di Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2020
Il ministro scettico sulle misure alternative per chi deve scontare meno di 6 mesi. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede lo ha garantito: "Lo Stato non indietreggerà di un centimetro di fronte all'illegalità". Non si asseconderanno le richieste di indulto o amnistia di quei detenuti che, con la scusa della sospensione dei colloqui per evitare il contagio del virus Covid-19, hanno dato vita a rivolte in 28 carceri.
"Atti criminali" da parte di una minoranza, li ha definiti ieri Bonafede in un'informativa a Camera e Senato, che però alla fine hanno coinvolto 6 mila carcerati. Il bilancio conta 13 detenuti deceduti per un mix di psicofarmaci (9 a Modena, 4 a Rieti), 41 agenti feriti e danni agli istituti. Ieri le rivolte erano quasi tutte sedate, anche l'ultima scoppiata a Firenze dopo che nel carcere di Sollicciano si era diffusa la notizia di un allievo agente di polizia penitenziaria positivo al Coronavirus.
E si continuano ancora a cercare dieci dei 72 evasi dal carcere di Foggia (non 370 come avevano ricostruito alcuni sindacati). Per evitare il contagio, sono state messe in atto diverse misure: oltre le 83 tensostrutture dedicate al cosiddetto "pre-triage", come ha spiegato Bonafede, ne sono state richieste altre 14 per Emilia-Romagna, Lazio e Abruzzo.
Ci sono poi 100mila mascherine distribuite negli istituti e sono già in corso "tamponi ai detenuti trasferiti a vario titolo". I Sindacati di polizia intanto parlano di 4 detenuti e 7 agenti già risultati positivi al test. Ma non basta a Lega e Forza Italia, che hanno chiesto le dimissioni di Bonafede. Mentre i renziani pretendono la testa del capo del Dap, Francesco Basentini. In via Arenula è stato accolto con particolare disappunto il discorso di Davide Faraone (Italia Viva): "Il capo del Dap vada a casa", ha affermato.
"Non si faccia finta di niente di fronte a 12 morti. Che qualcuno, mi riferisco ai dirigenti di prima fascia, si assuma la responsabilità e si dimetta", gli ha fatto eco Matteo Renzi. Il riferimento sembra essere a Basentini. Ex magistrato, con il pm Laura Triassi, era titolare dell'inchiesta della procura di Potenza che ad aprile del 2016 portò alle dimissioni di Federica Guidi.
Mai indagata, l'ex ministro del governo Renzi lasciò dopo l'iscrizione del suo ex compagno, che poi fu archiviato (il fascicolo finì a Roma per competenza). Ma della sostituzione di Basentini al ministero per ora non si parla.
"Siamo concentrati sulla situazione generale, che è molto delicata - spiegano in via Arenula. C'è stato un chiaro attacco allo Stato, e non è il momento di fare polemiche". Nei prossimi giorni il garante dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, formalizzerà alcune proposte al ministero. "Una riguarda i circa 900 detenuti in semi- libertà, che tornano in cella solo per dormire - spiega Palma.
Analizzando caso per caso, potrebbero essere concessi i domiciliari o il braccialetto elettronico". Il Tribunale di sorveglianza di Roma ieri ha già disposto una licenza di 15 giorni per i detenuti in semilibertà. "Si potrebbe pensare a misure alternative - continua Palma - anche per i 3.800 che devono scontare meno di sei mesi".
Ma dal ministero filtrano dubbi su questa soluzione. Intanto in via Arenula sono arrivate diverse informative con elementi che fanno pensare alla mano di associazioni criminali dietro le proteste in Italia. Di certo nel carcere dell'Ucciardone a Palermo si comunicava con l'esterno: dopo le proteste sono stati trovati dieci cellulari.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 marzo 2020
Per il Garante nazionale dei detenuti, "prima ancora del decreto legge sono state fatte girare, anche in maniera strana e su decisione di qualche provveditore e direttore, ipotesi di chiusura totale". In questi giorni di protesta, a mediare con numerosi detenuti sono intervenuti anche i garanti. Per fare un bilancio abbiamo ascoltato Mauro Palma, presidente dell'Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.
Professor Palma, quali le ragioni di questa esplosione di violenza?
La questione del coronavirus e delle restrizioni connesse all'emergenza determinano ansia in tutti quanti noi. In un ambiente come il carcere, che è già una istituzione chiusa, queste ansie si ampliano a dismisura. Chi ha la responsabilità di questi ambienti dovrebbe agire preparando a eventuali restrizioni e facendone capire le ragioni. In carcere è stato fatto l'opposto.
Cosa è successo?
Prima ancora del decreto legge sono state fatte girare, anche in maniera strana e su decisione di qualche provveditore e direttore, ipotesi di chiusura totale. Le informazioni, che giustamente e doverosamente il governo dà a tutti noi - ossia di stare distanti più di un metro, lavarsi le mani in continuazione, e altro ancora - non si traducono facilmente negli istituti di pena dove a volte è persino difficile avere il kit dei saponi; inoltre gli ambienti non sono stati sanificati. Tutto ciò ha moltiplicato l'ansia, in una sorta di doppia reclusione: la detenzione in sé e l'essere reclusi rispetto alle possibilità di gestirsi in proprio. Noi ad esempio usciamo per comprarci l'amuchina, i detenuti ovviamente non posso prendere queste iniziative.
Quindi paura e mala informazione hanno acceso la miccia?
Questo era il brodo di coltura precedente su cui si doveva avere molta attenzione e capacità di gestire. Poi quando è uscito il decreto, che in fondo dà una limitazione molto contenuta - anche se il colloquio con la famiglia è una cosa importantissima - nessuno ha letto i contenuti. Questo è stato il motore delle rivolte. E poi, come sempre accade nelle rivolte, si inseriscono altri motivi soggettivi. Io sono stato nel carcere romano di Regina Coeli dove ho incontrato diversi detenuti: uno si lamentava per il fatto che il magistrato di sorveglianza non gli risponde mai, un altro perché non gli era stato comprato qualcosa che aveva inserito nel modulo del sopravvitto. Si è aggiunta poi questa pericolosa idea che creando disordini si potevano ottenere amnistia e indulto, provvedimenti invece che non sono all'ordine del giorno politico, visto che ci vogliono ben altre maggioranze.
Qualcuno ha visto in queste rivolte elementi di criminalità organizzata. È d'accordo?
Certo qualche immagine, tipo quelle di Foggia, lasciano perplessi. Ma mai pensare che queste rivolte siano state eterodirette. Sono state spontanee, anche se all'interno si può insinuare chi ha altre intenzioni. Va considerata comunque la genuinità iniziale.
Secondo lei è mancata la presenza dello Stato nelle prime fasi?
Una volta che sono scoppiate le rivolte il personale che ha garantito la sicurezza, che ha cercato di fronteggiare anche situazioni drammatiche ha sentito poco vicino l'amministrazione centrale. Quando accadono situazioni come queste, con oltre dieci morti, credo si abbia il dovere di andare a far sentire la propria vicinanza invece di rimanere nei propri palazzi.
Qual è stato invece il ruolo dei Garanti?
Noi, come Garante Nazionale, siamo stati appunto a Regina Coeli, dove siamo tornati il giorno dopo per ringraziare il personale. I Garanti regionali sono stati degli ottimi sensori anche di flussi di informazioni. In molti casi, penso per esempio alla Puglia, al Lazio, all'Emilia, alla Lombardia sono stati anche dei veicoli per far cessare le sommosse, per trovare una soluzione. Hanno agito come elemento di riduzione del danno.
Cosa ne pensa dell'informativa di Bonafede di ieri al Senato?
L'informativa deve dare al Parlamento i dati, non esprimere un programma di governo. Se questa è la prima metà dell'azione di governo, si è trattata di una doverosa e corretta informazione. A cui però deve seguire qualcosa e chiedersi: e quindi? E allora che si fa?
Il ministro ha detto: "lo Stato italiano non indietreggia". Come interpretare?
È giusto che lo Stato non arretri; però poi lo Stato deve anche dire come evitare che un problema importantissimo e gravissimo, ma comunque settoriale come questo, non abbia un riverbero su tutti. Occorre mantenere il carcere non solo in condizioni di non arretramento sul piano dell'ordine pubblico ma anche di non arretramento sul piano della tutela sanitaria: è interesse di tutti.
Che interventi metterebbe in atto per sanare la situazione?
Devo dare atto al ministro di aver costituito task force in cui mi ha inserito. Bisogna cominciare a ragionare in proiezione. Mi riservo di fare una serie di proposte che vanno nella direzione di prepararsi anche all'ipotesi più negativa. Se ci fosse bisogno di isolare delle persone occorre avere capacità e numeri per riuscire a farlo. Per cui una prima misura è quella di alleggerire il sistema di detenuti giunti alla fine della pena o che tornano in carcere solo per dormire. Lo dico non tanto per mettere subito fuori dei detenuti ma anche per crearci degli spazi qualora domani ci fosse la necessità di un sistema meno fitto.
di Carlotta Di Santo
dire.it, 12 marzo 2020
Il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma interviene sul caso: "Secondo la Ausl il positivo subito isolato". "Un detenuto positivo al Coronavirus nel carcere di Modena? L'ho letto anche io in una comunicazione della Ausl, ma non ho conferma né smentita dall'amministrazione penitenziaria. Quello che è chiaro, perché così è scritto anche nella nota dell'Ausl che ho visto, è che si tratterebbe di una persona da subito ospedalizzata. Ma che ci sia un caso positivo dentro il carcere è falso". Lo dice all'agenzia Dire il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, interpellato sul caso.
"Analogamente, che questa sia stata la causa della rivolta nel carcere di Modena mi fa sorridere- prosegue Palma- perché il giorno prima c'erano già state agitazioni a Salerno eppure non c'era stato alcun caso di Coronavirus". Semmai, secondo il Garante, per i detenuti l'emergenza legata all'attuale situazione sanitaria italiana sarebbe stato "solo un elemento aggiuntivo di ansia, in una situazione, quella carceraria, che già per molti aspetti è critica".
E indipendentemente dalla conferma o meno della notizia da parte del Dap, spiega ancora Palma, tra i detenuti "l'idea di contagi o di eventuali rischi per la propria salute crea l'idea di una doppia detenzione, o meglio di una doppia privazione: oltre a quella della libertà, si aggiungerebbe quella medica". Ma su un punto, in ogni caso, il Garante è chiaro: "È nell'interesse dell'amministrazione essere trasparenti, nessuno vuole nascondere o coprire qualcosa".
Ma nel caso specifico di Modena, non potrebbe essersi verificata comunque tra i detenuti anche un'ulteriore preoccupazione per essere stati contagiati? "A Modena i detenuti il primo assalto lo hanno fatto al metadone e ai farmaci - risponde Palma - alcuni sono morti per overdose. Quindi non mi pare, almeno per alcuni di loro, che ci fosse tutta questa attenzione alla tutela della propria salute".
Quanto all'eventualità di effettuare tamponi su tutta la popolazione carceraria, per il Garante si tratterebbe di "un'assurdità", perché i tamponi "vanno fatti a chi ha già dei sintomi, esattamente come avviene fuori per i cittadini. Si dovrebbero piuttosto sanificare i luoghi- suggerisce- rendendoli anche più spaziosi, e riuscire a ridurre un po' i numeri. Ma quella dei tamponi sarebbe una pessima iniziativa, anche per il sovraccarico che avrebbero sul Sistema sanitario nazionale".
A causa dell'emergenza Coronavirus, intanto, nei penitenziari sono stati momentaneamente sospesi i colloqui. Su questo Palma si trova in disaccordo: "Per fortuna si tratta di una misura molto limitata nel tempo - commenta - sarà in vigore fino al 22 marzo. I colloqui vanno ripristinati presto in varie forme, per esempio aumentando il numero e la durata di quelli telefonici, oppure va ripristinata l'ipotesi, laddove sia possibile, di farli a distanza o anche nel carcere ma all'aperto. Con le nuove restrizioni del governo sugli spostamenti nel territorio, ad ogni modo, ci sarà a prescindere una diminuzione dei colloqui nei penitenziari".
Per il Garante la misura dell'interruzione dei colloqui è stata comunque "presentata male, o meglio fatta capire male ai detenuti. In fondo il decreto dice semplicemente i colloqui saranno interrotti fino al 22 marzo - sottolinea Palma - non stiamo parlando di un lunghissimo periodo. Ma purtroppo nei penitenziari sono iniziate a circolare voci secondo cui avrebbero abolito per mesi tutto, compreso il lavoro all'esterno.
Sembrava ci fossero disposizioni 'sigillanti', invece non è così". Ma in alcuni istituti penitenziari, dove le misure "sono state spiegate correttamente - aggiunge il Garante - da Bollate a Brindisi, per esempio, o non si sono avute rivolte oppure si sono subito placate perché i detenuti hanno capito perfettamente che molte attività continuavano a essere loro assicurate, mentre nelle carceri dove questo non è accaduto le cose sono andate male. Poi, come si sa, le rivolte si diffondono con rapidità".
Ora per Palma dovrà essere "il Tribunale di sorveglianza ad agire al massimo delle sue possibilità, garantendo ovviamente la sicurezza esterna". Infine un appello: "Da Garante dei detenuti invito alla calma- dice Palma- vanno presi dei provvedimenti che un po' alleggeriscano il peso sulle carceri e va soprattutto riportato ora l'ordine, perché questo è necessario. Va capito perché c'è stato questo grande difetto di comunicazione sui colloqui, che ha fatto sì che provvedimenti in fondo molto limitati invece venissero avvertiti dai detenuti come totalizzanti sulle loro attività quotidiane", conclude Palma.
Dire.it, 12 marzo 2020
In una nota congiunta, i cappellani delle carceri del Provveditorato di Emilia-Romagna si rivolgono a persone detenute, agenti e amministrazioni: "La gravità della situazione non richiede necessariamente un di più di violenza, ma certamente un di più di coscienza"
"Questo vi darà occasione di rendere testimonianza". È l'invito che Gesù ci rivolge quando è in causa la nostra vita e la vita dei nostri cari. Sono parole che vogliamo condividere". Comincia così la nota congiunta dei cappellani delle carceri dell'Emilia-Romagna e Marche in merito alle rivolte in molte delle carceri delle due regioni (il Provveditorato di riferimento è Emilia-Romagna - Marche).
"Le condividiamo in comunione con le comunità che presiediamo in carcere, condividendo con loro una doppia condizione di restrizione. Già privati della libertà, ci vediamo privati anche di ciò che rende la carcerazione meno opprimente come i colloqui, i laboratori, le attività, l'incontro con i volontari così come le attività religiose. Lo facciamo in solidarietà con gli operatori del carcere, chiamati a gestire tensioni che si accumulano e rischi che si moltiplicano.
I cappellani, di fronte dalla drammatica situazione di crisi, affermano di continuare a credere "nella via del dialogo e della mediazione. Non perché sia la via più facile, ma perché è l'unica. Non perché senz'altro disponibile, ma perché indispensabile".
"L'uso della violenza, mai giustificato, rifiutato dalla maggioranza dei detenuti e degli operatori, è stato ritenuto uno strumento inevitabile - continuano -. Questo ci dà l'occasione di rendere testimonianza alla necessità del dialogo e dell'incontro. La gravità della situazione non richiede necessariamente un di più di violenza, ma certamente un di più di coscienza. Il chiuso del carcere richiede apertura delle menti e dei cuori".
Poi un riferimento all'emergenza sanitaria: "Mentre siamo tutti unitamente intenti a combattere il virus che colpisce i polmoni, vogliamo allearci per contrastare ogni virus maligno che colpisce il cuore e annebbia la mente. È il tempo della forza, non della violenza. È il tempo della testimonianza. È il tempo della speranza, non dell'illusione. È il tempo dell'alleanza.
La Parola di Dio e la storia degli uomini ci insegnano che le alleanze reggono in virtù di regole alle quali ci si educa e ripetutamente ci si converte. La prima delle quali è: 'Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a tè. Uno contro l'altro è illusione, insieme è speranza. È il tempo della carità, non della vendetta. È il tempo della giustizia. È il tempo di accettare la sentenza umana per uscire dal carcere migliori. È il tempo di dar corso alla sentenza testimoniando che il fine ultimo di ogni pena, di ogni misura, di ogni intervento è l'uomo, al di là dell'aggettivo colpevole".
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 12 marzo 2020
I processi a distanza introdotti dopo Capaci, ora sono estesi a tutti i reati. L'emergenza sanitaria legata al diffondersi sul territorio nazionale ed europeo del Covid-19 ha avuto ripercussioni anche sul sistema giudiziario. Tra le misure introdotte dall'Esecutivo ce ne sono alcune capaci di produrre un impatto incisivo sulla regolare prosecuzione dei processi, soprattutto quelli penali, in relazione ai quali si sono dovute bilanciare da un lato l'esigenza e il diritto costituzionalmente garantito delle persone coinvolte in qualità di indagato o imputato - che possono quindi anche essere detenute in carcere - a presenziare alle udienze, e dall'altro la necessità di evitare una maggior diffusione del Covid-19.
Tra le diverse disposizioni, il governo ha previsto, per i procedimenti penali, alcune eccezioni alla regola del rinvio ex officio: non sono rinviate le udienze di convalida dell'arresto o del fermo, quelle relative a procedimenti nei quali è stata adottata una misura cautelare e quelle in occorrenza delle quali siano le stesse parti - il detenuto o il suo difensore - a richiedere la trattazione. La ratio è proprio quella di evitare che un soggetto - detenuto in misura cautelare, quindi non definitiva - trascorra ulteriore tempo in carcere senza alcun giudizio, ancorché non definitivo, di un Giudice diverso da quello che ne ha disposto la reclusione.
Dunque, queste udienze si terranno. Tuttavia, sulla base di ciò si è posto il problema di garantire al detenuto la presenza in udienza. La soluzione consiste nella partecipazione in videoconferenza per i detenuti: in particolare, l'art. 2, c. 7 del D. L. dispone che la partecipazione a qualsiasi udienza delle persone detenute, internate o in stato di custodia cautelare è assicurata, ove possibile, mediante videoconferenze o con collegamenti da remoto.
Un'ipotesi del genere esisteva già nel nostro ordinamento: l'articolo summenzionato si riporta infatti alla normativa dell'art. 146 bis delle disp. Att. C. p. p.. Tuttavia, la grande criticità da porre necessariamente in rilievo risiede nella circostanza per la quale il ricorso allo strumento audiovisivo previsto dalla normativa richiamata era stato pensato, in epoca immediatamente successiva alle stragi di mafia di via d'Amelio e Capaci, esclusivamente per evitare che gli imputati detenuti e appartenenti a organizzazioni mafiose potessero influenzare le dinamiche processuali, inquinando la serenità dei soggetti chiamati a vario titolo a partecipare ai vari procedimenti penali.
L'uso della tecnologia era, dunque, strumentale a evitare tentativi di condizionamento. I motivi di allora e attuali che hanno portato alla medesima soluzione sono, insomma, molto diversi. L'art. 146 bis disp. Att. C. p. p., rubricato "partecipazione al dibattimento a distanza" e modificato dalla cosiddetta riforma Orlando del 2017, attualmente prescrive la necessaria partecipazione a distanza per i detenuti imputati per taluni delitti, tra cui proprio l'associazione a delinquere.
L'art. 77 della riforma Orlando ha cioè eliminato la presenza di ulteriori requisiti per disporre la videoconferenza, che diventa un automatismo per i delitti indicati. Una siffatta impostazione ha prodotto alcune rilevanti criticità in ordine al rispetto delle garanzie sul contraddittorio. Alla luce di quanto detto, il ricorso a strumenti audiovisivi disposto invece, dal decreto 11 dell'8 marzo, per tutti i detenuti comporterà un'evidente lesione dei principi costituzionali del giusto processo e in materia di contraddittorio, anche perché manca una distinzione per tipologia di delitti, come previsto invece dalla normativa preesistente.
*Avvocato, direttore Ispeg
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 12 marzo 2020
La prima cosa che i cinquanta detenuti rivoltosi hanno fatto martedì pomeriggio nel carcere di Santa Maria Maggiore, è stata quella di rompere le telecamere di sicurezza. Sapevano che facendo così avrebbero reso più difficile il lavoro degli agenti di Polizia penitenziaria e degli inquirenti, una volta sedata la rivolta.
E proprio la mancanza delle riprese interne ha causato un rallentamento alle indagini: ieri mattina in procura non era ancora arrivata nessuna denuncia, molto semplicemente perché gli inquirenti stavano ancora lavorando all'identificazione dei responsabili. Capire, cioè, chi ha agito per primo, chi ha distrutto le telecamere e le finestre, chi ha dato fuoco a coperte e materassi e chi li ha lanciati negli spazi interno del secondo e dell'ala sinistra del primo piano, le due aree con il maggior numero di danni del carcere Santa Maria Maggiore dopo le due ore di sommossa di lunedì. Quando le preoccupazioni per un possibile contagio da coronavirus e le stringenti disposizioni del Governo che stoppavano colloqui con avvocati e familiari, erano state la miccia con la quale accendere una protesta sul sovraffollamento delle carceri: a Venezia a fronte di 159 posti sono ospitati 268 detenuti.
Per ricostruire il tutto si parte quindi da quello che possono raccontare i testimoni oculari, qualche agente di polizia che ha visto dallo spioncino della porte-cancello del corridoio diventato teatro della rivolta, sempre rimasta chiusa. La rivolta infatti non è uscita dai corridoi interni alla casa circondariale nonostante i detenuti abbiano tentato di abbattere la porta d'ingresso con alcune cariche che non sono andate a buon fine.
I danni peggiori sono stati fatti alle vetrate delle finestre (distrutte per poter lanciare materassi e coperte in fiamme negli spazi comuni) oltre che al sistema di videoripresa interno, devastato. Nessun danno alle celle, segno che i detenuti avevano ben chiaro dove andare a colpire e come farlo. A comporre il manipolo di ribelli, detenuti italiani e stranieri, condannati per diversi reati, per lo più reati contro il patrimonio, furti e rapine.
La rivolta però non è sfociata o di forzare e buttare giù i cancelli. Lastre di vetro, telecamere, nessun danno nelle celle. Danni che verranno messi in conto a chi verrà individuato. Sempre ieri gli agenti hanno passato al setaccio le celle di tutti i detenuti del braccio sinistro del penitenziario: hanno perquisito persone e zone comuni e private per sequestrare qualsiasi cosa potesse essere utile ai detenuti per una nuova, futura, sommossa.
La tensione infatti rimane alta, come testimoniato martedì dal cordone di forze di polizia che - mentre i vigili del fuoco spegnevano il principio di incendio - cinturava il perimetro del carcere e bloccava gli accessi in isola dal ponte della Libertà. Non tanto al fine di evitare possibili evasioni ma per impedire l'eventualità che dalla città arrivasse man forte alla protesta e così la polizia penitenziaria fosse presa, lei, d'assedio. Stretta tra i detenuti e i loro fiancheggiatori.
La protesta è l'ultima di una trentina di rivolte nelle carceri di tutta Italia. Una protesta unitaria - nei tempi e nei modi - per il sovraffollamento e per lo stop ai colloqui alimentata anche dalla criminalità organizzata. Il tutto in una situazione difficile: da due mesi il provveditorato delle carceri del Triveneto è retto dal provveditore di Emilia e Marche e anche il comandante del penitenziario, è lo stesso di Trieste.
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 12 marzo 2020
Un detenuto straniero di 29 anni è morto nel carcere della Dozza di Bologna, dopo la sommossa. Sono in corso accertamenti per chiarire le cause e i tempi del decesso per stabilire se esiste una relazione con la rivolta scoppiata tra lunedì e martedì. A quanto si apprende, l'uomo sarebbe morto per arresto cardiaco. Potrebbe trattarsi anche questa volta di un caso di eccessiva assunzione di sostanze stupefacenti. Non ci sono conferme. È in corso intanto il conteggio dei danni nel carcere di Bologna.
Mentre ancora si contano i danni ingentissimi provocati dai due giorni infuocati dalle rivolte nel carcere della Dozza, anche nell'istituto penitenziario di Bologna si registra un decesso. Le cause della morte sono ancora in via di accertamento, ma nella tarda mattinata di ieri un detenuto straniero di 29 anni è stato trovato cadavere nella sua cella dalla polizia penitenziaria.
Dai primi rilievi risulta che il decesso è avvenuto per arresto cardiaco, ma sarà l'autopsia a stabilire se l'uomo avesse assunto farmaci trovati in uno degli ambulatori devastati durante la rivolta. Non si può escludere, infatti, che il malore sia stato provocato da un'overdose di sostanze. È la stessa polizia penitenziaria a dichiararlo: "Potrebbe trattarsi anche questa volta di un caso di eccessiva assunzione di sostanze" affermano Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe e Francesco Campobasso, come già è successo a Modena.
"Abbiamo fatto tutto il possibile che perquisire tutti dopo il ritorno alla calma - dice un altro agente - ma è stato impossibile bonificare tutto. Avremmo proseguito oggi". Infatti, nonostante gli agenti della Penitenziaria fossero riusciti a mettere in sicurezza e rastrellare tutti i medicinali pericolosi dall'ambulatorio centrale dove c'è la farmacia, alle prime avvisaglie di protesta lunedì mattina, restavano gli ambulatori più piccoli ai piani della palazzina del Reparto giudiziario, che sono stati devastati.
Anche un altro detenuto avrebbe accusato un malore ieri. La Procura disporrà l'autopsia sul corpo del 29enne deceduto, ritrovato nella sezione "2C", proprio una di quelle che ieri mattina in un comunicato il vicesegretario provinciale del Sinappe Nicola D'Amore, indicava come tra le più problematiche, all'interno del Reparto giudiziario teatro dei disordini. "Nel primo piano giudiziario - scrive il sindacato - la politica di accorpamento in gruppi etnici crea un sottobosco culturale per condotte delinquenziali di più vasta portata, incentivando la suddivisione della popolazione ristretta in gang o il proselitismo religioso". Mali da cui le carceri italiane sono afflitte da tempo, esplosi come una bomba nel momento in cui l'emergenza sanitaria ha imposto ai detenuti di rinunciare ai colloqui con i familiari, al lavoro esterno, alle attività di volontariato, in ultimo anche a permessi premio e semilibertà in alcuni casi.
Ma le rivolte hanno portato devastazione in strutture già sovraffollate, alle prese con gravissime carenze di organico e di risorse. "Prima di fare la conta dei danni stiamo ancora liberando gli spazi dalle macerie" commentava ieri la direttrice della Dozza Claudia Clementi.
A causa delle devastazioni una quindicina di detenuti sono stati trasferiti in altre strutture, "speriamo di riuscire a spostarne altri" si augura la direttrice, ma sarà difficile, visto che le strutture della penisola hanno già dovuto farsi carico di più di 500 reclusi trasferiti dal Sant'Anna di Modena, totalmente distrutto dopo le rivolte di domenica.
Per un po' i detenuti del Reparto giudiziario non potranno neanche fare videochiamate via Skype ai familiari, visto che hanno distrutto ambienti comuni e computer. D'Amore del Sinappe, auspicando "una concezione moderna delle case circondariali", in cui si arrivi "a una piena integrazione della popolazione ristretta", ricorda che proprio nel Reparto giudiziario, dove di notte "una sola unità copre l'intero reparto", nelle settimane scorse erano state ritrovate ingenti quantità di frutta messa a macerare per farne alcolici.
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2020
I fatti accaduti nel carcere di Sant' Anna domenica scorsa ci riempiono di dolore e di tristezza. Noi volontari abbiamo da sempre l'ambizione di portare in carcere un di più di umanità reso possibile dalla nostra libertà e dalla capacità di fare riferimento ai temi dei diritti che nemmeno entrando si perdono.
Già da alcune settimane l'emergenza sanitaria e le conseguenti restrizioni in merito al suo contenimento ci avevano fatto sparire dalla vita del carcere e dei detenuti e poi via via sono stati rallentati i rapporti con i familiari, sono stati sospesi i permessi, il lavoro esterno e, in definitiva, ogni genere di rapporto con il mondo.
In questo contesto il coranavirus ha messo a nudo la condizione carceraria, l'ha riportata indietro a prima della legge Gozzini. I fragili vivono in ogni contesto, ma in carcere più che altrove. Lì si assommano povertà, condizioni di solitudine totale, tossicodipendenza, anzianità, malattia mentale e, senza distinzione, un vincolo di totale dipendenza che impedisce l'assunzione di responsabilità.
E così, in una domenica pomeriggio ancora più vuota degli altri giorni è arrivata la rottura, l'andare incontro alla morte non per la libertà, ma per il solo rifiuto di questo vuoto e dell'angoscia che ne deriva.
Il carcere non educa alla responsabilità, già lo sapevamo, ma ci ha fatto molto male vedere tanti giovani alzarsi solo per distruggere, non per tentare di aprire una prospettiva, senza nemmeno una parola da dire, da urlare. E, alla fine, quello che è apparso a noi è stato l'assalto ai farmaci, al metadone, alla morte.
Con tanto dolore dentro non possiamo però tacere le responsabilità di chi consente che le carceri siano sovraffollate o di chi continua a non collocare negli istituti personale dell'area educativa, tra psicologi, criminologi, educatori e operatori della sanità. I dati sono allarmanti: con una capienza regolamentare di 369 posti, al 29 febbraio 2020 erano presenti a Modena 562 detenuti e, al 6 febbraio, quattro funzionari della professionalità giuridico-pedagogica e una sola psicologa per 38 ore mensili.
A questo si sommano le responsabilità di chi crede poco nelle misure alternative al carcere per le persone che hanno i requisiti per accedervi e non ne facilita la fruizione. Ci sembra inoltre che il Ministro della Giustizia, impegnato a riaffermare astratti principi di legalità, come del resto facciamo noi tutti, non metta in campo le risorse necessarie per favorire quelle azioni rieducative che la nostra Costituzione esige e che renderebbero la vita detentiva più dignitosa.
Purtroppo, una società forte di pregiudizi e condizionamenti, difficilmente si sforza di riflettere sul ruolo della pena ma preferisce istintivamente carceri lontane e chiuse; lo chiede una parte abbondante della popolazione come del resto anche alcuni sindacati di polizia. Noi volontari abbiamo invece maturato nel corso degli anni la netta consapevolezza che solo l'aumento significativo del rapporto tra le persone detenute e il mondo esterno può aiutarle ad assumere responsabilità e a rialzarsi. E solo allargando l'attenzione il più possibile anche a chi non conosce la realtà carceraria è possibile andare verso un dialogo che non escluda nessuno.
Da ultimo bisogna dire che questa scelta di morte non ha riguardato tutta la popolazione carceraria: non sappiamo quante persone abbiano partecipato alla rivolta, ma è certamente una minoranza, anche se significativa. Nostro dovere è rivolgerci agli altri e ai sopravvissuti per rigettare le basi di un cammino di responsabilità, perché solo così è possibile la libertà.
ennapress.it, 12 marzo 2020
Rientra la protesta dei detenuti alla Casa Circondariale di Enna Luigi Bodenza. Stasera intorno alle 18, i detenuti sono rientrati nelle loro celle concludendo così una protesta che però ad onor del vero era stata sempre con toni tutto sommato civili rispetto a quello che è accaduto in altri penitenziari italiani.
Un risultato ottenuto dal grande senso di responsabilità da parte di tutte le parti interessate in primo luogo dal reparto di Polizia Penitenziaria il cui Comandante è Marco Puleyo, che hanno svolto un importante opera di mediazione, dalla stessa direzione della Casa Circondariale che in poco tempo si è organizzata per venire incontro alle richieste dei detenuti ed anche da quest'ultimi che anche protestando non hanno mai superato i limiti della degenerazione.
primabergamo.it, 12 marzo 2020
Dopo l'entrata in vigore su tutto il territorio nazionale delle ulteriori limitazioni per cercare di arginare l'aumento dei contagi da Coronavirus, in diverse carceri italiane sono scoppiati tumulti che hanno visto i detenuti chiedere a gran voce adeguate misure per proteggersi dal Covid-19 e protestare contro il divieto di vista da parte dei parenti contenuto nel Dpcm.
A differenza di quanto avvenuto nelle altre case circondariali della Penisola, a Bergamo è stata scelta la via del dialogo. Ieri (mercoledì 11 marzo) il sindaco Giorgio Gori e la direttrice del carcere Teresa Mazzotta hanno incontrato gli ospiti della struttura di via Gleno, i quali hanno portato all'attenzione delle istituzioni le proprie istanze, redigendo una lettera indirizzata al Ministero di Grazia e Giustizia, oltre ad un documento da inoltrare alla magistratura penitenziaria.
Il primo cittadino e la direttrice hanno incontrato una delegazione di circa 25 detenuti, appartenenti a tutte le sezioni della casa circondariale, che hanno espresso la preoccupazione alla luce dei recenti sviluppi dell'epidemia di coronavirus. Durante il confronto, durato circa un'ora, è stata chiesta anche l'applicazione di misure che snelliscano i tempi per le istanze di pene alternative, così da migliorare le condizioni di affollamento delle celle e rispettare le direttive fondamentali per contenere la diffusione dell'infezione.
Attualmente sono circa 500 le persone recluse nel carcere di Bergamo: le autorità carcerarie si stanno notevolmente impegnando per evitare che il Covid-19 si diffonda anche all'interno delle mura, con conseguenze facilmente immaginabili. Al termine del confronto, il sindaco Gori ha dichiarato di aver apprezzato la scelta dei detenuti di Bergamo di non inscenare proteste come quelle avvenute nelle altre città italiane, proprio per perorare al meglio la propria causa verso le istituzioni, e si è impegnato a farsi portavoce delle richieste dei carcerati del Gleno al Ministro della giustizia Alfonso Bonafede.ristre
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