Il Manifesto, 13 marzo 2020
La proposta del commissario agli Affari interni Johansson ai quanti si trovano sulle isole. Duemila euro per tornare a casa. È quanto l'Unione europea promette ai migranti che si trovano a vivere nell'inferno dei centri profughi sulle isole dell'Egeo. Ad annunciarlo è stata ieri il commissario europeo per gli Affari interni Ilva Johansson al termine della sua visita in Grecia, dove ha incontrato il premier Kyriakos Mitsotakis.
Si tratta, però, di un'offerta a tempo limitato e riguarderà solo coloro che sono arrivati nel Paese prima del 1 gennaio 2020. "Per un periodo di un mese offriremo l'opportunità ai migranti che oggi si trovano nei campi delle isole greche di aderire al programma di rimpatrio volontario nel loro Paese di origine", ha spiegato Johansson.
Non si tratta di una novità. Da tempo l'Oim organizza rimpatri volontari dei migranti sia dalla Libia che da altri Paesi offrendo denaro. Generalmente si tratta di piccole somme che nei Paesi dai quali provengono i migranti possono però rappresentare un'occasione per avviare un'attività. I duemila euro offerti adesso dall'Unione andranno a sommarsi ai 370 offerti già oggi dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a quanti aderiscono al programma di rimpatri. E sempre l'Oim si occuperà dei viaggi di ritorno dalla Grecia in collaborazione con l'agenzia europea per le frontiere Frontex. I rimpatri si aggiungeranno inoltre ai 10 mila trasferimenti sulla terraferma decisi da governo greco per decongestionare i campi delle isole.
Intanto sembra procedere il programma di trasferire alcuni delle migliaia di minori presenti nei campi profughi. Si tratta di 1.600 bambini che necessitano di cure e minori di 14 anni non accompagnati per i quali sette Stati si sono detti disponibili ad aprire le proprie porte.
L'iniziativa è nata nell'ultimo vertice dei ministri dell'Interno dell'Unione su iniziativa del tedesco Horst Seehofer e prevede la creazione di un gruppo di "Paesi volenterosi" che accettano di accogliere almeno i minori, sottraendoli così alle condizioni di vita disumane in cui sono costretti a vivere sulle isole Secondo Save the Children su 10 migranti almeno 4 sono bambini e quelli soli sarebbero almeno 5.000.
La crisi dei migranti ha fatto rialzare notevolmente la tensione tra Grecia e Turchia. Due giorni fa le forze speciali di Ankara hanno sparato contro un mezzo militare greco al valico di Evros, lungo il confine terrestre, mentre nei pressi dell'isola di Kios una nave turca ha speronato una motovedetta ellenica. Ieri, invece, lo Stato maggiore dell'esercito di Atene ha accusato due F-16 turchi di aver violato lo spazio aereo greco sorvolando l'isola di Strongyli, nell'Egeo meridionale. Per Mitsotakis la Grecia si troverebbe a far fronte a "una minaccia asimmetrica" da parte della Turchia ai suoi confini terrestri e marittimi.
Tutte vicende che di certo non rendono più semplice il lavoro diplomatico con cui si cerca di trovare una soluzione alla crisi dei migranti provocata da Erdogan. Martedì il presidente turco incontrerà la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. Anche se i due leader europei hanno atteggiamenti diversi nei confronti di Erdogan.
L'incontro servirà comunque a preparare il terreno per il nuovo vertice Turchia-Ue previsto per il 26 marzo a Bruxelles nel quale dovrebbero essere presentati anche le conclusioni del lavoro comune che in questi giorni l'alto rappresentante della politica estera dell'Ue Josep Borrell ha svolto con il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu su come mantenere l'accordo sui migranti siglato nel 2018.
di Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 13 marzo 2020
Non c'è più la scuola, né il teatro. Manca il poter trascorrere delle ore in biblioteca o anche frequentare corsi sportivi. Il timore del contagio da coronavirus irrompe negli istituti penitenziari e distrugge la quotidianità dei detenuti, quella che si sono costruiti dentro le mura carcerarie.
La sospensione delle attività per impedire che qualcuno possa portare dentro il virus ha un effetto devastante sulla vita dei carcerati. Lo sa bene Martina, una delle detenute di San Vittore, a Milano. In passato ha partecipato a un progetto portato avanti da Jo Squillo che in quell'istituto ha trascorso quattro mesi per dare vita al docu-film "Donne in prigione" si raccontano.
Martina, con le altre detenute, ha scritto anche una canzone Rinascita ed è a Jo Squillo che ha inviato un'email per raccontare la loro condizione in questo momento di allarme. "Dopo un tristissimo 8 marzo - scrive Martina - possiamo dirti che ci sentiamo distrutte come donne, mamme, figlie, compagne e ovviamente detenute. Quello che possiamo dirti è che qui la situazione è soffocante e drammatica".
Le donne di San Vittore - come avvenuto anche nella maggior parte delle carceri femminili - non hanno partecipato alle proteste dei giorni scorsi diffuse in28 istituti penitenziari, dopo che è stata comunicata la sospensione dei colloqui. "Noi detenute della sezione femminile - continua Martina- ci dissociamo da ogni forma di protesta violenta, ma non dai motivi della protesta stessa. Non abbiamo la possibilità di incontrare i nostri affetti, non abbiamo più alcuna attività trattamentale, non abbiamo più la nostra piccola normalità".
Questa detenuta vuol e quello che molti stanno chiedendo: Le proteste a San Vittore Ansa la possibilità di accedere a pene alternative per chi ha finito di scontare quasi tutta la pena. Ed è la stessa richiesta che un'ottantina di detenute del carcere femminile di Rebibbia, alle quali mancano meno di sei mesi da scontare, hanno già avanzato al magistrato di sorveglianza.
"Quello svolto a San Vittore - spiega Jo Squillo - è stato un progetto partito diversi anni fa. Quattro mesi con le detenute e ho capito tante cose, anche che le donne finite in cella vogliono pagare, vogliono essere riabilitate. Ed è questo il vero senso del carcere".
di Andrea Fantucchio
irpinianews.it, 13 marzo 2020
Il coronavirus fa paura anche ai detenuti, che temono, in caso di contagio, di rimanere isolati dall'esterno. Il responsabile regionale dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali, l'avvocato Giovanna Perna, ha incontrato questa mattina (12 marzo) le delegazioni dei detenuti del carcere di Bellizzi Irpino.
Per venire in contro alle istanze dei rappresentanti dei carcerati e per rispettare le direttive governative, si sta allestendo una tenda "pre-triage" per filtrare i casi sospetti. Sia il garante dei detenuti, Carlo Mele, che l'avvocato Perna, stanno cercando di gestire una situazione complessa che, fino a questo momento, non ha generato tensioni (come è invece accaduto in numerose carceri italiane).
Altro problema da evitare è il sovraffollamento. Ecco perché è stato redatto un documento per invitare i magistrati di Sorveglianza ad adottare misure straordinarie. Si è richiesto, contestualmente, di concedere la detenzione domiciliare ai detenuti vicini alla scadenza della pena. Queste richieste seguono la scia di altre già avanzate e accolte in altri istituti penitenziari, in particolar modo quelli lombardi. Se infatti il virus dovesse contagiare anche un solo detenuto, si rischierebbe il caos.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 13 marzo 2020
Anche sull'isola di Lesbo si sarebbe verificato il primo caso sospetto di coronavirus. A riportare la notizia sono i media locali, secondo i quali ad avere i sintomi della malattia sarebbe una donna di 40 anni. Secondo il quotidiano Ekathimerini la donna di recente era stata in Egitto ed Israele in vacanza, mentre secondo la rete No Borders, che monitora le condizioni dei migranti sull'isola, la donna sarebbe impiegata in un supermercato e per questo sarebbe entrata in contatto con molte persone. Il caso rende ancora più preoccupante la situazione già tesa sull'isola, dove vivono anche 20 mila migranti e rifugiati in centri sovraffollati e in condizioni igieniche al limite.
"Al momento non ci sono indicazioni o prove che portino a dover considerare i richiedenti asilo in qualsiasi parte d'Europa come un rischio per la salute", afferma Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L'Agenzia Onu, prosegue la portavoce, "ha sempre affermato che gli Stati hanno il diritto legittimo di gestire i propri confini". "Pertanto le misure di controllo delle frontiere possono comprendere misure per accertare l'identità e controllare le condizioni di salute di ogni richiedente asilo", chiarisce Sami. "Tuttavia - aggiunge la responsabile - tali misure non dovrebbero minare o limitare il diritto a chiedere asilo e devono quindi rispettare il principio di non respingimento. Vi possono essere delle restrizioni, ma oltre ad essere proporzionate, devono essere previste solo per motivi di sicurezza e ordine pubblico".
"La situazione preoccupante - rimarca Sami - è legata all'eccessivo sovraffollamento nell'isola. Sono settimane, anzi mesi che chiediamo di trasferire tutte le persone su terraferma. Sulla terraferma - aggiunge - le oltre 20 mila persone presenti potrebbe vivere in strutture dignitose. Ribadiamo il nostro appello anche oggi". Il caso, adesso, è stato confermato e le associazioni che si stanno occupando dei migranti assiepati nei campi profughi di Lesbo sono davvero preoccupate. Se il contagio non fosse isolato e se si dovesse diffondere in qualche modo tra i migranti che si trovano ammassati sulle coste dell'isola greca, ci sarebbe un effetto devastante.
Nel campo di Moria, ci sono 20mila persone all'interno di una tendopoli che non ha acqua, figuriamoci il sapone per prevenire il contagio. Alla vergogna del campo di Lesbo, dove vivono in condizioni disumane migliaia e migliaia di migranti, ora si aggiunge un'altra sconvolgente rivelazione: il governo greco sta imprigionando i migranti in isolamento in un sito segreto, situato nel Nord-Est del Paese, prima di espellerli in Turchia senza che possano presentare richiesta di asilo o parlare con un avvocato. È quanto denuncia il New York Times, sottolineando come Atene stia cercando in questo modo di scongiurare la crisi del 2015, quando più di 850.000 persone prive di documenti riuscirono ad entrare nel Paese, per poi proseguire verso l'Europa
Il Nyt è venuto a conoscenza del sito da informazioni raccolte sul terreno e dall'analisi delle immagini satellitari.
Diversi migranti hanno raccontato al quotidiano americano di essere stati catturati, privati dei beni, picchiati ed espulsi dalla Grecia senza aver avuto la possibilità di presentare richiesta di asilo o di parlare a un avvocato. Tramite incroci di informazioni, descrizioni, dati e coordinate satellitari, il New York Times è riuscito a localizzare il centro di detenzione, che si trova nei terreni agricoli tra Poros e il fiume Evros. La Grecia è firmataria della Convenzione europea sui rifugiati ed è quindi illegale rifiutarsi di accogliere una domanda d'asilo o rimpatriare dei richiedenti asilo in Paesi in cui corrono dei rischi. Secondo Eleni Takou, vicedirettore e responsabile della Ong HumanRights360, ogni giorno emergono testimonianze e vittime dei cosiddetti "push-back", i respingimenti di migranti alla frontiera al di là del fiume Evros.
di Elton Kalica
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2020
Le strade vuote e le serrande abbassate ci hanno abituato ormai ad una quotidianità collettivamente accettata di divieti che trovano legittimità nella serietà della minaccia e nell'istinto di autoconservazione. La tentazione di uscire di casa è grande e le istituzioni continuano ad utilizzare i media per invitarci a stare in casa e minacciare i disubbidienti.
di Gian Luigi Gatta
sistemapenale.it, 12 marzo 2020
Considerazioni a margine delle (e oltre le) rivolte.
1. La pandemia del Coronavirus ci ha gettato in una situazione inimmaginabile, fino a pochi giorni fa. La nostra attenzione è catturata dall'emergenza, dalle preoccupazioni e dalle ansie del quotidiano. È perfino in qualche misura non facile continuare a parlare di diritto e di sistema penale, come facciamo ogni giorno con passione sulle pagine della nostra Rivista.
di Agnese Pellegrini
Famiglia Cristiana, 12 marzo 2020
Rivolte, morti e feriti, evasioni di massa. Gli incidenti di questi giorni nascono dal Coronavirus ma sono il prezzo di anni di politiche che hanno portato tutto il sistema penitenziario al collasso. È ora di fare qualcosa, cominciando da una modesta proposta.
La terribile rivolta in molte carceri italiani che ha mietuto 14 morti e fatto registrare una ventina di evasi sembra ora sotto controllo, anche perché in realtà le proteste volevano essere un'azione dimostrativa, e non distruttiva. E tuttavia il bilancio è pesante: una trentina di istituti penitenziari, in tutta Italia, messi a ferro e fuoco, quasi contemporaneamente, come se davvero i detenuti si fossero passati parola; oltre ai reclusi morti, la maggior parte per overdose, alcuni agenti penitenziari feriti, e tante, tante celle devastate. Perché, in carcere, non circolano armi e nemmeno esplosivi, ma a dare fuoco a un materasso basta un attimo, anche se rischi l'intossicazione (e di detenuti intossicati ce ne sono stati molti in questi giorni).
A leggere questi tragici avvenimenti in filigrana emerge dunque una evidente fragilità del sistema Stato: 60 mila detenuti, circa 15 mila in più di quanto i penitenziari italiani potrebbero contenere, sono potenzialmente in grado di creare un serio problema di ordine sociale, particolarmente in un momento di emergenza.
Non a caso, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in un messaggio ha subito rassicurato i detenuti sulla ripresa dei colloqui con i famigliari, sospesi per evitare il contagio del Coronavirus, il pretesto che ha scatenato le insurrezioni. Se non lo avesse fatto, probabilmente nessuno (Dap - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Prap - Provveditorato regionale, responsabili istituzionali e forze dell'ordine) avrebbe potuto evitare un'escalation ancor più drammatica. Le scene trasmesse in televisione e sui social farebbero sorridere, se non fossero angoscianti: detenuti che, da nord a sud, salgono sui tetti come fossero un terrazzo su cui prendere il sole; finestre di penitenziari da cui escono nuvole nere di fumo; addirittura a Foggia un gruppo di persone che sradicano il cancello della Block house (il limite tra il perimetro del carcere e la libertà) e si arrampicano sulle inferriate con apparente facilità...
Va detto subito che le proteste sono ammissibili e legittime soltanto nella misura in cui non sono violente. Qualsiasi azione non pacifica va condannata, assolutamente. Ma la situazione che si è creata la dice lunga sul grado di resistenza del sistema carcere, logorato da anni di politiche che hanno visto più tagli che investimenti e che hanno prodotto una condizione al collasso: celle invivibili (l' Europa ha condannato l' Italia perché mancano gli spazi minimi richiesti), sovraffollamento endemico, difficoltà di accesso alle cure mediche e alle pratiche più basilari di igiene, mancanza di risorse per prevedere attività trattamentali, carenza di personale: educatori, operatori e anche agenti penitenziari che, spesso, si trovano a essere sminuiti nel loro ruolo e a dover affrontare circostanze ingestibili.
"Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri", diceva Voltaire; e Papa Francesco, durante il Giubileo dei detenuti celebrato nel 2016 in Vaticano, a migliaia di reclusi arrivati da tutte le carceri italiane ha confessato: "Ogni volta che entro in un carcere mi domando perché voi e non io", ricordando che "a volte una certa ipocrisia spinge a vedere in voi solo delle persone che hanno sbagliato, per le quali l'unica via è quella del carcere. Non si pensa alla possibilità di cambiare vita, c' è poca fiducia nella riabilitazione. Ma in questo modo si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto". Un concetto che il Pontefice ha richiamato durante l'omelia, lo scorso 24 dicembre: "Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore... Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati, continua ad amarci".
La dignità di ciò che siamo non è data da ciò che facciamo, o che abbiamo fatto, ma dall' essere figli di Dio. E lo siamo tutti. Anche Caino. Che ha ucciso Abele, ma che ha cambiato vita, per dirla con Papa Francesco. Forse, anche la politica dovrebbe fare uno sforzo in più in questo senso, proprio sulla base che la costituzione italiana affida alla pena una finalità rieducativa, e non di mero castigo o, peggio, di tortura. E, forse, andrebbero davvero presi in considerazione provvedimenti - come proprio attraverso Famiglia Cristiana chiedeva ieri don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani penitenziari - che "alleggeriscano" le patrie galere, prevedendo una moratoria dell'esecuzione penale per chi ha residui di pena bassa. Pochi giorni fa, in un'intervista a un quotidiano, Silvio Di Gregorio, direttore del carcere di massima sicurezza di Opera, l'istituto italiano con il maggior numero di detenuti al 41 bis (il carcere duro a vita), ebbe a dire in proposito: "Penso che periodicamente possa procedersi a una azione misericordiosa".
E viene in mente il versetto di Matteo (9,3) quando Gesù, riportando le parole del profeta Osea, ricorda: "Misericordia voglio, e non sacrificio". Commentandolo, Papa Francesco disse: "Non c' è santo senza passato, né peccatore senza futuro". Magari, questo potrebbe essere un tempo fecondo per risolvere l'annosa questione delle carceri italiane.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 marzo 2020
Il drammatico bilancio è di quindici detenuti morti, si attendono le autopsie. Ora, salvo sorprese, nelle carceri italiane è ritornata la calma. Si è esaurita nel tardo pomeriggio di ieri la protesta scoppiata al carcere di Sollicciano. Protesta, in questo caso, scaturita dai timori di contagio da Covid-19 dovute al fatto che un allievo dei corsi per Agente di polizia penitenziaria, che stava effettuando il tirocinio formativo a Sollicciano, sia stato trovato positivo al coronavirus. Tra l'altro nasce un giallo. Gennarino De Fazio, il leader del sindacato Uil-pa, denuncia che già con il Dpcm del 4 marzo scorso era stata disposta la sospensione delle attività didattiche presso le scuole di ogni ordine grado con alcune eccezioni.
"Fra quelle eccezioni erano ricomprese le scuole di talune Forze dell'Ordine, ma non di quelle della Polizia penitenziaria", tuona il sindacalista. Sottolinea che tale disposizione è stata confermata con il successivo Dpcm dell'8 marzo, "ma solo oggi pomeriggio, 11 marzo 2020, sono state disposte le sospensioni delle attività didattiche presso le Scuole della Polizia penitenziaria (177° corso Agenti) fino al 3 aprile".
Finite, per ora le proteste, lo Stato italiano si ritrova a fare i conti con gli inevitabili danni, sezioni intere inagibili e trasferimenti dei detenuti in altri penitenziari. Un problema enorme visto che la conseguenza è un ulteriore ingolfamento delle carceri già sovraffollate. Tra le macerie della tragedia annunciata ci sono 15 detenuti morti. Nove solo al carcere di Modena, quattro a Rieti e due a Bologna. Ma forse la conta macabra potrebbe aumentare visto che ci sono ancora alcuni detenuti in rianimazione. Non è certa la causa dei decessi e tutto questo dovrà essere accertata tramite l'autopsia.
Il Dubbio ha potuto apprendere che, nella giornata di oggi, almeno nel caso dei nove morti del carcere di Modena, saranno tutti sottoposti a tampone e in seguito verrà eseguita l'autopsia. Intanto continuano senza sosta le attività di ricerca dei detenuti evasi durante la rivolta del carcere di Foggia. Dei 72 evasi, ben 61 sono stati catturati o si sono costituiti. Arrivano intanto segnalazioni, tutte da verificare, di possibili ritorsioni - da parte di alcuni agenti penitenziari - nei confronti dei rivoltosi.
Se così fosse, sicuramente il Dap farà accurate indagini visto che alla violenza, lo Stato di Diritto non risponde con altrettanta violenza. Il Sistema penitenziario è in crisi, ma da tempo e forse tutto ciò poteva essere evitato se il governo precedente avesse approvato in toto la famosa riforma dell'ordinamento penitenziario dell'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, il quale è attualmente nella maggioranza di governo. Ora si paga lo scotto di una forte crisi in piena emergenza coronavirus: nelle carceri italiane, il Convid-19, è sempre in agguato e diventerebbe difficile mettere in atto gli isolamenti sanitari.
Le polemiche contro il ministro della giustizia Bonafede e del Dipartimento penitenziario non mancano. Tutte le sigle sindacali e i partiti politici si sono scagliati contro. Ma per motivi diversi. Chi chiede il pugno di ferro, chi invece chiede subito misure alternative alla pena carceraria per alleggerire i penitenziari e invoca soprattutto dimissioni del guardasigilli per non aver saputo prevenire tale tragedia.
"La situazione delle carceri italiane è molto grave anche a causa di una gestione assolutamente inadeguata da parte del governo e dei massimi dirigenti del dipartimento", dice Pompeo Mannone, il segretario della Federazione Nazionale della Sicurezza della Cisl. "Quello che sta accadendo era facilmente prevedibile vista la situazione davvero incresciosa in cui versano i nostri istituti penitenziari", spiega Mannone.
"Ormai sanno tutti che le nostre carceri - sottolinea il segretario della Fns Cisl - hanno almeno 10 mila detenuti in più rispetto alla capienza consentita e ci sono 5 mila poliziotti in meno. Aver messo in pericolo il personale è una cosa gravissima, sono 40 i poliziotti feriti cui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Si poteva fare meglio e di più, non è pensabile che il sindacato venga convocato a fatti già accaduti: c'era la necessità di una condivisione ampia di misure per cercare di tamponare una situazione di per sé già pesante e drammatica".
di Marco Grieco
interris.it, 12 marzo 2020
Il capo del Dap chiarisce la dinamica che ha portato alla drammatica rivolta nelle carceri. "Non c'è più tempo" è il mantra che rimbomba da Palazzo Chigi a via Arenula, e che evoca un'emergenza dentro l'altra. Perché oggi, ad allarme rientrato, delle rivolte nelle prigioni italiane non restano che pochi focolai.
Ma il bilancio è pesante: 12 morti per overdose, 8 detenuti in fuga nel foggiano, 600 posti letto distrutti, 20 milioni di euro di danni. E così quella che sembrava un'emergenza esclusivamente sanitaria ha invaso altri aspetti del sistema, quelli che rivelano un'Italia fragile, come il sistema penitenziario. Si calcola che nel Paese almeno 10mila detenuti siano oltre la capienza consentita dalle attuali carceri.
Strutture che, a loro volta, sono fatiscenti, e lo dimostra la multa da cento milioni di euro comminata dalla Cedu di Strasburgo dopo la sentenza Torreggiani per via di soli 3 metri a detenuto. Queste ad altre criticità fanno parte della trama complessa del sistema penitenziario.
"Nella protesta, non si parla di violenza, ma di atti criminali" ha ribadito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nella relazione alla Camera di ieri pomeriggio. Le forze politiche chiedono chiarezza, le procure stanno indagando su un'eventuale regia esterna che abbia coordinato tutto.
Per il Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, non è il tempo delle ipotesi. Ora si tratta di agire, procedendo alla sicurezza dei detenuti e delle strutture che li ospitano.
Come risponde a chi chiede le sue dimissioni da capo del Dap?
"Semplicemente non rispondo".
Cosa ha scatenato il caos nelle carceri del Paese?
"Il perché di ciò che è successo ha sicuramente un ordine di ragioni, ha dei contenuti apparenti ed altri che 'non sono emersi'. Attenendoci alla ragione manifestata dai detenuti, si è trattato di una preoccupazione di contagio all'interno delle strutture penitenziarie".
A proposito di questo, quali provvedimenti sono stati adottati dal Dap?
"Il 22 febbraio scorso è stata emanata la prima circolare in cui si davano precise disposizioni in cui si richiamano le disposizioni dalla Protezione Civile e del Ministero delle Salute. La seconda circolare è stata emanata il 25 febbraio scorso ed era decisamente più rigorosa: in essa, sempre a tutela della salute dei detenuti e del personale penitenziario, si ponevano accorgimenti che non inficiavano in nessun modo i diritti dei detenuti. Non si faceva nessun intervento sui colloqui, sui trattamenti, sulla sospensione dei permessi". Il 26 febbraio è stata emessa l'ennesima circolare, in sinergia con i provvedimenti del governo, in cui il Dipartimento ha avuto il 'coraggio' di prendere una serie di misure per prevenire il contagio. Con questa circolare si raccomandava tutti i provveditori e gli operatori penitenziari di informare i detenuti sulla situazione e sulle cautele necessarie da tenere. Inoltre si diceva di 'comunicare, dialogare con detenuti' e 'concordare con essi le azioni da adottare per limitare il rischio di contagio'. In buona sostanza, l'idea era quella di trovare il consenso dei detenuti per poter intervenire, in mancanza di una norma, sulle modalità di esercizio dei loro diritti. La politica del Dap è stata sempre quella di trovare una soluzione assieme ai detenuti".
La rivolta nel carcere di Poggioreale
Cosa è accaduto l'8 marzo, quindi?
"Le idee sviluppate nei nostri provvedimenti sono state ratificate nei provvedimenti del Governo. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell'8 marzo 2020, il Governo raccomanda di sostituire i colloqui visivi con quelli a distanza e di poter agevolare, attraverso la magistratura di sorveglianza, i provvedimenti di concessione della detenzione domiciliare. Con decreto legge dell'8 marzo del 2020, le stesse proposte trovano collocazione nella norma d'emergenza".
Qual è il suo commento per le morti di overdose, invece?
"Nelle nostre carceri, abbiamo un'alta percentuale di detenuti tossicodipendenti. Secondo quanto emerge dalle prime evidenze acquisite, una delle prime cose fatte dai detenuti, in occasione delle rivolte, è stata quella di prendere possesso dei locali infermeria, dove ci sono metadone e psicofarmaci. Una parte di loro ne avrebbe fatto uso smodato procurandosi uno stato di overdose. Il dramma di Modena si è ripetuto esattamente a Rieti: stessa modalità. Ritengo che su tali decessi gli accertamenti di indagine della magistratura requirente serviranno a ricostruire l'esatto accadimento dei fatti.
Questi episodi non mostrano la fragilità del sistema penitenziario?
"Più che di fragilità, parlerei di complessità di un sistema su cui, a livello strutturale e organico, per anni non si è investito. Una delle criticità più serie deriva dall'assistenza sanitaria. La sanità pubblica è già in difficoltà: chi vive in una condizione di assembramento obbligato, si sente preoccupato. L'occasione è stata utile per far emergere una serie di carenze e una voglia di libertà dei detenuti".
Come intendete procedere?
"Adesso dobbiamo lavorare per ripristinare la sicurezza degli ambienti e ricostruire un clima di serenità. Abbiamo seri problemi per l'utilizzabilità di strutture. Modena è inutilizzabile, aveva 500 posti detentivi. Il mio auspicio è che si lavori per garantire la sicurezza nelle carceri, si continui a lavorare per incentivare la prevenzione dal contagio, ma occorre il contributo di tutti e soprattutto degli stessi detenuti. Una parte consistente di essi non ha preso parte alle proteste. C'è una stragrande maggioranza che ha manifestato dissenso in maniera accettabile, senza l'uso della violenza. C'è bisogno della collaborazione buona di questi detenuti. Muoviamoci con senso di responsabilità e dovere".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 12 marzo 2020
Il Pd chiede accertamenti e Italia viva la rimozione di Francesco Basentini, ex procuratore aggiunto di Potenza chiamato a capo dell'amministrazione penitenziaria da Bonafede che però non annuncia provvedimenti. Il contagio delle carceri in subbuglio finisce per coinvolgere il capo dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, l'ex procuratore aggiunto di Potenza chiamato dal ministro della Giustizia Bonafede a governare le prigioni d'Italia.
Dall'interno della maggioranza di governo i renziani di Italia viva ne chiedono l'immediata rimozione, Leu ne sottolinea "ritardi, indecisioni e balbettii", il Pd chiede accertamenti. Tre partiti su quattro, nella sostanza, lo sfiduciano dopo le rivolte di cui ieri è stata aggiornata la contabilità: tredici morti ("come neanche nelle carceri degli anni di piombo", accusa il Garante dei detenuti di Milano Francesco Maisto) e nuove sollevazioni nel carcere fiorentino di Sollicciano, apparentemente sedate.
Ma il Guardasigilli, per adesso, non annuncia provvedimenti nei confronti del responsabile delle carceri. Nel bilancio dei disordini, prima dei morti annota gli "oltre quaranta feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l'augurio di pronta guarigione", e afferma con solennità: "Fuori dalla legalità e addirittura nella violenza non si può parlare di protesta; si deve parlare semplicemente di atti criminali". Riferisce che nelle rivolte sono state coinvolti circa 6.000 detenuti in oltre venti istituti, "in quasi tutte le regioni d'Italia", ma solo una minoranza di essi hanno dato vita alle violenze, in particolare a Napoli, Modena e Foggia.
"È giusto - spiega - ascoltare le rivendicazioni che arrivano dai detenuti che rispettano le regole e dimostrano di seguire un percorso di rieducazione vero. Ma dobbiamo anche avere il coraggio e l'onestà di dire che tutto questo non ha nulla a che fare con gli incendi, i danneggiamenti, le devastazioni, addirittura le violenze". E conclude: "Lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità".
A parte i Cinque stelle, però, e a parte la solidarietà di tutti alla polizia penitenziaria, nessuno è completamente d'accordo con il ministro. Né sul giudizio sulle rivolte, né sulle contromisure rispetto a un sistema carcerario in sempre maggiore sofferenza messa in evidenza dalle misure anti-contagio per l'emergenza coronavirus. La scintilla che ha fatto scattare le proteste, infatti, al di là di presunte "regie occulte" su cui anche alcune Procure stanno svolgendo indagini, è stata la sospensione temporanea dei colloqui tra i detenuti e i loro familiari per evitare il pericolo che il contagio entri anche negli istituti di pena.
Si va dal Pd che chiede altre misure per alleggerire il sovraffollamento (per esempio concedere subito la liberazione anticipata a chi ha pochi mesi da scontare) alle opposizioni (Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia) che invocano le dimissioni del capo del Dipartimento e, a ruota, dello stesso Bonafede. Fino ai radicali che accusano: "I problemi del carcere non sono causati né dai detenuti né dagli agenti penitenziari, ma dallo Stato che viola la Costituzione, i trattati internazionali sottoscritti, le proprie leggi".
Insoddisfatti e "delusi" anche i sindacati della polizia penitenziaria. Sebbene le rivolte sembrino rientrate, quindi, l'emergenza carceri continua. E se possibile peggiora, visto che con i disordini che hanno devastato alcuni istituti ci sono 2.000 posti disponibili in meno, che fanno salire a oltre 12.000 i detenuti in sovrannumero rispetto alla capienza delle prigioni.
Con le "misure minimali" proposte non solo dal Pd, ma anche dall'Associazione Antigone, dall'Unione Camere penali e che potrebbero essere ufficialmente proposte, a breve, dal garante nazionale dei detenuti, potrebbero "liberarsi" 1.060 posti se si concedesse ai semiliberi di non rientrare in cella la sera, e altri 3.785 se venissero liberati subito i condannati che finiranno di scontare la pena entro i prossimi sei mesi. La parola passa nuovamente al ministro Bonafede, che dovrebbe anche decidere il destino del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Probabilmente dopo avere svolto ulteriori verifiche dopo la gestione della crisi che ha portato alle sommosse. Giovanni Bianconi










