di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 marzo 2020
C'è chi parla di "Caporetto dell'amministrazione penitenziaria", ma resta il dato oggettivo che rivolte del genere - alcune violentissime - che stanno attraversando gli istituti penitenziari, non si vedevano fin dagli anni 70 - 80. Sezioni devastate dagli incendi, evasioni di massa, decessi di alcuni detenuti, familiari e solidali fuori dalle mura delle carceri che bloccavano il traffico. Tutto è partito dalla notizia ufficiale dello stop dei colloqui con i familiari per far fronte all'emergenza coronavirus, ma anche dalla paura di un contagio di massa tra detenuti visto la fragilità del sistema sanitario dei penitenziari e del grave sovraffollamento.
Qualcosa non ha funzionato nella comunicazione per la gestione dell'epidemia in carcere. Prima il temporeggiare, poi la poca comunicazione e infine la contraddizione dei decreti dove prima si intravvedeva una apertura per le misure alternative come la detenzione domiciliare e poi la sua chiusura. Se la psicosi attraversa la società libera, all'interno delle carceri tutto si amplifica a dismisura. Non mancano voci di corridoio all'interno delle carceri in merito a detenuti che sarebbero affetti da coronavirus. Ma sono voci, per ora prive di fondamento, che si riversa nell'animo inquieto dei ristretti.
C'è voluto il virus per mettere a nudo la fragilità della società e dell'amministrazione dello Stato. Soprattutto, appunto, quello del nostro sistema penitenziario.
Nella giornata di sabato, alla notizia della sospensione dei colloqui, è scoppiata la protesta al carcere Fuorni di Salerno. I detenuti si erano armati di spranghe di ferro, ricavate dalle brande, con le quali hanno distrutto tutto quello che c'era da distruggere. Dopo avere divelto le inferriate dei finestroni sono riusciti a salire sui tetti.
La rivolta è durata circa due ore dopo che sono saliti sul tetto. Per placare gli animi era giunto anche il garante regionale Samuele Ciambriello, esprimendo in primis solidarietà alla direttrice del carcere Rita Romano, contusa in una fase convulsa della trattativa. Sempre nello stesso giorno, ci sono state timide proteste a Poggioreale, ma subito rientrare. Ma è stata la quiete prima della tempesta.
Come una epidemia, i focolai sono scoppiati nuovamente domenica contagiando diversi istituti penitenziari. La protesta si è accesa nel carcere di Frosinone. Inizialmente ci sono stati incendi all'interno delle celle e pare che ci sia stato un tentativo di evasione. La direzione del carcere ha richiamato il personale a riposo o in ferie per far fronte alle proteste. Sul luogo è accorso il garante regionale dei detenuti Stefano Anastasìa che è riuscito, dopo momenti concitati, a placare gli animi.
Poi è stata la volta del carcere di Modena. I detenuti hanno appiccato il fuoco tentando la fuga e dalla prigione si è sprigionato infatti un denso fumo nero. Sono accorse sul posto numerose forze dell'ordine. Per sedare la rivolta sono stati chiamati anche agenti liberi dal servizio. Tanti danni, ma soprattutto ci sono scappati i morti. Sono sei i reclusi deceduti. Non per contrasti fisici con gli agenti, ma per cause naturali - così almeno risulta dalle informazioni trapelate - dovuto da una intossicazione di farmaci e overdose di metadone rubati in infermeria.
Nel pomeriggio di domenica è invece riscoppiata la protesta a Poggioreale. Decine di detenuti salgono sui muri e bruciano materassi chiedendo provvedimenti contro il rischio dei contagi dal coronavirus all'interno della struttura. Sono giunte ambulanze e camionette della polizia per far fronte alla rivolta e alle possibili conseguenze. I parenti hanno assediato l'esterno, con blocchi stradali all'ingresso e cori in sostegno ai detenuti lato piazzale Cenni.
Ma man mano la protesta ha coinvolto altre carceri della penisola. Dal carcere siciliano del Pagliarelli, a Vercelli, Alessandria, Bari. Al carcere lombardo di Pavia i detenuti sono riusciti a prendere in ostaggio due agenti della polizia penitenziaria, poi finalmente liberati. Solo a tarda notte i detenuti sono rientrati nelle celle, dopo essere scesi dai tetti e dai camminamenti dove si erano asserragliati, dopo una trattativa con il procuratore aggiunto pavese Mario Venditti.
Ieri però il virus delle proteste si è diffuso ulteriormente fino a mutare con più aggressività. È stata la volta del carcere della Dozza, dove 900 detenuti della sezione giudiziaria hanno sfondato i cancelli per giungere fino all'ingresso della struttura. La direzione ha richiamato tutti gli agenti dal servizio perché le forze di polizia era troppo esigue per contenere la dura rivolta. Poi è stata la volta del carcere milanese di San Vittore. I detenuti hanno incendiato una sezione e salito sui tetti. Nel contempo si sono assembrati i parenti dei reclusi e i centri sociali, tutti caricati dai reparti antisommossa. Le detenute del femminile sono state trasferite a Bollate.
Ma eclatante è stata l'evasione di massa dal carcere di Foggia. Un consigliere comunale della città, il quale ha preferito l'anonimato, ha raccontato di detenuti che hanno rubato le vetture per fuggire ed allontanarsi dalla città. Ci sono state sparatorie e inseguimenti per riprendere gli evasi. All'interno del penitenziario c'è stata anche la presa in ostaggio degli psicologi, poi finalmente liberati e tratti in salvo. Tentativo di evasione anche al carcere palermitano dell'Ucciardone.
Alcuni detenuti anno tentato di scavalcare la recinzione dell'istituto di pena per cercare di fuggire. Il tentativo è stato bloccato dalla polizia penitenziaria. Prato, Anche nel carcere le Vallette di Torino è stata inscenata una protesta così come alle carceri romane di Rebibbia e Regina Coeli con i parenti dei detenuti che hanno bloccato il traffico.
di Gennaro Migliore*
Il Riformista, 10 marzo 2020
Le colonne di fumo che si alzano in contemporanea da San Vittore, Regina Coeli, Rebibbia, Poggioreale e altre decine di carceri, non si vedevano dagli anni 70. Quelli furono gli anni in cui alle rivolte dei detenuti, che soggiacevano a un sistema penitenziario del 1891, si rispose dando vita a un'epocale riforma dell'ordinamento penitenziario nel 1975.
A distanza di un decennio con la legge Gozzini si diede seguito a una serie di ulteriori interventi che ponessero il nostro paese in linea con i dettami delle carte internazionali a salvaguardia dei diritti dell'uomo e soprattutto conformi all'articolo 27 della Costituzione, che parla del principio di rieducazione delle pene (al plurale, si badi, non solo la pena della reclusione ma tutte quelle previste dalla legge, dall'esecuzione penale esterna alla detenzione domiciliare).
Oggi siamo di fronte alla più clamorosa regressione nell'applicazione della legge e, soprattutto, rimaniamo attoniti davanti alle violenze e ai rischi per la sicurezza pubblica che si stanno generando in queste ore. Sembra di assistere a un bollettino di guerra: a Foggia interviene l'esercito con i cani armati per far fronte all'evasione di massa di centinaia di detenuti; a Roma gli elicotteri e le forze della Polizia di Stato e i Carabinieri circondano l'istituto simbolo posto al centro della Capitale; a Pavia il carcere è distrutto, i detenuti, dopo aver anche minacciato l'incolumità degli agenti, sono stati trasferiti; a Modena la tragedia, tre detenuti morti in carcere e altri tre deceduti successivamente al loro trasferimento.
L'opinione pubblica è rimasta disorientata. Come è possibile che si sia verificata questa ondata di violenza incontrollata senza che nessuno la prevedesse e poi, ancora peggio, senza che vi fosse una catena di comando che ne contenesse gli effetti? E possibile che una circolare, per quanto improvvisa, abbia potuto scatenare questa reazione?
Purtroppo sì. Soprattutto se quella circolare, che blocca i colloqui per un periodo superiore a quello previsto per le stesse zone rosse, non è stata né spiegata né intrapresa in un contesto che prevedesse delle alternative, dai colloqui via Skype al potenziamento dei filtri sanitari. Sì, perché era da settimane che c'erano le avvisaglie di quanto poi sarebbe accaduto: bastava leggere i comunicati delle organizzazioni sindacali della PolPen o parlare con gli operatori penitenziari per sapere che in quegli ambienti non si stava procedendo a una adeguata profilassi, che non venivano garantite aree di sicurezza sanitaria. Si è "tirato a campare" fino a che la bomba è esplosa, con i soli operatori di polizia penitenziaria lasciati soli ad affrontare l'emergenza.
Soli: poiché il capo Dap, il dottor Basentini, si è ben guardato di stare al loro fianco fin dalla prima rivolta, quella di tre giorni fa, totalmente occultata, del carcere di Fuorni a Salerno e neppure si è visto in nessuna delle situazioni critiche. A parlare con i detenuti ci sono andati i direttori, i poliziotti penitenziari e il garante nazionale Mauro Palma.
Intanto il mutismo dei responsabili, dal ministro Bonafede al capo Dap, ci ha privato persino di uno di quei comunicati ufficiali che servono per far intendere che almeno si sia consapevoli della situazione. Oggi è assolutamente indispensabile prendere iniziative che servano ad alleggerire la situazione, rifuggendo il populismo becero e pericoloso di chi soffia ancora sul fuoco e invoca ancora un pugno più duro.
L'ordine e la sicurezza vanno certamente riportati negli istituti, ma a farne le spese non possono essere i lavoratori e, certo, non si può derogare al rigoroso rispetto dei diritti fondamentali dei ristretti. Solo che per far fronte al disastro creato, anche figlio di una dissennata politica carceraria che ha fatto lievitare il numero dei detenuti a oltre 60mila, non ci può più essere l'attuale capo del Dipartimento, che per senso di responsabilità dovrebbe rassegnare le dimissioni immediate, ma una nuova e più efficace gestione che sappia come si affronta il delicatissimo tema del carcere. Perché "il grado di civiltà di un Paese si misura osservando le condizioni delle sue carceri" come diceva già Voltaire, ma ciò vale ancora, anche ai tempi del Coronavirus.
*Deputato di Italia Viva
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 10 marzo 2020
Li chiamano istituti di pena. La burocrazia usa parole lievi. Sono prigioni. Sono il luogo peggiore che esiste nella società moderna. Dentro la prigione non sei più nessuno. Perdi la libertà, la dignità, i diritti, gli affetti, i rapporti sociali. Le prigioni sono un inferno, una prova di sadismo di massa. Forse andrebbero abolite, sicuramente riformate radicalmente.
Nelle prigioni italiane giacciono più di 60 mila persone. Stipate strette strette, perché non ci sono posti sufficienti. Le ultime leggi, volute principalmente dalla pattuglia combattiva e reazionaria dei 5 stelle, hanno aumentato il numero dei detenuti. Hanno reso più facile l'ingresso in carcere, più lunghe le condanne, più difficili le uscite.
Le previsioni dicono che l'ampiezza delle carceri non aumenterà nei prossimi due o tre anni, ma il numero dei prigionieri, se non interviene qualche riforma di tipo garantista, potrebbe arrivare a 70 mila e magari di più. Sarà l'iradiddio, se nessuno interviene. È in questo clima che la situazione è precipitata. La frustrazione dei detenuti è aumentata con il dilagare del coronavirus e con le nuove misure di sicurezza, imposte dall'autorità carceraria, che riducono i contatti con l'esterno, proibiscono la visita dei familiari, limitano l'apertura delle celle.
Sabato sera è iniziata la rivolta. Prima Modena e Frosinone, poi tutte le altre prigioni. Ventisette, tra domenica e lunedì. L'ultima ad esplodere è stata Regina Coeli, la prigione più famosa e una delle più antiche. Un edificio del Seicento, sotto al Gianicolo. Centinaia di detenuti, quasi tutti in attesa di giudizio o di appello, per metà stranieri. Anche loro si sono ribellati, son saliti sui tetti, è iniziato un pandemonio. Regina Coeli è proprio nel centro di Roma, poche centinaia di metri da San Pietro e nel pieno del rione Trastevere, uno dei più romaneschi e vecchi quartieri della capitale. Fino a ieri sera è stato uno sfrecciare di macchine della polizia, urla, botti, esplosioni.
È quasi impossibile ancora fare un bilancio di queste due giornate. Almeno sette morti. Tutti al carcere di Modena. Alcuni detenuti sono morti dentro il carcere, altri mentre venivano trasferiti. I responsabili del carcere dicono che sono morti per overdose, dopo aver assaltato l'infermeria. La Procura però ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo contro ignoti. La situazione è ancora molto molto confusa, è difficile capire cosa sia successo, ma sette morti non possono passare sotto silenzio. È un prezzo altissimo, davvero altissimo a una politica carceraria dissennata.
A Foggia c'è stata addirittura una evasione di massa. 50 prigionieri sono fuggiti dal carcere, poi 37 sono stati catturati di nuovo dalla polizia, gli altri 13 sono alla macchia. Anche all'Ucciardone di Palermo c'è stato un tentativo di evasione, ma sembra che sia fallito. Tra le prigioni in rivolta c'è San Vittore, a Milano, cioè nella città più colpita dal virus.
Naturalmente la rivolta è confusa, spontanea, non ha un disegno. Sono apparsi degli striscioni che inneggiano all'indulto, ma quello dei detenuti non è un movimento politico compatto, non ha struttura, non ha strategia, non ha direzione. E tuttavia non si può non prendere atto del fatto che dopo tanti e tanti anni di calma nelle prigioni è tornato a divampare l'incendio. Che ci riporta indietro. Ai tempi degli anni di piombo, delle carceri speciali, delle sommosse. Poi intervenne la politica e riuscì, in quel periodo di ferro e fuoco, a varare leggi liberali. Ci fu la riforma del 1975, approvata mentre la lotta armata iniziava a insanguinare l'Italia e l'indice della criminalità era cinque o dieci volte più alto di oggi, e poi la riforma Gozzini, quella che liberalizza il carcere, aumenta i permessi, i premi, le semilibertà, che è del 1986, quando il terrorismo mieteva ancora decine di vittime ogni mese, e la mafia era scatenata in Sicilia.
Mario Gozzini, un intellettuale cattolico molto prestigioso, era un parlamentare dell'opposizione. Il governo era un governo di centrosinistra guidato da Bettino Craxi ma la legge che riduce la barbarie carceraria la firmò un parlamentare dell'opposizione. Mario Gozzini era stato eletto dal Pci. Ed era passato appena un anno dal referendum sulla scala mobile che aveva portato a livelli altissimi la tensione politica tra maggioranza e opposizione. Soprattutto tra Psi e Pci. Eppure allora la politica era un'altra cosa. Su alcuni temi si poteva collaborare. E non c'era il terrore di indispettire i populisti, i giustizialisti. Se non ricordo male solo il Msi si oppose alle leggi libertarie di Gozzini.
Oggi? L'indice della delinquenza è crollato, la lotta armata non esiste più, la mafia, in gran parte, è piegata, o comunque ha abbassato moltissimo il livello della sua violenza. E invece il numero dei detenuti è quasi raddoppiato da allora, e ogni legge, o decreto, o regolamento, o ordinanza che viene varato è per rendere più duro il carcere, più rigorosa la certezza della pena. Nonostante i coraggiosi interventi della Presidente della Corte Costituzionale che ci ha spiegato, recentemente, che la pena deve essere flessibile, perché così dice la Costituzione.
Ieri anche le Camere penali hanno chiesto l'amnistia e l'indulto. E contemporaneamente hanno chiesto misure che consentano la scarcerazione dei detenuti con modesti residui di pena e i domiciliari per gran parte dei detenuti in carcerazione preventiva. E il ministro? Ha pronunciato qualche mozzicone di frase fatta, tipo che con la violenza non si ottiene niente. Già, verissimo. Come è vero che con una folle politica giustizialista l'unica cosa che si ottiene è lo scatenarsi della violenza.
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 10 marzo 2020
Se il virus non si ferma le carceri vanno svuotate. Amnistia e indulto sono la via maestra. Se la politica non ha questo coraggio si può pensare alla liberazione anticipata e a incentivare la detenzione domiciliare: in tantissimi hanno da scontare pochi mesi.
Sette detenuti morti, interi istituti e molte sezioni inagibili: è questo il primo bilancio dell'ondata di proteste che sta attraversando le carceri italiane, dal Nord al Sud. Il detonatore della protesta è stata la prima bozza del decreto-legge che minacciava di sospendere i colloqui con i familiari, in tutta Italia, fino al 31 di maggio.
Poi il decreto effettivamente approvato si è limitato al 22 marzo, ma ormai la frittata era fatta: detenuti sui tetti, materassi bruciati, vetri rotti, qualche ostaggio e l'infermeria di Modena, dove - secondo le ricostruzioni del Dap - da due a sei detenuti si sarebbero approvvigionati di sostanze che gli sarebbero state letali. Naturalmente forme e modalità della protesta possono essere legittimamente condannate, soprattutto quando mettano a rischio l'incolumità fisica delle persone, degli agenti, del personale sanitario e degli stessi detenuti coinvolti nella protesta.
Ma di fronte a quello che sta accadendo non ci si può fermare alla superficie delle cose o farne una questione - appunto - di forme. Al di sotto delle forme ci sono enormi problemi, su cui i detenuti hanno le loro buone ragioni. A partire dalla gestione della emergenza coronavirus in carcere. Da tre settimane è un susseguirsi di provvedimenti più o meno restrittivi dei diritti dei detenuti e di accesso dei familiari e del volontariato in carcere, fino alla chiusura dei colloqui su tutto il territorio nazionale per due settimane.
Intanto, nessuna vera informazione è stata fatta in carcere, né su questi provvedimenti, né sui rischi reali e sulla prevenzione necessaria alla diffusione del virus. E nessuna misura di prevenzione è stata presa nei confronti degli operatori penitenziari e sanitari che accedono a decine, tutti i giorni, in ogni carcere. Sembra quasi che il virus in carcere lo possano portare solo i parenti dei detenuti, i detenuti in permesso e i volontari, secondo uno stereotipo stigmatizzante del mondo carcerario che in questo caso non ha proprio alcuna fondatezza scientifica.
Di fronte a questa approssimazione, è comprensibile che i detenuti al primo stormir di foglie (qualche isolamento molto precauzionale, la minaccia di perdere i colloqui) abbiano temuto di restare ingabbiati in carcere a combattere con il virus nelle loro sezioni sovraffollate. Poi ci sarà anche qualcuno che ci marcia, ma la paura è reale.
Che succederà quando i primi casi di positività in carcere dovessero costringere alla quarantena tutte le persone che fossero venute in contatto con loro? Immaginate una sezione con cinquanta o cento detenuti: se un detenuto, o un agente di sezione, dovessero risultare positivi, dove vanno a finire tutti gli altri? Il Dap ha chiesto a tutti gli istituti di individuare spazi destinati all'isolamento sanitario di coloro che devono andare in quarantena.
E gli istituti hanno individuato le solite sezioni per i nuovi giunti: cinque, dieci stanze per ciascuno. E che si farà quando bisognerà mettere in isolamento i quarantanove compagni di sezione dell'unico positivo? Dove li si metterà. No, non c'è nessuna strumentalità nella richiesta di provvedimenti deflattivi della popolazione detenuta. Se il virus non si ferma, le carceri vanno svuotate. La via maestra è quella di un provvedimento di amnistia-indulto, anche solo di uno o due anni, sufficiente a far uscire dal carcere dalle dieci alle ventimila persone.
Se le forze politiche non dovessero avere questo coraggio, si potranno studiare applicazioni straordinarie di misure già esistenti, come fu per la liberazione anticipata speciale dopo la condanna del sovraffollamento a opera della Corte europea per i diritti umani. O ancora incentivi alla detenzione domiciliare.
Le carceri italiane sono piene di detenuti che scontano o che sono a pochi mesi dal fine pena: perché non consentire loro di scontare la pena fuori dal carcere, in modo da garantire le minime condizioni di salute e di prevenzione a chi dovesse rimanere dentro? Queste sono le domande che le proteste di questi giorni ci pongono, a queste domande bisogna dare risposta. Subito.
*Portavoce dei Garanti territoriali dei detenuti
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 10 marzo 2020
A ogni detenuto va assicurata una telefonata al giorno. Non vi sono ostacoli tecnici alla realizzazione di tale proposta. Basta passare dai reparti con un telefono e consentire le chiamate ai numeri già autorizzati. Meglio ancora se si usi whatsapp in modo che i detenuti possano vedere in faccia i loro cari. Le morti assurde nel carcere di Modena, le evasioni, le devastazioni in giro per gli istituti lasceranno un segno tragico nella storia penitenziaria italiana e comunque determineranno un ulteriore peggioramento della vita dentro le prigioni.
Molte sezioni carcerarie messe a ferro e fuoco dalle proteste sono da ieri inutilizzabili e i detenuti saranno trasferiti in luoghi lontani ed evidentemente più affollati rispetto a prima. Forte è il rischio che si torni indietro a un passato di ozio forzato in celle strapiene. Questa è dunque la premessa: stop alla violenza sulle cose e sulle persone.
Ci rivolgiamo, però, anche a tutta la comunità penitenziaria perché non lasci soli chi è già solo e disperato. In un frangente storico nel quale tutta l'Italia è nel panico a causa di un virus infingardo, l'imposizione di restrizioni ai rapporti tra i detenuti con il mondo esterno (volontari, familiari, associazioni) decisa dall'amministrazione penitenziaria per motivi di salute pubblica ha determinato quanto abbiamo sentito e visto in giro nell'Italia delle galere.
Va immediatamente fermato il circolo vizioso della violenza che ha colpito le carceri italiane. Ci appelliamo a tutta la popolazione detenuta perché non partecipi ad alcuna forma di protesta violenta. La violenza non è mai giustificabile.
Avevamo pochi giorni addietro indirizzato una richiesta alle autorità governative italiane affinché compensassero i colloqui visivi negati ai detenuti con i loro cari assicurando loro una telefonata al giorno. L'ansia che sta colpendo gli italiani liberi, inevitabilmente avrebbe colpito, nelle forme più esasperate, anche i detenuti, una parte dei quali, va ricordato per chi non lo sapesse o fingesse di non saperlo, non è costituito da persone in doppio petto o capi mafia, bensì da giovani o meno giovani con problemi di dipendenza determinata dall'uso di sostanze psicotrope oppure in stato di grave sofferenza psichica.
Il virus non deve entrare nelle galere. Ogni misura sanitaria a tutela dei detenuti deve essere spiegata. I direttori, gli agenti, gli educatori, i cappellani, i medici devono andare nelle sezioni e con pazienza dialogare con i detenuti illustrando le misure che si stanno prendendo eccezionalmente in tutto il Paese e non solo negli istituti penitenziari. Va recuperato un rapporto di fiducia senza il quale nessuna comunità, di persone libere o prigioniere, funziona.
A ogni detenuto va assicurata una telefonata al giorno per poter dire ai propri cari "sto bene" e per poter sentire dalla loro voce che anch'essi stanno bene. Non vi sono ostacoli tecnici alla realizzazione di tale proposta.
Basta passare dai reparti con un telefono e consentire le chiamate ai numeri già in passato autorizzati. Meglio ancora se si usi WhatsApp in modo che i detenuti possano vedere in faccia i loro cari. Il decreto legge dell'8 marzo in tema di coronavirus consente questa modalità di comunicazione, nonché deroghe al regime oggi vigente in materia di telefonate che prevede un massimo di dieci minuti a settimana.
Inoltre, sempre a legislazione vigente, vanno protette tutte le persone detenute vulnerabili. Gli ultrasettantenni, i malati cardiopatici, coloro che sono affetti da diabete, gli immunodepressi devono poter continuare a scontare la pena in detenzione domiciliare. Bisogna evitare che restino in un luogo potenzialmente patogeno. Tutto ciò può essere deciso dalla magistratura di sorveglianza a legislazione vigente.
Inoltre, dal direttore del carcere e dai suoi collaboratori, possono arrivare proposte per la concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale in forma straordinaria a tutti coloro che sono nelle condizioni normative per accedervi. Ci appelliamo alla magistratura di sorveglianza perché non si tiri indietro. Non è il momento.
Ovviamente, decisivo è il ruolo dello staff penitenziario. Vanno assunti educatori, mediatori, medici, infermieri per affrontare questa fase drammatica. Dalle ceneri di queste giornate tragiche di morte e violenza ci opporremo a ogni ipotesi di ritorno a un passato fatto di sole sbarre, ozio e chiusura. Sarebbe l'esito ingiusto di giornate tragiche.
di David Allegranti
Il Foglio, 10 marzo 2020
Rivolte ovunque fra ieri e domenica dopo l'annuncio del decreto. "Il carcere già di suo è un lazzaretto, quindi i detenuti sono oggi terrorizzati perché sanno di poter essere condannati a morte. E noi, come al solito, ci siamo scordati di loro. Perché sono cittadini di serie C", dice il filosofo del diritto Emilio Santoro.
Il sovrannumero dei detenuti e i rischi in aumento. Nel 1777 John Howard, primo riformatore del sistema penitenziario in Europa, pubblicò un accurato rapporto dal titolo "The State of the Prisons" nel quale sottolineava la necessità di sostanziali miglioramenti su igiene e pulizia, la mancanza delle quali stava provocando molte morti nelle prigioni europee.
"Le rivolte nelle carceri non sono difficili da comprendere", dice al Foglio il filosofo del diritto Emilio Santoro, ordinario all'Università di Firenze: "Se c'è un posto sovraffollato con alta concentrazione di persone con problemi di deficit immunitari, malattie infettive e respiratorie quello è il carcere.
Tutti sappiamo che un terzo dei detenuti è tossicodipendente, è malato di Aids, di tubercolosi o ha comunque problemi infettivi. Se il virus entra lì, fa una strage. Il carcere già di suo è un lazzaretto, quindi i detenuti sono oggi terrorizzati perché sanno di poter essere condannati a morte. E noi, come al solito, ci siamo scordati di loro. Perché sono cittadini di serie C".
Al 30 aprile 2019, riferisce una relazione di Antigone, i detenuti presenti sono 60.439, quasi diecimila in più dei 50.511 posti letto ufficialmente disponibili, per un tasso di sovraffollamento ufficiale che sfiora il 120 per cento. Insomma, si vive male già in condizioni ordinarie. Negli ultimi due giorni il panico ha già raggiunto vari istituti penitenziari, dopo la pubblicazione del decreto che sospende i colloqui fino al 31 maggio e introduce la possibilità di fare telefonate aggiuntive e utilizzare la piattaforma Skype, nonché dà la possibilità ai magistrati di sorveglianza di sospendere i permessi premio e la semilibertà.
A Modena si contano sei morti dopo le rivolte di domenica, a Foggia sono evasi a decine, a San Vittore i detenuti sono saliti sul tetto. Rivolte anche a Prato e Palermo, insomma ovunque. Il 2020 assomiglia al millesettecento dunque?
Non c'era bisogno del coronavirus per scoprirlo, purtroppo. Sono anni che meritorie associazioni che si occupano di diritti dei detenuti e dello stato delle prigioni italiane (L'Altro diritto, Antigone, per non parlare naturalmente dei Radicali) denunciano le condizioni di vita di chi sta in prigione. Il carcere ha naturalmente un effetto patogeno ed è, per citare un libro del 1989, "Il carcere immateriale", di Ermanna Gallo e Vincenzo Ruggiero, una "fabbrica di handicap".
Figurarsi oggi con l'epidemia di coronavirus. A Rebibbia, ha spiegato l'assessorato alla Salute della Regione Lazio citando fonti del sindacato di polizia penitenziaria, si sono registrati gravi disordini e "alcuni reclusi avrebbero assaltato le infermerie". Forse in cerca di sostanze. In carcere, dove anzitutto manca la libertà, tutto è importante, a partire dagli psicofarmaci con cui avviare floridi commerci.
"L'emergenza sanitaria va gestita non solo con le misure indicate nel decreto ma anche con considerazioni speciali per un'area a rischio sanitario più elevato", dice al Foglio Sofia Ciuffoletti, garante dei Detenuti di San Gimignano e direttrice de L'altro diritto. "Per garantire il principio di equivalenza delle cure, non puoi differenziare la tutela sanitaria della popolazione tra chi sta in carcere e chi sta fuori", dice ancora Ciuffoletti.
"Il carcere è un luogo chiuso che deve prevedere un approntamento sanitario diverso, che passa non solo dalle forniture di presidi igienici e sanitari di base, ma anche dalla spiegazione ai detenuti di quello che sta succedendo e di quali sono i rischi. Alcune carceri lo stanno facendo, altre no. Ma fare assembramenti nei teatri delle carceri senza rendersi conto del rischio che si incorre raccogliendo 300 persone tutte insieme è pericoloso.
Il rischio sanitario è altissimo e non si è pensato ad approntare misure preventive nelle settimane scorse, organizzando un triage all'interno del carcere. In più il messaggio contenuto dal decreto è contraddittorio: da un lato si sollecita il magistrato di sorveglianza, in maniera non automatica, a fare ricorso alla detenzione domiciliare, dall'altra si vietano i permessi premio e la semilibertà per consentire il lavoro esterno".
Per i colloqui ora c'è Skype, osserva Ciuffoletti, ma "servirebbe una rete Internet fortissima. Pensiamo a Sollicciano, dove ci sono 800 detenuti". Insomma, servirebbe una forte riorganizzazione. Come spiegano al Foglio alcune fonti mediche che lavorano in carcere, è importante che il detenuto possa fare terapia occupazionale. Ma se gli agenti sono costretti a fronteggiare le rivolte, non possono sorvegliare i laboratori interni, che con meno detenuti alla volta potrebbero lavorare di più, così la palestra e le altre attività.
Il sovraffollamento delle carceri, che per le sue conseguenze rappresenta una pena aggiuntiva, ha costretto l'amministrazione penitenziaria, osservano la Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane e l'Osservatorio Carcere UCPI, "ad emanare provvedimenti che, di fatto, abbandonano i detenuti nelle loro celle in totale solitudine. Sospesi i colloqui visivi con i familiari e i volontari, bloccati i permessi premio ed i lavori all'esterno, le già ridotte attività come il lavoro e la scuola sono chiuse. Non vi sono più rapporti con l'esterno e si resta soli dinanzi ad un televisore che di minuto in minuto comunica notizie sempre più allarmanti".
Certo non è facile gestire un'intera popolazione ristretta, "nel tentativo di tutelarla dal contagio e, allo stesso tempo, garantire la sicurezza all'interno degli istituti. Ma lo Stato deve assumersi le sue responsabilità anche verso i cittadini reclusi che non possono essere privati dei loro diritti, a causa dell'inefficienza di un sistema che pur ammettendo le sue colpe, non ha mai trovato rimedi per uscire da una storica urgenza, quella di rendere le carceri luoghi vivibili e in linea con i principi costituzionali e le norme vigenti.
Un diritto dimenticato a cui i media dedicano pochissimo spazio. Solo ora che le carceri esplodono, sembrano rendersi conto della esistenza del problema". Non è un caso, dicono ancora le Camere Penali, "che da giorni vengono diffusi servizi su ospedali e scuole e non anche per il destino di oltre 60.000 persone, che già prima dell'arrivo del Coronavirus vivevano una precaria situazione igienico-sanitaria e che, pertanto, sono maggiormente esposti al contagio".
In questo contesto, osserva Gennaro Migliore, ex sottosegretario alla Giustizia, "è completamente mancata l'azione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, protagonista solo delle circolari che hanno costituito la miccia che ha incendiato decine di istituti. Era da quarant'anni che non si vedeva uno scempio simile e il silenzio dell'autorità ministeriale è increscioso. Italia viva chiede una informativa immediata al ministro della Giustizia in parlamento e l'immediata rimozione del capo Dap, il dottor Francesco Basentini".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 marzo 2020
Secondo l'ex presidente del Dap l'allarme era stato dato da tempo ma ci ha trovati impreparati anche negli istituti di pena. Nell'agosto 2017 nel carcere di Pisa vi fu una rivolta dei detenuti dopo la notizia del suicidio di un recluso tunisino di 28 anni, che era in attesa di primo giudizio. Tre anni fa a presiedere il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria c'era il magistrato Santi Consolo. L'uomo, informato nella notte dei fatti, rientrò dalle ferie e si recò immediatamente a Pisa. Parlò con i detenuti, e poi diede direttive per diminuire la presenza dei reclusi stranieri e aumentare gli agenti. Dopo poco la rivolta terminò e i detenuti rientrarono nelle loro sezioni.
Oggi vi raccontiamo invece una storia diversa, dove lo Stato forse ha fallito: non ha protetto né i detenuti né i detenenti. Per commentare quanto successo, abbiamo raggiunto proprio Santi Consolo. Mentre scriviamo sono in corso numerose rivolte nelle carceri italiane. Addirittura sei detenuti del carcere di Modena sono morti. Non si conoscono ancora bene le cause. Inoltre alcuni agenti della penitenziaria sono stati presi in ostaggio e poi liberati.
Come giudica questa situazione e secondo Lei qual è la causa di tutto questo?
Le notizie delle agenzie di guerriglie negli istituti penitenziari con detenuti sui tetti, incendi, sequestri, evasioni di massa ed alcuni epiloghi letali fanno riaffiorare in modo forse più drammatico tristi ricordi risalenti agli anni settanta. Forse il governo a guida Pd era nel giusto quando avviò la riforma dell'ordinamento penitenziario, svuotata nei suoi contenuti più significativi dall'attuale ministro. Il disagio e i pericoli, ripetutamente denunciati anche dai sindacati della PolPen erano evidenti; deflagrante una misura sanitaria (divieto di colloqui diretti dei detenuti con i familiari), giusta nei contenuti, ma non nei modi attuativi.
Come si poteva evitare tutto questo?
L'Oms il 30 gennaio aveva dichiarato l'epidemia da Covid-19 un'emergenza di rilevanza internazionale. Era quindi da tempo altamente probabile che agenti virali diffusivi potessero mettere in gravissimo pericolo sanitario i 193 istituti penitenziari caratterizzati da sovraffollamento e coabitazioni coatte. Quelli che ci lavorano sono inevitabili veicoli di contagio con l'ambiente esterno, soprattutto i penitenziari più grandi contigui ai centri metropolitani. Si necessitano misure deflattive, anche normative, immediate da assumere garantendo la sicurezza. Auspico, quindi, una rapida disponibilità di quantitativi adeguati di braccialetti elettronici (competenza del ministero degli Interni) per consentire esecuzioni penali domiciliari alternativi al carcere per coloro che hanno pene residue brevi e per reati non particolarmente allarmanti. L'applicativo spazi detentivi, che era efficiente e quotidianamente aggiornato due anni fa, dovrebbe essere utilizzato per individuare all'interno di ciascun istituto le disponibilità di stanze singole di quanti, per ragioni sanitarie, potrebbero necessitare di tali stanze e non potranno fruire di benefici.
Che giudizio dà del decreto che sospende i colloqui con familiari e li sostituisce con le telefonate, a causa dell'emergenza coronavirus?
La cautela, come detto prima, sotto il profilo sanitario è corretta, ma attuata in modo sbagliato. Ministro e Capo del Dap, di concerto dovrebbero, a mio modesto avviso, dare immediatamente le opportune rassicurazioni ai beneficiari circa i provvedimenti previsti dal decreto così implementando da subito sia la frequenza che la durata dei colloqui telefonici, nonché la possibilità di utilizzo della scheda telefonica e dei collegamenti audiovisivi, via Skype o mediante "la piattaforma Microsoft Lync" (lettere circolari Dap del 2015); ciò per compensare i pesanti limiti posti con i divieti di colloqui..
Inoltre, il decreto prevede che la magistratura di sorveglianza può sospendere la concessione dei permessi premio e del regime di semilibertà. Cosa ne pensa?
Molti di quelli che sono meritevoli di permessi, in un'ottica di necessità deflattiva per ragioni sanitarie, potrebbero essere ammessi a misure alternative. Per i semiliberi da tempo, nelle rubriche di Radio Radicale che curavo, suggerivo l'utilizzo di caserme dismesse o altre strutture, diverse dagli istituti penitenziari, opportunamente modificate, per il pernottamento dei semiliberi. Il rischio di contagio maggiore è proprio dentro il carcere e non è opportuno sovraffollare la struttura.
Che giudizio dà complessivamente sull'operato del ministero e del Dap?
I sindacati si sono espressi; io mi esimo dal rispondere. Oggi è bene che tutti siano collaborativi per risolvere la grave crisi, soprattutto ritrovando la capacità di dialogo e confronto, ma anche dando risposte efficaci pertinenti e immediate, scevre da valutazioni di convenienza politica.
Se fosse stato ancora ai vertici del Dap cosa avrebbe fatto in questo momento?
La risposta sarebbe lunga e articolata. Del senno di poi son piene le fosse, ma io avevo preannunciato i correttivi nelle rubriche di Radio Radicale del 2018-2019 intitolate "il punto di vista di Santi Consolo" basta andarle a riascoltare.
Vuole aggiungere altro?
Vorrei invitare detenuti e familiari a desistere da assembramenti e manifestazioni violente che oltre ad accentuare i pericoli di contagio non aiutano a migliorare la loro condizione. Proprio nell'attuale grave contingenza bisogna dimostrare di essere meritevoli di fiducia comportandosi con estremo buon senso. Apprezzo molto i Provveditori, i direttori, i comandanti e gli appartenenti all'amministrazione penitenziaria che in questi difficili momenti, con la doverosa prudenza, si assumono, in prima persona, rischiose responsabilità.
cittadellaspezia.com, 10 marzo 2020
Così Andrea Orlando, vice-segretario nazionale del Pd ma anche ex ministro di Giustizia. "Leggo dichiarazioni a ruota libera sulle carceri e sui tragici eventi di queste ore rilasciate da persone che non sanno nemmeno di cosa stanno parlando e invocano "pugno di ferro" e azioni militari.
Se avessero davvero parlato con le donne e gli uomini della polizia penitenziaria, con i dirigenti degli istituti, gli educatori, il personale sanitario che opera nelle carceri, saprebbero che il carcere è una realtà complessa che si regge su equilibri delicatissimi. Le scorciatoie proposte preparano soltanto il peggio".
Vice-segretario nazionale del Pd ma anche ex ministro di Giustizia, Andrea Orlando interviene sulle ultime vicende in alcune case circondariali italiane, compresa la situazione che si è venuta a creare a partire dalla serata di ieri nella casa circondariale di Villa Andreino: "Questi equilibri sono stati progressivamente compromessi dal sovraffollamento che è cresciuto in modo incontrollato in questi due anni. Il virus li ha completamente travolti.
Continuare ad utilizzare slogan ad effetto non serve a nulla. La situazione che si è determinata evidenzia un fatto: questa emergenza è stata affrontata senza alcuna preparazione da parte del dipartimento competente.
La catena di comando è fortemente indebolita. Il ministro costituisca da subito una task force e chiami a raccolta tutte le competenze che in questi anni sono state marginalizzate in nome di un opinabile spoil-system. Questa squadra riprenda il confronto con le organizzazioni sindacali e con la dirigenza territoriale, dialoghi costantemente con il Garante e la magistratura di sorveglianza, assuma subito le misure necessarie per dare sollievo alle realtà maggiormente esposte e al personale".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 10 marzo 2020
La situazione esplosiva nelle carceri esiste da molto tempo, ma il ministro non ha fatto nulla. Ora si tratta di agire presto: il contagio potrebbe trasformare gli istituti di pena in un grande lazzaretto.
Fate presto! Le carceri italiane bruciano e continueranno a bruciare se il governo e la magistratura non daranno un segnale immediato che spenga un fuoco che non si chiama solo Coronavirus, ma che viene da lontano. Viene da luoghi dove 60.439 persone sono stipate al posto di 50.511.
Luoghi dove il metro di distanza l'uno dall'altro, regola che tutti noi dobbiamo osservare per evitare il contagio, è letteralmente impossibile, ed è già un miracolo che gli istituti di pena non si siano ancora trasformati in enormi lazzaretti.
Ma non sono soltanto i problemi sanitari ad aver acceso i fuochi, ad aver portato gli animi all'esasperazione fino a provocare incendi di materassi, distruzione di intere celle, fino ai sei morti di Modena e l'evasione di massa dal carcere di Foggia. Il vero problema sono i diritti. Il problema è "l'esigua tenda azzurra che i carcerati chiamano cielo" (Oscar Wilde, La ballata dal carcere di Reading).
E il "cielo" è il rapporto tra chi sta rinchiuso e chi è fuori e vorrebbe continuare a tendere la mano. A determinate condizioni, l'infezione da Coronavirus non dovrebbe spaventare il popolo delle carceri. Le comunità chiuse, e la prigione in primis, sono infatti maggiormente tutelate dal pericolo del contagio.
Purché siano però limitati i rapporti con l'esterno, purché non ci siano persone che entrando e uscendo, non rischino proprio di andare a infettare i reclusi. Sono molti i soggetti che quotidianamente varcano cancelli e portoni delle prigioni: nuovi detenuti, operatori giudiziari, personale amministrativo, volontari, parenti dei detenuti per i colloqui settimanali.
È la famosa "socialità" introdotta da due importanti riforme, quella del 1975 e la Gozzini del 1986, che hanno avuto la forza di spezzare un po' quelle catene che rendevano la detenzione un solo profondo buco nero in cui precipitare senza vedere nessuna luce in fondo alla propria vita. Ma se togli al carcerato i colloqui con i parenti, se rinchiudi coloro che avevano il permesso di lavoro esterno o vivevano ormai in regime di semilibertà, la protesta può essere dietro l'angolo.
Proprio per questo avevamo, una settimana fa, intervistato il direttore del carcere di Opera, la grande prigione alle porte di Milano con 1.300 detenuti e anche un reparto speciale per chi è stato condannato per i reati più gravi.
Il dottor Di Gregorio ci aveva spiegato di aver lavorato sulla prevenzione, e di aver trovato grande collaborazione sia da parte dei detenuti che dei loro familiari, quando il decreto governativo del 3 marzo aveva sospeso per qualche settimana i colloqui.
All'interno dell'istituto però non era cessata nessuna forma di socialità, ci aveva spiegato, ed erano state moltiplicate in numero e durata le telefonate con le famiglie. Pur disponendo il carcere di pochi strumenti elettronici, erano stati messi a disposizione dei detenuti a turno per qualche incontro-video con i parenti tramite Skype e qualche uso di cellulare.
Piccole cose, e non è detto che saranno sufficienti. Evidentemente non ovunque e non sempre queste alternative infatti sono state accettate. Soprattutto nelle case circondariali come San Vittore, dove la presenza di tanti detenuti in attesa di giudizio, rende la situazione meno governabile, nonostante la presenza di personale molto qualificato.
Difficile rinunciare ai propri diritti, quando se ne hanno già pochi. Da anni il Partito radicale e associazioni come Antigone, oltre ai Garanti territoriali dei diritti dei detenuti, lanciano l'allarme. È vero che fino a pochi giorni fa era lontano il ricordo delle rivolte carcerarie degli anni Settanta, a partire dalle due più famose del 1969 alle Nuove di Torino e San Vittore di Milano.
Ma è altrettanto vero che ripetute sono state le condanne all'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'Uomo, tra l'altro proprio anche per la ristrettezza degli spazi nelle celle. Niente riforme (che fine ha fatto quella del ministro Orlando, modesta ma comunque utile?) e continui tagli ai bilanci e al personale hanno sicuramente contribuito a far covare qualche scintilla sotto la cenere.
Se a questo si aggiungono un bel po' di controriforme che hanno riempito le carceri anche di persone che dovrebbero stare altrove (come i malati psichici e i tossicodipendenti, oltre agli anziani), fino a renderne l'aria irrespirabile per la ressa, si capisce subito perché diciamo: "Fate presto!".
L'amnistia e l'indulto, che oggi vengono richiesti, oltre che dai radicali, anche dalla giunta delle Camere penali e che Il Riformista ha proposto da tempo, possono essere messi in calendario anche da subito, anche se necessitano poi di tempi lunghi. Ma ci sono provvedimenti che possono essere adottati immediatamente. Prima di tutto applicare misure alternative a tutti coloro che stanno scontando gli ultimi due anni o che devono ancora scontarli in esecuzione pena.
Poi mandare a casa gli anziani e i malati. Poi usare di più le misure alternative, soprattutto per la custodia cautelare. Insomma, cominciamo a sfollare, cominciamo a far uscire da cancelli e portoni quei diecimila che sono oltre la capienza naturale. E allora non ci sarà più la tentazione di incendiare, di sfasciare e di scappare. Ma facciamo presto, la casa brucia. Fate presto!
di Lugi Manconi
La Repubblica, 10 marzo 2020
Le norme di sicurezza per arginare il coronavirus vengono annullate dagli spazi ristretti delle carceri, che somigliano a lazzaretti. Detenuti sui tetti del carcere milanese di San Vittore e incendi in alcuni bracci, mentre in altri istituti continuano le proteste.
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