today.it, 12 marzo 2020
Il racconto degli operatori del carcere di Reggio Emilia, dove grazie a una serie di misure alternative e tempestive si sono evitati casi di violenze come in altri istituti penitenziari d'Italia". "È facile parlare dall'esterno delle reazioni violente di chi è dietro le sbarre e teme di restare intrappolato in un ambiente ad alto rischio contagio e di venire ucciso dal virus, mentre in queste settimane fuori dalle carceri abbiamo visto di tutto, da atti di razzismo a corse ai treni in barba alle restrizioni e a ogni tipo di cautela verso il prossimo".
Quando gli chiediamo cosa ne pensa delle violente proteste scoppiate in diversi istituti penitenziari d'Italia dopo le nuove misure del governo sul coronavirus, che hanno portato a 12 morti, Giovanni (il nome è di fantasia) per un attimo si fa cupo, conscio dei rischi che ha corso lui stesso e delle ferite patite dai suoi colleghi, ma mette da parte la rabbia: "Le violenze sono inaccettabili, ma bisogna dare risposte alla popolazione fuori come a quella reclusa", dice secco.
Risposte che, per fortuna, nel carcere di Reggio Emilia in cui lavora sono arrivate in tempo, evitando conseguenze gravi.
"Abbiamo dialogato con i detenuti, la maggioranza dei quali, almeno nella mia sezione, ha protestato pacificamente. E abbiamo risposto alle loro preoccupazioni con delle misure alternative ottenendo in cambio la loro cooperazione", spiega Giovanni, uno dei tantissimi operatori che ogni giorno entra e esce dalle carceri italiane, affrontando una realtà che solo chi la vive da vicino sa quanto complessa e sfaccettata sia. "Se il coronavirus fa paura a chi sta a casa propria, è inevitabile che faccia terrore in un posto dove le persone vivono a stretto contatto 24 ore su 24 - continua. Se circolasse tra le celle rapidamente, un quarto dei detenuti sarebbe a rischio decesso, vista l'elevata età media della popolazione carceraria".
Ecco perché la prima misura straordinaria presa a Reggio Emilia è stata quella di istituire un presidio medico all'ingresso per testare lo stato di salute di chi entra nel carcere. Mentre i detenuti "hanno collaborato a sanificare gli ambienti e a rispettare le norme igieniche richieste".
Messe a punto le misure sanitarie, ci si è concentrati sull'altro motivo di scontro, ossia lo stop alle visite dei parenti. "La direzione ha deciso di aumentare subito i colloqui telefonici, portandoli da 1 a 3, e ha introdotto la possibilità di una chiamata via Skype. Sembra poco, ma spesso la burocrazia è difficile da piegare in tempi brevi, come quelli che servivano in questi giorni", spiega sempre Giovanni.
C'è poi la questione dello stop alle attività formative, dalla scuola agli atelier fatti dai volontari, stop dovuto alle restrizioni all'accesso del personale esterno negli istituti: "In questo caso, abbiamo incrementato le attività e l'accessibilità alle palestre e al campo".
Poche mosse, insomma, ma sufficienti a placare gli animi e a creare una nuova routine carceraria ai tempi del coronavirus. "Le carceri sono lo specchio della società, diceva Dostoevskij. C'è tanta paura fuori e dunque è normale che vi sia anche dentro i penitenziari. Ovvio, c'è chi del caos se ne approfitta, ma la verità è che la stragrande maggioranza delle persone qui sono semplicemente spaventate. E quando hanno manifestato il loro disagio, è stato difficile dargli risposte immediate, perché di risposte nemmeno chi lavora qui ne aveva. In questi casi, bisogna mantenere la calma, parlare con loro, spiegare e rispiegare, renderli partecipi del loro destino, proporre soluzioni, trovare soluzioni". È quello che è accaduto in alcune sezioni del carcere di Reggio Emilia. E ha funzionato.
di Ylenia Sina
romatoday.it, 12 marzo 2020
Chiesto monitoraggio dei detenuti over 65 anni con patologie respiratorie o cardiologiche. Possibilità anche per quanti hanno pene inferiori ai 15 mesi. Dopo le proteste dentro e fuori dalle carceri dei giorni scorsi è il Tribunale di sorveglianza a muoversi verso misure che vanno nella direzione di alleggerire la presenza di detenuti all'interno delle carceri.
"A decorrere da oggi ha disposto una licenza di quindici giorni per tutti i detenuti in semilibertà, che quindi non avranno più necessità di rientrare in carcere la sera". Non solo. La presidente Maria Antonia Vertaldi "ha chiesto a tutti gli Istituti penitenziari di monitorare i detenuti con età superiori ai 65 anni che presentino patologie in corso di tipo respiratorio o cardiologico". Le misure sono state comunicate dal Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, che ieri aveva parlato della necessità di ridurre il sovraffollamento all'interno delle carceri perché "in queste condizioni non è possibile garantire le norme sanitarie richieste al resto della popolazione".
Al vaglio c'è anche la possibilità di applicare la detenzione domiciliare per i detenuti con una pena da scontare residua inferiore ai 15 mesi. "La presidente del tribunale ha chiesto agli istituti informazioni in merito ai detenuti che potrebbero ottenere la detenzione domiciliare", spiega Anastasìa. "Ma non ci sarà nulla di automatico. Sappiamo che il nucleo di polizia penitenziaria sta lavorando all'interno del carcere di Rebibbia per procedere all'accertamento dei domicili, precondizione per accordare la detenzione domiciliare che però non sarà automatica".
Intanto, "l'Amministrazione penitenziaria sta provvedendo ad attrezzare gli istituti alla effettuazione dei video-colloqui e delle telefonate supplementari raccomandate dal decreto-legge di domenica scorsa in sostituzione dei colloqui in presenza, che restano sospesi fino al prossimo 22 marzo" ha aggiunto Anastasìa "e sono in corso di distribuzione le mascherine che dovrebbero proteggere i detenuti dal contagio proveniente dai contatti con l'esterno".
Anastasìa ha ricordato che "in questo momento così delicato serve il massimo sforzo di coordinamento tra le istituzioni e gli operatori sul campo per riportare serenità nel mondo penitenziario e assicurare le misure necessarie alla prevenzione della diffusione del coronavirus in carcere".
"In questo momento così delicato serve il massimo sforzo di coordinamento tra le istituzioni e gli operatori sul campo per riportare serenità nel mondo penitenziario e assicurare le misure necessarie alla prevenzione della diffusione del coronavirus in carcere", commenta Anastasìa.
"Per questo, pur nella delicatezza del frangente, lunedì scorso abbiamo tenuto una prima riunione, presso il Tribunale di sorveglianza di Roma, con la Presidente Vertaldi, il Provveditore dell'Amministrazione penitenziaria Carmelo Cantone, il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma e il sottoscritto. Questo pomeriggio poi si è riunito online il coordinamento dell'Osservatorio regionale per la sanità penitenziaria che ha condiviso delle linee guida di prevenzione che verranno inoltrate a tutti gli istituti nei prossimi giorni".
Intanto, anche oggi, moglie e parenti dei detenuti si sono mobilitati per avere garanzie per i loro familiari, seppur senza formare un vero e proprio presidio. Lunedì, mentre dentro il carcere di Rebibbia, così come nel resto d'Italia, scoppiavano rivolte, il presidio organizzato all'esterno ha registrato qualche momento di tensione.
Ieri, invece, mentre una piccola delegazione ha incontrato il vice capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, il piccolo presidio che si era formato all'esterno e che attendeva aggiornamenti, è stato disperso con delle cariche da parte della polizia che, dal ministero di Giustizia, in via Arenula sono arrivate a largo di Torre Argentina. I familiari chiedevano di "porre rimedio a questo sovraffollamento che lede la dignità delle persone con un indulto".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 12 marzo 2020
Tavoli e sedie a fuoco, momenti di paura. Il malato è un giovane tirocinante. È da poco passato mezzogiorno quando il direttore del carcere fiorentino di Sollicciano Fabio Prestopino, assistito dal personale sanitario del penitenziario, incontra i detenuti per informarli che tra gli agenti, c'è un caso di positività al coronavirus.
Si tratta di un allievo agente, arrivato da poco nel carcere fiorentino per i corsi di formazione, che non ha incarichi operativi ma soltanto di osservazione. Attualmente si trova ricoverato in ospedale ed è in buone condizioni. Dovrà fare la quarantena ma rischia di non poterla farla nella caserma di Sollicciano, dove vive, per evitare contatti con altri agenti.
Appresa la notizia, i detenuti alzano la voce, si dicono preoccupati, temono contagi. Così scatta la rivolta. Alcuni di loro prendono a calci le suppellettili che trovano nei corridoi, altri appiccano il fuoco a tavoli e sedie. Divampa l'incendio, attraverso le finestre un'alta colonna di fumo nero, visibile anche dall'esterno del carcere.
I reclusi urlano e battono sulle inferiate. Viene attivata la sirena dell'allarme, gli agenti si attrezzano con le tenute anti sommossa. Si teme, come avvenuto nei giorni scorsi in altri penitenziari italiani, una fuga di massa. Sul posto arrivano diverse camionette dei vigili del fuoco a sirene spiegate. Arrivano anche polizia e carabinieri. L'incendio viene domato, ma i detenuti continuano a urlare dalle finestre. Poi la situazione torna alla calma, ma i reclusi chiedono garanzie per la loro salute.
"Continueremo a monitorare costantemente la salute dei reclusi - ha detto il direttore Prestopino - Qualora si manifestassero sintomi di tosse o influenza, agiremo di conseguenza". Per quanto riguarda gli agenti penitenziari, potrebbe scattare la quarantena per i colleghi di corso e per il tutor.
Per prevenire eventuali contagi, è stata montata all'esterno di Sollicciano (come delle altre carceri) una tenda-triage per i controlli sanitari. Su direttiva ministeriale, sono stati cancellati i colloqui fisici tra reclusi e familiari e l'ingresso dei volontari. Ai reclusi saranno consentiti due colloqui telefonici a settimana e dieci al mese (anziché uno a settimana e cinque al mese).
Il cappellano di Sollicciano don Vincenzo Russo ha scritto una lettera al ministro della giustizia: "I detenuti vorrebbero indicazioni dal governo su come rispettare alcune regole, come ad esempio il metro di distanza tra l'uno e l'altro o il lavaggio delle mani quando talvolta mancano saponi e disinfettanti". La camera penale di Firenze chiede politiche di sfollamento di Sollicciano "implementando la concessione dei domiciliari per chi ha possibilità di usufruire di un domicilio nonché la concessione ai soggetti sottoposti al regime di semilibertà di pernottare presso le proprie abitazioni".
Oggi si terrà una riunione tra tutti i garanti dei detenuti della Toscana che chiederanno formalmente la nomina di un commissario straordinario per gestire l'emergenza coronavirus in carcere, in attesa della nomina del nuovo garante regionale, di cui la Toscana è ancora sguarnita.
Nel frattempo, al carcere elbano di Porto Azzurro sono arrivati quindici detenuti dal carcere di Modena, dopo la rivolta dei giorni scorsi. E in quello di Livorno i detenuti hanno scritto una lettera in cui dicono: "L'unico antivirus contro questo "malessere" è la forza dell'umanità e del rispetto reciproco. Anche dietro le sbarre".
di Valeria Pinna
L'Unione Sarda, 12 marzo 2020
Sono stati una cinquantina di detenuti, tutti esponenti della criminalità organizzata, ad alzare l'asticella della protesta. Rientrata per ora, ma il clima non è dei migliori. Il carcere di Massama è una polveriera pronta a scoppiare: martedì sera un'intera sezione era in rivolta. Minacce e urla, una protesta che solo la grande esperienza degli agenti di polizia penitenziaria è riuscita ad arginare.
Al rientro dall'ora d'aria, cinquanta reclusi in regime di alta sicurezza, hanno sollevato l'asticella della protesta. I detenuti, tutti esponenti della criminalità organizzata, si sono rifiutati di rientrare in cella e sono volate urla e minacce pesanti all'indirizzo degli agenti.
Qualcuno ha annunciato di essere pronto a ripetere gli scenari delle altre carceri d'Italia, la sommossa era già organizzata e sarebbe potuta esplodere da un momento all'altro. Sono stati momenti di fortissima tensione, si è anche temuto che la situazione potesse degenerare. Ma gli agenti di polizia penitenziaria hanno dato prova di esperienza e capacità nella gestione di momenti ormai al limite e alla fine i cinquanta ribelli sono rientrati in cella.
Per adesso, la situazione è sotto controllo. Anche perché pure nel carcere di Massama ci si sta attrezzando per consentire le telefonate via Skype ai detenuti e dare quindi la possibilità di vedere e sentirsi in qualche modo più vicini ai familiari.
Non solo: è stato raddoppiato anche il numero delle telefonate consentite al mese (dalle due chiamate previste si è passati a quattro, con due straordinarie) o alla settimana. Il Dipartimento sta in tutti i modi cercando di trovare soluzioni per gestire una situazione difficile ma che, in un ambiente in cui si vive privati della propria libertà, può aprire scenari davvero inquietanti e preoccupanti per tutti. Anche in piena emergenza Coronavirus, inoltre, ai detenuti sono consentite tutte le normali attività, dalla palestra alle uscite all'aria; l'unica attività sospesa è quella della scuola.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 11 marzo 2020
Provate a immaginare oggi, con questo bombardamento di notizie su un virus che fa paura a noi tutti, di essere rinchiusi in una galera sovraffollata, sentir parlare della necessità di stare almeno a un metro di distanza l'uno dall'altro e sapere che il tuo vicino di branda sta a pochi centimetri da te, in una pericolosa promiscuità dettata dagli spazi ristretti; sentir dire che è un virus che può diventare mortale se attacca persone indebolite dalla malattia e vedere che le persone che hai intorno sono spesso debilitate da un passato di tossicodipendenza e che altre e più gravi patologie coesistono con la detenzione; avere una vita povera di relazioni e vedere dapprima "sparire" tutti i volontari, di colpo non più autorizzati a entrare in carcere, e poi improvvisamente anche i famigliari. Veder sparire le già poche possibilità di formazione e istruzione e dover riempire le giornate con il nulla e la paura. C'è di che perdere davvero la testa.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 marzo 2020
Giovanna Di Rosa, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, ha annunciato l'utilizzo delle misure alternative per ovviare al sovraffollamento.
Dopo giorni duri e difficili, si avviano alla conclusione le rivolte nelle carceri italiane. Proteste, durissime, dei detenuti che - come l'epidemia attuale - hanno contagiato diversi istituti penitenziari. Inoltre continua, come se fosse un bollettino di guerra, ad aumentare la tragica conta dei detenuti morti.
di Livio Pepino
Il Manifesto, 11 marzo 2020
Si può agevolmente sospendere e differire con decreto legge l'esecuzione della pena per i condannati a pene inferiori a due o a tre anni. Alla prova del coronavirus il carcere esplode. È già esploso e si contano i morti. Com'era prevedibile e come era stato previsto. Ora occorrono interventi urgenti da parte di governo e parlamento. Già si è perso troppo tempo e ulteriori attese sarebbero irresponsabili. Quella carceraria è una vera emergenza, ancor più di quella esterna. Per tutti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 marzo 2020
Forse la protesta più feroce e duratura è quella avvenuta al carcere "La Dozza" di Bologna. È cominciata nel pomeriggio di lunedì, durata tutta la notte, fino a concludersi nel primo pomeriggio di ieri. I momenti più duri si sono svolti nella notte, quando i reclusi sono dapprima saliti sui tetti appiccando un incendio, poi sono riusciti anche a incendiare due auto della polizia e una camionetta dei carabinieri.
La Repubblica, 11 marzo 2020
Sono 6.000 i detenuti coinvolti nei disordini. Il ministro della Giustizia al Senato nella sua relazione sulle violente proteste nei penitenziari: "Tamponi ai detenuti". "Fuori dalla legalità, e addirittura, nella violenza non si può parlare di protesta: si deve parlare semplicemente di atti criminali". Lo ha detto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, in aula al Senato nella sua relazione sulle rivolte di questi giorni in diverse carceri italiane dopo la sospensione dei colloqui per l'emergenza coronavirus e la paura del contagio. "Lo dico anche per sottolineare che le immagini dei disordini e gli episodi più gravi sono ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti- ha spiegato - la maggior parte di essi, infatti, ha manifestato la propria sofferenza e le proprie paure con responsabilità e senza ricorrere alla violenza".
"Sono 12 i morti" durante i disordini, ha proseguito il Guardasigilli. Nelle carceri, decessi "per lo più ricondubili dai primi rilievi ad abuso di sostanze farmaceutiche". E aggiunge: "Mi piace sottolineare che in tutti casi più gravi le istituzioni si sono dimostrate compatte: magistrati, prefetti, questori e tutte le forze dell'ordine sono intervenuta e senza esitare rendendo ancora più determinato il volto dello Stato di fronte agli atti delinquenziali che si stavano consumando". Quanto al caos verificatosi nel carcere di Foggia, "allo stato, risultano latitanti 16 detenuti che erano soggetti al regime di media sicurezza".
"Sono 40 gli agenti della Polizia penitenziaria feriti" durante i disordini, prosegue Bonafede che augura loro "una pronta guarigione". E aggiunge: "Le rivolte sono state portate avanti da 6mila detenuti. Mi piace sottolineare che in tutti casi più gravi le istituzioni si sono dimostrate compatte: magistrati, prefetti, questori e tutte le forze dell'ordine sono intervenuta e senza esitare rendendo ancora più determinato il volto dello Stato di fronte agli atti delinquenziali che si stavano consumando".
Il ministro ha poi elencati altri dati: "Attualmente sono 83 le tensostrutture ed è stata richiesta la fornitura - per le regioni Emilia-Romagna, Lazio e Abruzzo - di ulteriori 14 tende, per il servizio pretriage in carcere data l'emergenza sanitaria".
E continua: "Proprio ieri è arrivata la prima fornitura di circa 100.000 mascherine che sono in fase di distribuzione, prioritariamente agli operatori che accedono dall'esterno. Da oggi, d'intesa con la protezione civile, anche in conseguenza dell'estensione della cosiddetta 'zona protetta' a tutto il territorio nazionale, verranno effettuati i tamponi ai detenuti trasferiti a vario titolo, che si sommano alle operazioni di triage".
L'Osservatore Romano, 11 marzo 2020
Le rivolte in carcere di questi giorni a causa del Coronavirus sono da condannare, ma il sovraffollamento è causa anche del giustizialismo che è ricorso in questi anni all'abuso della carcerazione preventiva portando al 119% il tasso di sovraffollamento.
È scoppiata la rivolta nelle carceri italiane. Sono stati coinvolti ventidue istituti penitenziari in tutta Italia, dal carcere di Foggia sono riusciti a evadere in 75, 41 sono stati ripresi e 34 erano ancora latitanti questo pomeriggio, a Modena sono morti sette detenuti, si dice per un eccesso di metadone assunto dopo l'assalto alla farmacia, ma un'indagine è ancora aperta, a San Vittore i carcerati hanno dato fuoco alle suppellettili in diversi reparti e si sono asserragliati sul tetto da dove sono discesi dopo una trattativa coi magistrati, ecc. ecc.
Erano anni che non succedevano atti di una tale gravità, per di più in contemporanea. Come mai? Premesso che tutto ciò che è successo è da condannare e sarà oggetto di giuste sanzioni, premessa la dovuta solidarietà agli agenti di polizia penitenziaria che si sono trovati in situazioni di difficoltà, premesso anche che le azioni hanno visto come protagonisti una parte sola dei detenuti, quella dei più arrabbiati, cerchiamo di scavare più a fondo.
La causa scatenante è stata indicata in un primo momento nella sospensione dei colloqui con la famiglia, non sostituiti, come invece era stato promesso, da un maggior minutaggio nelle telefonate mensili e dall'introduzione delle comunicazioni via Skype. Ma si è capito che questa è stata semmai la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La realtà è che da tempo le carceri italiane vivono in una situazione al di là di ogni norma legislativa e molte di esse anche al di là di ogni misura di umanità. Il problema più esplosivo è quello del sovraffollamento, denunciato più volte, tra gli altri, da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri.
Al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane erano 60.522, con un tasso di sovraffollamento del 119%, il più alto tra tutti i paesi d'Europa compresi quelli extra-UE. Infatti i posti disponibili, secondo il Ministero della Giustizia sono 50.496. ma questo numero non tiene conto delle sezioni chiuse e delle non poche inagibili. E il numero di detenuti è ancora cresciuto da giugno a oggi. Bisogna anche sottolineare che per posto disponibile si intende un letto ogni 4/6 metri quadrati, ma spesso questo spazio è ulteriormente ridotto.
Si tratta di una situazione esplosiva, tanto più in queste settimane di epidemia di Coronavirus, con i telegiornali, seguiti dai detenuti, che predicano incessantemente di evitare i luoghi affollati e di tenere distanze minime tra le persone: i detenuti non sono forse persone con tutti i diritti alla salute costituzionalmente garantiti?
Il sovraffollamento si spiega anche con il continuo aumento della durata delle pene in corso in questi anni, e con la crescita abnorme del fenomeno delle carcerazioni preventive, cioè di persone recluse senza condanna, in attesa di processo. Quest'ultimo è un fenomeno quasi esclusivamente italiano, e pressoché la metà dei carcerati in attesa di processo verrà poi riconosciuta innocente. Un'ingiustizia nell'ingiustizia, perché la legge prescrive la carcerazione preventiva in un numero limitato di casi ma Procure, pubblici ministeri e Gup ignorano bellamente questi vincoli, e nessuno li chiama poi a rispondere dei loro abusi ed errori.
Le condizioni di vita all'interno delle carceri stanno peggiorando: nel 30% degli istituti non esistono spazi verdi, nell'81,3% non è mai possibile collegarsi a internet e, ancor peggio, solo nell'1,8% dei casi esistono possibilità di lavoro per i carcerati alle dipendenze di privati. Eppure è dimostrato che chi ha possibilità di lavorare o di imparare un lavoro in carcere ha un indice di recrudescenza (cioè di ritorno a delinquere dopo la scarcerazione) del 17%, mentre per gli altri è attorno all'80%.
Un capitolo a parte è dato dalla qualità e quantità del cibo fornito ai detenuti, che spesso è scadente o insufficiente. I detenuti debbono quindi, se ne hanno la possibilità economica, ricorrere al cosiddetto sopravvitto, cioè a generi alimentari messi in vendita in uno spazio interno, spesso a prezzi che sono il doppio di quelli praticati dai supermercati della zona, il che è espressamente vietato dall'ordinamento penitenziario, ma è spesso la regola. E ci sono stati numerosi casi di cibo messo in vendita benché scaduto o addirittura avariato.
Bene, numerose associazioni denunciano da anni queste e altre analoghe situazioni, i cappellani hanno più volte fatto sentire la loro voce, anche l'Europa è intervenuta. Ma questo è il tempo di un brutale giustizialismo, diffuso tanto nelle istituzioni che nella maggioranza dei cittadini. Però il giustizialismo è la negazione stessa della giustizia. Qualcuno ne vorrà prendere atto?
- Il sovraffollamento carcerario quindi non era una fake news
- Strage nelle carceri, per fermarla serve l'indulto
- Rivolta nelle carceri, altri cinque morti. A Modena c'era un contagiato
- Dodici i morti, altre rivolte dei detenuti. Ma c'è un piano per liberarne 5mila
- Dodici morti e ancora quindici evasi, ma la protesta sembra rientrare










