Redattore Sociale, 14 marzo 2020
Il Garante dei detenuti di Milano scrive al Garante Nazionale. Ripristinare i colloqui (una persona alla volta), più telefonate tra reclusi e familiari, permettere a semiliberi e ammessi al lavoro esterno di uscire, emanazione di un decreto legge che scarceri automaticamente detenuti con pena inferiore a tre anni.
"È inumano ora tenere i detenuti nelle attuali condizioni": Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Milano scrive al Garante Nazionale, Mauro Palma, per indicare quali sono i provvedimenti che potrebbero disinnescare le tensioni nelle carceri. Provvedimenti da chiedere al Governo. In particolare "dobbiamo operare" perché siano di nuovo concessi i colloqui in carcere, anche se con le precauzioni che erano già state adottate negli istituti penitenziari di Milano: ossia colloqui con una sola persona alla volta. Bisogna poi aumentare "in numero e in durata" le telefonate tra detenuti e famigliari.
Per Francesco Maisto inoltre bisogna ridurre il numero dei reclusi. E suggerisce di "mettere in licenza al massimo dei giorni i semiliberi", di permettere agli "articoli 21" (i detenuti che sono ammessi al lavoro esterno) di uscire dal carcere "previo triage". Il garante dei detenuti di Milano ritiene infine che sarebbe necessaria l'emanazione di un decreto legge sulla falsariga della legge 199 del 2010, che permetterebbe una scarcerazione automatica dei detenuti con pena inferiore ai tre anni.
primabergamo.it, 14 marzo 2020
L'annuncio di Gori: computer in carcere per videochiamate tra detenuti e parenti. "Nelle prossime ore faremo recapitare alla casa circondariale otto computer, regalati dal nostro fornitore Globo, con i quali sarà possibile realizzare dei colloqui telematici tra i detenuti e i loro familiari, sperando che questo brutto momento finisca presto".
Ad annunciarlo è il sindaco di Bergamo Giorgio Gori sulla propria pagina di Facebook, a due giorni di distanza dalla visita in carcere per ascoltare le istanze degli ospiti della struttura di via Gleno. Se in molte carceri italiane erano scoppiati tumuli dopo l'entrata in vigore delle ulteriori limitazioni arginare i contagi da Coronavirus, in cui si protestava contro il divieto di vista da parte dei parenti e si chiedevano adeguate misure per proteggersi dal Covid-19, a Bergamo i detenuti hanno invece scelto la via del dialogo con le istituzioni.
Per questa ragione il sindaco Gori ha voluto esprimere la propria vicinanza e attenzione verso le richieste che gli sono state sottoposte, pubblicando questo lungo messaggio: "Ho trovato un momento di pausa e vorrei dedicarlo a chi sta in carcere. Ai detenuti e chi lavora per la loro sorveglianza. C'è in generale il rischio di dimenticarcene e a maggior ragione in questi giorni difficili in cui, paradossalmente, ognuno di noi sperimenta cosa possa voler dire - con tutte le differenze del caso - trovarsi reclusi.
Noi stiamo chiusi nelle nostre case e usciamo solo per necessità. Ai detenuti, a causa dell'epidemia, sono state sospese le visite. È stato deciso a loro tutela - è facile immaginare le conseguenze se il virus dovesse penetrare dentro le mura di un carcere - ma molti hanno reagito male. Molti di loro hanno mogli o mariti e figli a casa e sono preoccupati, come tutti. Nelle carceri di diverse città hanno reagito molto male, ci sono state violenze e purtroppo diversi morti. Non a Bergamo, per fortuna, dove i detenuti hanno scelto la via del dialogo con le autorità di sorveglianza. E anche per questo - per esprimere loro l'apprezzamento per questa scelta di condotta pacifica e costruttiva - mi sono reso disponibile ad incontrarli.
Mi hanno accolto in una saletta, alla presenza della Direttrice della Casa Circondariale e del personale di sorveglianza: una quindicina di detenuti in rappresentanza delle diverse sezioni. Mi hanno letto e consegnato due documenti, uno indirizzato alle istituzioni politiche e in primo luogo al Ministro della Giustizia Bonafede, l'altro - contenente alcune istanze più puntuali - al Presidente del Tribunale di Sorveglianza.
Ne hanno spiegato il contenuto, mostrando di capire bene l'emergenza a cui tutti stiamo facendo fronte e le ragioni delle restrizioni a cui sono stati sottoposti. Ma mi hanno chiesto attenzione, e riconoscimento del loro essere cittadini come gli altri, con la loro umanità e il loro diritto alla salute.
Chiedono che il Tribunale di Sorveglianza applichi le disposizioni - vigenti - che ad alcuni di loro consentirebbero di tornare a casa, o di scontare la pena ai domiciliari. Non mi addentro in questo campo, che non mi compete. Ma voglio ringraziarli per la cortesia con cui mi hanno accolto e per il senso di responsabilità testimoniato dai loro comportamenti e dalle loro parole. Nelle prossime ore faremo recapitare alla casa circondariale di via Gleno otto computer, regalati dal nostro fornitore Globo, con i quali sarà possibile realizzare dei "colloqui telematici" tra i detenuti e i loro familiari, sperando che questo brutto momento finisca presto".
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 14 marzo 2020
Iniziativa a Rebibbia e Regina Coeli grazie al nuovo collegamento wi-fi disponibile all'interno dei due istituti penitenziari. A Velletri e Rieti, dove è stato chiuso un reparto, si contano i danni. I sindacati: adesso per gli agenti più igiene e sicurezza sul lavoro.
Un reparto chiuso a Rieti, danni gravi ad altri due a Velletri. In ripristino la situazione a Rebibbia - dove gli incendi dolosi hanno coinvolto due piani di un edificio - mentre a Regina Coeli la protesta dei detenuti è stata breve e ha provocato poche conseguenze materiali, anche se l'attenzione rimane alta, come dappertutto. A due giorni dalla fine dei tafferugli anche nelle carceri del Lazio, come a Frosinone e Cassino, si traccia il bilancio di quanto accaduto, a partire dai tre reclusi deceduti proprio a Rieti per aver assunto metadone sottratto dall'infermeria nel corso degli incidenti.
Una situazione che preoccupa ancora, visto che l'emergenza coronavirus è appena cominciata ed è stata proprio questa la causa scatenante della protesta - a tratti violenta - dei detenuti. L'intervento delle forze dell'ordine ma anche in certi casi la mediazione di direttori degli istituti insieme con l'intervento dei magistrati hanno consentito di far rientrare l'ondata di rabbia che rischiava anche nel Lazio di causare conseguenze gravissime come quelle di Modena o Foggia.
Nei giorni scorsi a Rebibbia e a Regina Coeli, grazie all'arrivo degli accessi internet con le connessioni wi-fi, come quella di Unidata, alcuni reclusi hanno potuto parlare via Skype con i parenti, anche per tranquillizzarsi a vicenda su quello che accade dentro il carcere e a casa. Adesso però ci sono da riparare i danni nelle carceri coinvolti negli scontri. Secondo Massimo Costantino, segretario generale aggiunto della Cisl Fns, "finite le proteste restano le macerie, e a farne le spese è il personale della polizia penitenziaria, i direttori e anche le altre figure che lavorano nel carcere.
Adesso gli agenti devono assicurare il servizio in scarse condizioni di igiene e sicurezza, in ambienti contaminati dagli incendi ma anche con immaginabili rischi per la salute. Ecco perché - conclude il sindacalista - chiediamo interventi per tutelare il personale". Sempre secondo Costantino, sono "necessari interventi non solo a Rebibbia Nuovo Complesso, ma anche a Frosinone e a Velletri, per garantire le misure igieniche e di sicurezza sul luogo di lavoro, laddove si sono verificati i danneggiamenti".
di Annalisa Milani
lavitadelpopolo.it, 14 marzo 2020
Spiega il cappellano don Giuseppe Zardo: "Chi si trova recluso e apprende, attraverso la televisione, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, anche perché tutto si aggiunge al problema del sovraffollamento cronico delle carceri italiane".
Anche nel carcere circondariale di Santa Bona a Treviso, domenica sera 8 marzo, si è temuta una rivolta, sull'onda delle manifestazioni di protesta che si stavano tenendo nelle carceri in tutta Italia: pentole e posate sbattute sulle inferriate e si è temuto il peggio.
Da quarant'anni non accadeva nulla del genere nel sistema penitenziario italiano. Il motivo scatenante sono state le nuove disposizioni da seguire a causa del coronavirus, in particolare la soppressione dei colloqui "a vista", oltreché la distanza di un metro da tenere.
Qualcuno, nell'emergenza che stiamo vivendo, dirà che questi non sono problemi, ma come ci dice don Piero Zardo, cappellano del carcere di Treviso, apprezzato punto di riferimento umano da vent'anni all'interno della struttura circondariale: "Sono appena stato lì, non ci sono state violenze, ma la situazione è pesante e si avverte molta tensione.
Chi si trova recluso e apprende, attraverso la televisione, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, anche perché tutto si aggiunge al problema del sovraffollamento cronico delle carceri italiane". Don Piero continua a descrivere la situazione di un carcere che oggi conta dalle 200 alle 210 persone, dove gli spazi sono angusti e spesso manca proprio il respiro, il fiato si fa corto, i letti sono a castello, e chi dorme sulla branda superiore sbatte la testa contro il soffitto.
È il luogo dell'asfissia, dell'aria viziata, dove la doccia, il water, il lavandino e la dispensa si sovrappongono e si mescolano per rispondere ai bisogni primari. Don Piero sostiene, quindi, che la tensione non fosse dovuta alla soppressione dei colloqui, perché da un po' di tempo si erano avviati più colloqui via skype e via telefono.
La conferma ci viene data anche dal direttore dott. Alberto Quagliotto, che domenica sera aveva percorso con il comandante tutti i bracci del penitenziario, parlando di persona e ascoltando i bisogni e le criticità e creando un comitato.
Si tiene la linea del dialogo e questa pare abbia avuto l'effetto immediato di far emettere da parte dei carcerati di Treviso un comunicato stampa che così dichiara: "Con la presente i detenuti della C.C. di Treviso vogliono innanzitutto dichiarare la dissociazione dagli atti vandalici perpetrati nelle carceri italiane a opera degli occupanti".
Si continua con note di solidarietà per chi è colpito dal coronavirus, ma poi si mettono in luce le problematiche croniche di tante strutture penitenziarie, compresa Treviso: il sovraffollamento, le celle senza acqua calda, senza docce in stanza, spazi molto ridotti (meno di 3 metri a persona), la carenza di personale addetto alla custodia, una sala colloqui che può ospitare al massimo 10 detenuti all'ora, personale ridotto nel reparto infermeria e la mancanza di farmaci.
Il comunicato chiude con la speranza che l'epidemia si sconfigga e presto si possa tornare alla normalità per continuare la battaglia, portata avanti da alcuni parlamentari, affinché "una riforma della Giustizia venga accolta, per darci la possibilità di essere persone nuove, uomini, una volta terminata la pena".
Alcune parole nel comunicato dei detenuti di Treviso possono apparire retoriche, ma c'è da ricordare che il degrado della condizione carceraria non riguarda solo i carcerati, ma tutti. Non c'è bisogno di ricorrere a Dostoevskij per riconoscere che il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni e che se i diritti della persona non vengono tutelati in qualunque segmento della organizzazione sociale, ne patiremo tutti.
di Sarah Valtolina
ilcittadinomb.it, 14 marzo 2020
In un momento particolarmente teso e di incertezza anche tra la popolazione carceraria, con proteste sfociate in sommosse nei giorni scorsi in diverse città, la casa circondariale di Monza diventa un modello: I detenuti hanno sottoscritto un documento ufficiale, firmato all'unanimità, con il quale si impegnano a evitare in ogni modo proteste e sommosse. I detenuti della casa circondariale di Monza hanno sottoscritto un documento ufficiale, firmato all'unanimità, con il quale si impegnano a evitare in ogni modo proteste e sommosse. A riferirlo è il direttore dell'istituto, Maria Pitaniello, che invierà il testo del documento anche al Ministero.
Un gesto di responsabilità e di distensione in un momento particolarmente teso e di incertezza anche tra la popolazione carceraria. "Hanno compreso che le violenze a cui stiamo assistendo nelle carceri in questi giorni sono solo manifestazioni controproducenti", ha ribadito il direttore che ha aggiunto che si sta facendo tutto il possibile in questi giorni per assecondare le richieste dei detenuti.
Sospesi già da settimana scorsa i colloqui con i famigliari, i contatti possono avvenire ora solo via skype. È stato anche raddoppiato il numero delle telefonate che ogni ristretto può fare ai propri famigliari. Tutti possono contattare telefonicamente i propri parenti a giorni alterni, mentre già nei prossimi giorni verrà posizionata almeno un'altra postazione skype per poter rispondere alle tante richieste. "Fino alla scorsa settimana le domande per la videochiamata erano appena una ventina - spiega il direttore del carcere di Monza, Maria Pitaniello - Ora che le richieste sono notevolmente aumentate dovremo necessariamente incrementare il numero delle postazioni al più presto".
"I detenuti così come i loro parenti si sono mostrati molto ragionevoli - continua il direttore - hanno compreso che il pericolo arriva dall'esterno e che quindi dobbiamo in tutti i modi tutelare la loro salute e quella degli operatori del carcere".
Dallo scorso lunedì le udienze di convalida si svolgono direttamente all'interno del carcere in videoconferenza, mentre per tutti i visitatori è stato previsto un triage all'ingresso. A tutti i nuovi giunti viene consegnata una mascherina chirurgica e lo stesso avviene per chi mostra sintomi influenzali anche deboli come un semplice raffreddore.
Anche in tribunale, con una nota ufficiale, il presidente Laura Cosentini richiama al "buon senso" e allo "spirito di collaborazione di tutti", per superare il momento di "indubbia difficoltà legata al periodo", all'emergenza Coronavirus, che ha toccato da vicino anche gli uffici giudiziari brianzoli.
Un magistrato dell'ufficio esecuzione e fallimenti, infatti, è risultato positivo lo scorso fine settimana (ha cominciato a stare a casa giovedì), e tutta la terza sezione ha scelto l'isolamento volontario da lunedì, dopo la riunione collegiale avvenuta mercoledì scorso. Stessa scelta operata da un pubblico ministero che ha fatto udienza con il giudice ammalato. Sabato e domenica, personale specializzato ha provveduto alla bonifica dei locali, soprattutto nella sede di via Vittorio Emanuele, caratterizzata da spazi e corridoi molto angusti.
A prescindere da questo sviluppo, comunque, già dall'esplosione dell'emergenza l'attività di procura e tribunale ha subito restrizioni, fattesi col passare dei giorni sempre più rigide. Assicurati i procedimenti civili in determinate materie fino al 15 marzo, e rinvio per le restanti udienze.
Procura chiusa e processi penali ridotti ai minimi termini. Si celebrano udienze di convalida del fermo o dell'arresto, processi con detenuti (non sempre), incidenti probatori e in generale procedimenti "con carattere di urgenza", previa comunicazione alle parti. Rinvio in massa per il resto.
di Francesco Oliva
corrieresalentino.it, 14 marzo 2020
Primo caso di contagio al Coronavirus nel carcere di Borgo "San Nicola". Una detenuta è risultata positiva al primo tampone e sarà a breve trasferita agli Infettivi del "Vito Fazzi". Si tratta di una 29enne, originaria di Melissano, arrivata nel Salento da poco.
Entrata il 7 marzo (con la figlia di 1 anno) dopo pochi giorni ha iniziato a manifestare i primi sintomi, febbre e tosse. E solo in quella occasione ha riferito di essere entrata in contatto con alcuni soggetti a loro volta residenti nelle zone "focolaio" della provincia milanese. Sono stati immediatamente allertati i servizi sanitari, intensificata la vigilanza medica ed ulteriormente innalzate tutte le misure di cautela nella gestione dei soggetti con sospetta infezione da Covid-19.
Nessun contatto, specifica in una nota la Direzione carceraria, è stato permesso alla detenuta con le altre recluse né prima l'insorgenza dei sintomi né dopo. Come prevede il protocollo è stata inizialmente trasferita nella Sezione nido.
Sottoposta al tampone, risultata positiva, è stata trasferita presso il reparto Malattie infettive del "Vito Fazzi" di Lecce, con la bimba a cui sarà effettuato il test. Da qualche giorno la direzione del penitenziario leccese sta provvedendo ad isolare i nuovi arrivati per 14 giorni in una sezione separata, mentre tutti i soggetti che evidenziano sintomi sospetti vengono trattati in osservazione in un altro reparto separato. Si attende l'effettiva positività dagli esiti del secondo tampone.
"Da quel che ci è dato sapere" commenta l'avvocato Maria Pia Scarciglia, presidente Associazione Antigone Puglia, "è il primo caso di contagio nelle carceri italiane. Le condizioni della donna sembrerebbero buone. Ci auguriamo che venga curata e monitorata con la giusta assistenza. La preoccupazione ora è su come verrà messa in quarantena l'intera sezione, quali persone cono state in contatto con questa donna, in particolare con tutti gli agenti di polizia penitenziaria".
Nei giorni scorsi le carceri italiane, potenziale focolaio di contagi, erano diventate delle polveriere con rivolte e sommosse anche piuttosto violente per ottenere l'amnistia, lamentando la paura del contagio del Coronavirus. In altri penitenziari, invece, la protesta è stata dettata da una serie di restrizioni ai colloqui con i parenti per combattere l'emergenza. Non sono mancati i morti come nel carcere di Modena dove sono deceduti 9 detenuti e 3 in quello di Rieti. A Foggia, invece, la rivolta è sfociata in un'evasione da film con decine e decine di detenuti fuggiti.
In molti sono stati rintracciati; altri si sono costituiti (come è accaduto per due salentini); altri ancora, infine, sono ancora ricercati. Dai tumulti il carcere di Borgo "San Nicola" è stato toccato solo marginalmente e nei giorni scorsi è stata anche annullata la manifestazione dei familiari dei detenuti recependo le direttive del decreto governativo "io resto a casa" ed evitando cosi affollamenti e proteste pericolose per la salute.
"Ancor prima delle rivolte" precisa l'avvocato Scarciglia, "i tribunali di Sorveglianza di Roma, Napoli, Bologna e Palermo sono al lavoro da poco tempo insieme a tutti gli operatori della giustizia e anche con i garanti territoriali per depositare le istanze di detenzione domiciliare per smaltire il carico di questi giorni in carcere.
Questo è sicuramente un lavoro che andava fatto già da prima ma si sta facendo adesso e lo accogliamo positivamente individuando i percorsi migliori della misura alternativa a quella detentiva per ogni detenuto. L'accelerata è arrivata dopo le rivolte e i vari tribunali stanno adottando le misure di semilibertà con la possibilità di passare la notte nei propri regimi senza tornare in carcere dopo aver espletato l'attività lavorativa".
E poi un messaggio alla politica: "Non si copra dietro alle rivolte che è stato un episodio gravissimo e da noi giudicato inaccettabile. Ora è il momento di fare delle scelte. bene l'apertura alle email, a skype ma bisogna sfoltire e consentire a chi è detenuto di uscire anche in semilibertà".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 14 marzo 2020
Fanno bene i pochissimi che lo denunciano, ma davvero non sorprende che questa unanime pretesa di salvazione precipiti nella solita ricetta: cioè il conferimento del potere a Uno che ci salvi. Perché il desiderio di autoritarismo pubblico è negli italiani irresistibile. E naturalmente insorge e si diffonde quando e quanto più ci sarebbe bisogno semmai del contrario, e cioè dell'affermazione delle responsabilità personali, dell'autonoma capacità di giudizio e di decisione.
Da quando è scoppiata quest'epidemia, e con brama crescente nell'aggravarsi della crisi, il desiderio degli italiani di essere sottomessi a una guida simbolicamente imperativa ha perso i già deboli freni per cui si segnala questa connaturata propensione nazionale al cedimento del criterio individuale in favore dell'imposizione autoritaria. E di qui la richiesta, l'appello a che la società e la politica si incurvino nell'affidamento fideistico di ogni potere a questo o quel campione capace di risolvere tutto, di proteggerci tutti, di salvarci tutti.
Può essere un esperto di manette, un virologo fisso in tivù, un organizzatore di soccorsi ai terremotati, non importa: chiunque va bene se si tratta di sfamare quel desiderio inesausto di rinuncia a qualsiasi libertà responsabile ripagata con un simulacro d'ordine che tranquillizza la massa e la fa riposare mentre Lui se ne prende cura. E questo diffuso reclamare l'incoronazione dell'uomo giusto capace di risolvere le cose non ha nulla a che vedere con la legittima aspettativa che al posto di comando stia qualcuno dotato di competenza, per la semplice ragione che per risolvere qualsiasi crisi notevole non esiste "una" competenza.
Se c'è una guerra non cessa di essere importante tutto il resto, la scuola, l'economia, la produzione industriale, ed è per questo che se c'è una guerra i militari fanno la guerra ma non governano il Paese, che deve vivere non ostante la guerra. Così come se c'è un'epidemia non si manda al governo un virologo, che applicando la sua scienza magari ferma il virus ma uccide il Paese. Tutto questo, in realtà, è almeno oscuramente compreso anche da quelli che appunto reclamano quella soluzione spiccia. E infatti è altro ad adunare la società italiana sotto al balcone insopportabilmente vuoto, coi politici di destra e di sinistra non casualmente uniti in prima fila: è l'ansia comune di incaricare qualcuno che ci assolva dalla nostra libertà.
Qualcuno che ci "liberi" dalla nostra libertà, questo peso insopportabile. E ancora non casualmente quest'ansia è disponibilissima a sciogliersi, a trovare finalmente appagamento nell'accettazione incondizionata di divieti tanto più duri, di limitazioni tanto più stringenti, di imposizioni tanto più gravose. Perché il cosiddetto uomo forte non è mai desiderato affinché dia libertà: ma affinché la tolga. E quando in una società la libertà viene a mancare non è quasi mai perché uno, con la forza, l'ha tolta ai più, ma praticamente sempre perché i più, senza sforzo e spesso con desiderio, vi hanno rinunziato. Come il popolo italiano ben saprebbe se non si raccontasse d'aver perso la libertà chissà per quale forza estranea, facendo poi finta d'essersela riguadagnata da sé.
Tutto questo per dire che non c'è bisogno che qualcuno ci dica come comportarci per meglio convivere con i pericoli di questa malattia? No davvero. Ma non è questo che comunemente si chiede quando dappertutto si solleva quell'istanza di investitura risolutrice. E la pretesa unicità della posizione italiana ai tempi del Coronavirus sta molto meno nelle statistiche sui contagiati e le vittime che in quest'altro segno distintivo nazionale: l'eterna, voluttuaria disponibilità a sottomettersi al comando illiberale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 marzo 2020
Il Garante ha chiesto di valutare la cessazione anticipata per chi non può essere rimpatriato. La pandemia coronavirus, per quanto riguarda il divieto degli assembramenti di persone per evitare il contagio, non è in agguato solamente nei penitenziari sovraffollati.
Ci sono anche altri luoghi dove è privata la libertà e che devono essere monitorati il più possibile per salvaguardare le persone senza però ledere i diritti fondamentali. È il caso dei centri di permanenza e rimpatrio per i migranti dove c'è un numero elevato di persone che vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie ed in assenza di adeguati presidi sanitari interni ai centri.
Per questo motivo il Garante nazionale delle persone private della libertà ha avviato una interlocuzione con il ministero dell'interno sulle persone trattenute nei Cpr il cui termine di trattenimento sia prossimo alla scadenza. A seguito dell'emergenza Covid-19, infatti, diversi Paesi hanno disposto il blocco dei voli da e per l'Italia, interrompendo quindi anche quelli di rimpatrio forzato. Pertanto, il Garante nazionale ha chiesto di valutare la necessità di una cessazione anticipata del trattenimento di coloro che, essendo in una situazione di impossibile effettivo rimpatrio, vedono configurarsi la propria posizione come "illecito trattenimento" ai sensi della stessa Direttiva rimpatri del 2008.
Nel frattempo c'è infatti un appello sottoscritto da La Campagna Lasciatecientrare, Asgi, Lunaria, Actionad Italia e altre associazioni con decine di avvocati e operatori sociali per chiedere di fermare gli ingressi nei Centri per il rimpatrio. "In considerazione della diffusione del virus - c'è scritto nell'appello - nonché della circostanza che i Centri sono, necessariamente e quotidianamente, frequentati da persone che vivono all'esterno (dal personale di polizia e dell'esercito, al personale degli enti gestori, ai mediatori, agli operatori, ai giudici e avvocati), e che non può certo ridursi o evitarsi tale afflusso, nonché del fatto che per quanto a conoscenza degli scriventi (e sulla base delle informazioni diffuse) il pericolo di contagio proviene anche da soggetti asintomatici, anche le misure eventualmente adottabili (autocertificazioni, uso di mascherine, mantenimento della distanza di almeno un metro tra trattenuti e altre persone) non appaiono idonee a scongiurare il rischio che avvengano contagi all'interno.
Peraltro, tra i trattenuti non sarebbe certo ipotizzabile, per i limiti strutturali propri dei Centri, ipotizzare l'applicazione delle misure (distanze, misure igieniche, uso di mascherine) previste dalle disposizioni e raccomandazioni nazionali di tutela sanitaria".
L'autorità del Garante nazionale vigila anche sulle residenze sanitarie per anziani. Viste le limitazioni previste alla lettera q) del Dpcm dell' 8 marzo 2020, che prevede che "l'accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (Rsa), hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani autosufficienti e non, è limitato ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura che è tenuta ad adottare le misure necessarie e prevenire le possibili trasmissioni di infezione", il Garante nazionale, pur ritenendo le restrizioni opportune al fine di prevenire la diffusione della pandemia, ha manifestato la propria preoccupazione in merito alle ripercussioni che tali limitazioni possono avere all'interno delle strutture per persone con disabilità e anziane, se non opportunamente monitorate e controllate.
La situazione espone, sottolinea il Garante, a elevato stress sia gli ospiti che gli operatori. Questo comporta un incremento del rischio di comportamenti conflittuali, di maltrattamento o di abuso degli strumenti di contenzione. Il Garante nazionale sta studiando collaborazioni e modalità di vigilanza di comportamenti inaccettabili di questo tipo.
di Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian
L'Espresso, 14 marzo 2020
Dopo l'emergenza sanitaria e quella economica, il governo teme possa scoppiare anche quella della sicurezza pubblica, come successo delle carceri. Così militari e polizia presto potrebbero essere chiamati a pattugliare le strade e a distribuire cibo e medicine. E anche i servizi segreti sono allertati. Ecco di cosa discutono i vertici delle forze armate.
Nel governo, ormai, la legge di Murphy la temono tutti: "Se qualcosa può andare male, lo farà", dice il paradosso. Tutti sperano che le nuove misure di contenimento possano contrastare l'epidemia di Covid 19, ma è certo che il principio della proporzionalità graduale invocata inizialmente dal premier Giuseppe Conte (e da tutta la catena di comando del potere, tranne poche inascoltate eccezioni) si è dovuto arrendere alla forza del coronavirus e agli effetti devastanti della sua diffusione.
Il pessimismo della ragione, fino a una settimana fa considerato nemico pubblico numero uno, è dunque diventato motore principale delle decisioni dello Stato. Così, dopo la trasformazione dell'Italia in un'enorme zona rossa, con limitazione dei movimenti di tutti i cittadini e chiusura di attività commerciali, membri dell'esecutivo e alcuni leader politici sentiti dall'Espresso temono che, se i comportamenti degli italiani non dovessero modificarsi presto nel segno della responsabilità, bisognerà prendere altre misure estreme. "Perché" spiegano "all'emergenza sanitaria ed economica rischierebbe di aggiungersi quella altrettanto drammatica dell'ordine pubblico. Dunque è necessario prepararsi in tempo, e cominciare a pensare piani d'azione per le forze dell'ordine e, nel caso, per l'esercito".
La rivolta delle carceri è stato solo un antipasto di quello che potrebbe accadere in caso di diffusione incontrollata dell'agente patogeno. Nelle regioni, il timore è che un'escalation dell'epidemia crei disordini. Negli ospedali, nei supermercati, nelle piazze. Senza contare lo spettro dello sciacallaggio, che si ripresenta a ogni calamità. "Bisogna essere pronti ovunque e cercare di coinvolgere maggiormente i militari", spiega una voce autorevole da Palazzo Chigi. "Senza allarmare la popolazione, ma senza farsi trovare impreparati per l'ennesima volta".
Nessuno dei politici sentiti dall'Espresso ha il coraggio di invocare il modello autoritario cinese (che alla quarantena volontaria di 60 milioni di persone ha affiancato un pattugliamento strada per strada di soldati, poliziotti e blindati). Ma tutti, a taccuino chiuso, dicono che serve un salto di qualità nel controllo del territorio. Non solo perché le norme dei decreti del governo vengano davvero rispettate, ma anche per creare reti di sicurezza in ogni città.
Il tema è delicatissimo, e finora nessuno (tantomeno Conte) vuole prendersi la responsabilità storica di militarizzare le strade e, di fatto, congelare per qualche settimana i diritti civili degli italiani. Per una democrazia liberale, sarebbe un precedente spartiacque. "Ma è evidente a tutti che bisogna bloccare l'epidemia ad ogni costo. E che finora parte della popolazione non sembra aver recepito il pericolo reale. Il rischio è che, peggiorasse la situazione, l'anarchia possa prendere il sopravvento. Non possiamo permettercelo".
Ad ora nei cassetti dell'Esercito, dei Carabinieri della Guardia di Finanza e della Polizia non c'è alcun piano d'intervento. Né nei singoli corpi, né al Coi, il Comando operativo di vertici interforze. I dispositivi di emergenza per catastrofi varie sono appannaggio della Protezione civile, che non si occupa però dell'ordine pubblico. D'altro canto nessuno aveva previsto epidemie o rischi biologici di entità simili al Covid-19.
Dunque, la strategia d'azione è tutta da costruire. In genere, esiste un piano operativo per ogni situazione estrema. Chi ha il compito di gestire l'ordine pubblico è preparato al peggio: attacchi nucleari, batteriologici, nucleari, guerre, calamità naturali, terremoti, cataclismi vari ed eventuali. Esistono piani riservati nelle prefetture di ogni provincia che stabiliscono le linee operative delle forze dell'ordine in coordinamento con i reparti sanitari e gli altri attori sul territorio. Sono i piani di difesa civile e quelli sugli attacchi esterni denominati Nbcr (nucleare, batteriologico, chimico, radiologico).
Protocolli calibrati sulle diverse province in base alla presenza di particolari obiettivi sensibili: la presenza di aziende chimiche, la mappatura dei presidi sanitari, le aree sicure dove far confluire la popolazione. Scenari da fine del mondo, insomma. Da film come "The day after". Eppure nessuno aveva mai immaginato di doversi confrontare con un'emergenza sanitaria da coronavirus, che ha un impatto su una scala infinitamente maggiore di un attacco terroristico o incidente biologico.
L'epidemia, soprattutto, pone profili di ordine pubblico mai ipotizzati prima, soprattutto con l'innescarsi di una fobia strisciante, fomentata sia dalla paura, sia da notizie false diffuse sui social network, e da un'informazione istituzionale a volte contraddittoria e confusa. Ecco perché in questo contesto di rischio psicosi, il ruolo delle prefetture assume sempre più peso. Sono, infatti, i prefetti e i funzionari che lavorano negli uffici del governo territoriale i deputati alla gestione dell'ordine pubblico. Le istituzioni centrali più vicine al cittadino. In prima linea nel contenimento delle azioni che possono turbare il vivere civile delle nostre comunità. Gli strateghi che coordinano tutte le forze dell'ordine delle zone di competenza.
"Da settimane i colleghi, unitamente a tutto il restante personale disponibile, stanno puntualmente supportando l'azione di coordinamento dei Prefetti sul campo", chiarisce Antonio Giannelli, presidente del Sinpref, il sindacato dei funzionari prefettizi. Perciò, continua Giannelli, "siamo pronti a ogni sforzo straordinario che, anche per sopperire le carenze di personale che si registrano in tante Prefetture, contempli una mobilitazione di tutti i colleghi disponibili. Bisogna operare però un'adeguata turnazione e preservare la loro salute, assicurando la massima efficienza operativa all'intero dispositivo d'intervento".
Polizia, carabinieri, finanzieri potrebbero essere presto usati sulle strade, sia per operare maggiori controlli sui cittadini sia per intervenire dove necessario. I numeri delle forze disponibili, però, sono preoccupanti. Anche analizzando quelli delle prefetture della prima zona rossa (quella di Codogno e dintorni), si evidenzia una carenza di personale - come quello dirigenziale - che si aggira intorno al 50 per cento. Un fatto grave, perché mancano le teste per mettere in atto strategie. A Lodi, il primo focolaio italiano del Covid-19, la pianta organica, oltre al prefetto, contempla sei funzionari: ce ne sono solo tre. Stesso numero a Piacenza. A Pavia affiancano il prefetto solo due funzionari. Il resto del Paese non fa eccezione.
E se organici ridotti possono passare inosservati in tempi di quiete, all'epoca del panico da coronavirus può diventare un serio problema. Soprattutto perché pure i prefetti si ammalano. Come a Lodi, a Brescia, a Modena e Bergamo, dove sono risultati positivi al test. E se si dovessero ammalare o quarantenarsi pure i vicari e i capi del gabinetto prefettizio, avremmo i luoghi da cui passano le decisioni strategiche per l'ordine pubblico completamente sguarnite. Certo, potranno continuare a coordinare a distanza, con videoconferenze. Ma anche questo non è scontato che si possa fare in prefettura, dove spesso manca l'attrezzatura per collegarsi con gli uffici prefettizi fuori dai capoluoghi di regione. "Siamo rappresentanti del governo sul territorio, per governare però ci vogliono mezzi e risorse", è lo sfogo di uno dei prefetti di un capoluogo di regione. Prefetti e funzionari che in queste condizioni si trovano ora a gestire situazione potenzialmente esplosive.
I piani d'intervento rapido non esistono nemmeno per le carceri. I detenuti hanno organizzato sommosse in decine di strutture sparse per mezzo Paese, da Nord a Sud: Venezia, Milano, Modena, Bologna, Roma, Rieti, Napoli, Melfi, Palermo. Ci sono stati morti e feriti. La miccia delle rivolte è stato il provvedimento che ha limitato i colloqui e le visite con i familiari nei penitenziari per evitare i contatti con l'esterno e la possibilità di far entrare il Covid-19 nelle strutture. Un contagio trasformerebbe - come già accaduto in Cina - le prigioni in un focolaio difficile da domare. I luoghi sono potenzialmente facili da infettare: celle piccole, promiscuità e precarie condizioni igieniche amplificherebbero l'epidemia, trasformandola in una catastrofe.
Anche perché mancano strutture sanitarie idonee a un'emergenza di questo tipo. Un documento del 2011 firmato dall'allora capo del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria detta le linee operative per intervenire in situazioni critiche che potrebbero verificarsi nelle carceri: rivolte, sequestri di persona, atti collettivi di autolesionismo. Nessun accenno, però, ad una eventuale crisi sanitaria. L'assenza di direttive chiare è confermata all'Espresso da chi domenica scorsa ha partecipato al contenimento della rivolta del carcere di Modena, quella più tragica: sette morti, struttura devastata, ufficio matricole raso al suolo con tanto di fascicoli personali dei singoli detenuti bruciati. "Sappiamo cosa fare durante gli eventi sportivi, nelle rivolte dei centri di accoglienza dei migranti, ma non abbiamo mai ricevuto alcuna direttiva su come comportarci nella gestione dell'ordine pubblico in eventi conseguenza di un'emergenza sanitaria", ci spiega uno degli agenti intervenuti per sedare la rivolta nel carcere di Modena, dove si sono contati nove morti.
L'ultima protesta, questa pacifica, è avvenuta nel carcere di Campobasso, martedì mattina. Qui come in altri istituti i detenuti hanno scritto una lettera chiedendo alle autorità di mettere in campo un piano di prevenzione della diffusione del coronavirus nelle prigioni. Oltre a chiedere pene alternative, su un punto i reclusi sono d'accordo: garantire il presidio sanitario per tutte le 24 ore "vista la presenza di detenuti d'età avanzata e con già gravi patologie pregresse".
Richieste, come quelle della costante presenza di medici, legittime. Altre, invece, più strumentali, come la richiesta dell'indulto e dell'amnistia. Alcuni sindacalisti, per esempio, fanno notare che la contemporaneità delle rivolte escluda la spontaneità da queste dimostrazioni. Il sospetto è che ci possa essere la mano dei clan, che nelle carceri hanno un potere enorme. Un'ombra sui disordini che si nasconde dietro il pericolo epidemia. A Foggia sono evasi in 23. Tra questi un gruppo di affiliati alla mafia foggiana. Motivo in più, chiedono gli esperti, per far presto, e rafforzare gli uffici delle prefetture con professionisti in grado di leggere in anticipo l'evolversi dei fenomeni.
L'Esercito, finora, su richiesta del ministero della Difesa guidato dal dem Lorenzo Guerini è intervenuto nell'emergenza mettendo a disposizione immobili e caserme (per eventuali quarantene, come nel caso della Cecchignola a Roma e il presidio Riberi a Torino), ospedali militari (il Celio, sempre nella Capitale) e una quarantina tra medici e infermieri militari. Il capo dello Stato maggiore, il generale Enzo Vecciarelli, è però pronto - nel caso di una richiesta del governo - a intervenire anche nel campo dell'ordine pubblico.
All'inizio dell'emergenza coronavirus molte riunioni del Coi, a cui partecipano anche i capi dei carabinieri e della Finanza, sono state incentrate sul tema - sacrosanto - di come proteggere dall'infezione i nostri uomini in armi. Una questione posta anche dai sindacati di polizia, e che ha preoccupato le varie amministrazioni: possibili profili penali e cause civili di magistrati e dipendenti sono incubo di ogni datore di lavoro.
Ora che l'emergenza è diventata drammatica, qualche generale a quattro stelle spinge per disegnare strategie operative, in modo da essere pronti a impiegare i soldati sul campo in caso di necessità. Anche perché, tra le missioni della Difesa, c'è "il concorso nelle attività di protezione civile su disposizioni del governo, concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni e il bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità".
Nelle prime aree dei focolai lodigiani e padovani, 500 uomini di circa sono stati usati per presidiare una cinquantina di valichi. Ora l'ipotesi è quella di usare, nell'emergenza coronavirus, un numero di forze assai maggiore, sul modello "Strade sicure". L'operazione voluta dal governo Berlusconi nel 2008 e ancora in vigore, ha permesso il dispiego di militari e mezzi dell'Esercito per il contrasto alla criminalità e al terrorismo. Che nel corso del tempo sono stati impiegati anche per emergenze eccezionali, dalla Terra dei Fuochi ai terremoti in Umbria e ad Ischia, passando per l'Expo fino al Ponte Morandi.
Oggi gli uomini in campo sono poco più di 7.500, ma in realtà (tra turni e quelli che stanno facendo i corsi di preparazione) il numero di soldati interessati a "Strade sicure" sono circa 22 mila (l'equivalente di una divisione) oltre a 1.200 mezzi tra jeep, Lince e autotrasporti. I militari - carabinieri esclusi - sono parificati ad agenti di pubblica sicurezza, e tra pattugliamento, vigilanza di obiettivi sensibili (dalle stazioni agli aeroporti fino alle ambasciate), hanno compiuto in quasi dodici anni cinque milioni di controlli, 51 mila tra fermi, denunce e arresti, oltre a sequestrare armi, 14 mila autovetture, e due tonnellate di narcotici.
Ora, nell'Italia squassata dal virus, non è impossibile che venga messa in piedi un'operazione parallela a quella di "Strade sicure". O che gli stessi uomini vengano dirottati per fronteggiare l'emergenza, naturalmente con nuove regole d'ingaggio. In particolare, per il pattugliamento di strade, da intendere come presidi mobili o statici che facciano da deterrente a chi viola le regole del decreto che vuole gli italiani "tutti a casa". Ingaggio che potrebbe prevedere, ovviamente, interventi anche in caso di problemi di ordine pubblico. Non solo: l'Esercito, che è distribuito capillarmente sul territorio nazionale, potrebbe essere utilizzato anche per distribuire cibo e medicine a coloro che non riuscissero a procurarselo da solo. Mentre non è impossibile che, in caso di successo nel contenimento nazionale dell'epidemia, in futuro i militari potrebbero essere usati per controllare arrivi di stranieri da zone focolaio.
Esercito, ma soprattutto Polizia e carabinieri, potrebbero essere impiegati anche su un altro fronte. Quello dei trasporti eccezionali (nel caso di blocco di quelli pubblici) e quello del controllo dei negozi alimentari. La calca davanti ai supermercati è considerato segnale preoccupante dalle autorità. I cittadini che corrono negli alimentari per paura di trovare gli scaffali vuoti, terrorizzati nonostante le rassicurazioni del governo sulla possibilità di fare sempre la spesa, hanno colpito. La folla incontrollata è una minaccia alla sicurezza.
Persino le star del calcio sono state immortalate nella notte in coda e con carrello al seguito per stipare scorte. E così anche i templi del consumo potrebbero diventare luoghi da sorvegliare. Anche perché con le strade vuote, come nel dopo terremoti, spesso compaiono gli sciacalli, pronti ad approfittare delle sciagure collettive. Criminali che oggi vivono anche sul web. A questi ultimi sta dando la caccia la Guardia di Finanza: nel mirino gli sciacalli del coronavirus che vendono disinfettanti e mascherine a prezzi esorbitanti nell'ordine di 400 euro a pezzo.
Anche i servizi segreti sono, ovviamente, allertati. Aisi e Aise non hanno competenze specifiche sulle epidemie, ma è noto che l'intelligence ha il compito di "ricercare ed elaborare nei settori di competenza tutte le informazioni utili alla difesa dell'indipendenza, dell'integrità e della sicurezza della Repubblica".
L'Aise, la nostra agenzia per la sicurezza esterna, ha certamente capacità sulle minacce Nbcr, ma in caso di epidemie nessun piano è stato mai approntato. Ad oggi, il governo ha chiesto si nostri servizi di ottenere informazioni sulle ditte straniere che si stanno accalcando per venderci materiale sanitario, mascherine e ventilatori. Per capire se sono aziende serie, se i prodotti sono di qualità e a prezzi congrui. Qualcuno, a Palazzo Chigi, vorrebbe pure che le nostre barbe finte lavorassero per capire chi, nel mondo, si sta avvicinando maggiormente a farmaci antivirali efficaci contro il Covid 19 e al vaccino. In modo da essere pronti ad acquistare prima di tutti le scorte necessarie.
In un vecchio incontro presso gli 007 dell'allora Sisde, l'attuale direttore scientifico dell'ospedale Spallanzani di Roma, alla fine di una conferenza sui come controllare una minaccia biologica terroristica, fu chiarissimo: "Per affrontare il bioterrorismo occorre un'integrazione di tutte le forze dello Stato, civili e militari, in grado di acquisire informazioni, decidere gli interventi da adottare", spiegò.
"Senza l'integrazione di attività e competenza si rischia di fare come la storiella di Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno: "C'era un lavoro importante da fare: Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto, Ciascuno avrebbe potuto farlo ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece quello che Ognuno avrebbe potuto fare". Speriamo che il paradosso non diventi realtà.
di Serena Chiodo
Il Manifesto, 14 marzo 2020
Gianfranco Schiavone (Asgi): "Molti operatori non sanno come comportarsi di fronte a questa nuova emergenza sanitaria". "Il governo si è di fatto scordato di migliaia di persone". Gianfranco Schiavone, vice presidente dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), presidente del Concorso italiano di solidarietà di Trieste e membro del Forum per cambiare l'ordine delle cose, commenta così la situazione dei tanti - richiedenti asilo ma anche operatori - "che non sanno come comportarsi di fronte alla colpevole assenza di indicazioni" sull'emergenza creata dal coronavirus. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre lavora presso l'ufficio di Trieste: "Non ce la sentiamo di chiudere, perché qui continuano a arrivare persone dalla rotta balcanica che devono poter accedere alla procedura di protezione e accoglienza. E noi come sportello di primo accesso dobbiamo garantire questa possibilità, rispettando la legge e naturalmente tutte le procedure necessarie".
Quanto succede a Trieste però non si replica sull'intero territorio nazionale, dove invece si evidenziano forti mancanze di tutela a fronte di una grave assenza istituzionale. "Sarebbe stata necessaria una circolare ministeriale con indicazioni concrete su come rispettare i principi fondamentali delle normative in materia di asilo, in modo naturalmente compatibile con la situazione. Ma non è mai arrivata".
E così capita che si blocchino situazioni non rimandabili, come le richieste di protezione e quelle di accoglienza, profondamente legate perché senza la prima non si può accedere alla seconda, con il serio rischio di rimanere senza un tetto. "Si sospenda tutto quello che può attendere, come le verbalizzazioni o i colloqui in Commissione: si ritarderà tutto purtroppo, ma si può aspettare. Ma non è possibile bloccare le richieste di protezione e accoglienza, su cui ci si può organizzare pensando a modalità differenti".
A Trieste ad esempio si procede in accordo con la questura che, sospendendo le verbalizzazioni, registra la persona e rilascia un'attestazione indicante la richiesta di protezione, con cui si accede direttamente all' accoglienza. Un accordo reso possibile anche dal fatto che "non ci troviamo in un territorio dove l'accoglienza è frammentata. Si pensi alle zone dove invece operano molti enti: senza indicazioni e con le prefetture chiuse, è il caos". Proprio per questo Schiavone sollecita il governo a dare "istruzioni operative a tutti gli uffici periferici, sia alle questure, responsabili delle richieste di protezione, sia alle prefetture, referenti di quelle per l'accoglienza".
Emerge anche un'altra grande questione, ossia la fuoriuscita di molte persone dall'accoglienza per effetto dell'eliminazione della protezione umanitaria prevista dai decreti sicurezza. Anche in questo caso, persone non considerate dal decreto presidenziale legato all'emergenza Covid-19.
In generale ci troviamo criticità da tempo denunciate, ma mai affrontate dalle istituzioni: è il caso dell'accoglienza dei richiedenti asilo, concentrata in grandi strutture collettive, ancor più dopo i tagli e le politiche del governo precedente - che da questo punto di vista non ha trovato alcuna discontinuità con quello attuale. "Parliamo di strutture con capienza anche di trecento posti, che faticano a rispettare le indicazioni, con conseguenze facilmente prevedibili non solo in termini di contagio, ma anche di impatto sul sistema sanitario".
Problemi noti, ma finora nascosti dalle istituzioni, che gravano su varie fasce di popolazione marginalizzata ed esclusa, ora rischiano di esplodere con forza. Oltre ai richiedenti asilo, la questione interessa in generale i "servizi di bassa soglia, ad esempio per persone senza fissa dimora", sottolinea Schiavone, facendo riferimento a tutte quelle situazioni che possono riguardare anche cittadini italiani in condizioni di necessità, dove da sempre "si deroga su tutto: lo spazio personale, le norme igieniche, a volte anche le misure di sicurezza".
Da parte del governo non è arrivata neppure una provvisoria disposizione per autorizzare i comuni e la protezione civile a fornire strutture e ripari per non lasciare nessuno per strada. "Il governo non ha pensato alle migliaia di persone che si trovano in una condizione per cui non possono scegliere di restare a casa. Si dovrebbe disporre l'ampliamento dei servizi di bassa soglia, prevedendo una copertura di spesa". Doveva essere fatto subito. Invece, non solo nei decreti migliaia di persone non esistono, ma ancora adesso la reazione politica di fronte alle esigenze sollevate è inesistente. Una responsabilità politica grave, "ancora maggiore se si pensa che abbiamo un governo di centro-sinistra", fa notare Schiavone.










