di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 10 marzo 2020
Sono del 1934, per me è meglio morire abbracciato a qualcuno che vivere senza abbracci. Capisco chi ci tiene alla vita e gli viene facile seguire gli ordini del Governo: niente baci, strette di mano. Solo saluti accennati, un ciao strillato a distanza. Anzi, meglio se non vi incontriate per nulla, che nemmeno usciate. Salutatevi via Iphone, postatevi pensieri sublimi sui social. Lettere no, che magari qualche bacillo può restare incollato alla carta.
Per me è diverso, ho ottant'anni e passa, ho impiegato un tempo infinito per imparare ad amare, per capire che una vita orfana dal contatto umano non è una vita. Per me è facile rischiare, di tempo non me ne resta tanto, virus o no. Il futuro è ogni giorno nuovo, ogni bacio possibile, solo immaginato. Il passato sono le carezze mancate, quelle perse, quelle sbiadite dal tempo.
Che forse davvero tutto è un trucco, passiamo lunghe vite solitarie studiando i bisogni del cuore e quando raggiungiamo la vittoria sui timori che c'ingombrano il cammino dovremmo evitare l'amore.
Per me è facile, da venticinque anni vivo solo, in una cella, i miei li ha stancati definitivamente il vetro del 41bis. Ho fatto tutto da lontano per un quarto di secolo, voglio morire abbracciato, a chiunque, anche se ha la lebbra o la peste. Voglio farmi scoppiare i polmoni, stretto a qualcuno che nemmeno conosco. L'unica cosa che non voglio è morire da solo, in compagnia della paura.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 10 marzo 2020
Un'insurrezione praticamente sincronizzata, da Milano a Roma, da Modena a Palermo, Padova fino a Parma, Foggia e a Matera. Sono state 22 le carceri in rivolta, 7 i morti per overdose di psicofarmaci o soffocamento. I danni sono ingentissimi, tra istituti penitenziari distrutti e decine di detenuti evasi.
L'Arena, 10 marzo 2020
È morto per un malore che l'ha colto mentre era ancora sul pullman del trasferimento, davanti al carcere di Verona, uno dei tre detenuti provenienti dal carcere di Modena, deceduti per overdose da psicofarmaci. La vittima, un cittadino straniero, proveniva da Modena ed era in transito verso la struttura di Trento.
Lo precisa il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto. Il pullman era all'ingresso del carcere di Verona quando l'uomo ha accusato il malore. Sul posto è giunta un'ambulanza del 118, ma i sanitari hanno potuto solo costatare il decesso del detenuto. Nessuna rivolta è al momento registrata al carcere di Montorio, diversamente da come sta accadendo in altre strutture penitenziare italiane.
di Monica Gasparini
ilpiccolo.net, 10 marzo 2020
Da Modena la protesta si è irradiata in molti altri Istituti, tra cui Alessandria e San Michele. I detenuti hanno fatto sentire la loro voce: per avere contezza che qualcosa stava accadendo all'interno delle celle, è bastato sostare accanto al carcere di piazza Don Soria, ad Alessandria.
Per far sentire la loro rabbia hanno iniziato ad urlare e battere oggetti contro le inferiate. E così è stato da domenica pomeriggio. Al momento, la situazione sembra rientrata, soprattutto nel carcere di massima sicurezza.
Ad Alessandria si registra la morte di un detenuto (sembra trasferito da Modena) avvenuta per overdose: decesso causato dall'assunzione di psicofarmaci sottratti dall'infermeria del carcere durante le proteste. La denuncia della grave situazione arriva in redazione con un comunicato inviato dall'organizzazione sindacale delle guardie penitenziarie Osapp.
di Serena De Salvador
Il Gazzettino, 10 marzo 2020
Mobili divelti, incendi, cariche degli agenti penitenziari che contano oltre dieci feriti. Questo lo scenario che si è presentato domenica sera al Due Palazzi dopo che già nel tardo pomeriggio alcuni carcerati del circondariale si erano rifiutati di rientrare nelle celle. Dopo le prime notizie sui disordini registrati a Modena, Salerno e Milano, la tensione era nell'aria. Il pretesto inziale della rivolta, le norme restrittive sui colloqui con i familiari, non più di persona ma per telefono per scongiurare contagi da Coronavirus.
Il pretesto del Coronavirus per scatenare la guerriglia. Così Padova va ad allungare l'elenco dei penitenziari teatro di sommosse segnate da una violenza che pochi precedenti ha avuto in Italia. Detenuti barricati, un intero braccio della casa di reclusione distrutto. Mobili divelti, incendi, cariche degli agenti penitenziari che contano oltre dieci feriti.
Questo lo scenario che si è presentato domenica sera al Due Palazzi dopo che già nel tardo pomeriggio alcuni carcerati del circondariale si erano rifiutati di rientrare nelle celle. Dopo le prime notizie sui disordini registrati a Modena, Salerno e Milano, la tensione era nell'aria. Quel primo episodio, nonostante l'arrivo dei pompieri per illuminare il piazzale a scopo preventivo, si era riassorbito.
Poco più tardi però la ferocia di un'azione evidentemente organizzata da ore se non da giorni è esplosa nella casa di reclusione. In un braccio del quarto piano una quarantina di detenuti stranieri si è barricata distruggendo le telecamere, la sala comune con la televisione e i frigoriferi ma anche la palestra con tutti gli attrezzi e il biliardino. Nel mentre hanno sradicato le brande in ferro dalle celle e divelto i tavoli, ammassandoli a ridosso del cancello del terminale, e piegato verso l'esterno le sbarre di sicurezza creando una barriera acuminata per impedire l'avanzamento della polizia.
L'intervento - Gli agenti sono stati chiamati in forze in tenuta antisommossa, trovandosi proiettati in un girone infernale dove alle devastazioni sono seguiti gli incendi appiccati a materassi e vestiti. L'ambiente si è saturato di fumo, estintori e pompe idrauliche hanno soffocato le fiamme ma allagato i pavimenti mentre la carica si trasformava in scontro fisico sotto una sassaiola di oggetti. Dopo una lunga trattativa solo alle 22 i detenuti hanno ceduto e sono stati riaccompagnati in quel che restava delle celle. Nel braccio uno scenario irreale. Dieci agenti hanno rimediato contusioni e lievi intossicazioni: in alcuni casi li costringeranno a un periodo di malattia che renderà ancor più instabili e difficoltose le condizioni dei colleghi.
Placati - Nella giornata di ieri non si sono verificati altri disordini importanti, ma a rendere la situazione ancor più esplosiva è l'arrivo di quindici detenuti trasferiti dal penitenziario modenese uscito semi distrutto da due giorni di guerriglia. Sono separati dagli altri, ma avrebbero già protestato creando ulteriori tensioni.
Nel parapiglia di domenica i detenuti hanno protestato contro le nuove norme imposte per contenere il rischio di contagio, che comprendono anche la sostituzione dei colloqui di persona con i familiari con quelli telefonici. Una versione che cozza con la pretesa che gli agenti della penitenziaria non lascino il carcere per evitare di portare all'interno il virus.
Da questo si è passati alla richiesta della libertà per chi sconta pene inferiori a tre anni fino all'indulto e all'amnistia. Provvedimenti per altro inattuabili dalle singole carceri poiché di competenza statale. Il pubblico ministero marco Brusegan aprirà un'indagine per identificare tutti i responsabili, che sarebbero stati fomentati da almeno cinque stranieri. Non avrebbero invece partecipato alla rivolta i pochi detenuti italiani del braccio, chiusisi nelle celle.
Gli altri rischiano invece pesanti aggravi della pena e un regime di detenzione più severo, nonché il trasferimento in altre strutture. La segreteria nazionale del sindacato di polizia Sinappe ha scritto al premier Conte chiedendo il commissariamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e un urgente piano di assunzioni per far fronte alla carenza di personale, oltre a un ritorno al sistema carcerario a celle chiuse, cioè senza che i detenuti siano liberi di circolare nelle sezioni per gran parte del giorno com'è oggi. "Vogliamo risposte. É inaccettabile essere lasciati soli e in numero impari davanti a minacce di questo calibro quando ai detenuti sono concesse attività e libertà smodate" aggiunge la segreteria regionale del sindacato nel ringraziare a augurare la pronta guarigione ai feriti.
di Nedo Lombardi
Il Manifesto, 10 marzo 2020
Molto alto il tasso di sovraffollamento nella regione: il Dozza ha 492 posti per 890 persone presenti. Le carceri italiane scoppiano, quelle emiliano-romagnole non sono da meno, e così succede che l'emergenza Coronavirus si trasforma nella classica miccia che dà fuoco alle polveri. Con risultati drammatici. La protesta di domenica nel carcere di Modena, il Sant'Anna, è finita in tragedia: sette detenuti morti, altri 18 feriti di cui sei ricoverati in condizioni gravi in terapia intensiva, una struttura devastata dalle fiamme e inutilizzabile, sette sanitari con ferite lievi e tre guardie carcerarie medicate al pronto soccorso.
Proteste ieri ci sono state anche a Ferrara, con l'occupazione dell'istituto e una lunga trattativa che ha riportato la calma solo in serata. A Reggio Emilia sono stati in 150 a protestare: una sommossa scoppiata domenica sera con incendi di materassi e lanci di oggetti contro la polizia. Ribellione rientrata dopo l'intervento delle forze dell'ordine. L'ultima in ordine di tempo è stata la protesta di Bologna, scoppiata ieri in tardi mattinata con i detenuti che in breve tempo hanno preso il controllo di metà carcere. Alla fine, ma i dati potrebbero non essere definitivi, si registrano cinque feriti, nessuno dei quali grave: tre carcerati e due agenti della penitenziaria portati in ospedale in condizioni di media entità. In serata anche a Bologna è arrivata la mediazione.
La Dozza di Bologna è una struttura pesantemente sovraffollata. I dati diffusi dai sindacati nel novembre dell'anno scorso raccontano di una capienza regolamentare di 492 posti, a fronte di 890 presenti. Un sovraffollamento del 70% con reparti diventati "invivibili", parole di un comunicato congiunto firmato dalle sei sigle sindacali più rappresentative.
In condizioni critiche l'infermeria, "con la compresenza di un numero consistente di soggetti difficili da gestire, oltre a un notevole numero di detenuti in attesa di allocazione presso gli altri reparti che non hanno però posti disponibili". Su questa situazione si è innestata l'emergenza Coronavirus, con la sospensione dei colloqui dei detenuti con i familiari, da sostituire - ma quasi mai è avvenuto - con sessioni telefoniche o con chiamate via skype o similari; e con la richiesta del governo agli istituti penitenziari di limitare i permessi e la libertà vigilata.
Provvedimenti presi per limitare la diffusione del contagio ovviamente, tra l'altro inefficaci visto che prima che scoppiasse la rivolta proprio a Modena è stato rilevato un caso di positività al coronavirus. Provvedimenti che però hanno fatto passare ovunque un messaggio chiaro e senza scampo: le carceri sarebbero state sigillate in attesa di tempi migliori. E così l'ondata di proteste ha abbracciato tutta l'Emilia-Romagna, una delle regioni - ricorda Antigone - con il più alto tasso di sovraffollamento carcerario. A intervenire anche il Garante nazionale delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, che ha chiesto "misure straordinarie volte ad alleggerire le situazioni di sovraffollamento".
Sui fatti di Modena è stata aperta un'indagine dalla Procura, mentre ci sono prese di posizioni opposte: la Cgil chiede una riforma immediata delle carceri, la Lega il pugno durissimo. Per intanto c'è la conta di morti e feriti. L'ultimo a perdere la vita è stato un detenuto trasferito ieri, assieme ad altri 40, al carcere di Marino Del Tronto.
A causare il decesso dell'uomo, un 40enne, sarebbe stata un'overdose. Non ci sono ancora certezze ma i sette decessi sarebbero da ricondurre all'abuso di medicinali, dei quali i detenuti sarebbero venuti in possesso dopo avere occupato il penitenziario modenese. "In infermeria hanno messo le mani sul metadone", hanno spiegato gli agenti.
E qui si apre uno squarcio sulla realtà carceraria, fatta spesso di detenuti finiti dietro le sbarre per piccolo spaccio e a loro volta tossicodipendenti. Andrebbero assistiti e curati. Antigone Emilia-Romagna segnala su oltre 500 detenuti a Modena solo 3 educatori in servizio. Poi c'è il problema delle custodie attenuate in carcere per persone con problemi di tossicodipendenza. In Emilia-Romagna si fa, ma ricorda l'associazione "per i diritti e le garanzie nel sistema penale", solo a Rimini e solo con otto posti.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 10 marzo 2020
Il Coronavirus è stato lo spunto per alzare la protesta sul tema del sovraffollamento: una ventina di detenuti è salita sul tetto. Devastazioni all'interno del penitenziario. Il coronavirus accende la miccia, ma sono i problemi atavici di tutte le carceri italiane, primo il sovraffollamento, a far esplodere la rivolta di metà dei detenuti di San Vittore con una ventina di loro che per ore salgono sui tetti della casa circondariale, mentre un gruppo di anarchici e qualche parente fa il tifo da fuori. La protesta termina solo dopo una lunga e delicata trattativa con i carcerati diretta personalmente dai pm Alberto Nobili e Gaetano Ruta.
Gli stranieri sul tetto - La protesta comincia intorno alle 9.30, mentre nelle celle si rincorrono dalla sera prima le notizie sulle rivolte in altri istituti di pena. Un centinaio di detenuti del terzo raggio, quasi tutti stranieri, riescono a raggiungere il quarto piano. Gran parte degli italiani restano in cella, probabilmente perché hanno troppo da perdere in termini di benefici penitenziari se non mantengono una buona condotta.
Gli anarchici a sostegno della protesta - Dal finestrone del quarto piano, quello dove vengono trattate le tossicodipendenze, qualcuno brucia giornali e stracci causando una colonna di fumo, altri battono oggetti contro le sbarre gridando "libertà! libertà!". Non ci sarebbero gli ospiti della "Nave" che, invece, avrebbero aiutato gli operatori ad uscire dal reparto e a mettersi al sicuro. Circa venti detenuti raggiungono il tetto dove continuano ad urlare.
Qualcuno lancia tegole mentre tra viale Papiniano e piazza Aquileia, nonostante i rischi di contagio da Covid-19, si raduna una folla di telecamere, curiosi, parenti dei detenuti e una trentina di anarchici tenuti sotto controllo dalla polizia e dai carabinieri in tenuta anti sommossa, che solo nel pomeriggio dovranno intervenire con una carica di alleggerimento.
Letti e mobili distrutti, caloriferi divelti - Compaiono due lenzuoli con scritto "Libertà" ed "Indulto" appesi alle grate. Che il motivo della protesta non sia solo il virus (i detenuti temono ovviamente il contagio) è subito chiaro al pm di turno Ruta e a Nobili, coordinatore dell'antiterrorismo con una lunga esperienza nelle trattative, come quella che nel '98 portò alla liberazione di Alessandra Sgarella. D'altronde sono passate senza problemi due settimane da quando il Tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna di Rosa, la quale ieri era a San Vittore mentre scoppiava la rivolta, per primo ha sospeso i permessi premio per ridurre il rischio coronavirus in carcere, dopo che ai detenuti era stato spiegato che si trattava di provvedimenti a tutela della salute loro e degli operatori.
Nobili e Ruta entrano nel terzo raggio e affrontano subito i rivoltosi. Con loro ci sono il direttore, Giacinto Siciliano, e il comandante degli agenti, Manuela Federico. Il panorama è sconfortante: letti e mobili distrutti, vetri sfondati, caloriferi divelti, bagni in macerie. Alla fine saranno risparmiati solo due reparti su sei (due erano chiusi) oltre al centro clinico e alla sezione femminile. Nessun ferito, tranne due detenuti in ospedale per aver assunto un eccesso di metadone preso in un ambulatorio devastato.
Le richieste sottoposte ai magistrati - Nobili mette in chiaro che ascolterà i rappresentanti (una ventina) dei reclusi solo se torna la calma e che l'unica cosa che farà sarà di annotare le loro richieste: più detenzione domiciliare, lavoro esterno e affidamento in prova; riduzione del sovraffollamento; strutture per i tossicodipendenti; ovviamente, amnistia o indulto.
Alle 15, quando sembra tutto finito, una decina di irriducibili torna su un tetto sfidando i due magistrati. Nobili e Ruta montano su una gru con cestello dei vigili del fuoco e, sospesi in aria, li invitano a smetterla assicurando che il giorno dopo torneranno a San Vittore per un nuovo incontro con i detenuti. Torna la calma mentre un'altra protesta viene subito sedata anche nel carcere di Opera.
di Denis Barea
Il Gazzettino, 10 marzo 2020
Atto dimostrativo degli oltre 200 reclusi anche per il timore di contagio, le forze dell'ordine: "Hanno fatto suonare le celle". L'onda delle proteste dei detenuti è arrivata anche a Treviso. Poco dopo le 20 infatti i carcerati hanno iniziato a far suonare le sbarre delle celle. Due le motivazioni principali: il pericolo di contagio da coronavirus e la sospensione delle visite dei familiari proprio per evitare il diffondersi della malattia.
"Una protesta sonora programmata e pacifica" hanno sottolineato fonti di polizia e carabinieri, intervenuti per bloccare la strada di fronte alla casa circondariale di Santa Bona. Nessuno scontro, hanno tenuto a sottolineare le forze dell'ordine, ma il clima di tensione si sta facendo sempre più palpabile. Nella struttura sono accolte oltre 200 persone.
L'allarme coronavirus ha permesso che la popolazione carceraria di cogliere l'occasione per alzare la voce e chiedere benefici: dall'amnistia alla possibilità di scontare i residui di pena agli arresti domiciliari. Situazioni analoghe, ma più violente, hanno interessato le carceri di Padova, dove sono stati dati alle fiamme dei materassi, e di Venezia, dove i carcerati si sono limitati a farsi sentire.
La direzione del carcere di Treviso, proprio per evitare malumori e sommosse, alle disposizioni di sospensione delle visite dei familiari, aveva messo a punto un sistema per rendere meno pesante la detenzione sfruttando la tecnologia. La video-chat tra reclusi e famiglie è stata resa possibile grazie a un'iniziativa autonoma della direzione del carcere trevigiano, che ha deciso di mettere a disposizione una postazione da utilizzare attraverso la piattaforma Skype. Un'ora di tempo a testa, il che considerato il fatto che gli ospiti del Santa Bona sono oltre duecento, farebbe pensare che tanti non riescano in realtà ad avere contatti con i parenti.
Ma tra detenuti è arrivata una prova di maturità: si contingentano i tempi in modo da permettere a tutti quelli che lo desiderano di poter effettuare un collegamento video. Il risultato è che, mentre nelle galere di mezza Italia sono scoppiate le rivolte per la sospensione delle visite, a Treviso ci si è limitati a una dimostrazione. Tanto più che sempre la direzione ha deciso di raddoppiare i tempi della telefonata giornaliera, portandola da dieci a 20 minuti.
Videoconferenza anche per le udienze di convalida per chi è stato arrestato e si trova in custodia cautelare in carcere. L'organizzazione e il coordinamento - tenuto conto che in alcuni casi è anche necessaria la presenza di un interprete linguistico - verrà curato dall'ufficio gip. Nel frattempo i provvedimenti relativi al contingentamento dei servizi in Tribunale, dove sono state sospese tutte le udienze non urgenti, rischia di gettare nel caos gli uffici della Procura.
"In questo momento di emergenza - spiega il procuratore Michele Dalla Costa - il fatto che si stia lavorando sotto organico rende la situazione molto complicata. Da tempo viaggiamo con una pianta organica che funziona al 50% di quelle che sarebbero le necessità di personale.
La riduzione dei servizi di sportello ai cittadini se da un lato riduce la presenza dell'utenza, dall'altro ci impone una riorganizzazione dei servizi che comporta un sovraccarico di attività per il personale". "Dato che il numero di persone che possono accedere agli uffici è stato fortemente contingentato - sottolinea Dalla Costa - bisogna creare delle liste di priorità, basate su scadenze e termini delle varie pratiche.
Questo vuol dire che devono essere presi in mano decine e decine di faldoni, che si deve effettuare una catalogazione e poi creare la lista che servirà per dare i servizi richiesti alla collettività. È un lavoro gigantesco che stiamo iniziando a organizzare e che richiede uno sforzo enorme, rendendo ancora più evidenti le problematicità di un organico che resta sottodimensionato rispetto ai bisogni di questa Procura".
telefriuli.it, 10 marzo 2020
Urla e colpi alle inferriate in via Spalato contro le disposizioni anti-coronavirus. La protesta dei detenuti, che ha già coinvolto 27 istituti penitenziari in Italia, è arrivata anche nella Casa Circondariale di Udine. Al momento la contestazione dei reclusi presenti in via Spalato è calma e pacifica: ad intervalli di tempo si possano udire i reclusi urlare e battere veementemente sulle grate alcuni oggetti metallici. Nulla di più.
Ieri sera, i detenuti, chiusi nelle loro stanze, urlavano diverse frasi di difficile comprensione. Solo una parola era facilmente distinguibile: "amnistia". Presenti dalle 19 alle 20.30 all'esterno del carcere anche alcuni parenti, speranzosi affinché la situazione non degeneri come avvenuto ad esempio a Modena o a Melfi.
La rivolta che si sta estendendo in tutte le 20 regioni, come facilmente intuibile, è legata all'emergenza Coronavirus, alle modifiche previste per i colloqui tra detenuti e familiari a causa del Covid-19 e al noto sovraffollamento presente in tutte le 189 strutture della Penisola e che raggiunge picchi del 120%. Fuori dall'istituto, a pattugliare tutto il perimetro, sono presenti anche gli agenti della Polizia di Stato a bordo di alcune pantere. Nulla, fortunatamente, fa pensare che la situazione possa degenerare come avvenuto ieri a Melfi, con 5 agenti e 5 sanitari sequestrati.
Proprio in serata, durante la conferenza stampa straordinaria in cui Conte ha annunciato la zona rossa estesa per tutta la Penisola, il premier Giuseppe Conte ha annunciato che da domani saranno distribuite 100 mila mascherine negli istituti penitenziari, dove sono state montate 80 tende di pre-triage per lo screening del coronavirus nelle carceri.
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 10 marzo 2020
Tensione a Santa Maria Maggiore per il sovraffollamento e il timore che possa contribuire a diffondere il contagio. Non una vera sommossa come successo in altri penitenziari in Italia. Quindi nessun detenuto sul tetto, nessun assedio agli agenti di custodia, niente colonne di fumo nero a solcare il cielo segnando che lì i carcerati erano in rivolta.
La tensione però - quella sì - si è diffusa domenica anche nel carcere di Santa Maria Maggiore. Per tre ore, dal tardo pomeriggio a sera, mentre da Modena a Napoli, da Milano a Roma e Foggia le carceri ribollivano lasciando in eredità morti ed evasioni, a Venezia i detenuti battevano i cancelli in ferro delle celle. Usavano pentole e arnesi di qualsiasi tipo con l'obiettivo di creare il più alto rumore possibile, facendo sentire la propria voce. Stanchi di una situazione di sovraffollamento già invivibile di per sé ma che al tempo del coronavirus rischia di creare un mix letale. Basta che Covid-19 entri nei bracci e potrebbe essere la miccia di un contagio infinito dove si vive 8 in una cella.
Tutte ragioni messe nero su bianco in un documento con cui chiedere l'introduzione di uno scivolo verso l'indulto o l'amnistia per chi ne avrebbe i requisiti a breve. L'obiettivo? Svuotare - almeno un po' - il carcere che ora ospita 268 detenuti per un massimo di 159 posti. In una casa circondariale dove ieri è stata installata una tenda per il pre-triage in caso di emergenze. Come al carcere femminile della Giudecca.
Il documento - inviato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella; al Guardasigilli Alfonso Bonafede; al presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, Linda Arata e alla direttrice del carcere, Immacolata Mannarella - non tocca il tema della sospensione dei colloqui con familiari e avvocati (al centro delle proteste nel resto d'Italia) ma punta al nucleo dell'emergenza sanitaria.
"Preoccupati per la grave situazione che di conseguenza pregiudica la convivenza negli istituti penitenziari - scrivo i detenuti - chiediamo che al più presto" venga adottata "la concessione dell'amnistia o dell'indulto, unica soluzione per risolvere nell'immediato i problemi di sovraffollamento che in questo momento crea grandissima preoccupazione".
La commissione culturale del carcere, firmataria della lettera, mette sul piatto "la grande difficoltà che l'amministrazione penitenziaria dovrebbe sostenere nella non lontana eventualità del rischio di contagio all'interno di un istituto, in carenza di personale". "Una rivolta civile" l'ha definita il Garante dei detenuti di Venezia, Sergio Steffenoni. "Al momento non ci sono casi, ma se ci fossero sarebbe una situazione complessa da gestire".
"Ho parlato con la direttrice del carcere di Santa Maria Maggiore - spiega il deputato Pd Nicola Pellicani - dove domenica sera i detenuti hanno chiedendo l'indulto. Una misura di cui si parla da tempo, sulla quale dovremo ragionare. Ho offerto a tutti la massima collaborazione per affrontare i problemi delle case circondariali. In queste ore sono in corso incontri informativi tra detenuti e i responsabili della sanità penitenziaria".
- Prato. Nel carcere scoppia la rivolta per i colloqui vietati
- Foggia. Rivolta con evasione di massa, ricercati ancora in 34
- Venezia. A ruba l'amuchina fai da te delle detenute della Giudecca
- Coronavirus. 27 carceri in rivolta: detenuti morti, agenti sequestrati
- Scoppia la rivolta dei detenuti nelle carceri italiane










