di Rosella Redaelli
Corriere della Sera, 13 marzo 2020
Prendono le distanze dalla violenza, la rivolta, i disordini scoppiati nei giorni scorsi in diverse carceri italiane, da Modena a Foggia, da Milano a Palermo. I 660 detenuti della Casa Circondariale di Monza lo hanno messo nero su bianco, sottoscrivendo all'unanimità una lettera in cui si impegnano "ad evitare in ogni modo proteste e sommosse".
"E una lettera di impegno che invierò al Ministero - spiega la direttrice Maria Pitaniello. I detenuti scrivono le loro paure, il disagio di non poter vedere i famigliari, chiedono che si prendano in esame misure alternative, ma si sono dissociati da quello che hanno visto accadere in altri istituti".
Una presa di posizione importante, un gesto di responsabilità che la direttrice vede come il risultato di un grande lavoro di dialogo in atto da sempre, ma ancora di più in questi giorni di emergenza: "E stato importante organizzare un incontro con il magistrato di sorveglianza e con la direttrice sanitaria, l'infettivologa Libera Maria Vaira - spiega la direttrice. A quel punto, tutti hanno capito che le misure prese, soprattutto l'impossibilità di incontrare i propri famigliari, sono necessarie per la tutela della salute di chiunque: dei detenuti, ma anche della polizia penitenziaria, del personale amministrativo".
La direttrice non nasconde le difficoltà di gestire un carcere pensato per 400 detenuti che attualmente ne ospita 660: "Siamo in affanno, come qualsiasi istituto di pena italiano, ma non ci facciamo travolgere. È normale aver paura di ciò che non si conosce ed è normale che i detenuti si sentano impotenti davanti a questa situazione.
Abbiamo per questo trovato soluzioni alternative alle visite dei parenti come le videochiamate via Skype. Fino ad un mese fa, avevamo solo una quindicina di richieste, in pochi giorni ne sono arrivate quaranta e stiamo predisponendo una nuova postazione. Inoltre abbiamo dato più possibilità di telefonare a casa con la scheda telefonica ampliando gli orari dalle 9 di mattina alle 9 di sera e sono riuscita ad attivare lo smart working per un detenuto in regime di semi libertà".
In un momento in cui il lavoro esterno e le tante attività promosse dal carcere con le associazioni del territorio vengono meno, un aiuto importante arriva invece dalla scuola del carcere il cui dirigente, Claudio Meneghini, ha deciso di trovare strade nuove per la didattica a distanza non potendo usufruire del web.
"Da tre settimane - spiega Giovanna Canzi, docente di italiano e coordinatrice di plesso - non possiamo entrare in carcere ed incontrare i nostri alunni, ma abbiamo deciso di far sentire comunque loro la nostra vicinanza. Prepariamo e stampiamo il materiale didattico, ma anche racconti e poesie da consegnare in portineria perché sia recapitato ai singoli alunni".
La coordinatrice ha lanciato anche un appello a scrittori, poeti, giornalisti, fotografi perché contribuiscano inviando dei loro scritti (all'indirizzo email:
Da Alberto Cristofori, che a gennaio aveva tenuto una lezione sulla Divina Commedia in carcere, al poeta Alberto Casiraghy che ha inviato degli aforismi e poi la scrittrice per ragazzi Bianca Pitzorno, gli scrittori Marina Mander, Elena Rausa, Matteo Cataluccio, Filippo Tuena hanno voluto inviare un loro contributo che stamperemo e consegneremo in "pacchetti letterari" per i nostri studenti".
di Francesco Floris
affaritaliani.it, 13 marzo 2020
Cella Casa circondariale di San Vittore sono stati registrati due casi di overdose mentre una rivolta a Opera sarebbe stata sedata sul nascere. Le versioni ufficiali fornite dall'amministrazione penitenziaria vertono tutte su un punto. Le rivolte a cascata in tutta Italia (Milano, Roma, Siracusa, Rieti, Foggia, Aversa, Prato, Melfi, Alessandria, Bologna, Reggio Emilia, Modena, Napoli, Salerno, Palermo, Santa Maria Capua Vetere, Frosinone, Cassino, Lecce, Bari, Vercelli, con 12 morti e decine fra evasi e catturati in seguito) sono state motivate dalla necessità di molti detenuti di approvvigionarsi di metadone, assaltando le infermerie e le farmacie interne.
C'è anche chi ha voluto malignamente leggere in questa necessità una connessione con la sospensione dei colloqui con familiari o altre persone che condannati, imputati e internati hanno diritto ad avere a causa del coronavirus. Sospensione che avrebbe portato a una "carenza" di sostanze negli istituti. A Milano nella casa circondariale di San Vittore sono stati registrati due casi di overdose mentre una rivolta a Opera sarebbe stata sedata sul nascere. Le foto scattate mostrano sul tetto di San Vittore detenuti stranieri mentre trattano con vigili del fuoco, agenti penitenziari e il procuratore aggiunto di Milano Alberto Nobili.
Ma quali sono i numeri della dipendenza dietro le sbarre e in particolare nella casa circondariale del centro città? Le statistiche elaborate dall'ufficio innovazione del Tribunale di Milano, su dati della cancelleria, e che si riferiscono alla sezione "Direttissime" che ogni mattina al piano terra del Palazzo di Giustizia nelle aule A1-A2-A3 si occupa degli arresti in flagranza, parlano nel 2018 di 2.251 procedimenti che si sono conclusi con una misura cautelare detentiva in attesa di processo per 2.786 persone (a volte sono presenti più persone per un fascicolo, come nel caso di un furto con "palo").
I reati contestati sono sempre la stessa manciata di illeciti estratti dal codice penale: art. 337, resistenza a pubblico ufficiale; 385, evasione (dai domiciliari); 582, lesioni personali, il 5 per cento dei fascicoli; un 30 per cento è fatto dagli articoli 624 e 625, furto e furto aggravato; 628, rapina. E infine c'è la galassia dei reati connessi alla droga: è l'articolo 73 del Testo unico stupefacenti che punisce chi coltiva, trasforma, trasporta o spaccia droghe.
Da solo l'articolo 73 ha costituito il 35,6 per cento del lavoro che magistrati, avvocati, poliziotti e operatori dei servizi sociali hanno dedicato ai nuovi procedimenti chiusi con misura detentiva. In totale 803 fascicoli, dove in un terzo dei casi la persona a processo ha fra i 20 e i 25 anni. E di questi 618, il 76,9 per cento, con indagati stranieri. Numeri crudi che non raccontato però tutta la realtà.
L'esperienza e le storie alla sezione "Direttissime" mostrano plasticamente un altro fatto: chi spaccia, ma anche chi commette piccoli furti, rapine, aggressioni in strada, in molti casi lo fa per procacciarsi a sua volta il denaro con cui comprarsi le dosi e alimentare la propria dipendenza. Per questo a Milano è attivo dal 1995 il Sert Tribunale che si affianca ai Sert di San Vittore, Bollate e Opera e ai progetti di recupero interno al carcere come "La Nave" (San Vittore) e "La Vela" (Opera). È il primo presidio in Italia dedicato alle dipendenze dentro a un Palazzo di Giustizia.
A cui sono seguiti quelli di Padova, Roma, Catania, Reggio Calabria (chiusi per mancanza di fondi dopo la sperimentazione) e Genova. È nato all'epoca dalle intuizioni dell'allora Direttore del servizio dipendenze della Asl di Milano, lo psicoterapeuta Dario Foà, con la collaborazione dell'avvocato Vito Malcangi, della giudice Nicoletta Gandus e dell'ex magistrato di sorveglianza Francesco Maisto che oggi è il Garante cittadino dei detenuti.
Il Sert Tribunale ogni anno intercetta circa 600 tossicodipendenti o consumatori che sono finiti nei guai con la giustizia. Qui si prova a mettere in pratica quanto previsto dal Testo unico stupefacenti, il Dpr 309/90, vera e propria Bibbia per operatori, psicologi, assistenti sociali del settore. Gli articoli 89, 90 e 94 di quella legge prevedono alternative terapeutiche alla carcerazione, per persone con problemi di dipendenza appena arrestate o condannate. Così quando al mattino gli operatori scendono nelle celle di sicurezza e incontrano arrestati che ammettono di far uso di droghe (un'eventualità meno frequente di quanto ci si aspetti, anche per persone visibilmente in stato di alterazione), parte una filiera: chiamata alla famiglia, telefonata al servizio territoriale e infine breve relazione redatta per il magistrato.
Di quei 600 tossicomani, intercettati una forbice fra i 200 e i 250 ottengono i domiciliari e frequentano il Sert della zona in cui vivono. Chi è più escluso da questo meccanismo sono proprio gli indagati o i condannati stranieri: nel primo caso perché raramente possono indicare un domicilio o una residenza stabile dove essere messi ai domiciliari e seguire un programma terapeutico.
Nel caso dei condannati che vengono seguiti dall'Ufficio esecuzione penale esterna che supervisiona la vita di oltre 8 mila detenuti in regione (circa 2.500 su capoluogo e hinterland) perché i posti in comunità terapeutica sono limitati e le strutture accreditate mediamente destinano il 30 per cento degli spazi a chi arriva dal tribunale e dall'area penale per evitare di trasformarsi in succursali del carcere.
Anche qui la fotografia è solo sfocata: le domande rivolte dagli operatori in Tribunale a chi si trova nelle celle di sicurezza non sono uguali alle dichiarazioni fornite in fase di matricolazione all'ingresso in un istituto penitenziario. Che a loro volta sono diversi dai questionari interni al carcere o dai dati sulle dipendenze raccolti da personale che in alcune regioni è qualificato, in altre è solo personale sanitario standard "prestato" al mondo penitenziario.
Come del resto non esiste solo un grado zero della dipendenza (il non consumatore) e un grado 100 (il tossicodipendente) ma decine di sfumature, come nel caso di chi fa uso saltuario di cocaina e magari in un'occasione commette uno o più reati in stato di alterazione. Le overdose verificatesi in questi giorni sono un ulteriore punto interrogativo: l'esperienza dei Sert insegna che il tossicodipendente abituale, seppur in astinenza, conosce i dosaggi talvolta meglio dei medici.
Il consumatore saltuario no. A San Vittore la rivolta è partita dal terzo e quinto raggio, secondo la ricostruzione di Business Insider presente sul luogo, ma alla devastazione non è scampata "La Nave", unanimemente riconosciuto fra i migliori reparti milanesi e d'Italia e resta da capire se gli "interni" abbiano contribuito ai fatti.
La dipendenza in carcere è uno dei problemi più pregnanti dell'intera amministrazione giudiziaria, penitenziaria e dai servizi sociali e sanitari. Che va di pari passo con il diritto alla cura dietro le sbarre, sia dalle dipendenze che da altre patologie, ulteriore fattore che ha spinto le sommosse di questi giorni nella convinzione di essere stati abbandonati dallo Stato di fronte al rischio Coronavirus.
Il 3 e 4 ottobre 2019, alla Asst Santi Paolo e Carlo, azienda sanitaria che gestisce metà dei Sert cittadini e tutta la sanità penitenziaria con un budget annuale di 50 milioni di euro, si è tenuto il congresso nazionale della Società Italiana di Sanità Penitenziaria (Simspe) con ospiti come il vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap), Lina Di Domenico, e la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa.
"C'è da chiarire un equivoco ideologico prima di qualunque ragionamento - ha detto in apertura il Garante dei detenuti Francesco Maisto -. C'è chi pensa che in carcere si debba essere curati meglio che all'esterno, proprio per le privazioni già presenti. Chi dice che i trattamenti devono essere identici in termini di efficacia rispetto alle persone libere. E chi invece è convinto che l'aver commesso reati ed essere stati privati della libertà personale non sia abbastanza e che l'assenza o la carenza di cure siano come delle pene accessorie ulteriore, meritate".
"Noi magistrati di sorveglianza siamo obbligati a scarcerare per permettere alle persone di curarsi e se devo scegliere continuerò a farlo" ha detto Giovanna Di Rosa in un confronto faccia a faccia con gli operatori di sanità penitenziaria. Sanità penitenziaria che, secondo le parole del Direttore Generale dell'Asst, Matteo Stocco, vive carenze di personale drammatiche, con concorsi che vanno deserti e che dovrebbe essere incentivata con contratti di lavoro migliorativi.
In queste ore la Presidente del Tribunale di Sorveglianza ha parlato di "intese con i Sert per potenziare gli affidamenti terapeutici e per potenziare le misure alternative anche con un tavolo che si è costituito con le direzioni degli istituti, il Provveditorato regionale e Regione Lombardia" per "liberare" le carceri "il più possibile". Ma anche qui ci sono contraddizioni: i Sert sono presidi di cura che pur avendo funzioni di controllo sociale, peraltro crescenti negli anni a detta degli stessi addetti ai lavori, non possono essere intesi o sostituirsi alla detenzione.
Il Manifesto, 13 marzo 2020
La proposta del commissario agli Affari interni Johansson ai quanti si trovano sulle isole. Duemila euro per tornare a casa. È quanto l'Unione europea promette ai migranti che si trovano a vivere nell'inferno dei centri profughi sulle isole dell'Egeo. Ad annunciarlo è stata ieri il commissario europeo per gli Affari interni Ilva Johansson al termine della sua visita in Grecia, dove ha incontrato il premier Kyriakos Mitsotakis.
Si tratta, però, di un'offerta a tempo limitato e riguarderà solo coloro che sono arrivati nel Paese prima del 1 gennaio 2020. "Per un periodo di un mese offriremo l'opportunità ai migranti che oggi si trovano nei campi delle isole greche di aderire al programma di rimpatrio volontario nel loro Paese di origine", ha spiegato Johansson.
Non si tratta di una novità. Da tempo l'Oim organizza rimpatri volontari dei migranti sia dalla Libia che da altri Paesi offrendo denaro. Generalmente si tratta di piccole somme che nei Paesi dai quali provengono i migranti possono però rappresentare un'occasione per avviare un'attività. I duemila euro offerti adesso dall'Unione andranno a sommarsi ai 370 offerti già oggi dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a quanti aderiscono al programma di rimpatri. E sempre l'Oim si occuperà dei viaggi di ritorno dalla Grecia in collaborazione con l'agenzia europea per le frontiere Frontex. I rimpatri si aggiungeranno inoltre ai 10 mila trasferimenti sulla terraferma decisi da governo greco per decongestionare i campi delle isole.
Intanto sembra procedere il programma di trasferire alcuni delle migliaia di minori presenti nei campi profughi. Si tratta di 1.600 bambini che necessitano di cure e minori di 14 anni non accompagnati per i quali sette Stati si sono detti disponibili ad aprire le proprie porte.
L'iniziativa è nata nell'ultimo vertice dei ministri dell'Interno dell'Unione su iniziativa del tedesco Horst Seehofer e prevede la creazione di un gruppo di "Paesi volenterosi" che accettano di accogliere almeno i minori, sottraendoli così alle condizioni di vita disumane in cui sono costretti a vivere sulle isole Secondo Save the Children su 10 migranti almeno 4 sono bambini e quelli soli sarebbero almeno 5.000.
La crisi dei migranti ha fatto rialzare notevolmente la tensione tra Grecia e Turchia. Due giorni fa le forze speciali di Ankara hanno sparato contro un mezzo militare greco al valico di Evros, lungo il confine terrestre, mentre nei pressi dell'isola di Kios una nave turca ha speronato una motovedetta ellenica. Ieri, invece, lo Stato maggiore dell'esercito di Atene ha accusato due F-16 turchi di aver violato lo spazio aereo greco sorvolando l'isola di Strongyli, nell'Egeo meridionale. Per Mitsotakis la Grecia si troverebbe a far fronte a "una minaccia asimmetrica" da parte della Turchia ai suoi confini terrestri e marittimi.
Tutte vicende che di certo non rendono più semplice il lavoro diplomatico con cui si cerca di trovare una soluzione alla crisi dei migranti provocata da Erdogan. Martedì il presidente turco incontrerà la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. Anche se i due leader europei hanno atteggiamenti diversi nei confronti di Erdogan.
L'incontro servirà comunque a preparare il terreno per il nuovo vertice Turchia-Ue previsto per il 26 marzo a Bruxelles nel quale dovrebbero essere presentati anche le conclusioni del lavoro comune che in questi giorni l'alto rappresentante della politica estera dell'Ue Josep Borrell ha svolto con il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu su come mantenere l'accordo sui migranti siglato nel 2018.
di Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 13 marzo 2020
Non c'è più la scuola, né il teatro. Manca il poter trascorrere delle ore in biblioteca o anche frequentare corsi sportivi. Il timore del contagio da coronavirus irrompe negli istituti penitenziari e distrugge la quotidianità dei detenuti, quella che si sono costruiti dentro le mura carcerarie.
La sospensione delle attività per impedire che qualcuno possa portare dentro il virus ha un effetto devastante sulla vita dei carcerati. Lo sa bene Martina, una delle detenute di San Vittore, a Milano. In passato ha partecipato a un progetto portato avanti da Jo Squillo che in quell'istituto ha trascorso quattro mesi per dare vita al docu-film "Donne in prigione" si raccontano.
Martina, con le altre detenute, ha scritto anche una canzone Rinascita ed è a Jo Squillo che ha inviato un'email per raccontare la loro condizione in questo momento di allarme. "Dopo un tristissimo 8 marzo - scrive Martina - possiamo dirti che ci sentiamo distrutte come donne, mamme, figlie, compagne e ovviamente detenute. Quello che possiamo dirti è che qui la situazione è soffocante e drammatica".
Le donne di San Vittore - come avvenuto anche nella maggior parte delle carceri femminili - non hanno partecipato alle proteste dei giorni scorsi diffuse in28 istituti penitenziari, dopo che è stata comunicata la sospensione dei colloqui. "Noi detenute della sezione femminile - continua Martina- ci dissociamo da ogni forma di protesta violenta, ma non dai motivi della protesta stessa. Non abbiamo la possibilità di incontrare i nostri affetti, non abbiamo più alcuna attività trattamentale, non abbiamo più la nostra piccola normalità".
Questa detenuta vuol e quello che molti stanno chiedendo: Le proteste a San Vittore Ansa la possibilità di accedere a pene alternative per chi ha finito di scontare quasi tutta la pena. Ed è la stessa richiesta che un'ottantina di detenute del carcere femminile di Rebibbia, alle quali mancano meno di sei mesi da scontare, hanno già avanzato al magistrato di sorveglianza.
"Quello svolto a San Vittore - spiega Jo Squillo - è stato un progetto partito diversi anni fa. Quattro mesi con le detenute e ho capito tante cose, anche che le donne finite in cella vogliono pagare, vogliono essere riabilitate. Ed è questo il vero senso del carcere".
di Andrea Fantucchio
irpinianews.it, 13 marzo 2020
Il coronavirus fa paura anche ai detenuti, che temono, in caso di contagio, di rimanere isolati dall'esterno. Il responsabile regionale dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali, l'avvocato Giovanna Perna, ha incontrato questa mattina (12 marzo) le delegazioni dei detenuti del carcere di Bellizzi Irpino.
Per venire in contro alle istanze dei rappresentanti dei carcerati e per rispettare le direttive governative, si sta allestendo una tenda "pre-triage" per filtrare i casi sospetti. Sia il garante dei detenuti, Carlo Mele, che l'avvocato Perna, stanno cercando di gestire una situazione complessa che, fino a questo momento, non ha generato tensioni (come è invece accaduto in numerose carceri italiane).
Altro problema da evitare è il sovraffollamento. Ecco perché è stato redatto un documento per invitare i magistrati di Sorveglianza ad adottare misure straordinarie. Si è richiesto, contestualmente, di concedere la detenzione domiciliare ai detenuti vicini alla scadenza della pena. Queste richieste seguono la scia di altre già avanzate e accolte in altri istituti penitenziari, in particolar modo quelli lombardi. Se infatti il virus dovesse contagiare anche un solo detenuto, si rischierebbe il caos.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 13 marzo 2020
Anche sull'isola di Lesbo si sarebbe verificato il primo caso sospetto di coronavirus. A riportare la notizia sono i media locali, secondo i quali ad avere i sintomi della malattia sarebbe una donna di 40 anni. Secondo il quotidiano Ekathimerini la donna di recente era stata in Egitto ed Israele in vacanza, mentre secondo la rete No Borders, che monitora le condizioni dei migranti sull'isola, la donna sarebbe impiegata in un supermercato e per questo sarebbe entrata in contatto con molte persone. Il caso rende ancora più preoccupante la situazione già tesa sull'isola, dove vivono anche 20 mila migranti e rifugiati in centri sovraffollati e in condizioni igieniche al limite.
"Al momento non ci sono indicazioni o prove che portino a dover considerare i richiedenti asilo in qualsiasi parte d'Europa come un rischio per la salute", afferma Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L'Agenzia Onu, prosegue la portavoce, "ha sempre affermato che gli Stati hanno il diritto legittimo di gestire i propri confini". "Pertanto le misure di controllo delle frontiere possono comprendere misure per accertare l'identità e controllare le condizioni di salute di ogni richiedente asilo", chiarisce Sami. "Tuttavia - aggiunge la responsabile - tali misure non dovrebbero minare o limitare il diritto a chiedere asilo e devono quindi rispettare il principio di non respingimento. Vi possono essere delle restrizioni, ma oltre ad essere proporzionate, devono essere previste solo per motivi di sicurezza e ordine pubblico".
"La situazione preoccupante - rimarca Sami - è legata all'eccessivo sovraffollamento nell'isola. Sono settimane, anzi mesi che chiediamo di trasferire tutte le persone su terraferma. Sulla terraferma - aggiunge - le oltre 20 mila persone presenti potrebbe vivere in strutture dignitose. Ribadiamo il nostro appello anche oggi". Il caso, adesso, è stato confermato e le associazioni che si stanno occupando dei migranti assiepati nei campi profughi di Lesbo sono davvero preoccupate. Se il contagio non fosse isolato e se si dovesse diffondere in qualche modo tra i migranti che si trovano ammassati sulle coste dell'isola greca, ci sarebbe un effetto devastante.
Nel campo di Moria, ci sono 20mila persone all'interno di una tendopoli che non ha acqua, figuriamoci il sapone per prevenire il contagio. Alla vergogna del campo di Lesbo, dove vivono in condizioni disumane migliaia e migliaia di migranti, ora si aggiunge un'altra sconvolgente rivelazione: il governo greco sta imprigionando i migranti in isolamento in un sito segreto, situato nel Nord-Est del Paese, prima di espellerli in Turchia senza che possano presentare richiesta di asilo o parlare con un avvocato. È quanto denuncia il New York Times, sottolineando come Atene stia cercando in questo modo di scongiurare la crisi del 2015, quando più di 850.000 persone prive di documenti riuscirono ad entrare nel Paese, per poi proseguire verso l'Europa
Il Nyt è venuto a conoscenza del sito da informazioni raccolte sul terreno e dall'analisi delle immagini satellitari.
Diversi migranti hanno raccontato al quotidiano americano di essere stati catturati, privati dei beni, picchiati ed espulsi dalla Grecia senza aver avuto la possibilità di presentare richiesta di asilo o di parlare a un avvocato. Tramite incroci di informazioni, descrizioni, dati e coordinate satellitari, il New York Times è riuscito a localizzare il centro di detenzione, che si trova nei terreni agricoli tra Poros e il fiume Evros. La Grecia è firmataria della Convenzione europea sui rifugiati ed è quindi illegale rifiutarsi di accogliere una domanda d'asilo o rimpatriare dei richiedenti asilo in Paesi in cui corrono dei rischi. Secondo Eleni Takou, vicedirettore e responsabile della Ong HumanRights360, ogni giorno emergono testimonianze e vittime dei cosiddetti "push-back", i respingimenti di migranti alla frontiera al di là del fiume Evros.
di Elton Kalica
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2020
Le strade vuote e le serrande abbassate ci hanno abituato ormai ad una quotidianità collettivamente accettata di divieti che trovano legittimità nella serietà della minaccia e nell'istinto di autoconservazione. La tentazione di uscire di casa è grande e le istituzioni continuano ad utilizzare i media per invitarci a stare in casa e minacciare i disubbidienti.
di Gian Luigi Gatta
sistemapenale.it, 12 marzo 2020
Considerazioni a margine delle (e oltre le) rivolte.
1. La pandemia del Coronavirus ci ha gettato in una situazione inimmaginabile, fino a pochi giorni fa. La nostra attenzione è catturata dall'emergenza, dalle preoccupazioni e dalle ansie del quotidiano. È perfino in qualche misura non facile continuare a parlare di diritto e di sistema penale, come facciamo ogni giorno con passione sulle pagine della nostra Rivista.
di Agnese Pellegrini
Famiglia Cristiana, 12 marzo 2020
Rivolte, morti e feriti, evasioni di massa. Gli incidenti di questi giorni nascono dal Coronavirus ma sono il prezzo di anni di politiche che hanno portato tutto il sistema penitenziario al collasso. È ora di fare qualcosa, cominciando da una modesta proposta.
La terribile rivolta in molte carceri italiani che ha mietuto 14 morti e fatto registrare una ventina di evasi sembra ora sotto controllo, anche perché in realtà le proteste volevano essere un'azione dimostrativa, e non distruttiva. E tuttavia il bilancio è pesante: una trentina di istituti penitenziari, in tutta Italia, messi a ferro e fuoco, quasi contemporaneamente, come se davvero i detenuti si fossero passati parola; oltre ai reclusi morti, la maggior parte per overdose, alcuni agenti penitenziari feriti, e tante, tante celle devastate. Perché, in carcere, non circolano armi e nemmeno esplosivi, ma a dare fuoco a un materasso basta un attimo, anche se rischi l'intossicazione (e di detenuti intossicati ce ne sono stati molti in questi giorni).
A leggere questi tragici avvenimenti in filigrana emerge dunque una evidente fragilità del sistema Stato: 60 mila detenuti, circa 15 mila in più di quanto i penitenziari italiani potrebbero contenere, sono potenzialmente in grado di creare un serio problema di ordine sociale, particolarmente in un momento di emergenza.
Non a caso, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in un messaggio ha subito rassicurato i detenuti sulla ripresa dei colloqui con i famigliari, sospesi per evitare il contagio del Coronavirus, il pretesto che ha scatenato le insurrezioni. Se non lo avesse fatto, probabilmente nessuno (Dap - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Prap - Provveditorato regionale, responsabili istituzionali e forze dell'ordine) avrebbe potuto evitare un'escalation ancor più drammatica. Le scene trasmesse in televisione e sui social farebbero sorridere, se non fossero angoscianti: detenuti che, da nord a sud, salgono sui tetti come fossero un terrazzo su cui prendere il sole; finestre di penitenziari da cui escono nuvole nere di fumo; addirittura a Foggia un gruppo di persone che sradicano il cancello della Block house (il limite tra il perimetro del carcere e la libertà) e si arrampicano sulle inferriate con apparente facilità...
Va detto subito che le proteste sono ammissibili e legittime soltanto nella misura in cui non sono violente. Qualsiasi azione non pacifica va condannata, assolutamente. Ma la situazione che si è creata la dice lunga sul grado di resistenza del sistema carcere, logorato da anni di politiche che hanno visto più tagli che investimenti e che hanno prodotto una condizione al collasso: celle invivibili (l' Europa ha condannato l' Italia perché mancano gli spazi minimi richiesti), sovraffollamento endemico, difficoltà di accesso alle cure mediche e alle pratiche più basilari di igiene, mancanza di risorse per prevedere attività trattamentali, carenza di personale: educatori, operatori e anche agenti penitenziari che, spesso, si trovano a essere sminuiti nel loro ruolo e a dover affrontare circostanze ingestibili.
"Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri", diceva Voltaire; e Papa Francesco, durante il Giubileo dei detenuti celebrato nel 2016 in Vaticano, a migliaia di reclusi arrivati da tutte le carceri italiane ha confessato: "Ogni volta che entro in un carcere mi domando perché voi e non io", ricordando che "a volte una certa ipocrisia spinge a vedere in voi solo delle persone che hanno sbagliato, per le quali l'unica via è quella del carcere. Non si pensa alla possibilità di cambiare vita, c' è poca fiducia nella riabilitazione. Ma in questo modo si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto". Un concetto che il Pontefice ha richiamato durante l'omelia, lo scorso 24 dicembre: "Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore... Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati, continua ad amarci".
La dignità di ciò che siamo non è data da ciò che facciamo, o che abbiamo fatto, ma dall' essere figli di Dio. E lo siamo tutti. Anche Caino. Che ha ucciso Abele, ma che ha cambiato vita, per dirla con Papa Francesco. Forse, anche la politica dovrebbe fare uno sforzo in più in questo senso, proprio sulla base che la costituzione italiana affida alla pena una finalità rieducativa, e non di mero castigo o, peggio, di tortura. E, forse, andrebbero davvero presi in considerazione provvedimenti - come proprio attraverso Famiglia Cristiana chiedeva ieri don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani penitenziari - che "alleggeriscano" le patrie galere, prevedendo una moratoria dell'esecuzione penale per chi ha residui di pena bassa. Pochi giorni fa, in un'intervista a un quotidiano, Silvio Di Gregorio, direttore del carcere di massima sicurezza di Opera, l'istituto italiano con il maggior numero di detenuti al 41 bis (il carcere duro a vita), ebbe a dire in proposito: "Penso che periodicamente possa procedersi a una azione misericordiosa".
E viene in mente il versetto di Matteo (9,3) quando Gesù, riportando le parole del profeta Osea, ricorda: "Misericordia voglio, e non sacrificio". Commentandolo, Papa Francesco disse: "Non c' è santo senza passato, né peccatore senza futuro". Magari, questo potrebbe essere un tempo fecondo per risolvere l'annosa questione delle carceri italiane.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 marzo 2020
Il drammatico bilancio è di quindici detenuti morti, si attendono le autopsie. Ora, salvo sorprese, nelle carceri italiane è ritornata la calma. Si è esaurita nel tardo pomeriggio di ieri la protesta scoppiata al carcere di Sollicciano. Protesta, in questo caso, scaturita dai timori di contagio da Covid-19 dovute al fatto che un allievo dei corsi per Agente di polizia penitenziaria, che stava effettuando il tirocinio formativo a Sollicciano, sia stato trovato positivo al coronavirus. Tra l'altro nasce un giallo. Gennarino De Fazio, il leader del sindacato Uil-pa, denuncia che già con il Dpcm del 4 marzo scorso era stata disposta la sospensione delle attività didattiche presso le scuole di ogni ordine grado con alcune eccezioni.
"Fra quelle eccezioni erano ricomprese le scuole di talune Forze dell'Ordine, ma non di quelle della Polizia penitenziaria", tuona il sindacalista. Sottolinea che tale disposizione è stata confermata con il successivo Dpcm dell'8 marzo, "ma solo oggi pomeriggio, 11 marzo 2020, sono state disposte le sospensioni delle attività didattiche presso le Scuole della Polizia penitenziaria (177° corso Agenti) fino al 3 aprile".
Finite, per ora le proteste, lo Stato italiano si ritrova a fare i conti con gli inevitabili danni, sezioni intere inagibili e trasferimenti dei detenuti in altri penitenziari. Un problema enorme visto che la conseguenza è un ulteriore ingolfamento delle carceri già sovraffollate. Tra le macerie della tragedia annunciata ci sono 15 detenuti morti. Nove solo al carcere di Modena, quattro a Rieti e due a Bologna. Ma forse la conta macabra potrebbe aumentare visto che ci sono ancora alcuni detenuti in rianimazione. Non è certa la causa dei decessi e tutto questo dovrà essere accertata tramite l'autopsia.
Il Dubbio ha potuto apprendere che, nella giornata di oggi, almeno nel caso dei nove morti del carcere di Modena, saranno tutti sottoposti a tampone e in seguito verrà eseguita l'autopsia. Intanto continuano senza sosta le attività di ricerca dei detenuti evasi durante la rivolta del carcere di Foggia. Dei 72 evasi, ben 61 sono stati catturati o si sono costituiti. Arrivano intanto segnalazioni, tutte da verificare, di possibili ritorsioni - da parte di alcuni agenti penitenziari - nei confronti dei rivoltosi.
Se così fosse, sicuramente il Dap farà accurate indagini visto che alla violenza, lo Stato di Diritto non risponde con altrettanta violenza. Il Sistema penitenziario è in crisi, ma da tempo e forse tutto ciò poteva essere evitato se il governo precedente avesse approvato in toto la famosa riforma dell'ordinamento penitenziario dell'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, il quale è attualmente nella maggioranza di governo. Ora si paga lo scotto di una forte crisi in piena emergenza coronavirus: nelle carceri italiane, il Convid-19, è sempre in agguato e diventerebbe difficile mettere in atto gli isolamenti sanitari.
Le polemiche contro il ministro della giustizia Bonafede e del Dipartimento penitenziario non mancano. Tutte le sigle sindacali e i partiti politici si sono scagliati contro. Ma per motivi diversi. Chi chiede il pugno di ferro, chi invece chiede subito misure alternative alla pena carceraria per alleggerire i penitenziari e invoca soprattutto dimissioni del guardasigilli per non aver saputo prevenire tale tragedia.
"La situazione delle carceri italiane è molto grave anche a causa di una gestione assolutamente inadeguata da parte del governo e dei massimi dirigenti del dipartimento", dice Pompeo Mannone, il segretario della Federazione Nazionale della Sicurezza della Cisl. "Quello che sta accadendo era facilmente prevedibile vista la situazione davvero incresciosa in cui versano i nostri istituti penitenziari", spiega Mannone.
"Ormai sanno tutti che le nostre carceri - sottolinea il segretario della Fns Cisl - hanno almeno 10 mila detenuti in più rispetto alla capienza consentita e ci sono 5 mila poliziotti in meno. Aver messo in pericolo il personale è una cosa gravissima, sono 40 i poliziotti feriti cui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Si poteva fare meglio e di più, non è pensabile che il sindacato venga convocato a fatti già accaduti: c'era la necessità di una condivisione ampia di misure per cercare di tamponare una situazione di per sé già pesante e drammatica".
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