di Arrigo Cavallina
L'Arena di Verona, 15 marzo 2020
Non ci sono giustificazioni per le violenze, le aggressioni, i vandalismi, gli incendi avvenuti in molte carceri. Mostrano sia esasperazione, sia incapacità da parte dei reclusi più fragili di affrontare i problemi con realismo ed efficacia, fragilità che si presta a strumentalizzazioni da parte di organizzazioni criminali e resa tragicamente evidente dall'assalto alle bottiglie di metadone e dalle morti per overdose. Ma non giustificare non significa non cercare invece di capire, per intervenire consapevolmente e rimuovere o ridurre le cause di questi episodi.
Ancora nel 2013 la Corte Europea, aveva accertato, riguardo al sovraffollamento carcerario, la violazione da parte dell'Italia dell'art. 3 della Convenzione dei Diritti dell'Uomo: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti".
Per adeguarsi alla sentenza (ma, si spera, anche per un'esigenza etica) l'Italia ha adottato un pacchetto di provvedimenti, tra i quali soprattutto l'incremento delle misure alternative al carcere, che hanno portato alla progressiva diminuzione di oltre 13.000 del numero dei detenuti alla fine del 2015, quando hanno toccato poco più di 52.000.
Da allora ad oggi, malgrado una costante tendenza alla diminuzione dei reati, il numero dei detenuti ha ripreso a salire raggiungendo alla fine di febbraio scorso i 61.230, a fronte di 50.931 posti teorici, ma che in pratica sono ancora meno. Alla stessa data il nostro carcere di Montorio contava 511 detenuti a fronte di 335 posti.
In questa situazione, di più persone costrette a convivere in celle fiato contro fiato, a passeggiare stipate in corridoi o spicchi di cortile, noi "liberi" ci sentiamo raccomandare o imporre di evitare raggruppamenti, di stare ad oltre un metro l'uno dall'altro. E mentre cominciamo a preoccuparci per la salute dei nostri cari e dei nostri amici, ai detenuti vengono bloccati i colloqui con i familiari; provvedimento ragionevole, ma teniamo conto che si tratta della principale, per molti unica luce della settimana o di periodi più lunghi. E neanche le telefonate e le conversazioni in Skype, malgrado le raccomandazioni ministeriali, sono incrementate o introdotte dappertutto, anzi. Anche i volontari non possono entrare, le attività sono tutte sospese. Noi in casa sappiamo arrangiarci, abbiamo telefoni, computer, film, soprattutto risorse personali a disposizione per impiegare il tempo. Ma per chi non ha niente di tutto questo, cosa diventano le giornate?
Concentrazione di persone, in tutti i ruoli di detenuti e operatori, è anche concentrazione di rischio virus, una bomba potenziale. Cosa si poteva e si può ancora fare? Diminuire le presenze, alleggerire il rapporto tra reclusi, spazi e personale (sanitario, di vigilanza, educativo...). E potenziare veramente, in ogni istituto, le possibilità di comunicazione che le tecnologie consentono. Lo stanno chiedendo da tempo un po' tutti quelli (magistrati, avvocati, personale penitenziario, volontari) che hanno competenza nel settore.
Certo, in tempi in cui si costruiscono consensi con frasi come "devono marcire in galera", sembra impopolare o poco populista ispirarsi alla Convenzione per i diritti dell'uomo e alla nostra Costituzione. Il carcere andrebbe riservato ai casi di effettiva necessità e pericolosità, mentre altre specie di intervento penale, già previste dalla legge, si confermano molto più efficaci nel sanare gli strappi ed evitare il ritorno all'illegalità.
Dei 61.230 detenuti, circa un quarto sono tossicodipendenti, che andrebbero curati in strutture adeguate. I presunti innocenti, cioè ancora in attesa di una condanna definitiva (che per molti sarà un'assoluzione definitiva) sono 18.952. Al 31-12-19 ben 8.682 avevano da scontare un residuo di pena inferiore ad un anno, e addirittura 23.000 (quasi il 38%) inferiore a tre anni. Chi sarebbe danneggiato se, già con le norme in vigore o con una lieve estensione, molti potessero trasferirsi agli arresti o detenzione domiciliare, o se un qualche altro provvedimento desse respiro alla pericolosa compressione delle carceri?
di Achille Saletti*
Il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2020
La rivolta nelle carceri italiane ci rimanda indietro con la memoria ad altre rivolte. Credo, però, che ciò che è accaduto nei giorni scorsi sia, per numero di morti e carceri coinvolte, sommossa di gran lunga peggiore rispetto a quelle passate. Oltre 40 anni fa, il carcere presentava due gerarchie che, in maniera non scritta, ne regolavano la vita.
Da una parte i detenuti politici e dall'altra i mammasantissima delle mafie. Le rivolte venivano orchestrate dai primi per ovvi motivi ideologici e oggettive ragioni legate a carcerazioni che incarnavano forme dilatate di tortura. Talvolta i secondi si associavano e talvolta no.
Ma oggi, con un carcere totalmente diverso, la cui composizione è fatta da cani sciolti, il più delle volte veri disperati, le ragioni di tale rivolta sono da addebitarsi esclusivamente alla totale abulia con cui la società civile, la politica, l'intero mondo esterno al pianeta carcere ne nega gli enormi problemi, forse, traendone anche una personale soddisfazione.
Il luogo comune per cui se uno è dentro lo merita, sfocia nelle rappresentazioni sociali legate ad una concezione della pena detentiva ottocentesca, punitiva, vendicativa. Esattamente il contrario di ciò che la Costituzione, scritta da uomini che le carceri le conoscevano, raffigurava in termini di pena. Esattamente il contrario.
Accade che coloro che più di altri si sbracciano definendosi, custodi di detta Costituzione e che, onore enorme, ne vestono i panni di ministro della Giustizia, in realtà, appartengono alla schiera di coloro che del luogo comune ne sono i più convinti sostenitori. Pensando di governare le carceri come si governava le colonie penali del secolo scorso in tempi di pace rimangono inerti. In tempi di guerra rimangono indignati e sorpresi dal fatto che il carcerato ridotto a rango di bestia, si ribelli.
Molti anni fa un criminologo David Garland (D. Garland, 2001, The culture of control) descrisse, con grafici e statistiche, le svolte securitarie verso le quali le democrazie - mancando ogni forma di immaginazione altra - si stavano avviando facendo del carcere una riedizione riveduta e corretta di ciò che, le discariche, rappresentano per i rifiuti. Chiaramente la voce "sostanze stupefacenti illegali" fu una delle cause di tale scelta.
Discariche sociali che, come sempre avviene in tempi di risposte uniche a condotte disfunzionali, oltre al criminale, iniziarono ad intercettare la sofferenza psichica. In questi ultimi 30 anni la popolazione carceraria è più che raddoppiata pur in presenza di reati gravi in diminuzione. Ed allora ci si domanda: ma chi affolla le celle delle nostre carceri? La risposta è semplice. Il carcere è affollato da persone che di tutto avrebbero bisogno meno che del carcere stesso. Tolta una percentuale minore di persone i cui agiti violenti necessitano, in primis, di un contenimento, per il resto le carriere criminali si presentano per ciò che realmente sono: fallimenti esistenziali. Fallimenti che il carcere reitera con accanita perseveranza nella piena consapevolezza che di tale fallimento è parte in causa.
Il paragone con le discariche ambientali ha un suo interesse perché, negli ultimi anni sono state messe in discussione e si cercano, a partire dal riciclaggio, soluzioni nuove. Il carcere, discarica sociale, al contrario, viene ritenuto sempre più centrale ed attuale, una sorta di farmaco generico che cura, si suppone, un poco tutte le malattie non curandole affatto. Pochissime le voci "ecologiche" che indicano altre direzioni.
Straordinario no? In pratica, il carcere, in questi anni, ha perfezionato sé stesso aumentando le storie fallimentari e allontanandosi sempre di più dal precetto costituzionale. Il ministro Bonafede, a questo punto, non sappiamo più quale Costituzione voglia difendere. E quando cita la parola legalità qualche suo consigliere dovrebbe sussurrare che prima ancora dei detenuti ribelli, chi viola la legalità e lo Stato che il ministro rappresenta.
E la viola da anni, negando condizioni minime di convivenza ad agenti e detenuti, negando assistenza sanitaria e negando risorse e azioni tese a concretizzare il famoso precetto costituzionale. Rimasto lettera morta. "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Faccia un giro nelle carceri, ministro, e si renda conto che di tutto ciò poco o nulla esiste.
*Criminologo, dirigente Impresa Sociale Anteo
di Simone Lonati
piolatorre.it, 15 marzo 2020
I provvedimenti dell'amministrazione penitenziaria per far fronte all'emergenza sanitaria di questi giorni hanno scatenato rivolte in molte carceri. Ma la situazione di oggi mette a nudo problematiche antiche, che ora richiedono soluzioni urgenti.
di Franco Negrini
poliziaedemocrazia.it, 15 marzo 2020
Si diffonde il rischio del contagio e scoppia una rivolta nelle carceri italiane. Ai tempi del coronavirus, che causa la malattia respiratoria Covid-19, ai disagi che riguardano la sanità, i trasporti e l'economia del nostro Paese si aggiunge anche il problema, inaspettato e non prevedibile in questo momento, che riguarda le proteste dei detenuti dei penitenziari italiani, nate dalle limitazioni dovute alla necessità di contenimento della diffusione dell'infezione. Con conseguenze particolarmente drammatiche dal momento che ci sono stati anche alcuni morti.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 marzo 2020
Braccialetti elettronici per diminuire la popolazione carceraria, ovviamente garantendo l'uscita solo a chi ne ha già maturato i titoli. Braccialetti che sarà il neo-commissario per l'emergenza Coronavirus Domenico Arcuri a reperire nel numero necessario. Contemporaneamente misure severe di controllo all'interno delle carceri attraverso termo-scanner e isolamento degli eventuali malati in aree specifiche.
Quanto agli uffici giudiziari un'ulteriore proroga della chiusura che slitterebbe dal 22 marzo al 3 aprile (ma la data è ancora ballerina), lasciando invece ai singoli capi degli uffici (Corti di appello e Procure), previa verifica con le autorità sanitarie, ulteriori chiusure a seconda dell'emergenza virus, fino al 31 maggio, come disposto dal precedente decreto. Fatti salvi solo i processi civili urgenti (assegni di divorzio e minori) e penali (convalide di nuovi detenuti) che proseguiranno, ma solo in teleconferenza, ovunque è possibile.
Il Guardasigilli Alfonso Bonafede lavora in queste ore a un nuovo decreto legge per affrontare l'emergenza Covid-19 soprattutto dopo la rivolta nelle carceri che, nello scorso week end, ha coinvolto ben 27 penitenziari, danneggiando gravemente quello di Modena, al punto da renderlo del tutto inagibile. Solo per i danni il governo stanzierà in tutto, tra 2020 e 2021, 20 milioni di euro, in due tranche da 10 milioni per ciascun anno.
Ma è la novità dei braccialetti elettronici, trapelata in vista del consiglio dei ministri di domenica, quella che da un lato già solleva le proteste di Salvini - "Nessun regalo per chi ha creato sommosse, prima il governo si preoccupi di dare alle forze dell'ordine, agli eroi, mascherine, guanti e disinfettante" - e dall'altro rivela l'intenzione dell'esecutivo di procedere effettivamente a una politica che allenti la pressione numerica sulle carceri. Che, a tutt'oggi, come dice il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, hanno una popolazione di oltre 60mila detenuti, cioè diecimila in più dell'effettiva capienza.
Come ha suggerito con molta insistenza il Pd, a ridosso delle rivolte, vi è una sola strada, nell'immediato, per far uscire dei detenuti, sempre con il parere favorevole dei magistrati di sorveglianza. Chi ha di fronte a sé un fine pena di pochi mesi e ha alle spalle un curriculum carcerario positivo, ed è in grado di dimostrare un'effettiva riabilitazione già avvenuta. E chi invece si trova già in una condizione di semilibertà, per cui può lasciare il carcere durante il giorno ma deve farvi rientro la sera.
Già questi detenuti ammonterebbero a 5.500-6mila persone che potrebbero uscire dalle prigioni. Il braccialetto elettronico - che attualmente sfrutta un sistema Gps e quindi consente di localizzare gli spostamenti del detenuto - potrebbe ulteriormente ampliare questa platea. Ma, come sottolineano fonti ministeriali, si tratterebbe sempre di situazioni che devono passare per il via libera del magistrato di sorveglianza, e quindi da una rigorosa verifica dell'affidabilità dei soggetti interessati.
Mentre Matteo Renzi insiste sempre sulla richiesta di dimissioni per l'attuale capo del Dap Francesco Basentini, proprio lo stesso Basentini ha firmato una circolare sulle misure anti Coronavirus che in realtà, a scorrerla, appare decisamente tardiva. Il direttore dei penitenziari raccomanda solo oggi ai colleghi in periferia, e a rivolte già avvenute, di procurarsi dei termo-scanner dai presidi sanitari e procedere ai tamponi, di creare aree ad hoc per quei detenuti che dovessero risultare positivi alla malattia, nonché ordina agli agenti penitenziari, pur in presenza di ammalati, di non abbandonare il luogo di lavoro per esigenze di sicurezza.
Secondo quanto riferisce l'agenzia Ansa, la circolare dice che gli agenti che lavorano nelle carceri devono comunque continuare a prestare servizio anche nel caso in cui abbiano avuto contatti con persone contagiate o che si sospetti siano state contagiate, in quanto "operatori pubblici essenziali" e nell'ottica di "garantire nell'ambito del contesto emergenziale, l'operatività delle attività degli istituti penitenziari" e quindi di "salvaguardare l'ordine e la sicurezza pubblica collettiva".
Da registrare infine l'allarme lanciato da Antigone, Anpi, Arci e gruppo Abele che al governo scrivono: "I posti disponibili nelle carceri sono 50.931, cui vanno sottratti quelli resi inagibili nei giorni scorsi. I detenuti presenti, alla fine di febbraio, erano 61.230.
Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190 per cento. Ogni giorno i detenuti sentono dire alla televisione che bisogna mantenere le distanze, salvo poi ritrovarsi in tre persone in celle da 12 metri quadri. Le condizioni igienico-sanitarie sono spesso precarie.
Nel 2019 Antigone ha visitato 100 istituti: in quasi la metà c'erano celle senza acqua calda, in più della metà c'erano celle senza doccia. Spesso mancano prodotti per la pulizia e l'igiene. Con questi numeri, se dovesse entrare il virus in carcere, sarebbe una catastrofe per detenuti e operatori".
ilfriuli.it, 15 marzo 2020
Per l'eurodeputato Zullo "ciò che sta accadendo non è solo una reazione al Covid-19. Intervenire a fronte di un sistema al collasso". L'europarlamentare Marco Zullo (M5S) interviene duramente contro la gestione del sistema carcerario da parte del Ministero e del Dap, a seguito delle proteste e delle rivolte di questi giorni: "Questi gravi atti, che hanno portato persino alla morte di 13 persone, non sono semplici reazioni alla situazione di emergenza legata al Covid-19.
Per quanto esecrabili ed ingiustificabili, tali comportamenti sono il frutto di anni di disinteresse per l'intero comparto penitenziario da parte delle istituzioni e di tensioni sempre pronte a scoppiare, ancor più in situazioni di emergenza". E aggiunge: "sono la diretta conseguenza della totale dimenticanza di un intero settore e delle vite di tutte le persone che vi gravitano attorno: detenuti, polizia penitenziaria, dirigenti, e rispettivi familiari.
La scintilla, questa volta, è stata la sospensione dei colloqui con i familiari e la paura di essere in grave pericolo di contagio da Covid-19, ma le polveri che sono esplose sono fatte di sovraffollamento, di mancanza di servizi essenziali e di un sistema giustizia al collasso di cui detenuti e operatori penitenziari pagano il conto", continua l'eurodeputato.
"L'Italia, già duramente condannata dalla Corte di Strasburgo per il sovraffollamento carcerario, dovrebbe affrontare seriamente e urgentemente questo problema. A tal proposito - prosegue Marco Zullo - accolgo con favore le dichiarazioni della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano circa le misure che intende adottare per alleggerire le carceri quanto più possibile in seguito all'emergenza Coronavirus e circa la volontà di richiedere al Ministero e al Dap che si prendano sulle spalle la responsabilità del sovraffollamento - continua Zullo - e prevedano modifiche normative in modo da alleviare la permanenza in carcere".
"Credo nell'importanza di creare, a tal fine, sinergie tra le strutture penitenziarie e le tante virtuose realtà locali. Per questa ragione, già da mesi stavo lavorando ad un progetto di reinserimento che coinvolgerà i soggetti sottoposti a misure di sicurezza. Questo, con la collaborazione della direttrice del carcere di Modena - a cui va tutta la mia solidarietà e vicinanza - e il coinvolgimento di alcune associazioni di volontariato del Distretto fortemente impegnate da anni in questo settore. Spero che il nostro lavoro possa riprendere al più presto per poi esser riprodotto in altre Regioni".
In merito alle possibili soluzioni a fronte della crisi carceraria, Zullo passa a proposte concrete: "auspico che tutti i tribunali di sorveglianza adoperino al massimo gli strumenti di legge che consentono la detenzione domiciliare a chi ha un residuo breve di pena; che la sussistenza di patologie a rischio in caso di contagio sia fatta rientrare tra le ipotesi di concessione della detenzione domiciliare e dell'affidamento ai servizi sociali; similmente, ai detenuti in semilibertà, già dunque valutati come non pericolosi, potrebbe essere concessa la possibilità di dormire a casa; così come proposto da Antigone ed altre importanti realtà.
Poi, superata la situazione di crisi, si dovrà pensare ad affrontare i gravi problemi strutturali e ripensare il sistema punitivo in termini di maggiore efficacia in termini rieducativi e di risocializzazione. Senza considerare che il sovraffollamento carcerario è il frutto di una molteplicità di concause tra cui la lunghezza dei processi e una cattiva applicazione delle norme custodiali: basti pensare che un terzo dei detenuti sono soggetti sottoposti a custodia cautelare, cioè persone che attendono in carcere di essere giudicate, anche quando sarebbero sufficienti altre misure meno invasive", conclude Zullo.
antigone.it, 15 marzo 2020
Le proposte di Antigone, Anpi, Arci, Gruppo Abele. Gli eventi tragici dei giorni scorsi hanno scosso alle fondamenta il sistema penitenziario italiano. Quasi 50 istituti sono stati coinvolti in proteste che in alcuni casi, fortunatamente pochi, sono degenerate in manifestazioni violente. Tra le conseguenze più tragiche vi sono i 14 morti e le diverse persone detenute in ospedale in condizioni precarie. La paura, la solitudine, la disperazione, il sovraffollamento e i rischi di contagio da Covid-19 sia per i detenuti che per lo staff penitenziario impongono risposte urgenti ed efficaci, allo scopo di non recidere i rapporti con il mondo esterno.
I posti disponibili nelle carceri italiane sono 50.931, cui vanno sottratti quelli resi inagibili nei giorni scorsi. I detenuti presenti, alla fine di febbraio, erano 61.230. Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190%. Ogni giorno i detenuti sentono dire alla televisione che bisogna mantenere le distanze, salvo poi ritrovarsi in tre persone in celle da 12 metri quadri. Le condizioni igienico-sanitarie sono spesso precarie. Nel 2019 Antigone ha visitato 100 istituti: in quasi la metà c'erano celle senza acqua calda, in più della metà c'erano celle senza doccia. Spesso mancano prodotti per la pulizia e l'igiene. Con questi numeri, se dovesse entrare il virus in carcere, sarebbe una catastrofe per detenuti e operatori. Per gli uni e per gli altri bisogna muoversi subito.
Queste le proposte da noi elaborate per superare l'isolamento dei detenuti, per deflazionare il sistema penitenziario senza ripercussioni per la sicurezza, per proteggere i lavoratori. Ci auspichiamo che siano immediatamente adottate.
Le nostre proposte per ridurre il numero dei detenuti e proteggere i più vulnerabili
- L'affidamento in prova in casi particolari di cui all'art. 47-bis della legge 354/75 è esteso anche a persone che abbiano problemi sanitari tali da rischiare aggravamenti a causa del virus Covid-19 con finalità anche di assistenza terapeutica.
- La detenzione domiciliare di cui all'articolo 47-ter, primo comma, della legge 354/75 è estesa, senza limiti di pena, anche a persone che abbiano problemi sanitari tali da rischiare aggravamenti a causa del virus Covid-19.
- A tutti i detenuti che usufruiscono della misura della semilibertà è concesso di trascorrere la notte in detenzione domiciliare.
- Salvo motivati casi eccezionali, i provvedimenti di esecuzione delle sentenze emesse nei confronti di persone che si trovano a piede libero sono trasformati dalla magistratura in provvedimenti di detenzione domiciliare.
- La detenzione domiciliare prevista dalla legge 199 del 2010 e successivamente dalla legge 146 del 2013 è estesa ai condannati per pene detentive anche residue fino a trentasei mesi.
- La liberazione anticipata è estesa fino a 75 giorni a semestre con norme applicabili retroattivamente fino a tutto il 2018.
Le nostre proposte per ridurre l'isolamento dei detenuti in questa fase difficilissima
- La direzione di ciascun istituto penitenziario provvederà all'acquisto di uno smartphone ogni cento detenuti presenti - con attivazione di scheda di dati mobili a carico dell'amministrazione - così da consentire, sotto il controllo visivo di un agente di polizia penitenziaria, una telefonata o video-telefonata quotidiana della durata di massimo 20 minuti a ciascun detenuto ai numeri di telefono cellulare oppure ai numeri fissi già autorizzati.
- Verranno attivati canali di corrispondenza e-mail con i parenti autorizzati alle visite
Le nostre proposte per la prevenzione del contagio e per sostenere lo staff penitenziario
- Fornitura immediata e straordinaria di dpi a tutto il personale penitenziario.
- Immediata e progressiva sanificazione di tutti gli ambienti carcerari, a cominciare dagli spazi comuni di socialità, da quelli adibiti a caserme e uffici del personale, dalle officine di lavorazioni e dai magazzini.
- Piano straordinario e immediato di assunzioni di personale penitenziario
- Riportare la salute in carcere al centro delle politiche sanitarie, nazionali e territoriali, attraverso il reclutamento straordinario di medici, infermieri e operatori socio-sanitari da destinare all'assistenza sanitaria in carcere. L'assunzione di specifici piani di salute e prevenzione per ogni singolo istituto penitenziario. Vanno ripresi e rafforzati il percorso, i principi e le finalità contenute nella legge vigente: deve essere garantita qualità ed uniformità degli interventi e delle prestazioni sanitarie nei confronti dei detenuti, degli internati e dei minorenni sottoposti a provvedimenti restrittivi.
Antigone, Anpi - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, Arci, Gruppo Abele
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 marzo 2020
Nelle carceri "si rischia la catastrofe, bisogna muoversi adesso", è il grido d'allarme lanciato ieri dall'associazione Antigone che con Anpi, Arci e Gruppo Abele offre al governo una serie di proposte. Il pericolo che l'epidemia dilaghi tra le 61 mila persone stipate in celle sovraffollate "a volte fino al 190% della capienza regolamentare" e con scarsa igiene, con conseguenze indicibili per il sistema sanitario già al limite, inizia a diventare visibile anche agli occhi del ministro di Giustizia e del capo del Dap.
Secondo indiscrezioni di Palazzo Chigi, il Guardasigilli Bonafede pur con molte riserve starebbe studiando un pacchetto di norme, da inserire nel Dpcm al vaglio oggi del Consiglio dei ministri, per velocizzate l'attivazione di quei braccialetti elettronici bloccati da più di un anno (per inadempienze dell'allora ministro dell'Interno Salvini) che permetterebbero di alleggerire il sovraffollamento dei penitenziari.
Nel frattempo, mentre nelle celle è tornata una calma apparente (a Civitavecchia "da due giorni i detenuti hanno iniziato uno sciopero della fame per manifestare pubblicamente la loro sofferenza e preoccupazione", denuncia il Garante del Lazio Stefano Anastasia) il capo del Dap Francesco Basentini ha inviato una circolare ai provveditori regionali e ai direttori degli istituti con le "indicazioni operative per la prevenzione del contagio".
Si raccomanda di: acquisire termo-scanner per misurare la febbre ai "nuovi giunti" e al personale che fa ingresso ogni giorno in carcere o comunque prendere contatti con le Asl per il monitoraggio; "favorire in ogni modo" l'utilizzo di mascherine e guanti da parte degli agenti; approntare "locali dedicati" all'interno del carcere dove mettere in isolamento sanitario eventuali detenuti positivi al Coronavirus; limitare le traduzioni e i trasferimenti solo a urgenti "motivi di salute" e per "situazioni di necessità".
I tamponi però non saranno eseguiti in massa, ma solo in presenza di "elementi specifici che lo rendano necessario". E saranno i medici delle Asl, che servono tutta la cittadinanza, a dover recarsi in carcere per eseguirli. Per quanto riguarda la polizia penitenziaria, il Dap stabilisce che gli agenti debbano continuare a prestare servizio anche nel caso in cui "abbiano avuto contatti con persone contagiate", anche se "esonerati dai servizi operativi a contatto con la popolazione detenuta", in quanto "operatori pubblici essenziali" e nell'ottica di "garantire l'operatività delle attività degli istituti penitenziari" durante l'emergenza.
ansa.it, 15 marzo 2020
Una sezione in ogni carcere dedicata ai malati e ai casi sospetti di coronavirus, dove sia garantito l'isolamento. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini interviene con una nuova Circolare per fronteggiare l'emergenza Coronavirus nelle carceri con raccomandazioni a Provveditori e direttori degli istituti penitenziari.
La circolare prevede che i detenuti in arrivo, i cosiddetti nuovi giunti siano sottoposti a triage prima dell'ingresso. E in caso di necessità vadano isolati "in apposita sezione già individuata dalla Direzione" di ogni carcere: devono stare in camera singola, "con servizi igienici a uso esclusivo". In tali sezioni gli operatori penitenziari devono essere muniti dei necessari dispositivi: mascherine Ffp2 guanti e visiera. Dispenser con soluzioni disinfettanti devono essere presenti "in numero adeguato", prima dell'ingresso queste sezioni. In caso di necessità di ricovero per caso sospetto di Sars-CoV2, il medico penitenziario provvederà ad informare il Direttore dell'istituto.
Per quanto riguarda i detenuti già presenti in istituto, chi tra loro presenta sintomi compatibili con il Coronavirus, dovrà essere visitato dal medico presso la camera di pernottamento e non in infermeria. I suoi compagni di cella e gli altri reclusi con cui sia entrato in contatto saranno sottoposti ad accertamenti e controlli.
Il tampone sarà fatto solo se necessario da personale medico o infermieristico dell'Azienda sanitaria competente, che valuterà in caso di positività se far restare il detenuto in carcere "in isolamento sanitario all'interno dell'istituto nei locali dedicati" o richiedere il ricovero in ospedale. In caso di negatività al tampone, il detenuto resterà in isolamento sanitario sino alla data definita dalle autorità sanitarie. Sono comunque vietati i contatti diretti con detenuti in isolamento sanitario: possibili solo quelli protetti (separazione completa di ambienti con vetrate e ingressi differenti) e da remoto. Gli ambienti con detenuti sospetti o contagiati dovranno essere puliti almeno una volta al giorno.
Agenti restino in servizio anche se avuto contatti con sospetti
Acquisire termo-scanner, cioè gli strumenti elettronici per la misurazione della febbre, o, comunque, prendere contatti con le Aziende Sanitarie Locali perché venga eseguito un monitoraggio su tutto il personale che fa ingresso nelle carceri. È la raccomandazione che il capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini rivolge a provveditori e direttori delle carceri.
Ai direttori in particolare chiede anche di "favorire in ogni modo" l'utilizzo di mascherine e guanti da parte del personale di polizia penitenziaria, assicurando che l'Amministrazione "sta impiegando ogni sforzo possibile per riuscire ad ottenere, soprattutto attraverso la collaborazione della Protezione Civile, la disponibilità dei Dispositivi di protezione individuale, allo scopo di tutelare l'incolumità del personale nell'espletamento delle attività e dei servizi".
La circolare prescrive anche che il personale della polizia penitenziaria che svolge le sue funzioni presso le carceri debba continuare a prestare servizio anche nel caso in cui abbia avuto contatti con persone contagiate o che si sospetti siano state contagiate, in quanto "operatori pubblici essenziali", e nell'ottica di "garantire nell'ambito del contesto emergenziale, l'operatività delle attività degli istituti penitenziari" e quindi di "salvaguardare l'ordine e la sicurezza pubblica collettiva". Chi ha avuto contatti con contagiati o sospetti va però esonerato dai servizi operativi in sezione a contatto con la popolazione detenuta e dai servizi di traduzione.
E, se presenta sintomi simili all'influenza o febbre, deve astenersi dall'ingresso in carcere. Se ciò dovesse accadere durante il servizio, il personale di Polizia Penitenziaria dovrà immediatamente munirsi di mascherina chirurgica, lasciare l'istituto, avvertire il proprio medico curante e l'autorità sanitaria.
di Ivana Zimbone
Quotidiano di Sicilia, 15 marzo 2020
Arrivano le mascherine ma solo per gli agenti. Per i detenuti predisposte camere di isolamento. L'emergenza sanitaria per il Coronavirus ha indirettamente causato gravi rivolte nelle carceri. Anche all'istituto di piazza Lanza incendi e tentativi di evasione, seguiti dalla mediazione dell'amministrazione. Intanto si distribuiscono le mascherine, ma solo al personale.
Sono circa le 22 di giovedì 12 marzo e dalle abitazioni limitrofi al carcere di piazza Lanza si sente grande frastuono, urla e puzza di bruciato. Le pattuglie arrivano a circondare la zona, il parcheggio riservato al personale si riempie con i rinforzi. Alcuni detenuti, in dialetto siciliano, sembrano dissuadere i ribelli: "Meglio star buoni o qui sono botte per tutti". Altri gridano tra le sbarre di "aver bisogno di cure, di stare morendo". C'è chi tenta di evadere dalla cella e, per tutta la notte, le forze dell'ordine continuano fare la ronda attorno al carcere, tra gli schiamazzi messi in sordina.
A Catania "un'ottantina di detenuti ha protestato battendo le gavette contro i blindi e le inferriate di cancelli e finestre. Poco dopo la protesta è sfociata in disordini, culminati con la rottura dei cancelli con le brande - usate come ariete - e con la distruzione e l'incendio di alcune suppellettili. La contestazione ha riguardato le misure per il contenimento del Coronavirus all'interno degli istituti", ha dichiarato l'ufficio stampa della casa circondariale.
"Le proteste nelle carceri italiane, messe in moto da detenuti comuni, si sono dirette principalmente contro il divieto dei colloqui per il contenimento della diffusione del virus. A Catania, i comportamenti sono stati moderati grazie alla grande capacità di dialogo dell'amministrazione. Quello di piazza Lanza è il primo carcere d'Italia a essersi auto-fornito di mascherine. Questa notte gli agenti in servizio - e non - hanno raggiunto la sede spontaneamente appena saputo dell'accaduto, senza nemmeno richiesta. Fino al 22 marzo permarranno le disposizioni nazionali sui divieti, dopo si stabiliranno le regole per far ripartire i colloqui. Ma rimane valido, per i detenuti di tutto il territorio nazionale, l'aumento del numero delle telefonate e la possibilità di colloquio via Skype", chiosa Domenico Nicotra, segretario generale aggiunto del sindacato della polizia penitenziaria Osapp.
"La mediazione del direttore - Elisabetta Zito - e del comandante della Polizia penitenziaria dell'istituto - Francesco Salemi - ha convinto i detenuti a desistere da ulteriori azioni turbative dell'ordine e della sicurezza; così, dopo aver ripulito i danni da loro stessi provocati, i manifestanti sono tornati nelle loro stanze", ha continuato l'ufficio stampa. E intanto al via la distribuzione delle mascherine anti-contagio, ma "solo per il personale".
Il Prap di Palermo ne ha ricevute 9.500 che si preoccuperà di dividere ai diversi istituti. A queste se ne aggiungono altre 650, destinate alle scuole di polizia penitenziaria e al Dipartimento di giustizia minorile. "Per i carcerati sono state predisposte camere di pernottamento per quelli in isolamento preventivo e camere per possibili positivi al contagio", aggiunge l'addetto alla comunicazione. Di fatto, l'amministrazione teme la massiccia distribuzione delle mascherine perché potrebbero creare ulteriore allarmismo e possibili nuove rivolte.










