di Marco Grieco
interris.it, 12 marzo 2020
Il capo del Dap chiarisce la dinamica che ha portato alla drammatica rivolta nelle carceri. "Non c'è più tempo" è il mantra che rimbomba da Palazzo Chigi a via Arenula, e che evoca un'emergenza dentro l'altra. Perché oggi, ad allarme rientrato, delle rivolte nelle prigioni italiane non restano che pochi focolai.
Ma il bilancio è pesante: 12 morti per overdose, 8 detenuti in fuga nel foggiano, 600 posti letto distrutti, 20 milioni di euro di danni. E così quella che sembrava un'emergenza esclusivamente sanitaria ha invaso altri aspetti del sistema, quelli che rivelano un'Italia fragile, come il sistema penitenziario. Si calcola che nel Paese almeno 10mila detenuti siano oltre la capienza consentita dalle attuali carceri.
Strutture che, a loro volta, sono fatiscenti, e lo dimostra la multa da cento milioni di euro comminata dalla Cedu di Strasburgo dopo la sentenza Torreggiani per via di soli 3 metri a detenuto. Queste ad altre criticità fanno parte della trama complessa del sistema penitenziario.
"Nella protesta, non si parla di violenza, ma di atti criminali" ha ribadito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nella relazione alla Camera di ieri pomeriggio. Le forze politiche chiedono chiarezza, le procure stanno indagando su un'eventuale regia esterna che abbia coordinato tutto.
Per il Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, non è il tempo delle ipotesi. Ora si tratta di agire, procedendo alla sicurezza dei detenuti e delle strutture che li ospitano.
Come risponde a chi chiede le sue dimissioni da capo del Dap?
"Semplicemente non rispondo".
Cosa ha scatenato il caos nelle carceri del Paese?
"Il perché di ciò che è successo ha sicuramente un ordine di ragioni, ha dei contenuti apparenti ed altri che 'non sono emersi'. Attenendoci alla ragione manifestata dai detenuti, si è trattato di una preoccupazione di contagio all'interno delle strutture penitenziarie".
A proposito di questo, quali provvedimenti sono stati adottati dal Dap?
"Il 22 febbraio scorso è stata emanata la prima circolare in cui si davano precise disposizioni in cui si richiamano le disposizioni dalla Protezione Civile e del Ministero delle Salute. La seconda circolare è stata emanata il 25 febbraio scorso ed era decisamente più rigorosa: in essa, sempre a tutela della salute dei detenuti e del personale penitenziario, si ponevano accorgimenti che non inficiavano in nessun modo i diritti dei detenuti. Non si faceva nessun intervento sui colloqui, sui trattamenti, sulla sospensione dei permessi". Il 26 febbraio è stata emessa l'ennesima circolare, in sinergia con i provvedimenti del governo, in cui il Dipartimento ha avuto il 'coraggio' di prendere una serie di misure per prevenire il contagio. Con questa circolare si raccomandava tutti i provveditori e gli operatori penitenziari di informare i detenuti sulla situazione e sulle cautele necessarie da tenere. Inoltre si diceva di 'comunicare, dialogare con detenuti' e 'concordare con essi le azioni da adottare per limitare il rischio di contagio'. In buona sostanza, l'idea era quella di trovare il consenso dei detenuti per poter intervenire, in mancanza di una norma, sulle modalità di esercizio dei loro diritti. La politica del Dap è stata sempre quella di trovare una soluzione assieme ai detenuti".
La rivolta nel carcere di Poggioreale
Cosa è accaduto l'8 marzo, quindi?
"Le idee sviluppate nei nostri provvedimenti sono state ratificate nei provvedimenti del Governo. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell'8 marzo 2020, il Governo raccomanda di sostituire i colloqui visivi con quelli a distanza e di poter agevolare, attraverso la magistratura di sorveglianza, i provvedimenti di concessione della detenzione domiciliare. Con decreto legge dell'8 marzo del 2020, le stesse proposte trovano collocazione nella norma d'emergenza".
Qual è il suo commento per le morti di overdose, invece?
"Nelle nostre carceri, abbiamo un'alta percentuale di detenuti tossicodipendenti. Secondo quanto emerge dalle prime evidenze acquisite, una delle prime cose fatte dai detenuti, in occasione delle rivolte, è stata quella di prendere possesso dei locali infermeria, dove ci sono metadone e psicofarmaci. Una parte di loro ne avrebbe fatto uso smodato procurandosi uno stato di overdose. Il dramma di Modena si è ripetuto esattamente a Rieti: stessa modalità. Ritengo che su tali decessi gli accertamenti di indagine della magistratura requirente serviranno a ricostruire l'esatto accadimento dei fatti.
Questi episodi non mostrano la fragilità del sistema penitenziario?
"Più che di fragilità, parlerei di complessità di un sistema su cui, a livello strutturale e organico, per anni non si è investito. Una delle criticità più serie deriva dall'assistenza sanitaria. La sanità pubblica è già in difficoltà: chi vive in una condizione di assembramento obbligato, si sente preoccupato. L'occasione è stata utile per far emergere una serie di carenze e una voglia di libertà dei detenuti".
Come intendete procedere?
"Adesso dobbiamo lavorare per ripristinare la sicurezza degli ambienti e ricostruire un clima di serenità. Abbiamo seri problemi per l'utilizzabilità di strutture. Modena è inutilizzabile, aveva 500 posti detentivi. Il mio auspicio è che si lavori per garantire la sicurezza nelle carceri, si continui a lavorare per incentivare la prevenzione dal contagio, ma occorre il contributo di tutti e soprattutto degli stessi detenuti. Una parte consistente di essi non ha preso parte alle proteste. C'è una stragrande maggioranza che ha manifestato dissenso in maniera accettabile, senza l'uso della violenza. C'è bisogno della collaborazione buona di questi detenuti. Muoviamoci con senso di responsabilità e dovere".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 12 marzo 2020
Il Pd chiede accertamenti e Italia viva la rimozione di Francesco Basentini, ex procuratore aggiunto di Potenza chiamato a capo dell'amministrazione penitenziaria da Bonafede che però non annuncia provvedimenti. Il contagio delle carceri in subbuglio finisce per coinvolgere il capo dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, l'ex procuratore aggiunto di Potenza chiamato dal ministro della Giustizia Bonafede a governare le prigioni d'Italia.
Dall'interno della maggioranza di governo i renziani di Italia viva ne chiedono l'immediata rimozione, Leu ne sottolinea "ritardi, indecisioni e balbettii", il Pd chiede accertamenti. Tre partiti su quattro, nella sostanza, lo sfiduciano dopo le rivolte di cui ieri è stata aggiornata la contabilità: tredici morti ("come neanche nelle carceri degli anni di piombo", accusa il Garante dei detenuti di Milano Francesco Maisto) e nuove sollevazioni nel carcere fiorentino di Sollicciano, apparentemente sedate.
Ma il Guardasigilli, per adesso, non annuncia provvedimenti nei confronti del responsabile delle carceri. Nel bilancio dei disordini, prima dei morti annota gli "oltre quaranta feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l'augurio di pronta guarigione", e afferma con solennità: "Fuori dalla legalità e addirittura nella violenza non si può parlare di protesta; si deve parlare semplicemente di atti criminali". Riferisce che nelle rivolte sono state coinvolti circa 6.000 detenuti in oltre venti istituti, "in quasi tutte le regioni d'Italia", ma solo una minoranza di essi hanno dato vita alle violenze, in particolare a Napoli, Modena e Foggia.
"È giusto - spiega - ascoltare le rivendicazioni che arrivano dai detenuti che rispettano le regole e dimostrano di seguire un percorso di rieducazione vero. Ma dobbiamo anche avere il coraggio e l'onestà di dire che tutto questo non ha nulla a che fare con gli incendi, i danneggiamenti, le devastazioni, addirittura le violenze". E conclude: "Lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità".
A parte i Cinque stelle, però, e a parte la solidarietà di tutti alla polizia penitenziaria, nessuno è completamente d'accordo con il ministro. Né sul giudizio sulle rivolte, né sulle contromisure rispetto a un sistema carcerario in sempre maggiore sofferenza messa in evidenza dalle misure anti-contagio per l'emergenza coronavirus. La scintilla che ha fatto scattare le proteste, infatti, al di là di presunte "regie occulte" su cui anche alcune Procure stanno svolgendo indagini, è stata la sospensione temporanea dei colloqui tra i detenuti e i loro familiari per evitare il pericolo che il contagio entri anche negli istituti di pena.
Si va dal Pd che chiede altre misure per alleggerire il sovraffollamento (per esempio concedere subito la liberazione anticipata a chi ha pochi mesi da scontare) alle opposizioni (Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia) che invocano le dimissioni del capo del Dipartimento e, a ruota, dello stesso Bonafede. Fino ai radicali che accusano: "I problemi del carcere non sono causati né dai detenuti né dagli agenti penitenziari, ma dallo Stato che viola la Costituzione, i trattati internazionali sottoscritti, le proprie leggi".
Insoddisfatti e "delusi" anche i sindacati della polizia penitenziaria. Sebbene le rivolte sembrino rientrate, quindi, l'emergenza carceri continua. E se possibile peggiora, visto che con i disordini che hanno devastato alcuni istituti ci sono 2.000 posti disponibili in meno, che fanno salire a oltre 12.000 i detenuti in sovrannumero rispetto alla capienza delle prigioni.
Con le "misure minimali" proposte non solo dal Pd, ma anche dall'Associazione Antigone, dall'Unione Camere penali e che potrebbero essere ufficialmente proposte, a breve, dal garante nazionale dei detenuti, potrebbero "liberarsi" 1.060 posti se si concedesse ai semiliberi di non rientrare in cella la sera, e altri 3.785 se venissero liberati subito i condannati che finiranno di scontare la pena entro i prossimi sei mesi. La parola passa nuovamente al ministro Bonafede, che dovrebbe anche decidere il destino del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Probabilmente dopo avere svolto ulteriori verifiche dopo la gestione della crisi che ha portato alle sommosse. Giovanni Bianconi
osservatoriorepressione.info, 12 marzo 2020
Appello di associazione e singoli per un provvedimento immediato di sospensione della pena per tutte le persone detenute ammalate ed anziane.
A Papa Francesco, Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, Al Ministro della Sanità Roberto Speranza, Al capo del Dap Franco Basentini, Al Garante Nazionale Mauro Palma, Ai Parlamentari della Repubblica, Ai Senatori della Repubblica, Al Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli
di Maria Brucale
linkiesta.it, 12 marzo 2020
Per i detenuti l'emergenza coronavirus ha un impatto diverso rispetto ai cittadini liberi: non hanno il controllo della propria vita e sono relegati in spazi stretti, dove il contagio potrebbe propagarsi in pochissimo tempo. Per calmarli serve un gesto di umanità da parte dello Stato.
Sono trascorsi anni da quando, con gli Stati Generali sull'esecuzione penale, si era avviata una vasta operazione culturale per riportare il carcere al centro della comunità e l'uomo al centro di una visione costituzionale della pena da intendere non più come un percorso sterilmente punitivo bensì come una tensione alla rieducazione ed al recupero dell'individuo.
Anni produttivi di idee e di percorsi, animati da una pulsione civile alta, quella di dare un senso all'afflizione connaturata alla privazione della libertà, tradurla in una proiezione di utilità sociale concreta, di restituzione del recluso al proprio mondo intatto, familiare, lavorativo, sociale. La riforma dell'ordinamento penitenziario, tuttavia, insieme alla passione civile che la aveva sospinta, si è ancorata travolta da pulsioni di segno opposto che relegano il carcere a un processo eliminativo e meramente sanzionatorio, un capro espiatorio cui indirizzare miserie e sentimenti di oppressione e di insoddisfazione. Un muro oltre il quale confinare i cattivi per l'illusione di essere buoni e al sicuro.
La carcerazione è un tempo durante il quale la presenza nella società dell'individuo detenuto si è sospesa e ha generato una condizione che diviene perno e direzione della vita non solo del ristretto ma anche della sua famiglia e suddivide i giorni in pacchi di vestiario e di alimenti, viaggi per destinazioni lontane dalla propria casa, visite di colloquio, vaglia postali, ricezione di telefonate, spese legali. Una condizione, la detenzione, che è in sé mutilazione di vita, frattura di rapporti, interruzione di ogni attività lavorativa, esclusione.
Il carcere è privazione, afflizione, mortificazione quotidiana, negazione dei più elementari diritti, frustrazione costante della personalità, menomazione della sfera affettiva, annichilimento della natura stessa di uomini. Il carcere ti piega, ti umilia, ti rende servo obbediente e silenzioso, ti spoglia della volontà costringendoti ad accantonarla, ti aliena, ti annienta gli istinti forzandoti a domarli, reprimerli, sconfessarli, trasformarli, custodirli, schiacciarli. Il carcere nega all'uomo di essere uomo.
Il detenuto non dispone di sé, non ha il controllo della propria vita, è, nella sostanza, deresponsabilizzato e tenuto a relegare in spazi imposti ogni espressione della propria individualità. In una situazione simile, l'irrompere di un'emergenza si palesa con un chiaro potenziale esplosivo.
I mezzi di informazione, tutti, propagano la notizia di un virus venuto dalla Cina, ad altissima capacità di diffusione, impietoso con gli anziani, anche letale. Arrivano le prime indicazioni di attenzione e di precauzione: l'igiene personale accurata, l'uso di prodotti disinfettanti per le mani, la necessità di evitare i contatti, le strette di mano, gli abbracci. Arriva la paura, per tutti. Ma in carcere la paura è un sentimento diverso che non fa i conti soltanto con la capacità di ognuno di autocontrollo ma con i sentimenti di una umanità reclusa che non dispone del proprio tempo e che è sottratta ai propri affetti; che non può scegliere di quali presidi di igiene dotarsi; di frequentare o meno locali promiscui e sporchi; di rispettare una distanza di sicurezza gli uni dagli altri. Nelle nostre carceri si sta stipati in spazi asfittici e luridi, tarlati da muffe e non adeguatamente areati e illuminati, in un convivere coatto sempre difficile di persone di etnie ed abitudini di vita diverse.
Il contagio è qualcosa da cui non ci si può difendere. E il mondo di fuori, quello degli affetti e della speranza, quello a cui tornare, è sempre più lontano, indefinito, informe. È il 23 febbraio quando per molti detenuti di alcune carceri del nord Italia arriva la doccia fredda: le persone che hanno diritto di andare in permesso non possono uscire.
Lo apprendono all'improvviso, senza avere il tempo di avvisare. Da quel momento è un susseguirsi di nuove e più stringenti limitazioni dal divieto di ingresso per i volontari che sostengono i ristretti in attività trattamentali e in progetti formativi e ricreativi fino alla sospensione dei colloqui con i familiari per quindici giorni, da sostituire con un accesso più agile alle telefonate o ai colloqui tramite Skype ove possibile.
Le persone ristrette avvertono la precarietà del loro essere nelle mani dello Stato e si sentono lasciate sole ad un vivere recluso di mera e aggravata afflizione menomata dell'aspetto rieducativo, anima costituzionale di ogni pena.
È l'emergenza nell'emergenza e un sentimento di disperazione sotterraneo e palpabile esplode dentro alle mura e si traduce nella violenza delle rivolte. Violenza da condannare, certo, sempre, ma una condanna che non può non muovere dalla comprensione che si deve a gesti scaturiti da angoscia e struggimento e che deve tradursi in un approccio di risoluzione di una crisi fin troppo prevedibile ed annunciata.
Chi governa e ha governato in passato ha gravissime responsabilità. Ha colpevolmente ignorato una situazione di sofferenza sempre più patologica ed opprimente animando nella collettività sentimenti antisociali e coltivando un concetto di giustizia ottusamente vendicativa. Nelle persone in carcere hanno acuito la percezione di un muro invalicabile che si traduce in isolamento, impotenza, abbandono. Oggi per sedare animi in rivolta non servono nuove e più stringenti limitazioni, non saranno taser e pieni poteri di controllo e di punizione concessi ai comandanti a contenere la rabbia e la paura esplose di uomini in cattività.
La parola clemenza appare reazionaria a fronte di un concetto di giustizia sempre più in osmosi con il concetto di pena e di pena in carcere sospinto da malcelate pulsioni di vendetta privata ma amnistia e indulto appaiono soluzioni di lucida gestione di un'emergenza difficilmente superabile.
Occorre richiamare le autorità giudiziarie affinché concedano, tenendo presenti le esigenze di sicurezza, in sede esecutiva e in sede cautelare, quanto più possibile la detenzione o gli arresti domiciliari e si ispirino a quella norma, già essenza del nostro sistema ordinamentale, che vede nel carcere l'extrema ratio, quando ogni altra misura risulti inadeguata. Il ministero richieda con urgenza la disponibilità di un numero di braccialetti elettronici ben maggiore di quelli ad oggi disponibili.
Si adottino misure di riduzione della pena da espiare quali la cosiddetta "liberazione anticipata speciale" con effetto anche sulla pena già valutata e ancora in espiazione e a tutti i detenuti, indistintamente. Si renda effettiva in tutte le carceri la comunicazione via Skype e più frequente l'uso del telefono. Si dotino le celle di presidi igienici adeguati. Si tenti di attenuare la pressione emotiva subita dai detenuti nelle nostre carceri, attraverso misure concrete di aiuto coerenti ai dettami imposti da un'emergenza sanitaria internazionale. Si offrano segnali di speranza.
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2020
Un gran numero di notizie giungono da diverse fonti circa l'evolversi della situazione negli Istituti detentivi e sulla possibilità di predisporre strumenti per mettere il sistema penitenziario in grado di affrontare, almeno in termini di essenzialità, un'eventuale maggiore difficoltà sul piano sanitario.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 12 marzo 2020
L'illegalità è il sovraffollamento. Indulto o misure alternative per chi ha diritto. Mentre la situazione delle carceri italiane resta lontana dall'essere sotto controllo, mentre il capo del Dap Francesco Basentini è ancora inspiegabilmente al suo posto, il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede ha riferito al Senato che nei giorni scorsi si sono verificati soltanto pochi "atti criminali ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti" e ha annunciato una relazione. Ha parlato anche di situazioni "fuori dalla legalità".
È purtroppo del tutto evidente che la prima cosa, e la più grave, ad essere da decenni fuori dalla legalità è la situazione (e la gestione) interna agli istituti di pena italiani, indecenza per uno stato di diritto che è costata al nostro paese condanne e sanzioni in sede europea. E la prima illegalità è il sovraffollamento, quello che secondo il mentore di Bonafede, Piercamillo Davigo, sarebbe "una balla". E che invece, in questa situazione drammatica per la salute di tutti i cittadini (anche i carcerati sono cittadini) rischia di trasformare i luoghi di reclusione in luoghi di contagio, di non-cura, probabilmente di morte.
Una situazione che richiederebbe, quantomeno, il raziocinio di sospendere le "balle", per citare Davigo, dei giustizialisti, tra cui si distingue al solito il senatore Salvini, e mettere mano all'unico provvedimento urgente e fattibile: svuotare le carceri, ora. Una strada, quella più diritta e che richiederebbe per una volta la sospensione delle polemiche elettoralistiche - ora che, come ha notato Rita Bernardini di Radicali Italiani, "il negazionismo sul sovraffollamento è stato superato" - è quella dell'indulto, che permetterebbe di decongestionare subito le carceri.
Poi c'è l'amnistia, che contribuirebbe anche ad alleggerire l'afflusso nei tribunali, ora e in futuro. Ma si tratta, lo sappiamo, di scelte che si sono sempre scontrate con l'interesse elettorale di una parte dei partiti e con l'ignavia generale della politica. C'è però un provvedimento che farebbe immediatamente molto: le misure alternative al carcere. Applicandole ad esempio, come suggerisce Bernardini, ai 16 mila detenuti che hanno meno di due anni di pena da scontare. Per le carceri sarebbe una boccata d'aria. Legale, senza virus.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2020
Ora, dopo le rivolte, abbiamo un'emergenza da tamponare. L'ondata di rivolte che ha attraversato le carceri italiane sembra essersi calmata e adesso si traggono bilanci. Il ministro Alfonso Bonafede è in queste ore in Parlamento a riferire al proposito. Dodici morti, diciannove evasi, 6mila detenuti coinvolti nei disordini, 600 posti letto inagibili, danni per 35 milioni di euro cui si aggiungono 150.000 euro di psicofarmaci rubati.
Oggi è tempo di contare i danni, di preoccuparci per il tasso di sovraffollamento accresciuto dalle devastazioni, di indagare su un'improbabile ipotesi di regia esterna per le proteste. Ed è anche il tempo di stigmatizzare le modalità di queste proteste, perché mai la violenza deve essere avallata quale strumento per risolvere i problemi, neanche nelle situazioni più estreme.
Ma domani speriamo che divenga il tempo di disegnare altri bilanci. Speriamo di imparare qualcosa da questi drammi. Che divenga il tempo di guardare allo spaccato che queste rivolte ci hanno mostrato, uno spaccato che quotidianamente, e non solo in tempi di coronavirus, vive in quelle mura dentro le quali tendenzialmente non ci piace guardare.
Se le indagini confermeranno che le morti sono state dovute a overdose da farmaci, dodici persone avrebbero approfittato dei tumulti per assaltare l'infermeria del carcere e bersi metadone o altra sostanza fino a morirne. Dodici persone erano così disperate e così tossicodipendenti da crepare attaccati a una boccetta di liquido.
Sono decenni che lo raccontiamo: il carcere è questo.
È prima di tutto e soprattutto un luogo di raccolta di poveracci e di disperati, i cui problemi si potrebbero affrontare con ben altri strumenti - con il welfare, la solidarietà statale, le politiche sanitarie - rispetto all'inutile galera. Usare la sola repressione contro la tossicodipendenza non ha alcun senso, né umano né di politica criminale. Soldi e vite sprecate. E allora magari alla fine di tutto questo, quando auspicabilmente il coronavirus sarà lasciato alle spalle, potremo ragionare su una seria riforma penale in Italia, ricordandoci anche che abbiamo un codice che ci è stato lasciato dal fascismo nel 1930.
Tutto questo, però, domani. Oggi abbiamo ancora un'emergenza da tamponare, fuori e dentro le carceri. Per quanto riguarda queste ultime, Antigone ha appena presentato un pacchetto di proposte che, in maniera normativamente più articolata, ricalcano quanto andiamo dicendo ormai da settimane: prima di tutto che i numeri del carcere vanno in fretta deflazionati, altrimenti non saremo in grado di affrontare la sciagurata, ma pur possibile, eventualità che il virus vi faccia ingresso.
Gli strumenti di legge che consentono la detenzione domiciliare - un allargamento della quale è stato auspicato dallo stesso Governo nel decreto dell'8 marzo scorso - a chi ha un residuo breve di pena da scontare già esistono. Oggi la magistratura di sorveglianza deve darsi da fare a esaminare ogni fascicolo e chiudere in casa tutti i detenuti che rientrano in questa possibilità. Le patologie a rischio in caso di contagio, inoltre, devono essere fatte rientrare tra le ipotesi di concessione della detenzione domiciliare e dell'affidamento ai servizi sociali.
I detenuti in semilibertà, dunque già valutati come non pericolosi, possono essere lasciati a dormire a casa. Molti provvedimenti di esecuzione della pena per chi ha aspettato il processo a piede libero possono essere momentaneamente sospesi: chi è stato libero fino a oggi può restarlo un altro mese ancora, fino a quando non sconfiggeremo il virus.
Inoltre, per chi rimane dentro, è necessario ampliare l'uso del telefono. La paura causata dall'isolamento dal mondo esterno è stato il vero motore delle rivolte. La possibilità del contagio ha creato il terrore nelle sezioni, e il fatto di non poter avere notizie dei propri cari lo ha acuito.
Nella prima delle proposte pubblicate oggi da Antigone si legge che "la direzione di ciascun istituto penitenziario provvederà all'acquisto di uno smartphone ogni cento detenuti presenti - con attivazione di scheda di dati mobili a carico dell'amministrazione - così da consentire, sotto il controllo visivo di un agente di polizia penitenziaria, una telefonata o video-telefonata quotidiana della durata di massimo 20 minuti a ciascun detenuto ai numeri di telefono cellulare oppure ai numeri fissi già autorizzati".
Il cellulare in carcere è un eterno tabù, chissà che non sia questa l'occasione per superarlo. Un altro spaccato di realtà che questa situazione ha fatto emergere è quello di un'Italia penitenziaria a macchia di leopardo, dove l'iniziativa è troppo spesso lasciata alla buona volontà del singolo operatore e dove ogni carcere è un mondo a sé a seconda di chi lo dirige.
In alcuni istituti i direttori, come da subito Antigone aveva spinto a fare, sono andati nei reparti, hanno convocato assemblee di detenuti, hanno spiegato le misure prese dal Governo e la loro provvisorietà, hanno invitato chiunque a cooperare con senso civico. E poi hanno messo in campo tutti gli strumenti possibili per far comunicare i detenuti con le loro famiglie. È successo a Reggio Calabria, a Lecce, è successo nel carcere femminile di Rebibbia, è successo a Trieste e in vari altri istituti.
In alcuni tribunali di sorveglianza si sono concesse licenze di due settimane a tutti i detenuti semiliberi (ripetiamo: sono coloro che già sono stati valutati non pericolosi e che hanno tenuto un comportamento penitenziario corretto). È successo a Roma, è successo a Napoli.
Altrove, invece, si sono presi provvedimenti restrittivi con il solo scopo di coprirsi le spalle da eventuali critiche sulla gestione sanitaria, senza valutare se tali provvedimenti fossero realmente utili a prevenire i contagi. L'Italia della razionalità contro l'Italia della paura. L'Italia che usa la testa contro l'Italia che si affida alla pancia. Si è visto come è finita. Quando tutto questo sarà passato, speriamo che ne uscirà rafforzata la prima.
*Coordinatrice associazione Antigone
di David Allegranti
Il Foglio, 12 marzo 2020
Quindici morti tra i detenuti, 40 agenti di polizia penitenziaria feriti. Il bilancio delle rivolte in carcere - solo provvisorio, ieri ci sono state nuove proteste a Sollicciano, dove un allievo agente di polizia penitenziaria in tirocinio è risultato positivo al coronavirus - è sanguinoso.
Ieri il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è intervenuto alle Camere per un'informativa sullo stato dei disordini, nella quale ha annunciato che adesso verranno effettuati i tamponi sui detenuti trasferiti a vario titolo e che lunedì scorso è arrivata la "prima fornitura di circa 100 mila mascherine che sono in fase di distribuzione, prioritariamente agli operatori che accedono dall'esterno".
Il ministro ha condannato le violenze compiute da parte dei carcerati, la maggior parte dei quali morti, ha detto, per "abuso di sostanze sottratte all'infermeria durante i disordini" ma ha aggiunto: "È evidente che tanti detenuti siano effettivamente preoccupati, soprattutto in condizioni di sovraffollamento, dell'impatto del Coronavirus sulla propria salute e sulle condizioni detentive". Dunque, contrariamente a quanto sostiene da tempo Francesco Basentini, capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il sovraffollamento carcerario esiste.
"Al contrario di quanto molti affermino, quello del sovraffollamento negli istituti penitenziari italiani è un falso problema, sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista dimensionale-logistico", ha detto Basentini nel marzo 2019. In realtà, come spiega chi il carcere lo visita quasi quotidianamente, basta entrare in una cella per capirlo. Ed è lo stesso ministero della Giustizia, nella sua ultima relazione, a spiegare che servono "strategie dirette a combattere il fenomeno del sovraffollamento" e volte a trovare "soluzioni per redistribuire i detenuti appartenenti all'alta e alla media sicurezza attualmente ubicati nelle zone dove è più alto l'indice di affollamento e in particolare negli istituti del Sud Italia".
Per legge, ogni detenuto ha diritto a uno spazio di 3 metri quadri in cella ma, come spiega al Foglio la direttrice de "L'altro diritto" Sofia Ciuffoletti, "sono rari i luoghi e le carceri in cui sono garantiti tre metri quadri per persona almeno". Così come è difficile che vengano garantite più di 4 ore al giorno fuori dalla cella. Il problema, fra i tanti, è che in Italia non si è mai capito come venga conteggiato lo spazio.
È tutt'ora in corso una discussione sul considerare o meno comprensivo dei 3 metri anche il letto, che per Mark Twain è "il posto più pericoloso del mondo: vi muore l'ottanta per cento della gente". Ieri Italia viva è tornata a chiedere le dimissioni del capo del Dap, sia al Senato sia alla Camera. "Nessuna violenza dei detenuti può essere giustificata, eppure con dispiacere e amarezza devo dire che in questi giorni dal ministero e dai vertici Dap è mancata una linea: avete lasciato sola la polizia penitenziaria e i direttori delle carceri prima e in questi giorni", ha detto Maria Elena Boschi al ministro Bonafede.
Un giudizio condiviso da Pietro Grasso di Leu: "È mai possibile che la sospensione dei colloqui abbia potuto provocare un'ondata di violenza così diffusa e incontrollata? Poteva il peso dell'emergenza pesare soltanto sulla limitazione dei diritti dei detenuti? Agenti, educatori, medici, infermieri, psicologi, direttori, detenuti in semilibertà, che ogni giorno entrano ed escono dal carcere senza alcuna protezione, sarebbero immuni per decreto?".
Perché, ha chiesto ancora Grasso, "non sono state date chiare e precise direttive su una comunicazione anticipata che rassicurasse detenuti e sindacati nel garantire valide alternative come filtri sanitari, telefonate, colloqui via Skype e altre soluzioni? Tutte queste misure sono state genericamente devolute alla discrezionalità dei provveditori e dei direttori lasciati soli ad affrontare reazioni non imprevedibili".
Molti ignorano che "i colloqui non sono l'unico contatto dei detenuti con i propri affetti, ma anche la principale possibilità per ricevere cibo, biancheria pulita e beni di prima necessità. Modificare improvvisamente questo equilibrio senza dare le giuste informazioni e soprattutto rassicurazioni è stato un errore gravissimo. A questo si aggiunga la paura del contagio in uno spazio in cui centinaia di corpi, tra reclusi ed operatori, condividono gli stessi spazi angusti".
L'associazione Antigone propone l'estensione dell'affidamento in prova e della detenzione "anche a persone che abbiano problemi sanitari tali da rischiare aggravamenti a causa del virus Covid-19", così la concessione della detenzione domiciliare a tutti i detenuti che usufruiscono della semilibertà.
"Ho orrore della violenza", dice Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, "però penso anche allo stato di abbandono in cui versano tante galere, le giornate passate ad ammazzare il tempo, i corpi accatastati in spazi inadeguati, la perenne emergenza sovraffollamento, e ora su tutto questo la paura del virus, il senso di impotenza, la rabbia, e capisco quanta fatica si faccia a restare umani in quei luoghi, e quanto il pensiero di chi ha partecipato a queste rivolte alla fine sia stato anche quello di sballarsi fino a dimenticare, fino alla morte".
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 12 marzo 2020
"Nonostante l'emergenza fosse nota da diverse settimane, la relazione del ministro della Giustizia in Parlamento ha svelato l'assenza di un piano di prevenzione: nelle carceri non era stato effettuato neppure un tampone", è il commento a caldo del vicesegretario del Pd Andrea Orlando dopo le parole del guardasigilli Alfonso Bonafede (l'ex ministro è anche convinto che il Parlamento dovrà organizzarsi in modo speciale in questi giorni: "Penso che dovremmo organizzarci diversamente: con i moderni mezzi telematici il lavoro delle commissioni, per esempio, potrebbe proseguire da remoto. Il Parlamento deve restare pienamente operativo").
Il bollettino della rivolta dei detenuti riporta 15 morti, 12 evasi, 40 agenti feriti. Se la Lega e Forza Italia chiedono il passo indietro del ministro, Italia viva e Leu sollecitano le dimissioni del capo del Dap Francesco Basentini. Secondo le stime del ministro Bonafede, sarebbero "almeno seimila" i detenuti che hanno partecipato alle rivolte, il 10 per cento della popolazione detenuta. "Le regole vigenti per evitare il rischio di contagio - dice la radicale Rita Bernardini, presidente di "Nessuno tocchi Caino" - non possono essere rispettate nelle prigioni italiane a causa del sovraffollamento.
Soltanto chi sta in una cella singola riuscirà a garantirsi un metro di distanza dagli altri, per non parlare delle precarie condizioni igieniche e del fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, i detenuti puliscono le celle solo se hanno i soldi per acquistare detersivi e disinfettanti". Il ministero ha fatto sapere che si è "avviata" la distribuzione di mascherine.
"Se hanno cominciato, meglio tardi che mai. La verità è che mancano gli strumenti basilari per sanificare le celle, al Pagliarelli di Palermo, dove 400 detenuti hanno preso possesso di un'ala del carcere, la doccia è consentita soltanto tre volte a settimana. Le prigioni italiane ospitano 6lmila detenuti dove dovrebbero starcene 50mila, anche se, a mio giudizio, considerando le sezioni inutilizzabili, i posti disponibili effettivi sono circa 47mila. In diversi posti d'Italia il tasso di sovraffollamento, in media del 130 percento, tocca picchi più elevati".
Il ministro ha parlato dei 12 detenuti morti per overdose di farmaci rubati dalle infermerie. "In realtà, ne sono morti altri due, e non in ospedale ma nel corso dei trasferimenti in altre carceri. Questo governo è contrario alle misure alternative, persiste l'idea che l'unica pena sia quella dietro le sbarre". Il ministro Bonafede ha rivendicato di aver previsto 2500 agenti in più: in realtà 1500 sono già in servizio.
"Non avendo effettuato ad oggi neanche un tampone, mi domando a quali rischi siano esposti gli stessi agenti. In carcere il personale sanitario e psichiatrico è da sempre sottorganico. Il ministro è parso poco informato sulle esigenze effettive, lo stesso capo del Dap, nonostante le rivolte, non si è mai recato in un carcere. La situazione gli è sfuggita di mano, del resto già nei primi mesi del suo incarico abbiamo dovuto convincere Bonafede del persistente sovraffollamento perché il capo del Dap lo aveva persuaso del contrario".
Giovanni Fiandaca, ordinario di Diritto penale all'Università di Palermo e Garante dei detenuti in Sicilia, esprime "enorme preoccupazione per l'inadeguatezza dimostrata dal ministro Bonafede". Il professore punta il dito contro "la direzione del Dap e del suo vertice Basentini: sono d'accordo con chi ne ha proposto il commissariamento, anzi ritengo che il Pd dovrebbe farsi sentire per imporre al ministro una linea di maggiore ragionevolezza Se la polveriera esplode, la situazione non sarebbe più governabile".
Come se ne esce? "Il Garante nazionale Mauro Palma e il portavoce dei garanti territoriali Stefano Anastasia stanno valutando misure di sfoltimento della popolazione carceraria. Stando alla normativa vigente, gli autori di reati di modesta gravità o verso fase finale di espiazione della pena potrebbero passare alla detenzione domiciliare.
La magistratura di sorveglianza dovrebbe mostrarsi più disponibile a conferire misure extra-detentive, per esempio per gli over 65 o per quelli affetti da patologie cardiache e polmonari". Ma il governo sembra sfavorevole a un allentamento carcerario.
"Lo so bene ma l'emergenza sopravvenuta richiede una risposta emergenziale. Nel bilanciamento tra beni meritevoli di tutela costituzionale, la tutela della salute e della vita umana ha un peso maggiore rispetto alla tutela della sicurezza, almeno per fasce di criminalità medio e bassa".
La classe politica si accorge del carcere soltanto nell'emergenza. "Il coronavirus non è la causa della polveriera carceraria ma è solo una situazione contingente che fa esplodere problemi, contraddizioni, ritardi e insensibilità di lungo corso".
Mentre il governo governa a colpi di decreti, il Parlamento si riunisce una volta a settimana, a ranghi ridotti. "In tempi di emergenza le garanzie democratiche si riducono. Quando si devono bilanciare beni in conflitto, il grado di tutela dei diritti fondamentali è frutto di scelte condizionate da giudizi di valore e da fattori esterni non desumibili dalla semplice Costituzione. L'assenza del Parlamento, in questa fase, è grave: spetta alle Camere il compito di esercitare un controllo sull'esecutivo. Tuttavia, oggi non è in grado di farlo perché il ceto politico non è all'altezza della crisi. I parlamentari si ritrovano impauriti, in una condizione non dissimile da quella dei cittadini comuni".
A sentire il professore Vittorio Manes, ordinario di Diritto penale all'Università di Bologna e membro del Consiglio direttivo di Fino a prova contraria, "sorprende che ci si accorga solo in questa drammatica contingenza dell'enorme problema del carcere dove il rispetto dei diritti umani, e della dignità dei detenuti, si gioca ormai sul filo dei centimetri, al punto che le sezioni unite della Cassazione saranno presto chiamate a decidere se nei tre metri quadrati di "spazio minimo disponibile" da garantire ad ogni detenuto debba essere computato, o escluso, lo spazio occupato nella cella dal letto e dal mobilio.
L'attuale situazione non è che il frutto di politiche di criminalizzazione dissennate e a senso unico, che si trascinano da anni e continuano imperterrite, se solo si pensa al frenetico incremento del numero dei reati e dei livelli delle pene, o alle modifiche apportate all'art. 4 bis dalla legge Spazza-corrotti, che ha esteso il doppio binario penitenziario anche ai reati contro la pubblica amministrazione.
Il legislatore continua ad attingere a piene mani alla risorsa scarsa della pena privativa della libertà, con scelte irrispettose di ogni ordine di ragione e del principio secondo il quale la privazione della libertà è legittima solo se limitata al "minimo sacrifico necessario", e solo ove impellenti ed oggettive ragioni impongano di preferire il regime custodiale rispetto ad alternative extra-murarie più congeniali all'istanza rieducativa.
Un tempo intervenivano provvedimenti di amnistia o indulto, che avevano anche una funzione di decongestionamento: nel quadro attuale, il solo proporli è visto come un sacrilegio. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti, quando ci si accorge che il carcere è una polveriera che si può accendere in qualsiasi momento".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 marzo 2020
Altri due decessi a Bologna. Il Guardasigilli riferisce in Parlamento ma non chiarisce. Sale a 15 il numero di detenuti morti in seguito ai disordini che per tre giorni sono scoppiati in gran parte degli istituti penitenziari italiani dopo la sospensione dei colloqui con i parenti e con i volontari disposta dal Ministro di Giustizia per scongiurare l'epidemia da Coronavirus.
Tutti, secondo la versione ufficiale, sono morti per intossicazione da metadone e/o psicofarmaci rubati dagli ambulatori durante i disordini. Gli ultimi due deceduti, ieri, erano reclusi al Dozza di Bologna, mentre uno dei rivoltosi di Rieti versa in gravi condizioni "per aver ingerito benzodiazepine sottratte all'infermeria". Ieri c'è stata anche una nuova protesta nel carcere di Firenze, dove un agente è risultato positivo al test del Coronavirus. Ma di tutto questo non ha parlato il ministro Alfonso Bonafede. Il Guardasigilli, chiamato a riferire nelle Aule semivuote del Senato prima e della Camera poi, si è limitato ieri a un riassunto scarno e superficiale dei fatti ormai noti, e neppure aggiornato.
La sua è stata un'arringa difensiva dell'operato delle forze dell'ordine e di se stesso, che ha lasciato senza risposte ogni interrogativo, sia riguardante quelle incredibili morti, sia posto dagli agenti e dagli operatori penitenziari preoccupati per la situazione incandescente, sia concernente le possibili soluzioni per evitare il peggio nelle ormai sature celle.
Il ministro di giustizia, che promette una relazione scritta nelle prossime ore, parla di "40 agenti feriti", "12 detenuti morti per abuso di sostanze sottratte alle infermerie", "16 evasi ancora latitanti a Foggia", un carcere, quello di Modena, praticamente distrutto e "gravi danni strutturali" causati da veri e propri "atti criminali", commessi comunque da "una ristretta parte di detenuti". Minoranza ma sempre relativa, stando ai numeri snocciolati da Bonafede che stima in 6 mila (il 10%) i rivoltosi ("molti meno" invece, per esempio, secondo la radicale Rita Bernardini, che conosce le carceri italiane come pochi altri). Ma il ministro avverte: "Lo Stato non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità" (e il Partito Radicale ricorda che è lo Stato ad essere illegale, nelle carceri, come dimostrano le numerose sentenze europee).
Bonafede non parla certo di regia unica nazionale dietro alle rivolte, ipotesi a cui non crede praticamente nessuno fuori dalla cerchia dei terrapiattisti, e dribbla pure sulle "responsabilità di un sistema strutturalmente fatiscente" che attribuisce ad "un disinteresse per l'esecuzione della pena accumulato nei decenni". Per quanto lo riguarda, ricorda di aver "previsto 2548 agenti in più, di cui 1500 già in servizio". Ma il "sovraffollamento", peggiorato per via della distruzione durante le rivolte di parte delle strutture e di 2 mila posti letto (secondo il Garante dei detenuti), e a causa della necessità di isolare alcuni detenuti a rischio contagio, continua ad essere parola tabù.
In Parlamento le opposizioni reclamano il pugno duro contro i violenti, l'intervento dell'esercito e "pene esemplari". Ma c'è anche chi guarda la luna, non il dito: "Il capo del Dap per senso delle Istituzioni avrebbe già dovuto rassegnare le proprie dimissioni ma siccome è ancora al suo posto chiediamo a lei ministro di rimuoverlo", interviene Italia viva. Anche Pietro Grasso, di Leu, attacca Francesco Basentini per evidenti "ritardi, indecisioni, balbettii, carenza di informazioni, assenza ingiustificabile". E il Pd, pur non chiedendo "la testa di nessuno" sollecita "chiarezza" su quanto accaduto.
Tanto più perché, come ammette lo stesso ministro, solo ieri è iniziata la distribuzione di 100 mila mascherine all'interno dele carceri. Acqua fresca, naturalmente. "Cosa succede se un detenuto si ammala? Chi lo soccorre, visto che le ambulanze non possono entrare?", chiedono i sindacati di polizia. Per fortuna c'è chi, come il Tribunale di sorveglianza di Roma, ha disposto "una licenza di quindici giorni per tutti i detenuti in semilibertà, che quindi non avranno più necessità di rientrare in carcere la sera", riferisce il Garante del Lazio, Stefano Anastasia. Misure come queste sono allo studio della task force istituita dal Guardasigilli che si muove su due ipotesi per alleggerire la pressione esplosiva delle celle piene oltre il 120%: la detenzione domiciliare per i "semiliberi" e la liberazione anticipata speciale di coloro che hanno ancora da scontare poche settimane o mesi.
- Carceri e rivolte: il conto dei morti di rabbia, metadone, paura, overdose di farmaci
- Carnaio carceri e Coronavirus: appello al Governo di Camere Penali e Riformista
- La pena non deve uccidere la speranza, diamo un futuro ai detenuti
- Bonafede in Senato: "Lo Stato non arretra". Ma Iv, Fi e Leu: "Il capo del Dap si dimetta"
- Rivolta nelle carceri e caos nei tribunali. Dopo l'emergenza coronavirus, Bonafede si dimetta










