzata. Sacrosanto! Ma i contenuti reali del 41 bis sono volti semplicemente a realizzare un trattamento ancora più aspro e duro. E la riprova viene da una sentenza della Corte Costituzionale alla quale si è dovuti ricorrere per far dichiarare l'incostituzionalità del divieto di cucinare in cella con il fornelletto. Divieto riconosciuto come inutilmente vessatorio e scollegato dalle finalità del 41bis.
Per porre rimedio a questo stato di illegalità, la soluzione è culturale? È la società civile che deve chiedere un cambiamento alla politica?
Siamo lontani le mille miglia. Negli Stati Generali dell'Esecuzione Penale, nella commissione diretta dal grande studioso e grande uomo Glauco Giostra, era stata elaborata una riforma penitenziaria certosina che aveva i caratteri dell'equilibrio, dell'efficienza, della serietà con lo spazio dedicato alle misure alternative che sono l'ossigeno per far vivere il carcere, strumento di morte dei detenuti. E poi all'ultimo il Partito Democratico non l'ha approvata per paura di perdere le elezioni. E quindi hanno perso la riforma e hanno perso le elezioni: ben gli sta, visto che hanno tradito loro stessi.
di Sara Dellabella
L'Espresso, 11 marzo 2020
Prigioni strapiene nel caos con l'emergenza sanitaria. E da qui le sommosse che hanno provocato oltre dieci morti in tutto il Paese. Mentre anche la polizia penitenziaria si sente abbandonata. "Dobbiamo evitare che un detenuto malato di coronavirus si trasformi in una strage. Basta una sola persona positiva e non sapremmo come gestire la quarantena". A tracciare il quadro è il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, all'indomani della rivolta al carcere di Rieti dove hanno perso la vita tre detenuti morti di overdose e sette ricoverati per intossicazione da farmaci.
"Hanno bruciato tutto, rotto i macchinari radiologici e i quaderni della terapia, quindi nei prossimi giorni sarà anche complicato somministrare le cure ai detenuti. Stanotte abbiamo mandato diverse persone al pronto soccorso, chi è entrato in infermeria ha fatto uso di un cocktail di farmaci". Questo è il racconto di una delle persone impiegate nell'infermeria dell'istituto reatino che in queste ore insieme ad altre 30 carceri italiane è stato investito dalla rivolta. Perché da nord a sud, in poche ore i detenuti italiani hanno inscenato una protesta che non si vedeva da anni e che ha visto protagonisti anche i familiari delle persone in detenzione.
Una rivolta che covava da tempo e che è scoppiata con l'emergenza che sta paralizzando il paese. "Se sabato notte abbiamo visto persone prendere d'assalto i treni per scappare al sud, perché nel contesto carcerario, già allo stremo in condizioni normali, e con persone con grosse fragilità, non ci possono essere reazioni altrettanto esasperate?" è la provocazione di fra' Beppe Giunti, francescano, volontario al carcere San Michele di Alessandria e autore di due libri scritti insieme ai collaboratori di giustizia ("Padre Nostro che sei in galera. I carcerati commentano la preghiera di Gesù" e "Donne che guardano in faccia, il coraggio delle mogli dei detenuti"). È proprio questo sacerdote che ricorda che togliere i colloqui ai ristretti, equivale a privarli anche di quei piccoli doni che i parenti portano agli incontri: le sigarette, la biancheria intima nuova, talvolta un libro. Togliere un colloquio vuol dire non solo limitare ancora di più una vita familiare, ma anche negare una sigaretta a fine pasto a un fumatore.
"Hanno sostituito gli incontri con le chiamate illimitate e i colloqui via Skype. Ma non ci sono apparecchi sufficienti, a Regina Coeli c'è un solo telefono adatto a fare le videochiamate per più di mille detenuti. Dovrebbero aumentare i dispositivi per rendere veramente operative le norme" osserva sempre fra' Giunti che critica quella narrazione delle cose che poi si discosta enormemente dalla realtà. Ancora una volta, invece di affrontare i problemi, si è preferito prendere una strada più breve, calando dall'alto la decisione di sospendere i colloqui con i detenuti prima fino alla fine di maggio, e poi fino alla fine di marzo.
Dove c'è stata la possibilità di spiegare le nuove disposizioni, le proteste non ci sono state. "Stiamo parlando di 30 istituti in sommossa su 197, è una minoranza che sta protestando. Tuttavia 11 morti non si vedono da molto tempo e ci riportano molto indietro" commenta, con un filo di rammarico nella voce, il presidente di Antigone, Antonio Gonnella, che però conferma trattarsi "di un problema di salute pubblica, ora che tutta l'Italia è diventata una prigione".
Nelle carceri oggi sono presenti 61.230 detenuti su 50mila posti letto. Questo vuol dire che in caso di contagio anche di un solo detenuto, non ci sarebbe spazio sufficiente per assicurare la quarantena ai compagni di sezione, che secondo le disposizioni dovrebbero stare in una stanza singola dotata di bagno. "Per questo in carcere il virus diventa una bomba sociale" spiega il garante del Lazio. Dai racconti, sembra che in questa emergenza chi governa si sia dimenticato del mondo carcerario, delle sue difficoltà storiche, ma anche di gestire l'emergenza in questo momento particolare per tutti. Ci si è dimenticati dei cittadini che stanno scontando una pena e solo le proteste di questi giorni hanno riacceso l'attenzione. Non va meglio al personale della polizia penitenziaria impiegato nelle carceri. A raccontarlo è il Responsabile nazionale Fp-Cgil del sistema penitenziario, Massimiliano Prestini che descrive una situazione in cui presidi minimi adottati nell'emergenza Covid 19 all'interno del carcere faticano ad arrivare.
"Non ci sono mascherine per il personale, mancano pulizie approfondite e la sanificazione degli spazi comuni. Qualunque sia il tipo di crisi, stentiamo a sentire una soluzione possibile. Come polizia penitenziaria dovremmo occuparci anche del reinserimento sociale dei detenuti e invece non siamo neppure in un numero sufficiente a contenerli". La legge Madia ha ridotto la pianta organica del corpo a 40 mila unità, di cui 4.500 circa sono i poliziotti penitenziari che risultano quotidianamente impiegati nei servizi di traduzione e piantonamento, 2.800 circa quelli che prestano servizio in amministrazioni ed enti statali e parastatali o vengono impiegati in servizi amministrativi dentro e fuori dal carcere. Circa 1.000 operano nella Giustizia Minorile.
Così gli agenti effettivamente impiegati all'interno degli istituti spesso si "trovano ad affrontare turni di 16 ore perché manca il cambio. Una situazione che vede questo corpo di polizia avere il più alto tasso di suicidi tra quelli registrati nelle forze dell'Ordine - racconta Prestini - L'anno scorso abbiamo perso dieci colleghi".
Il sostegno degli psicologi è fondamentale sia per chi vive in carcere che per chi ci lavora. Ma se per i detenuti ci sono pochi psicologi, "per noi delle forze dell'ordine non c'è alcun sostegno, nonostante sia una richiesta che abbiamo più volte avanzato all'amministrazione dello Stato" lamenta il sindacalista della Fp-Cgil. Questa situazione di emergenza secondo tutti gli intervistati si può risolvere solo con un piano deflattivo del sovraffollamento.
Favorire quanto più possibile la detenzione domiciliare per i detenuti molto anziani e quelli immunodepressi; favorire le misure alternative alla detenzione e l'affidamento in prova ai servizi sociali per tutti coloro che non sono condannati per reati gravi e che abbiano dimostrato una buona condotta. Questo consentirebbe di liberare in poco tempo circa 4 mila posti e alleggerire un po' le condizioni all'interno di alcuni istituti di pena. "Le carceri, come la scuola e gli ospedali, sono la cartina tornasole del livello di civiltà di una nazione e oggi, in questa emergenza, sono quelle di cui si parla di più". Ricorda ancora fra Giunti e a guardare bene oggi sono tre istituzioni che stanno mostrando la propria fragilità, ma anche una fortissima resilienza.
piacenzasera.it, 11 marzo 2020
La nota stampa dei garanti territoriali Emilia-Romagna (Regione, Bologna, Ferrara, Parma, Piacenza): stop disordini. La situazione che si è consumata a Modena, con la tragica perdita di vite umane, e che ancora si sta consumando in alcuni istituti penitenziari emiliano-romagnoli è gravissima. Per ora, è questa l'emergenza.
A Bologna, da quanto viene riferito, è parte attiva della rivolta un certo numero di persone detenute che ha preso possesso di sezioni detentive (e di ambulatori medici) con pesantissime conseguenze che non si è ancora in grado di quantificare. Nello stesso tempo bisogna evidenziare con forza che un numero consistente di persone detenute ha inteso adottare un comportamento responsabile, non partecipando ai disordini. Non è questo il tempo di interrogarsi in merito a eventuali profili che possano aver contribuito a far degenerare la situazione, ma s'intende ora lanciare un deciso e accorato appello per l'interruzione dei disordini, prima che le conseguenze si aggravino tragicamente.
Resta ovviamente centrale la questione delle misure di prevenzione del contagio da covid-19 da assumere nel contesto penitenziario rispetto alle quali dovrà essere veicolata una corretta e puntuale informazione nei confronti delle persone detenute e la relativa adeguata possibilità di comunicare con i congiunti. Pare anche opportuno iniziare a valutare iniziative per l'adozione di misure di sostegno per le persone detenute indigenti, affinché abbiano aiuti economici per contattare le famiglie. S'intende, infine, esprimere vicinanza agli operatori dell'Amministrazione penitenziaria, delle Forze dell'ordine e dell'Ausl.
Il Riformista, 11 marzo 2020
Di fronte alle notizie di rivolte in corso nelle carceri, l'associazione Nessuno tocchi Caino - Spes contra spem rivolge un appello all'intera comunità penitenziaria, fatta di detenuti, dirigenti e operatori penitenziari, perché i comportamenti siano all'insegna della nonviolenza e del dialogo. L'appello è rivolto anche ai mezzi di informazione affinché facciano conoscere le misure adottate dal Governo volte a contenere la diffusione del virus nelle carceri. Su quest'ultimo punto è un segnale positivo che il decreto raccomandi alle autorità di valutare l'adozione di misure alternative di detenzione domiciliare (art 2 lettera u).
Per i responsabili dell'associazione Sergio d'Elia, Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti, rispettivamente Segretario, Presidente e Tesoriere, l'umana reazione alla paura rischia di provocare errori madornali, come vediamo accadere in queste ore. Invitiamo tutti a desistere da reazioni violente convinti che non è questo il modo per mettersi al riparo dai pericoli. Occorre invece ponderare e restare vigili. Vale per chi ricopre ruoli dirigenziali e di custodia ed anche per i detenuti e i loro familiari. Per noi in questo momento è importante che tutti si attengano alle misure di precauzione sanitaria.
È un momento che va anche colto per diffondere conoscenza e consapevolezza su quelle che sono le condizioni di vita in carcere affette, prima che dal Covid-19, dal problema del sovraffollamento. Un problema che a nostro avviso va affrontato con misure quali la #moratoria dell'esecuzione penale (tanto degli ordini di esecuzione pena che dell'esecuzione della pena stessa) ed anche l'amnistia e l'indulto a partire da chi deve scontare brevi pene o residui di pena da espiare, tenuto conto che ci sono 8.682 che hanno un residuo pena da scontare inferiore ai 12 mesi e altri 8.146 che devono scontare pene tra 1 e due anni. Tuttavia, non è con la violenza che si possono ottenere misure di buon governo delle condizioni di vita in carcere. Non bisogna mai giocare al tanto peggio tanto meglio e tenere sempre presente che i mezzi che si adottano, se violenti o sbagliati, pregiudicano la bontà degli obiettivi e dei fini a cui si aspira.
di Ivan Grozny Compasso
padovaoggi.it, 11 marzo 2020
L'avv. D'Agostino, esecutivo nazionale Giuristi Democratici: "Forme di detenzione alternative subito. La salute di chi ci sta in carcere è un problema di garanzia alla salute per chiunque viva in questa città, libero o non libero che sia". Mentre un Paese come l'Iran, considerato dall'occidente uno Stato anti democratico e finito nella lista di Bush tra quelli "canaglia", concede 'permessi' a circa 70.000 detenuti nel mezzo dell'emergenza Coronavirus, in Italia scoppiano rivolte in ogni dove. Tra la notte di domenica 8 marzo e lunedì è accaduto in almeno 27 carceri. Sommosse che in alcuni casi si sono manifestate in maniera molto violenta, che hanno provocato danni ad alcune strutture penitenziarie, evasioni come nel caso di Foggia e soprattutto nel carcere di Modena, addirittura sette morti. Gravi tensioni anche a Padova.
Sommossa - Martedì 10, poi, giunge anche la notizia della rivolta nel carcere maschile Santa Maria Maggiore di Venezia. La causa che ha portato a queste drammatiche situazioni è stata la decisione del ministero della Giustizia, comunicata con una circolare che anticipava il decreto di prossima pubblicazione, di sospendere "dal 9 al 22 marzo 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati, che verranno svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che può essere autorizzata oltre i limiti della normativa vigente".
Giuristi Democratici - Abbiamo così contattato l'avvocata Aurora D'Agostino, dell'esecutivo nazionale dei Giuristi Democratici che sta facendo circolare un appello tra tutti gli avvocati italiani affinché si arrivi a "utilizzare tutte le forme di detenzione domiciliare e tutte le misure alternative possibili, più in fretta per i detenuti anziani e per chi ha problemi di salute, innanzi tutto. Poi per quelli che hanno pene brevi da scontare si possono anche trovare forme di cooperazione. Sobbarcarsi un onere collettivo per far sì anche i detenuti privi di una casa dove andare trovino una comunità di accoglienza dove stare, c'è certamente chi è disposto a farlo".
Visite - "Tanti avvocati - spiega D'Agostino - stanno facendo giustamente istanza per motivi di salute per sottrarre i propri assistiti al contagio che è più facile si propaghi in ambienti collettivi e degradati, dall'altro lato non si può pensare che i detenuti restino in cella isolati dal resto del mondo". Così specifica: "L'assenza di visite annulla il detenuto oltre che umanamente anche materialmente, non potendo più ricevere i pacchi che ricevono durante le visite, soprattutto coloro che sono da più tempo presenti nelle celle e che hanno una rete familiare che li sostiene, rappresentano per esempio la sola possibilità di lavarsi i panni e di ricevere cibo che non sia quello che può offrire un carcere. Sembrano banalità ma sono aspetti che segnano quella quotidianità che per chi vive il carcere sono vitali".
Salute - Lo sa, avvocata, che molti obietteranno che viene prima la salute dei cittadini che quella dei detenuti e che avrebbero dovuto mantenere anche loro un comportamento consono alla situazione: "La salute del carcere e di chi ci sta è un problema di garanzia alla salute per chiunque viva in questa città, libero o non libero. Se accadesse che il virus passasse nelle carceri diventerebbe una bomba batteriologica per tutta la comunità. Dove c'è una concentrazione di tante persone, andrebbe capito, si corre questo grave rischio. Dove ci sono garanzie per loro ci sono per tutti noi. È uno dei primi elementi che una persona intelligente dovrebbe comprendere". E aggiunge: "Il nostro ordinamento prevede che chi ha sbagliato paghi una pena. Ma in carcere ci sono anche detenuti che sono ancora in attesa di un giudizio. Possono quindi eventualmente anche essere condannati a una pena, ma non alla privazione della salute e dell'incolumità fisica. E questo vale per tutti i detenuti. La carcerazione non sospende i diritti di cittadinanza".
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