sicurezzainternazionale.luiss.it, 14 marzo 2020
La diffusione del coronavirus ha sollevato disordini e preoccupazioni anche all'interno delle carceri. Il Bahrein, precedentemente condannato per le condizioni delle proprie prigioni, ha agito rilasciando 901 detenuti. La decisione è giunta il 12 marzo, attraverso un'ordinanza reale del re Hamad bin Isa Al Khalifa, il quale ha concesso la grazia a 901 prigionieri, mentre altri 585, già a metà del periodo di detenzione previsto, sconteranno il resto della sentenza in centri riabilitativi o all'interno di programmi di formazione.
Secondo il Bahrain Institute for Rights and Democracy (Bird), si tratta di una delle maggiori amnistie messe in atto dal Regno sin dalle rivoluzioni del 2011 contro la monarchia. Questa volta, l'obiettivo cardine dell'ordinanza è contenere la diffusione del coronavirus, che in Bahrein ha registrato almeno 189 casi positivi.
È lo stesso decreto a parlare di "motivi umanitari", nel quadro dell'emergenza sanitaria in corso. Tuttavia, il ministro dell'Interno, Sheikh Rashid bin Abdullah al-Khalifa, ha affermato che dietro la decisione di rilascio vi è stato un esame approfondito, volto a comprendere i detenuti in grado di soddisfare specifiche condizioni oggettive e legali.
I criteri volti a determinare l'amnistia per motivi umanitari, è stato affermato, sono stati stabiliti tenendo conto altresì di disposizioni di legge e accordi internazionali in materia di diritti umani, così come dell'età o delle condizioni di salute dei detenuti, alcuni dei quali necessitano di cure speciali. Circa i detenuti stranieri, poi, è stato loro concesso di continuare a scontare il resto della pena nei propri Paesi di origine.
La diffusione del coronavirus ha causato disordini nelle carceri a livello internazionale. Tale fenomeno ha riguardato altresì l'Iran, dove il 9 marzo, il capo della magistratura, Ebrahim Raisi, aveva riferito che circa 70.000 prigionieri erano stati temporaneamente rilasciati a causa dell'epidemia. Il rilascio è stato consentito solo alle condanne a meno di 5 anni.
In tale quadro, secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Arabiya, l'11 marzo, quattro parlamentari iraniani hanno inviato una lettera al Ministro della Sanità iraniano, chiedendo di concedere il rilascio per i prigionieri politici detenuti nelle carceri del Paese. Tale richiesta si aggiunge a quella di Javaid Rehman, il relatore speciale dell'Onu per i Diritti Umani, il quale ha esortato il governo di Teheran a rilasciare temporaneamente tutti i prigionieri, viste le difficili condizioni in cui versa il Paese a causa della diffusione del coronavirus.
La mossa del Bahrein, tuttavia, giunge dopo le numerose denunce presentate dalle organizzazioni per i diritti umani contro il Regno, a causa delle condizioni e delle pratiche subite dai prigionieri. Secondo l'organizzazione non governativa statunitense Freedom House, il Bahrein rappresenta uno degli Stati più repressivi del Medio Oriente, in cui torture, esecuzioni illegali e abusi dei diritti umani vengono spesso praticati ma non denunciati.
È stata altresì l'organizzazione Human Rights Watch (Hrw) ad affermare come, sin dal 2010, siano numerosi gli attivisti dell'opposizione arrestati e sottoposti a torture, dopo essersi ribellati alla monarchia. È stato dichiarato che le autorità hanno dimostrato una politica di tolleranza zero per qualsiasi pensiero politico libero e indipendente e hanno imprigionato, esiliato o intimidito chiunque criticasse il governo. Nel mese di ottobre 2019, Hrw ha altresì denunciato la mancanza di cure mediche o di assistenza alle persone più anziane. Si tratta di un fenomeno segnalato anche all'interno delle carceri femminili.
Ristretti Orizzonti, 13 marzo 2020
Dal carcere di Padova, la voce di un detenuto, Giuliano Napoli.
A distanza di qualche ora dalle rivolte e nella tregua che sembra essersi stabilizzata nelle carceri italiane mi sembra doveroso scrivere qualcosa dal punto di vista di un detenuto, quale sono, e rimanendo nell'ambito di quello che è il mio percorso con la redazione di Ristretti Orizzonti, che si occupa soprattutto d'informazione, a partire da dentro il carcere di Padova, esprimere qualche considerazione mi sembra il minimo in base a tutto quello che mi è stato possibile vedere e sentire attraverso i canali di comunicazione come televisione e radio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 marzo 2020
Tante le iniziative per decongestionare le carceri italiane. In attesa che venga sottoscritto un nuovo decreto dove dovrebbe finalmente mettere in chiaro cosa fare o no nelle carceri italiane, ci sta pensando la magistratura di sorveglianza a trovare modi per decongestionare gli istituti penitenziari ai tempi del coronavirus.
di Marianna Rizzini
Il Foglio, 13 marzo 2020
I disordini nelle carceri all'annuncio dei provvedimenti restrittivi per il contenimento del coronavirus, ma anche il problema precedente e sottostante: le carceri sono sovraffollate, scoppiano quasi, e da tempo la politica è chiamata a occuparsene.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 13 marzo 2020
Massimo De Pascalis, già Vicecapo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ha diretto diversi istituti di pena, come Rebibbia Nuovo Complesso e Spoleto. In questo delicato momento avanza una proposta per fronteggiare l'emergenza coronavirus in carcere, ossia prevedere immediatamente la detenzione domiciliare per coloro che hanno residui di pena inferiori ai due anni.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 13 marzo 2020
Quasi tutti nordafricani i detenuti morti con il mix di farmaci rubati durante le rivolte. Straniero il 64,9% dei reclusi a Modena, tossicodipendente il 35%, e il 55% con problemi psichici. È tornata la calma apparente, dopo le rivolte e le proteste scoppiate domenica a proseguite a singhiozzi e con modalità e intensità diverse in una cinquantina di istituti penitenziari italiani a causa delle restrizioni imposte per prevenire l'epidemia nelle celle. A parte qualche "battitura" e qualche recluso ad Avellino che si è rifiutato di rientrare in cella, mentre a Foggia si cercano ancora sei evasi latitanti, per il resto si cerca di tornare ad una normalità che di normale non ha nulla.
Fortunatamente, nella tragedia che si è sfiorata - e consumata con 13 detenuti morti, in totale - è scaturita la prima azione positiva del Dipartimento di amministrazione penitenziaria: il nuovo Direttore generale Detenuti e trattamento, Giulio Romano, in carica dal 14 febbraio scorso, ha rotto un tabù comunicando ieri ai direttori degli istituti penitenziari il primo via libera all'uso della posta elettronica nella comunicazione tra detenuti e familiari, e anche all'uso di Skype per le lezioni scolastiche e universitarie in videoconferenza e per lo svolgimento degli esami e dei colloqui tra docenti e studenti reclusi.
"Durerà per il solo periodo di emergenza Covid19, ma - commenta il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia - è la fine di un tabù: finalmente i detenuti entrano nel mondo digitale". Una novità che sicuramente alleggerirà almeno in parte il senso di oppressione e morte che si può respirare dentro le celle in questi tempi bui. Ecco perché il tuttora capo del Dap Francesco Basentini ha avvertito con una circolare provveditori regionali, direttori e comandanti delle carceri: "Allo stato non è possibile escludere una ripresa delle agitazioni". E ha raccomandato loro massima attenzione per prevenire altri disordini e "rendere impossibile che si verifichino ancora episodi di danneggiamento che possono compromettere le strutture dell'amministrazione".
Sui 13 morti - 9 a Modena, 3 a Rieti e uno a Bologna, non due come erroneamente comunicato dal Garante dei detenuti, tutti sembrerebbe per overdose di metadone e farmaci rubati dagli ambulatori durante le rivolte - è calato invece il silenzio delle istituzioni ma anche del mondo del volontariato carcerario, in attesa che a stabilire certezze sui decessi sia la magistratura.
Eppure le ipotesi dal sapore complottistico si fanno largo nelle piazze virtuali. Ma non c'è alcun bisogno di immaginare altre violenze, dietro quelle morti che di per sé già mostrano tutta la violenza di un regime che non cura, non "rieduca", non costruisce le condizioni per prevenire le recidive.
Secondo Elia De Caro, responsabile Antigone dell'Emilia Romagna, le vittime di Modena e Bologna sarebbero tutti giovani nordafricani (secondo il Garante nazionale dei detenuti, solo una vittima è italiana e ben tre erano in attesa del primo grado di giudizio; il più giovane aveva 29 anni e il più adulto 42). Nella casa circondariale di Modena, dove ora sono rimasti 200 detenuti, nutriti con pasti che vengono da fuori perché non ci sono più cucine né servizi, prima della rivolta di domenica il 64,9% dei reclusi era straniero, il 35% tossicodipendente, il 55% in osservazione psichiatrica e non c'era un'"articolazione per la salute mentale".
Il Dirigente medico del Ser.D. di Bologna, Salvatore Giancane, non si stupisce che si tratti di detenuti nordafricani perché, dice, "generalmente sono poliassuntori di sostanze, quindi senza tolleranza agli oppiacei, quelli più a rischio di morte con il metadone". L'effetto letale può avvenire "tra le 5 e le 12 ore dopo l'assunzione".
Potrebbe essere una spiegazione al fatto che quattro rivoltosi sono morti dopo il trasferimento in altri istituti. "Probabilmente quando sono stati caricati sui cellulari non presentavano sintomi preoccupanti, soprattutto se oltre agli agenti in quei momenti non erano presenti medici. Giunti a destinazione hanno iniziato a stare male, in qualche caso sono morti nel sonno (favorito dall'effetto del metadone stesso), in qualche caso (come ad Ascoli) se ne sono accorti. Dalla stampa locale risulta anche se ne siano accorti gli agenti che stavano trasferendo due detenuti a Trento, che proprio per questo si sono fermati a Verona". "Il metadone in carcere - conclude il dott. Giancane - è stata una conquista di civiltà, non vorrei che da qui si progettassero passi indietro".
di Valentina Stella
Left, 13 marzo 2020
Le carceri italiane sono sovraffollate da anni, ci sono anche nove detenuti in una cella, denuncia Rita Bernardini del Partito radicale: "Se il Covid-19 si diffondesse la situazione sarebbe insostenibile, per questo si sentono in grave pericolo".
In questa difficile situazione di emergenza che il nostro Paese si trova a dover fronteggiare a causa del Covid-19, c'è una fetta di popolazione che forse più di altre percepisce il pericolo: è quella degli oltre 60mila detenuti che in questo momento si trovano in carceri sovraffollate - anche 9 in una cella - e che nel momento in cui scriviamo hanno dato vita a numerose rivolte perché è stato impedito loro, per ragione di sicurezza sanitaria, di avere colloqui con i familiari.
Nel carcere di Modena ne sono morti addirittura tre e due agenti penitenziari sono stati presi in ostaggio nell'istituto di Pavia. Ci saranno indagini e approfondimenti ma intanto c'è una doppia emergenza oltre le mura che ci dividono dai reclusi.
Ne parliamo con Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino e membro del consiglio generale del Partito Radicale.
Sei detenuti nel carcere di Modena sono morti. Mentre scriviamo non si conoscono le cause. Che giudizio dà di questo gravissimo episodio?
Con tutta la popolazione penitenziaria - sia detenuti che personale - occorre parlarci e purtroppo questo non è stato fatto. I detenuti si sono trovati all'improvviso con misure molto restrittive e senza capirne il senso. Purtroppo negli ultimi tempi questa capacità di parlare con la popolazione detenuta è andata via via perdendosi.
Mi auguro che in questa fase siano utilizzati i garanti e i direttori per parlare con i reclusi e spiegare esattamente le misure e come possano essere salvaguardati i diritti residui, visto che i colloqui non ci sono più. Pensando a queste rivolte non può non venirmi in mente il sacrificio della nonviolenza fatto da migliaia di detenuti durante gli Stati generali dell'esecuzione penale su sollecitazione di Marco Pannella: di questo patrimonio purtroppo non si è fatto tesoro. Le misure di contenimento della popolazione detenuta non sono state adottate. Adesso la popolazione è ancora in aumento: entrano gli arrestati ma non esce nessuno.
In molti istituti di pena ci sono state rivolte. E degli agenti della penitenziaria presi in ostaggio. Queste azioni sono da condannare?
Ovviamente siamo alla presenza di reati che vanno perseguiti. Ho cercato di diffondere questo messaggio: queste rivolte sono contro i detenuti, essi si auto-danneggiano perché sono le prime vittime. Se pensiamo a misure che potrebbero essere adottate in queste momento, come la detenzione domiciliare, i primi ad essere esclusi sono proprio i detenuti che hanno partecipato alle rivolte. E comunque la violenza è sempre da bandire. Ho consigliato persino ai familiari che stanno facendo manifestazioni davanti alle carceri di assumere condotte responsabili se davvero vogliono bene ai loro congiunti. Queste manifestazioni sono da scongiurare perché alimentano lo stato di paura. Dobbiamo essere tutti responsabili e limitare al massimo i contatti umani.
Nel decreto legge si prevede che dal 9 marzo e sino al 22 marzo 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati, sono svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che può essere autorizzata oltre i limiti della normativa vigente. Che giudizio dà?
Non tutte le carceri sono attrezzate per utilizzare ad esempio Skype. Anche sulle telefonate, volendone aumentare il numero occorre fare chiarezza: non tutti gli istituti di pena sono attrezzati per consentirne molte. C'è una fascia di detenuti molto povera che non hanno a disposizione i mezzi: a loro bisognerebbe pagare le telefonate. E poi mi chiedo cosa succede per i detenuti in 41bis: per loro l'unico colloquio mensile è stato cancellato e sostituito dalla telefonata da fare dall'interno del carcere: i parenti potranno dunque entrare?
Inoltre, si legge nel decreto, tenuto conto delle evidenze rappresentate dall'autorità sanitaria, la magistratura di sorveglianza può sospendere, nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore del decreto ed il 31 maggio 2020, la concessione dei permessi premio e del regime di semilibertà...
Io prevedrei invece la detenzione domiciliare. È chiaro che non possono entrare ed uscire dalle carceri continuamente ma sarebbe anche necessario che agli agenti fosse misurata la temperatura, perché potrebbero essere loro il veicolo del virus.
L'emergenza sanitaria dunque può essere l'occasione per intraprendere quelle decisioni e quei provvedimenti che chiedete come Partito Radicale da tempo per carceri più umane?
Amnistia e indulto sono provvedimenti necessari. Comunque qualcosa va fatto: sono tanti gli strumenti. Per esempio introdurre nuovamente la liberazione anticipata speciale che consentirebbe ai detenuti di usufruire di uno sconto di pena in questa situazione emergenziale. Dopo di che le misure alternative con provvedimenti di legge ad hoc.
La detenzione domiciliare potrebbe essere data anche nei casi più difficili, dove potrebbero essere utilizzati i braccialetti elettronici...
Qui c'è uno scandalo: i braccialetti non ci sono anche se con essi i magistrati di sorveglianza sarebbero più propensi a dare le misure alternative. Non ci sono nonostante Fastweb abbia vinto una gara da oltre un anno: né Salvini né Lamorgese hanno fatto il collaudo e il controllo a distanza. E non dimentichiamo che ci sono circa 16mila detenuti che hanno un residuo di pena sotto i due anni: a loro potrebbe essere concessa senza problema la misura alternativa al carcere.
Lei è in contatto con molti detenuti. Ci può partecipare qualche racconto relativo alle paure di questi giorni?
I timori provengono da tutta Italia, non solo dalle carceri sovraffollate. Ma soprattutto dal sud: la questione è stata amministrata meglio al centro Nord. Alcuni direttori mi hanno detto che mancano indicazioni precise sui colloqui, sulla sanificazione dei luoghi. Questo crea preoccupazione anche nei familiari. Fino a domenica non si sapeva neanche se potevano portare i pacchi: è possibile farlo. Questo per i detenuti è fondamentale. A me arrivano telefonate di persone che hanno congiunti malati in carcere anche gravemente. Sono tantissimi che si trovano soprattutto all'alta sicurezza e al 41bis, con carcere. malattie terminali molto gravi, con difese immunitarie basse.
Ha mandato un WhatsApp al ministro Bonafede: "Caro Alfonso ricevo telefonate allarmate di familiari di detenuti e direttori di carceri... Facciamo qualcosa?". Le ha risposto e se sì cosa?
Non siamo riusciti a parlarci, l'ho invitato a Radio Radicale ma non è voluto intervenire direttamente.
Alla fine ha parlato il capo del Dap, Francesco Basentini...
Credo che le carceri siano state messe all'ultimo posto nei pensieri del governo. Invece sono luoghi "esplosivi": se si diffonde, come ha detto anche Basentini, il virus nelle carceri, la questione diventa veramente preoccupante.
Il Riformista, 13 marzo 2020
L'Italia non ha accolto nessuna delle raccomandazioni dell'Onu sul rispetto dei diritti umani nelle carceri. Lo rende noto Nessuno tocchi Caino, che con il Partito Radicale era presente ieri a Ginevra dove si è tenuta la discussione sul processo di revisione periodica universale, cioè quella valutazione che le Nazioni Unite fanno sullo stato di recepimento e rispetto dei diritti umani nei vari Paesi.
Il problema delle carceri era emerso con decisione durante la discussione e infatti, fa sapere Nessuno tocchi Caino, "paesi come Austria, Danimarca, Germania, Repubblica di Corea, Russia e Zambia avevano rivolto raccomandazioni all'Italia affinché il regime detentivo italiano sia migliorato e adeguato agli standard internazionali sui diritti umani, sia affrontato il problema del sovraffollamento e adottata una riforma che migliori le condizioni materiali, riduca la custodia cautelare ed aumenti il ricorso alle misure alternative, e sia assicurata la difesa legale agli stranieri.
Ci si aspettava che ci fossero anche queste tra le raccomandazioni accolte dal nostro Paese, tanto più in un momento di rischio epidemia in carceri sovraffollate. Invece sono cadute nel vuoto", dice Elisabetta Zamparutti, tesoriera dell'associazione ed ex componente il Comitato europeo prevenzione della tortura. Nel corso della discussione, Nessuno tocchi Caino ha sollevato il problema del recepimento della sentenza della Corte europea dei diritti umani nel caso Viola vs. Italia in materia di ergastolo ostativo.
La Corte di Strasburgo aveva bocciato il divieto previsto dall'articolo 4bis del nostro ordinamento penitenziario di concedere la liberazione condizionale agli ergastolani ostativi che non collaborino con la giustizia, giudicandolo "inumano" e "degradante" e aveva riconosciuto questo come un problema strutturale. "Al Comitato diritti umani dell'Onu - ricorda Zamparutti - pende peraltro un ricorso collettivo di 252 ergastolani ostativi curato, per conto di Nessuno tocchi Caino, dall'avvocato Andrea Saccucci".
garantenazionaleprivatiliberta.it, 13 marzo 2020
Situazione carceri - Oggi è stata una giornata di calma relativa negli Istituti. Permangono, tuttavia, una serie di problemi legati ai disordini e alle violenze dei giorni scorsi. Il Garante sta approfondendo la situazione delle oltre 1500 persone trasferite o in corso di trasferimento a seguito dei disordini. Rispetto a un campione (di 65 persone) di criticità riscontrate a seguito degli eventi, su cui il Garante ha fatto uno specifico approfondimento, è emerso che in tredici casi è stata predisposta la visita in ospedale; due persone sono ricoverate e una è in rianimazione. Stiamo lavorando all'estensione del campione.
Da un più accurato esame, il numero dei decessi collegati agli eventi è risultato di 13 (nella comunicazione di ieri era stato erroneamente inserito il caso di una persona ristretta a Bologna che invece abbiamo appurato essere stata ricoverata in rianimazione e successivamente essersi ripresa). L'identità delle tredici persone è terreno attuale di azione di indagine del Garante anche in considerazione del fatto che l'inserimento dei dati nell'Istituto di Modena si è fermata al momento degli incidenti; presumibilmente per il danneggiamento del sistema. Al momento abbiamo l'identificazione certa - da parte nostra, mentre siamo certi che le autorità inquirenti abbiano tutte le informazioni in proposito - soltanto di dieci persone: solo una è italiana e ben tre erano in attesa del primo grado di giudizio; il più giovane aveva 29 anni e il più adulto 42. Un quadro più completo sarà fornito domani.
Ovviamente, come in casi simili, il Garante nazionale ha avviato l'interlocuzione con le Procure (di Modena, Rieti, Parma, Alessandria, Verona, Bologna) per avere informazioni circa l'apertura di indagine al fine di presentarsi come persona offesa ai sensi dell'articolo 90 c.p.p.
In questo triste contesto, dobbiamo segnalare oggi un suicidio (il dodicesimo dall'inizio dell'anno) avvenuto nell'Istituto di Novara: ancora una volta si tratta di un giovane straniero, egiziano, senza fissa dimora.
Sono molte le segnalazioni che stanno arrivando al Garante nazionale da parte di familiari che hanno difficoltà ad avere contatti con i propri congiunti a causa dell'interruzione dei colloqui e del non pieno funzionamento del sistema delle telefonate e delle video telefonate. Il Garante ha chiarito all'Amministrazione penitenziaria che la possibilità di video-telefonate, in quanto sostitutiva di colloqui visivi diretti, è naturalmente estesa a tutti le persone detenute indipendentemente dal livello di sicurezza del circuito di appartenenza (nel numero previsto per tale circuito). Tale previsione è ancor più importante ora che i movimenti lungo la penisola sono soggetti a forte limitazione. Certamente i colloqui che avvengono con separazione completa per vetro divisorio non hanno ragione di essere limitati su base di possibile contagio diretto.
Il Garante nazionale ha predisposto uno schema di comunicazione con tutti i Garanti territoriali per la condivisione delle informazioni relative allo svolgersi degli eventi nei diversi Istituti penitenziari per adulti e per minori, per quanto attiene sia i provvedimenti adottati localmente dopo il decreto-legge dell'8 marzo, sia le malaugurate ipotesi di presenza di contagio.
Continua il lavoro per la ricerca di possibili provvedimenti normativi e diffusione di buone prassi applicative delle norme esistenti, volti alla riduzione dell'incidenza dell'affollamento sulla difficile situazione attuale, in attesa di una nuova convocazione della cosiddetta "Task force".
Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) - il Garante nazionale ha avviato una interlocuzione con il Ministero dell'interno sulle persone trattenute nei Cpr il cui termine di trattenimento sia prossimo alla scadenza. A seguito dell'emergenza Covid-19, infatti, diversi Paesi hanno disposto il blocco dei voli da e per l'Italia, interrompendo quindi anche quelli di rimpatrio forzato. Pertanto, il Garante nazionale ha chiesto di valutare la necessità di una cessazione anticipata del trattenimento di coloro che, essendo in una situazione di impossibile effettivo rimpatrio, vedono configurarsi la propria posizione come "illecito trattenimento" ai sensi della stessa Direttiva rimpatri del 2008.
Quarantena - Con nota del Sottocomitato per la prevenzione della tortura (Spt) delle Nazioni Unite, a firma del suo Presidente, Sir Malcom Evans, è stato confermato ai Meccanismi nazionali di prevenzione (Npm) dei Paesi che hanno ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro tortura e trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti (Opcat), e quindi per l'Italia al Garante nazionale, che la quarantena forzata su base sanitaria ricade nell'ambito del mandato loro istituzionalmente affidato. Ovviamente il Sottocomitato invita a valutare le modalità di visite e monitoraggi in strutture a ciò destinate, al fine di non interrompere la quarantena stessa e di non porre così in pericolo la complessiva sicurezza sanitaria. Precisa comunque che tale monitoraggio dovrà essere condotto e che ragioni di sanità collettiva non possono ridurre i diritti fondamentali delle persone poste in tale situazione, né gli obblighi degli Organi di controllo.
Residenze sanitarie per anziani (Rsa) - Viste le limitazioni previste alla lettera q) del Dpcm dell'8 marzo 2020, che prevede che "l'accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (Rsa), hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani autosufficienti e non, è limitato ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura che è tenuta ad adottare le misure necessarie e prevenire le possibili trasmissioni di infezione", il Garante nazionale, pur ritenendo le restrizioni opportune al fine di prevenire la diffusione della pandemia, manifesta la propria preoccupazione in merito alle ripercussioni che tali limitazioni possono avere all'interno delle strutture per persone con disabilità e anziane, se non opportunamente monitorate e controllate. La situazione espone, infatti, a elevato stress sia gli ospiti che gli operatori. Questo comporta un incremento del rischio di comportamenti conflittuali, di maltrattamento o di abuso degli strumenti di contenzione. Il Garante nazionale sta studiando collaborazioni e modalità di vigilanza di comportamenti inaccettabili di questo tipo.
Il Garante ha comunque richiamato l'attenzione nel merito di coloro che operano nel settore socio-sanitario e socio-assistenziale, raccomandando a tutte le Direzioni delle strutture e alle Autorità regionali di controllo di vigilare sulle strutture con massima attenzione, data la drastica riduzione del controllo informale esercitato dalla comunità esterna conseguente alle restrizioni all'accesso.
di Davide Manlio Ruffolo
La Notizia, 13 marzo 2020
Indulto e amnistia non portano da nessuna parte, bisogna investire nel sistema penitenziario. Il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, non ha dubbi.
Nelle carceri italiane ì detenuti sono in rivolta, protestano per le limitazioni ai colloqui con i familiari e per il timore di infettarsi; com'è adesso la situazione?
"Al momento, dopo le proteste e le rivolte, la situazione è rientrata in praticamente tutti gli istituti ed è sotto controllo, grazie soprattutto alla Polizia penitenziaria e a tutti gli appartenenti dell'Amministrazione penitenziaria, alle forze dell'ordine e alla magistratura".
C'è chi sospetta che dietro le sommosse simultanee ci sia una regia comune, è un'ipotesi plausibile?
"Diciamo che avere seimila detenuti che, quasi contemporaneamente e in tutta Italia, hanno dato luogo a proteste e rivolte violente, qualche dubbio lo crea. In più abbiamo visto associazioni sollecitare, incentivare e inneggiare alle rivolte quindi è un'ipotesi assolutamente plausibile. Per questo alcune situazioni sono sotto la lente della magistratura".
L'opposizione invoca misure drastiche, Salvini chiede "il pugno di ferro": è la soluzione per placare gli animi?
"Il pugno di ferro lo si doveva usare nelle assunzioni che in questi decenni sono venute meno per via dei mancati investimenti dei governi di cui la Lega ha fatto parte negli scorsi decenni. in questo momento è chiaro che deve essere mantenuta la fermezza rispetto a episodi violenti inaccettabili. Ci siamo mossi per garantire la salute dei detenuti e dei loro cari. In previsione della sospensione dei colloqui nei penitenziari, abbiamo permesso più telefonate e predisposto colloqui audio-visivi. Abbiamo fatto tutto il possibile per evitare i contagi e stiamo predisponendo tamponi per tenere la situazione sotto controllo. La gran parte dei detenuti ci sono venuti incontro, capendo il momento del Paese, altri evidentemente no, e hanno posto in essere violenze e atti criminali a cui lo Stato deve opporsi con fermezza ".
C'è chi punta il dito contro il sovraffollamento carcerario; c'è un nesso di causalità con le recenti rivolte?
"Si tratta di un problema atavico che deriva da decenni di incuria in termini di edilizia penitenziaria, di assunzione del personale e di politiche rieducative. Noi siamo intervenuti subito su questi tre punti, ma la situazione che ci siamo trovati davanti non è buona. Tuttavia non credo che queste rivolte siano dovute al solo problema del sovraffollamento".
Intanto detenuti e avvocati invocano indulti di massa per svuotare le carceri. Il ministro Bonafede ha risposto "no", condivide la linea del Guardasigilli?
"Certo che la condivido. Come abbiamo visto negli anni precedenti, indulto e amnistia non portano da nessuna parte. Bisogna migliorare le condizioni di vita all'interno degli istituti, avere più posti detentivi, potenziare la possibilità di lavorare all'interno e all'esterno dei penitenziari e assumere agenti di Polizia penitenziaria. Al momento abbiamo già finanziati e in parte assunto più di 2.500 agenti e presto ne arriveranno altri, oltre a più di 200 milioni di euro investiti per l'edilizia penitenziaria".
Ma c'è chi chiede le dimissioni del ministro e del capo del Dap...
"In questo momento di emergenza, questi sono comportamenti da irresponsabili e da sciacalli. Non accettiamo che chi ha creato queste problematiche ora ci venga a puntare il dito contro. Ci aspettiamo responsabilità per un momento non facile per l'intero Paese dovuto all'emergenza del Coronavirus e a queste rivolte, ma che può essere superato se restiamo uniti".
- Il carcere insostenibile
- Carceri, le rivolte in una situazione già esplosiva
- Tredici morti e un gran silenzio: come nelle dittature sudamericane
- L'ispettore dei cappellani: la violenza è un errore, tornate sui vostri passi
- Subito misure sul sovraffollamento delle carceri. Senza illudere con amnistia o indulto










