di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 13 marzo 2020
La direttrice della Terza Casa Circondariale di Rebibbia, Annamaria Trapazzo, ha letto i fascicoli di tutti e ha fatto sì che chi è in regime di semilibertà possa stare a casa per quindici giorni rinnovabili. In attesa di un decreto, queste iniziative sono fondamentali.
Mentre il governo si mostra incapace di decidere come porre seriamente e tempestivamente rimedio al rischio di contagio e alla sofferenza nell'unico luogo in Italia dove non deve valere la misura cautelare di "rarefazione sociale" essendo al contrario tollerato - contro le più elementari leggi della fisica e dei diritti umani - un sovraffollamento del centoventi per cento rispetto alla sua capacità di carico, come al solito, tocca a chi opera sul campo supplire alle mancanze della politica e dell'amministrazione.
Annamaria Trapazzo dirige da un anno la Terza Casa Circondariale di Rebibbia, circa 80 detenuti, di cui una cinquantina ai-rimessi alla semilibertà o al lavoro esterno. I detenuti raccontano che alle sette di mattina è già al lavoro perché non ama affidare nulla al caso e non vuole farsi cogliere alla sprovvista né dalle avversità né dalle opportunità offerte dal caso.
Il suo obiettivo è sgombrare il più presto possibile un settore del carcere da adibire alla quarantena nella malaugurata evenienza di un contagio. La sua missione è alleggerire il peso della detenzione sulla vita dei detenuti e il peso dei detenuti sulla struttura di detenzione. La sua formazione giuridica la porta a mantenere l'equilibrio tra due principi fondamentali: il diritto alla salute e il diritto alla libertà.
Il decreto del Presidente del Consiglio dell'8 marzo, in cui si raccomanda di "valutare la possibilità di misure alternative di detenzione domiciliare", non era ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale quando lei aveva già iniziato a elaborare il suo progetto, a un tempo, di prevenzione e liberazione: adottare una variazione del programma di trattamento dei detenuti in semilibertà 'in modo da evitare l'uscita e il rientro dalle carceri", come è scritto nel decreto.
È andata al Tribunale di Sorveglianza per concertarlo col Presidente. È già tanto che non l'abbiano presa per pazza, perché il regime di semilibertà non prevede il pernottamento fuori dal carcere. Venerdì scorso i detenuti l'hanno vista all'opera sui loro fascicoli, sabato e domenica ha "precettato" il personale competente per studiarli e suddividerli: da una parte i detenuti che possono uscire per scontare presso il proprio domicilio una pena, anche residua, inferiore a due anni; dall'altra quelli da eventualmente scarcerare con l'affidamento in prova al servizio sociale o con la liberazione condizionale.
Per esporre e condividere il piano di decarcerizzazione, lunedì a mezzanotte ha convocato i detenuti che ammettono: "La vediamo sempre in sezione, la sua presenza fisica e il suo sostegno sono per noi importanti, soprattutto in situazioni difficili come queste, in cui abbiamo la sensazione che nessuno si prenda cura di noi".
Annamaria Trapazzo vuole mostrare che invece lo Stato è presente, che sta lavorando per loro. Il dialogo coi detenuti è una sua pratica costante, la chiave di volta per evitare disagi, proteste o violenze, perché il bisogno esistenziale prioritario di un detenuto è quello di essere riconosciuto, ascoltato e sostenuto. Per questo i detenuti hanno deciso di collaborare, di affidarsi a lei e attendere con pazienza, convinti che stava puntando al loro stesso obiettivo.
Così, mercoledì pomeriggio, per nulla imprevisti, sono arrivati i primi provvedimenti dei magistrati di sorveglianza: in attesa di decisioni, provvedimenti e tempi migliori, tutti i detenuti semiliberi sono andati a casa per 15 giorni con possibile rinnovo della licenza. In una sezione di 50 persone sono rimasti solo in quattro, detenuti ammessi al lavoro esterno che per legge non possono usufruire di licenze, ma anche per questi la direttrice è già all'opera.
Li ho sentiti alcuni di quelli mandati a casa, felici della licenza e fieri della loro Direttrice, delle tre educataci, del Garante e dei magistrati di sorveglianza che con lei hanno collaborato. Dal timido spiraglio fatto intravedere dal decreto, la direttrice della Terza Casa ha aperto un varco più grande che indica una via possibile per tutti i direttori e i magistrati di sorveglianza italiani. Alcuni, come la Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, stanno studiando le misure per alleviare il carico intollerabile del sovraffollamento carcerario.
Altri, come Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza a Spoleto, di fronte al blocco degli spostamenti in tutta Italia imposto dal governo per il pericolo di contagio, hanno scelto una linea di apertura di credito nell'opera di reinserimento che i detenuti potranno vantare in futuro: la liberazione anticipata è accordata anche a chi non è in prossimità del fine pena; i permessi premio, il lavoro esterno e la semilibertà possono essere concessi a chi li merita già oggi, anche se diventeranno esecutivi alla fine dell'emergenza.
Sembra poco, ma per un detenuto è il segno di un'attenzione alla sua persona, il riconoscimento della sua esistenza, la percezione che lo Stato non li ha abbandonati, che l'ordinamento penitenziario non è stato del tutto sospeso. La licenza di stare a casa per 15 giorni concessa a tutti i semiliberi della Terza Casa di Rebibbia non è la soluzione strutturale di "rarefazione sociale" che solo l'amnistia e l'indulto offrirebbero al problema del sovrannumero di fascicoli nei tribunali e di esseri umani nelle carceri.
Perché il meglio non sia nemico del bene, come Nessuno tocchi Caino, con Rita Bernardini ed Elisabetta Zampartini abbiamo proposto anche una moratoria dell'esecuzione penale, sia degli ordini di esecuzione pena che dell'esecuzione della pena stessa, volta a ridurre drasticamente i numeri della popolazione carceraria.
La storia delle cinquanta licenze concesse a Rebibbia è solo una boccata d'aria per detenuti e operatori della Terza Casa, ma racconta di un'aria diversa che è un'epopea di civiltà, umanità e ragionevolezza al cospetto della furia cieca delle Erinni giustizialiste, sorde all'ascolto e mute di parola, che popolano la nostra società e agitano il nostro tempo con il loro cupo mormorio che accusa, maledice, incute timore e invoca vendetta.
Comunque, vale anche per loro il nostro dire "Nessuno tocchi Caino" e "Spes contra Spem", rivolto allo Stato, al Potere che cede, degrada alla aberrante, violenta logica per la quale, nel nome di Abele, diventa esso stesso Caino, uno Stato-Caino da convertire dal male al bene, dalla violenza alla nonviolenza, dagli stati di emergenza in cui a emergere è lo Stato, agli stati di emergenza in cui a emergere è la coscienza e lo Stato di Diritto.
*Segretario Nessuno tocchi Caino
Il Centro, 13 marzo 2020
La segnalazione dell'associazione "Voci di dentro" che fa il punto in Abruzzo dove la protesta è civile. Nelle carceri abruzzesi mancano saponi e prodotti per l'igiene. L'appello arriva dall'associazione "Voci di dentro", che invita "ad adottare misure idonee per prevenire il contagio da Covid-19.
In attesa di azioni di buon senso, quali indulto, ricorso alla 199 e domiciliari per anziani e malati, richieste ormai condivise da molti contro il rischio di contagi all'interno delle carceri", evidenzia "Voci di dentro", "è opportuno far notare come, nella casa circondariale di Chieti, che conta oltre 150 detenuti in una struttura che ne può contenere solo 79, il dialogo tra detenuti e direzione sta dando i primi frutti. A tutti sono stati concessi 10 minuti di telefonate al giorno e, per le persone più anziane e malate, almeno una decina, è stata fatta richiesta alla magistratura per un provvedimento di invio ai domiciliari. Al momento, per un detenuto che ormai era in scadenza termini è stata autorizzata la detenzione domiciliare; per gli altri la direzione è in attesa della decisione della magistratura".
L'associazione informa come "da parte dei detenuti sia ancora in corso lo sciopero della fame e la battitura notturna delle inferriate dalle 20 alle 21 e dalle 22 alle 22,30. Una protesta pacifica preceduta da un momento di silenzio per le vittime, finalizzata ad ottenere misure alternative per tutti i detenuti sotto i termini di legge, la chiusura delle sintesi comportamentali, l'utilizzo di skype e telefonate quotidiane ai familiari per sopperire alla sospensione dei colloqui - richiesta quest'ultima già ottenuta - fornitura di acqua potabile, chiusura ad agenti e addetti ai lavori interni al penitenziario per tutta la durata dello stop ai colloqui e, in subordine, l'accesso ai familiari alle stesse condizioni degli agenti penitenziari (con mascherina e controlli medici), nessuna ritorsione per chi partecipa allo sciopero".
"Stiamo seguendo quotidianamente la situazione a Chieti e nel carcere di Pescara", afferma ancora l'associazione Voci di dentro, "e ribadiamo la contrarietà ai trasferimenti di detenuti da un carcere all'altro, oltre a ribadire la necessità di una liberazione anticipata retroattiva, del blocco dei nuovi ingressi per reati minori, pregressi e cumuli di pena, dell'indulto per tutti i detenuti con pene inferiori ai tre anni e la liberazione da nove carceri italiane di 59 bambini e di 54 mamme".
"Nel carcere di Chieti", conclude l'associazione, "mancano i prodotti per l'igiene, invitiamo, pertanto, enti, associazioni e aziende del comune a portare direttamente in carcere, saponi, detersivi e disinfettanti, specificando in portineria la dicitura offerta con Voci di dentro per i detenuti di Chieti".
Prevenire il contagio all'interno del carcere, oltre che aiutare chi si trova detenuto significa evitare casi di coronavirus dentro le celle.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 marzo 2020
Si tratta di un tunisino di 35 anni che non risulterebbe in carico al Sert. Sono nove i morti del carcere emiliano. Parlano di overdose, la verità la dirà l'autopsia. Nove morti, ancora senza nome e la maggior parte tunisini e moldavi. Parliamo dei detenuti che erano ristretti nel carcere di Modena, teatro di una grande rivolta che ha portato all'inagibilità di alcune sezioni.
L'ipotesi più plausibile è quella della morte per overdose, a causa dell'assalto al metadone razziato in infermeria. Ma, almeno finora, ancora non si conoscono i risultati delle autopsie. Quello che si è potuto finora accertare è che sono cinque i reclusi ritrovati già morti sul posto. Ma gli altri? Erano ancora vivi, tanto da essere stati trasferiti - assieme agli altri detenuti - in alcune carceri italiane distanti anche oltre un centinaio di chilometri. Il dramma è che erano giunti in condizioni già critiche. Alcuni ad esempio sono stati portati nel carcere di Alessandria a quasi due ore di viaggio dal penitenziario di Modena.
Il carcere lombardo si è ritrovato a dover soccorrere tre detenuti che stavano già malissimo per overdose. Due sono riusciti in extremis a salvarli, mente uno di loro purtroppo non ce l'ha fatta. Un altro è invece morto al carcere di Parma, a quasi un'ora di distanza da Modena, dopo essere stato portato in rianimazione. Era un giovane moldavo, classe 1988.
Un altro ancora di quarant'anni è, invece, morto al carcere di Ascoli Piceno, dopo aver affrontato un viaggio di quasi cinque ore. Un altro ancora è morto mentre era ancora sul pullman del trasferimento, davanti al carcere di Verona. Quasi un'ora e mezza di viaggio. C'è da dire che la direttrice del carcere di Modena ha assicurato che - prima di essere trasferiti - tutti i detenuti sono stati visitati presso il presidio sanitario allestito nel piazzale.
Ma a quanto pare, purtroppo, non è stato sufficiente. I sintomi caratteristici dell'overdose da metadone sono spasmi muscolari, spasmi gastro-intestinali, cianosi, rallentamento del battito cardiaco, forte calo della pressione sanguigna, senso di disorientamento. Se non presi subito in tempo, si rischia la morte. Come detto, anche se i risultati dell'autopsia ancora non si conoscono, quasi tutti i detenuti del carcere di Modena risultano morti per overdose o comunque intossicazione da farmaci.
Tra i cinque morti rinvenuti già morti al carcere modenese, Il Dubbio è a conoscenza del caso di uno di loro. Si tratta di un tunisino nato nell'84 che stava scontando poco più di due anni di carcere per piccolo spaccio. Una pena che poteva essere scontata attraverso una misura alternativa, purtroppo, come accade spesso soprattutto per gli stranieri, non avendo un vero e proprio domicilio, non ha avuto la possibilità di potervi accedere.
Non risulta, almeno per il momento, che il ragazzo fosse in carico dal Sert, perché si sarebbe dichiarato non tossicodipendente. Saranno comunque i risultati dell'autopsia scioglieranno ogni dubbio. I suoi genitori vivono in Tunisia e ancora attendono la verità, ma soprattutto le spoglie del loro figlio per poterlo piangere. La storia lascia anche una grande amarezza. Se non fosse morto, il ragazzo avrebbe finito di scontare la pena tra due settimane.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 13 marzo 2020
Non scatta l'arresto con la detenzione di 35 grammi di sostanze stupefacenti cosiddette "leggere". Il possesso, dunque, di quantità ridotte di marijuana e hashish (25 e 10 grammi) non comporta come conseguenza il carcere. Lo precisa la Cassazione con la sentenza n. 9733/2020. La tesi della Procura - La contestazione del Sostituto procuratore di Brindisi deduce l'erronea applicazione degli articoli 391, comma 4, e 381, comma 4, del Cpp, evidenziando a differenza di quanto ritenuto dal Gip, che l'arresto doveva essere ritenuto legittimo, avendo la polizia giudiziaria ragionevolmente considerato la pluralità delle sostanze detenute dall'imputato e il possesso da parte di questi degli strumenti normalmente utilizzati per il confezionamento dello stupefacente, da ciò desumendosi che il soggetto fosse un detentore non episodico di droghe.
I Supremi giudici, invece, hanno ritenuto che già il Gip avesse verificato la configurabilità dei requisiti della gravità del fatto e della pericolosità dell'arrestato, escludendoli entrambi in quanto l'imputato era incensurato dedito a un'onesta attività lavorativa, avendo egli peraltro spontaneamente consegnato la non eccessiva droga in suo possesso. La conclusione della Cassazione - In applicazione a tale interpretazione deve ritenersi che l'apparato argomentativo con cui è stata esclusa la sussistenza della gravità del fatto e della pericolosità dell'indagato non presenta vizi di legittimità, "avendo il gip operato una disamina non irrazionale delle risultanze investigative delineate nel verbale di arresto, esaurendosi le doglianze articolate nel ricorso in una differente valutazione sull'esistenza dei requisiti di legittimità dell'arresto, che sottende considerazioni di merito non suscettibili di trovare ingresso in Cassazione".
di Laura Biarella
orizzontescuola.it, 13 marzo 2020
Secondo la Corte di Cassazione (Ordinanza 10 marzo 2020, n. 6751), i docenti di ruolo dipendenti del Miur, che prestano il proprio servizio presso le scuole istituite all'interno del carcere, hanno diritto alla indennità prevista dalla Legge n. 65 del 1983, nella misura scandita dall'articolo 2, e non anche a quella prevista dall'articolo 1, riservata al personale dipendente dal Ministero della Giustizia.
La vicenda - La Corte d'Appello aveva riformato la sentenza del Tribunale e, per l'effetto, rigettato la domanda proposta da alcuni docenti di ruolo del MIUR in servizio nelle scuole istituite presso gli istituti di detenzione e di pena, per il pagamento, nei limiti della prescrizione quinquennale, della indennità di servizio penitenziario, prevista dall'art. 1 della L. n. 65/1983. Premesso che i docenti percepivano la indennità penitenziaria (nella misura prevista dall'art. 2 della L. n. 65), il giudice d'appello osservava che l'art. 1 si riferiva al "personale civile di ruolo e non di ruolo degli istituti di prevenzione e di pena del Ministero di Grazia e Giustizia" e non anche al personale dipendente da altre amministrazioni. La specificazione dei destinatari era ribadita dalla tabella indicativa degli importi della indennità. I docenti hanno adito la Corte di Cassazione, che tuttavia ha respinto le doglianze.
L'indennità dell'art. 2 è riservata ai dipendenti del Ministero Giustizia - Secondo i docenti, essi stessi sarebbero stati beneficiari della indennità di cui all'articolo 2 della L. n. 65/1983, identificandosi in dipendenti che prestano servizio presso gli uffici del Dipartimento della amministrazione penitenziaria (Dap) dislocati al di fuori degli Istituti penitenziari, mentre i soggetti che operano all'interno degli Istituti di Prevenzione e di pena sarebbero destinatari della indennità di cui all'articolo 1, essendo esposti al rischio permanente che giustifica tale indennità. La Cassazione è di diverso avviso, osservando che il riferimento dell'art. 1, comma I, della L. n. 65/1983 al "personale civile di ruolo e non di ruolo degli istituti di prevenzione e di pena del Ministero di grazia e giustizia" presuppone la dipendenza dal Ministero della giustizia e non da altra Amministrazione dello Stato, come nella specie, dal Miur. La legge n. 65/1983, all'art. 2, disciplina, invece, in maniera autonoma, l'indennità per gli agenti di custodia, gli appartenenti al personale civile dell'amministrazione giudiziaria del Ministero della Giustizia e per "il personale delle altre amministrazioni dello Stato che prestino servizio presso gli uffici ed istituti centrali e periferici dell'Amministrazione penitenziaria". Per l'effetto tale legge circoscrive la platea dei destinatari della indennità di cui all'articolo 1 ai dipendenti del Ministero della Giustizia che prestano servizio negli Istituti di prevenzione e di pena, al contempo prevedendo una diversa indennità per il personale delle altre amministrazioni dello Stato.
Il mancato adeguamento dell'importo - Inoltre, sempre secondo gli stessi docenti, l'art. 2 della L. n. 65/1983 non prevede alcun meccanismo di adeguamento degli importi economici, della relativa indennità, al mutato potere d'acquisto della moneta, mentre la indennità di cui all'articolo 1 era stata aggiornata più volte (ad esempio tramite la legge 16 ottobre 1991 n. 321) e meccanismi di adeguamento periodico erano previsti per altre indennità, ad esempio le indennità corrisposte ai docenti in servizio all'estero. La Cassazione non condivide la tesi esposta dai docenti, rilevando che la posizione dei dipendenti civili di ruolo e non di ruolo dell'amministrazione penitenziaria non è equiparabile, in ragione del diverso status giuridico, con quella degli insegnanti che prestano la propria opera d'insegnamento all'interno degli istituti di prevenzione e pena, dipendenti dal Miur, precisando, infine, che la peculiarità dello svolgimento della docenza all'interno di un luogo di detenzione è stata valutata con il riconoscimento di una particolare indennità, che non viene attribuita agli altri insegnanti.
Quotidiano di Sicilia, 13 marzo 2020
Lenzuola bruciate, Volanti e l'urlo di un detenuto di piazza Lanza: "Non siamo animali! Stiamo morendo!". Protesta la notte scorsa nel carcere di piazza Lanza a Catania: circa ottanta detenuti hanno urlato, fatto rumore e appiccato il fuoco a lenzuola, con le fiamme che si vedevano dall'esterno di una finestra del secondo piano della struttura.
La contestazione, iniziata poco prima di mezzanotte, legata alle restrizioni imposte per il contenimento del Covid-19, è durata alcune ore ed è rientrata dopo una "mediazione" con la direzione e il capo della polizia penitenziaria dell'istituto. All'esterno del carcere, per precauzione, sono stati schierati polizia e carabiniere e bloccate le strade di accesso. Sulla vicenda è intervenuto il comitato Reddito-casa-lavoro che afferma di avere registrato il grido d'allarme lanciato da un detenuto "non siamo animali, abbiamo bisogno di cure, stiamo morendo".
"Il rischio di contagio nelle carceri - aggiunge il comitato - in questo momento è altissimo per via del sovraffollamento e condizioni igienico-sanitarie precarie. Il governo non può continuare a minimizzare, le conseguenze potrebbero essere irreversibili. La salute e la sicurezza devono venire prima di tutto, nei penitenziari così come all'esterno delle carceri". "Il governo - conclude la nota - deve redigere subito un decreto di amnistia o trasformare in domiciliari le pene i reati minori".
di Luca Pernice
Corriere del Mezzogiorno, 13 marzo 2020
Il provvedimento dopo l'evasione di massa dei giorni scorsi. Sono ancora sei i ricercati. Sono stati 107 i detenuti del carcere di Foggia che, ieri, sono stati trasferiti ad altri istituti di pena della penisola. Tra quelli trasferiti anche alcuni detenuti che si sono resi protagonisti della protesta di lunedì scorso che ha causato l'evasione di 72 persone.
Sono ancora sei i latitanti sui quali si sta concentrando l'attenzione della procura e delle forze di polizia con controlli e perquisizioni anche in altre regioni. Tra questi Cristoforo Aghilar il 36enne che ad ottobre scorso ad Orta Nova ha ucciso la madre della ex fidanzata; Francesco Scirpoli ritenuto vicino alla criminalità organizzata del Gargano e il barese Ivan Caldarola il figlio di Lorenzo, ritenuto il numero due clan degli Strisciuglio, e di Monica Laera la donna che, il 9 febbraio del 2018, ha colpito con un pugno in faccia l'inviata del Tg1 Mariagrazia Mazzola. Gli altri tre ricercati sono un sanseverese, un macedone ed un cerignolano.
Prima del trasferimento gli investigatori avevano eseguito perquisizioni in tutti i locali del carcere foggiano trovando droga e telefoni cellulari: stessi telefonini forse utilizzati dai detenuti per filmare l'inizio della protesta all'interno delle loro celle. Il trasferimento dei detenuti è avvenuto con l'impiego di 250 agenti di polizia penitenziaria e con un cordone, all'esterno del carcere, di 150 uomini della polizia di Stato, carabinieri e guardia di finanza.
"Una volta finita l'emergenza del coronavirus - spiega Federico Pilagatti, il segretario nazionale del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria - bisogna interrogarsi sul perché in un carcere come Foggia, i detenuti decidono di mettere a ferro e fuoco ogni cosa ed evadere in massa, come se fosse un gioco e la cosa più facile del mondo. Da tempo il sindacato chiedeva anche l'avvicendamento del responsabile della sicurezza del carcere di Foggia, poiché le avvisaglie di una situazione sfuggita di mano erano chiare come il sole, e con la sicurezza praticamente inesistente tanto che il ritrovamento di telefonini e droga in quantità erano continui".
di Antonio Sabbatino
internapoli.it, 13 marzo 2020
Detenuto nel carcere di Poggioreale muore in ospedale dopo alcuni giorni di agonia a seguito di un malore, la sorella denuncia: "Ci hanno comunicato tutto con notevole ritardo e non sappiamo cosa sia successo né quali sia la causa del decesso. Per questo, vogliamo sapere la verità". Protagonista suo malgrado della vicenda è Luigi Pesce, 54 anni, detenuto dallo scorso giugno al Padiglione Salerno del Giuseppe Salvia a seguito di una condanna a 5 anni e 6 mesi per detenzione di stupefacenti e un tentativo di corruzione agli agenti che l'avevano bloccato.
Contattata da InterNapoli.it Cristina Pesce, la sorella di Luigi, originario del Borgo di Sant'Antonio Abate, ha tanti dubbi e vuole vederci chiaro sulla fine di suo fratello. "Sappiamo poco o nulla su quello che è accaduto a Luigi ed ora, oltre al dolore della sua morte, abbiamo l'angoscia dovuta ad una certa mancanza di spiegazioni dettagliate". Cos'è che non torna alla famiglia, perché dice di essere all'oscuro di tanti particolari? A riassumere le cose, fornendo la sua versione dei fatti, è la stessa Cristina Pesce.
"Abbiamo soltanto appreso che nella mattinata di mercoledì della scorsa settimana Luigi è stato portato all'ospedale Cardarelli a seguito di un malore (forse una embolia o un ictus ndr) e si è reso necessario il ricovero. Però sapete quando ci è stato riferito dell'accaduto? Soltanto la sera, dopo diverse ore, quando le forze dell'ordine sono venute da me a casa". Luigi Pesce è poi morto nelle prime ore del mattino di sabato per l'aggravarsi delle sue condizioni.
"Il giovedì, il venerdì e il sabato, giorno della morte, sia io che mia figlia, la nipote di Luigi, ci siamo recate al Cardarelli per sapere come stesse mio fratello ma in tutto questo tempo non siamo riusciti a vederlo neppure una volta" continua Cristina. Ma non è tutto perché anche in questo caso la notizia del decesso di Luigi Pesce sarebbe arrivata in ritardo ai congiunti stando a quanto dice Cristina. "Anche in questo caso non ci hanno avvisato subito e quando l'hanno fatto non è che le incertezze siano svanite, tutt'altro e quindi ribadisco la richiesta: cosa è successo? Luigi come è morto?".
Il 54enne nei giorni antecedenti alla morte sarebbe stato sottoposto agli esami per attestare una eventuale infezione da Coronavirus (che ha interessato anche alcuni medici del Cardarelli). "Ma l'esito è stato negativo e quindi mio fratello non è morto per quello. Lui soffriva di epilessia e ai bronchi però non se ciò sia riconducibile alle cause della morte", risponde Cristina.
Una precisazione, visto il particolare momento e la delicatezza della vicenda: la storia si sarebbe sviluppata interamente nei giorni precedenti la rivolta che ha visto protagonisti, soprattutto da domenica scorsa in poi, migliaia di detenuti in diverse carceri italiane compresi quelli del Giuseppe Salvia di Poggioreale e dunque una possibile spiegazione della mancata comunicazione alla famiglia di Luigi Pesce come conseguenza del caos delle rivolte andrebbe almeno per il momento esclusa.
Sul corpo di Luigi Pesce è stata disposta l'autopsia il cui esito sarà, come spesso accade, determinate per conoscere la verità. "L'attendiamo con trepidazione, in questo modo contiamo di fugare ogni dubbio. Avremmo voluto anche far effettuare un'autopsia di parte ma le risorse per chiamare un medico non ci sono. Resta l'amarezza per questa mancanza di comunicazione" aggiunge Cristina che con la famiglia ha nominato come proprio legale l'avvocato Raffaele Imparato.
lavocedelpopolo.it, 13 marzo 2020
I detenuti, dimostrando forte senso di responsabilità e comprensione dei nuovi limiti loro imposti, non hanno in alcun modo tentato di strumentalizzare la situazione, al contrario mostrando una sincera volontà collaborativa per il mantenimento del massimo livello possibile di normalità all'interno dell'Istituto.
Nella mattinata di martedì 10 marzo si è svolta nel teatro della Casa Circondariale Nerio Fischione una proficua riunione tra una delegazione di detenuti, la Direttrice Francesca Paola Lucrezi, la Comandante Letizia Tognali, alcuni agenti di polizia penitenziaria e la Garante Luisa Ravagnani per affrontare le problematiche emerse a seguito delle modifiche trattamentali imposte all'interno degli istituti per prevenire la diffusione del Covid-19 e le possibili prospettive nel breve periodo. I detenuti, dimostrando forte senso di responsabilità e comprensione dei nuovi limiti loro imposti, non hanno in alcun modo tentato di strumentalizzare la situazione, al contrario mostrando una sincera volontà collaborativa per il mantenimento del massimo livello possibile di normalità all'interno dell'Istituto.
Comprensibilmente e profondamente preoccupati per la salute dei propri cari all'esterno, hanno sentito inoltre il bisogno di far giungere a tutta la collettività esterna la loro solidarietà e vicinanza per quanto sta accadendo, riservando un pensiero speciale a tutte le persone - detenuti e operatori penitenziari - coinvolte negli scorsi giorni nei ben noti e tristi accadimenti che hanno sconvolto la vita di alcuni Istituti di pena italiani e portato, purtroppo, alla morte di nove detenuti.
Fortemente convinti che questo difficile momento si possa superare solo attraverso il rispetto reciproco e la costante collaborazione con le istituzioni per la tutela della salute di tutti, i detenuti di Nerio Fischione auspicano che gli episodi degli ultimi giorni non si ripetano e si trovino al più presto, nei luoghi dove vi sia la necessità, piani di comunicazione efficaci come sta accadendo per loro a Brescia.
In ogni caso, l'Amministrazione Penitenziaria nella sua interezza, la Magistratura di Sorveglianza e ovviamente la Garante, sono consapevoli che il profondo senso civico messo in campo dai detenuti non possa essere l'unico strumento su cui puntare per affrontare l'emergenza: c'è la necessità di ampliare in tempi brevi il numero delle misure alternative applicabili, in accordo con la normativa vigente, al fine di permettere a chi ha i requisiti, di poter uscire dal carcere e ridurre, seppur non di quanto ce ne sarebbe bisogno, il sovraffollamento dell'istituto.
Parte fondamentale di questo obiettivo è senza dubbio la consolidata rete di housing gestita dalle coop sociali e dalle organizzazioni di volontariato penitenziario bresciano che, con il prezioso aiuto degli agenti di rete, sta lavorando al fine di aumentare il numero di alloggi disponibili per la gestione delle misure alternative che saranno applicate in questa speciale circostanza e i servizi da riservare all'accoglienza dei detenuti che ne usufruiranno.
L'intenso impegno dei detenuti e del personale penitenziario (civile e di polizia) per la creazione di un positivo modello di gestione delle emergenze che veda tutti impegnati, senza contrapposizione di ruoli, per il raggiungimento del medesimo, prezioso, obiettivo merita senza dubbio di trovare, specialmente in un momento così difficile, aiuto esterno.
Mi conforta il fatto che non si tratti di una sfida nuova per Brescia, dal momento che in ambito penitenziario la città è da sempre portata a sfruttare al meglio le possibilità accordate dalla normativa vigente senza aspettare eventuali modifiche normative che, se anche migliorative, potrebbero arrivare in ritardo.
alessandriaoggi.info, 13 marzo 2020
La procura di Alessandria ha aperto un'inchiesta per le rivolte avvenute nel carcere di San Michele lo scorso fine settimana. Non un fascicolo contro ignoti come in altre città d'Italia dove, analogamente, ci sono stati tafferugli violenti tra domenica e lunedì.
Il procuratore Enrico Cieri, infatti, ha fatto sapere che sono state identificate le persone che si ritiene abbiano dato il via alla rivolta. "Stiamo aspettando gli atti dal carcere per individuare le ipotesi di reato. I nomi nel registro degli indagati potrebbero essere tra i venti e i trenta" ha riferito Cieri.
I fatti sono avvenuti domenica sera: intorno alle sei i Vigili del Fuoco di Alessandria erano accorsi per un incendio che si era sviluppato in due piani dell'istituto penitenziario di San Michele, frutto della protesta da parte dei detenuti per le nuove disposizioni legate al coronavirus.
La protesta aveva provocato ingenti danni in due sezioni. Sul posto erano arrivate anche diverse ambulanze. L'incendio era stato poi spento intorno alle otto. Un episodio, quello di domenica, nato sull'onda del subbuglio che aveva interessato ben 27 carceri in tutta Italia, da Nord a Sud, con i detenuti che protestavano per lo stop alle visite dei familiari, misura prevista contro diffusione Covid-19.
Già sabato il carcere di San Michele era stato interessato da disordini e tensioni così come il "Don Soria" di Alessandria, con alcuni detenuti che avevano dato fuoco alle lenzuola e alle coperte per protestare contro la sospensione dei colloqui, provvedimento deciso a fronte dell'emergenza coronavirus, mitigato dall'aumento della possibilità di effettuare telefonate ai propri cari e parenti.
Come detto, sabato mattina la protesta aveva riguardato il carcere di San Michele. Tre agenti della Polizia Penitenziaria erano intervenuti per riportare la calma ed erano rimasti feriti. Uno aveva riportato la frattura di un braccio. In serata la stessa cosa era avvenuta anche nel carcere Cantiello e Gaeta di Alessandria, in piazza Don Soria.
Anche in questo caso erano stati appiccati degli incendi dai detenuti usando coperte e lenzuola. Ad Alessandria è stata, inoltre, aperta un'altra inchiesta in collegamento con la procura di Modena, per la morte di un trentunenne che, dal penitenziario emiliano, devastato domenica, era stato assegnato al San Michele. Sceso dal bus, il giovane era deceduto, pare, per overdose da psicofarmaci sottratti dall'infermeria modenese.
- Monza. Il patto dei detenuti: "In questo carcere non ci saranno rivolte"
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