di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 17 marzo 2020
Ieri è arrivato il primo decreto del governo per affrontare l'emergenza carceraria. Esso contiene norme che cambiano le regole di accesso alla detenzione domiciliare; secondo le previsioni di chi ha proposto il provvedimento dovrebbero nelle prossime settimane uscire due-tre mila persone, sempre che la magistratura di sorveglianza interpreti le norme in modo estensivo.
In questo momento nelle carceri italiane vi sono circa quattordici mila persone in più rispetto alla capienza regolamentare effettiva. Il sovraffollamento nella vita quotidiana significa condividere dodici metri quadri in quattro persone, dormire praticamente con la faccia spalmata sulla soffitta della cella, essere visitato dal medico raramente, non avere lo spazio per leggere tranquillamente seduti su uno sgabello, non avere privacy neanche quando si va in bagno.
Da qualche settimana, oltre a tutto questo, il sovraffollamento significa anche avere il timore delcontagio. Per questo nei giorni scorsi, insieme a Cgil, Anpi, Arci, Gruppo Abele, e con l'adesione della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e di Ristretti, abbiamo richiesto l'adozione di misure dirette a decongestionare le carceri, a partire da chi versa in condizioni di salute peggiori o di chi sta scontando gli ultimi scampoli di pena. Misure che avevamo proposto anche a tutela della salute dello stesso staff carcerario.
Ieri è arrivato il primo decreto del governo per affrontare l'emergenza carceraria. Esso contiene norme che cambiano le regole di accesso alla detenzione domiciliare; secondo le previsioni di chi ha proposto il provvedimento dovrebbero nelle prossime settimane uscire due-tre mila persone, sempre che la magistratura di sorveglianza interpreti le norme in modo estensivo. Se fosse così non possono che essere considerate un piccolo primo passo, eccessivamente cauto, verso il ritorno alla legalità. Ben altro ci servirebbe.
Si tratta dunque di una norma dall'impatto incerto che si spera, ma come detto non è dimostrato con quale capacità, vada in una direzione di deflazione numerica. Bisogna riportare il sistema carcerario italiano in condizioni di legalità. Solo le condizioni di legalità ripristinate saranno a loro volta utili a poter gestire l'emergenza coronavirus dentro gli istituti penitenziari. È necessario liberare varie migliaia di posti letto allo scopo di avere celle singole a disposizione per gli eventuali detenuti che risultano positivi al virus. È altresì urgente mandare a casa o in luoghi di cura, persone che presentano una particolare vulnerabilità per l'età o le patologie pregresse, in quanto qualora contraessero il virus dentro sarebbe drammatico, anche in termini di aiuto medico.
Era il 2013 quando l'Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti umani per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea a causa del sovraffollamento che rendeva degradanti le condizioni di vita interne. A seguire furono assunte alcune misure legislative per rispondere ai contenuti di una sentenza per certi versi umiliante per il nostro Paese. Siamo al 2020 e ci ritroviamo nuovamente a dover fronteggiare un'emergenza dettata da una bulimia punitiva insopportabile.
Non troppo tempo fa c'era chi nel governo chiedeva più carcere per i piccoli spacciatori in quanto bisognava gratificare i poliziotti che li avevano arrestati e qualche mese prima c'era un Ministro che augurava ai detenuti di marcire in galera. Ma la grande emergenza coronavirus, anche nelle carceri, non si può ritenere chiusa e risolta con le misure decise ieri. Ci vuole molto ma molto di più, sia in termini di ulteriori vie di uscita dal carcere sia in termini di qualità socio-sanitaria della vita interna.
di Giulia Crivellini* e Giulio Manfredi**
Il Riformista, 17 marzo 2020
Tredici detenuti sono morti la scorsa settimana a causa dell'abuso di sostanze sottratte alle infermerie, in seguito alle rivolte scoppiate nelle carceri italiane in risposta all'applicazione delle misure per il contenimento del coronavirus.
Episodio che sbatte in faccia un problema che, da troppo, continua a essere ignorato dai governi che si succedono: l'inadeguatezza dei trattamenti sanitari attuati dagli istituti di pena, in particolare quelli relativi ai cittadini detenuti tossicodipendenti che prevedono l'utilizzo di terapie farmacologiche sostitutive.
Siamo ancora lontani dalla piena attuazione della riforma della medicina penitenziaria la quale, nel 1999, stabiliva il servizio sanitario nazionale assicuri ai detenuti e agli internati livelli di prestazioni analoghi a quelli garantiti ai cittadini liberi.
Ce ne rendiamo conto grazie all'attività portata avanti nelle carceri: quel che sappiamo su questo tema, lo conosciamo grazie alle visite che conduciamo, alle storie raccolte dalle famiglie dei detenuti e non certo grazie alla relazione annuale al Parlamento che fotografa il fenomeno delle tossicodipendenze in Italia.
Un documento che dovrebbe fornire informazioni chiave per elaborare strategie e politiche, il quale tuttavia dedica solo tre pagine sulle quasi 300 che lo compongono ai "soggetti tossicodipendenti in carcere".
Tre pagine che, inoltre, non forniscono informazioni utili sui trattamenti sanitari effettuati nelle case circondariali. Sappiamo, per esempio, che nel 2018 i Serd hanno assicurato prestazioni farmacologiche a oltre la metà dei pazienti fuori dalle mura degli istituti penitenziari; non abbiamo idea, invece, di quale sia la percentuale all'interno.
Eppure i numeri sono il punto di partenza per studiare quanto accade e individuare le giuste risposte. Per questo Radicali Italiani chiede al presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al ministro della Salute Roberto Speranza di fornire dati esaustivi e analitici sui trattamenti farmacologici sostitutivi effettuati negli istituti di pena.
Il Governo, di fronte a quanto accaduto nei giorni scorsi, non può continuare a ignorare un problema che si è manifestato in tutta la sua gravità. Non può limitarsi a tamponare le ferite, deve operare in profondità e, per farlo in modo efficace, deve partire dalla diagnosi.
Chiediamo, dunque, che il Governo raccolga, elabori e fornisca, per ogni istituto di pena italiano, i dati relativi al numero dei soggetti tossicodipendenti detenuti e di quelli tra loro che accedono a trattamenti farmacologici, includendo i dettagli relativi alle terapie somministrate.
E domandiamo che questo avvenga a partire dalla presentazione della prossima relazione, entro il termine di legge del 30 giugno. Le carceri non possono continuare a essere trattate come un mondo isolato, al quale interessarsi solo quando la violenza esplode troppo forte per consentire di far finta di nulla.
Oggi più che mai, la diffusione del coronavirus e le ripercussioni che sta causando, ci dimostrano che gli istituti penitenziari non sono un mondo a parte, a chiusura stagna. Le recenti rivolte ci suggeriscono che ormai il sistema è saturo, manifestazione di malesseri lasciati crescere; ci hanno fornito, a caro prezzo, una consapevolezza che non possiamo rigettare. Abbiamo già vissuto anni di disordini sanguinosi nelle carceri, erano gli anni 70. Abbiamo gli strumenti per far sì che ciò non si ripeta. Il Governo li ha. Ci metta anche la volontà.
*Tesoriera Radicali Italiani
**Associazione radicale Adelaide Aglietta
Ristretti Orizzonti, 17 marzo 2020
Il Partito Radicale lancia un appello a Governo e istituzioni, a cui aderiscono molte personalità, tra le quali anche il presidente del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti, sul tema del sovraffollamento carcerario. Situazione tanto più rischiosa oggi alla luce dell'emergenza sanitaria dettata dalla pandemia di Coronavirus, mentre si è ben lontani dalle esigenze di campagna elettorale.
Nel luglio 2011 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affermò che "La questione del sovraffollamento nelle carceri è un tema di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile".
Due anni dopo, nell'ottobre 2013, il Presidente Napolitano inviò un messaggio alle Camere sulla situazione carceraria, nel quale indicò le misure urgenti da adottare, tra le quali amnistia e indulto. Scrive il Presidente:
"L'effetto combinato dei due provvedimenti (un indulto di sufficiente ampiezza, ad esempio pari a tre anni di reclusione, e una amnistia avente ad oggetto fattispecie di non rilevante gravità) potrebbe conseguire rapidamente i seguenti risultati positivi:
a) l'indulto avrebbe l'immediato effetto di ridurre considerevolmente la popolazione (...) riportando il numero dei detenuti verso la capienza regolamentare;
b) l'amnistia consentirebbe di definire immediatamente numerosi procedimenti per fatti "bagatellari" (destinati di frequente alla prescrizione se non in primo grado, nei gradi successivi del giudizio), permettendo ai giudici di dedicarsi ai procedimenti per reati più gravi e con detenuti in carcerazione preventiva. Ciò avrebbe l'effetto - oltre che di accelerare in via generale i tempi della giustizia - di ridurre il periodo sofferto in custodia cautelare prima dell'intervento della sentenza definitiva (o comunque prima di una pronuncia di condanna, ancorché non irrevocabile).
Le rivolte di questi giorni sono la conseguenza dell'indifferenza e dell'ignavia con le quali il parlamento accolse quell'unico messaggio che il Presidente Napolitano ha inviato al Parlamento durante il suo mandato. Per non dire dell'illusione creata dalla mancata applicazione della riforma dell'ordinamento penitenziario votata dal parlamento e sacrificata dal Governo sull'altare elettorale.
Oggi non c'è più tempo, è indispensabile agire subito! Forti anche del convergente appello dei cappellani penitenziari, ci appelliamo al Governo perché adotti con la massima urgenza un primo provvedimento che riporti l'affollamento penitenziario nei limiti previsti dalla legge, violazione già sanzionata in passato dalla corte europea dei diritti dell'uomo, ed oggi nuovamente e palesemente violata.
Hanno già aderito: Sen. Paola Nugnes, Gruppo Misto; Clemente Mastella, Sindaco di Benevento, già Ministro della Giustizia; Sen. Sandra Lonardo, FI; On. Vittorio Sgarbi, Gruppo Misto; On. Renata Polverini, Fi; Don Ettore Cannavera, Responsabile de La Collina, Misure alternative al Carcere e Cappellano della REMS della Sardegna; Don Luigi Ciotti, presidente Gruppo Abele e Libera; Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania; Bruno Mellano, Garante dei detenuti del Piemonte; Gianfranco Oppo, già garante dei detenuti di Nuoro; Francesco Ceraudo, medico penitenziario/già direttore del centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa; Ilaria Cucchi; Ornella Favero, Presidente Associazione Ristretti Orizzonti; Avv. Roberto Lamacchia, Presidente dell'Associazione Giuristi Democratici; Corradino Mineo, giornalista, conduttore; Vittorio Feltri, Direttore di Libero; Giuliano Ferrara, giornalista; Riccardo Iacona, Giornalista Rai; Pietro Palau Giovannetti, sociologo; Lillo Di Mauro, Presidente della Consulta Penitenziaria di Roma Capitale e Presidente della Conferenza Volontariato Giustizia del Lazio; Paolo Ferrero, già Segretario nazionale di Rifondazione comunista; Rossella Panuzzo, ufficio stampa Fondazione Terre des Hommes Italia; ARCI Nazionale (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana); Associazione Ristretti Orizzonti; Associazione Stefano Cucchi Onlus; Associazione Pantagruel; Avvocati Senza Frontiere; Movimento per la Giustizia Robin Hood (Organizzazione Di Volontariato); Donne per la Giustizia; Associazione Giuristi Democratici; Associazione Fuori Dall'ombra; Consulta Penitenziaria di Roma Capitale; Conferenza Volontariato Giustizia del Lazio;
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2020
Proroga al 15 aprile del rinvio delle udienze e sospensione dei termini, notificazioni solo per via telematica, misure di sostegno alla magistratura onoraria. Sono queste alcune delle misure sul sistema giustizia contenute nel nuovo decreto legge legato all'emergenza sanitaria. Nel dettaglio, viene prorogato al15 aprile il rinvio delle udienze e la sospensione dei termini nei procedimenti civili e penali su tutto il territorio nazionale, già previsto nel precedente decreto fino al 22 marzo. Per lo stesso periodo, quindi fino al 15 aprile, vengono sospesi anche i termini di durata massima delle misure cautelari e il corso della prescrizione.
Sempre nella prospettiva di contrasto al coronavirus, è stato dato via libera a eseguire esclusivamente per via telematica le notificazioni e le comunicazioni in ambito penali. Per gestire il notevole carico di lavoro delle cancellerie per le comunicazioni e le notificazioni dei provvedimenti di rinvio (o degli altri provvedimenti previsti dai decreti legge adottati) si dispone una generale domiciliazione presso l'avvocato di fiducia dell'imputato e di tutte le parti private.
La sospensione dei termini investe qualsiasi atto del procedimento e si estende quindi anche ai termini stabiliti per la fase delle indagini preliminari, per l'adozione di provvedimenti giudiziari e per il deposito della loro motivazione, per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio e del procedimento esecutivo, per le impugnazioni e, in genere, riguarda tutti i termini procedurali (quindi anche dei procedimenti esecutivi e concorsuali).
La disciplina del decreto legge 11 del 2020 viene integrata con l'introduzione di una norma che punta a soddisfare l'esigenza di sospendere i termini per compiere gli atti previsti nei procedimenti di risoluzione giudiziale delle controversie nel periodo di sospensione dell'attività giudiziaria: si prevede così lo stop nei procedimenti di mediazione e di negoziazione assistita da avvocati.
A sostegno della magistratura onoraria, vengono estese misure simili a quelle introdotte per i lavoratori autonomi, attraverso un contributo economico di 600 euro mensili per un massimo di 3 mesi, calcolato sulla base dell'effettivo periodo di sospensione dell'attività.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 marzo 2020
C'è del criterio, nelle scelte compiute dal governo in materia di giustizia. E se c'è, è anche in virtù dell'ascolto prestato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede alle richieste degli avvocati. Nel maxi decreto "Cura Italia" viene infatti previsto il rinvio delle udienze non urgenti a dopo il 15 aprile e sospeso fino a quella data il decorso di "tutti i termini procedurali". Un'espressione netta, che sembra accogliere in modo efficace la richiesta essenziale avanzata negli ultimi giorni da istituzioni e rappresentanze forensi: evitare che gli avvocati si trovassero comunque costretti a produrre affannosamente atti nonostante la situazione di gravissimo disagio in cui, come tutti, sono immersi. Al secondo comma dell'articolo 80 c'è, sul punto, un passaggio dettagliato, scrupoloso, per certi aspetti persino iterativo, ma opportunamente chiaro, in modo da evitare che i professionisti del Foro si trovino in piena, tragica emergenza coronavirus, a sfidare persino il destino.
Lo aveva chiesto il Consiglio nazionale forense (che con l'intesa fra Bonafede e Mascherin aveva definito un paradigma di concrete cautele da adottare nei Tribunali) così come l'Ocf, l'Unione nazionale Camere Civili e l'Unione Camere penali - da cui peraltro era venuta l'idea di assimilare lo stop di questi giorni a quello del periodo feriale agostano. Viene ascoltato, da via Arenula e da Palazzo Chigi, dove ieri mattina il decreto è stato varato, anche il grido di dolore di tanti Ordini e Unioni regionali forensi, in particolare di quelli del Nord Italia, dove la minaccia del contagio negli uffici, per avvocati e magistrati, è semplicemente micidiale.
Che il decreto sia definitivo nello sciogliere i nodi lo si coglie anche nella doppia estensione dello stop: se il periodo "simil feriale" si allunga fino al 15 aprile (avrebbe dovuto concludersi il 22 marzo, secondo il Dl 11/ 2020), la "fase 2", in cui comunque si proseguirà con tutte le possibili cautele anti contagio, arriverà al 30 giugno e non più solo al 31 maggio.
Ancora, viene recepita la logica delle osservazioni avanzate dagli avvocati amministrativisti, per esempio dall'Unaa, che si era prima confrontata con il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi e aveva poi inviato una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da cui la giustizia amministrativa dipende direttamente, per suggerire, "quando il termine è computato a ritroso e ricade in tutto in parte nel periodo di sospensione", lo "slittamento delle udienze da cui decorre il termine in modo da consentirne il rispetto".
In realtà proprio in campo amministrativistico la soluzione adottata è un po' più complessa. Non si determina l'automatismo di un rinvio a nuova data dell'udienza per la quale il difensore avrebbe dovuto produrre atti durante la sospensione: basterà però una sua istanza per ottenere, in modo certo, la "rimessione in termini" e lo slittamento. È poi interessante la possibilità prevista per le udienze che si svolgeranno davanti ai Tar o al Consiglio di Stato dopo il 16 aprile e fino al 30 giugno: nessuna discussione, per evitare presenze fisiche, ma facoltà di depositare, due giorni liberi prima delle udienze, brevi note difensive.
A proposito della "fase 2" 16 aprile- 30 giugno, va segnalata la conferma dello spettro modulare di cautele che i capi degli uffici potranno assumere, e soprattutto la previsione, già inserita nel decreto 11 dell'8 marzo, che si debba sentire l'Ordine forense del territorio, oltre che l'Autorità sanitaria regionale (per il tramite dei governatori).
Tra le possibili soluzioni colpisce il secco rinvio delle udienze fissate anche in tale periodo ad epoche successive al 30 giugno. Sarà forse inevitabile, per sfoltire l'intensità del calendario e ridurre così gli "assembramenti" anche al di fuori delle aule. Viene tradotta in dato normativo la logica delle già ricordate linee guida ministero-Cnf.
Ribaditi diversi punti introdotti col decreto sulla zona rossa di inizio marzo e richiamati poi dal Dl 11/ 2020 della settimana successiva: dal ricorso ai collegamenti in videoconferenza per la partecipazione dei detenuti "a qualsiasi udienza" alla scrupolosa selezione di quegli affari civili e penali definiti urgenti e che si continuerà a trattare anche in questi giorni, dunque per l'intero periodo che si concluderà il 15 aprile. Con affinamenti significativi.
Nel civile, oltre alle cause con minorenni, ai procedimenti di diritto familiare relativi agli alimenti, alle espulsioni di migranti irregolari e ai fascicoli ritenuti comunque indifferibili, va segnalata l'attenzione per i casi relativi a tutela, amministrazione di sostegno o interdizione: si tratta di settori in cui "l'esame diretto della persona" è irrinunciabile, ma che proprio per questo, in Tribunali come quello di Milano, sono divenuti carburante per il contagio.
Così li si continuerà a discutere anche durante la sospensione solo se sarà impossibile rimediare con "provvedimenti provvisori", e sempre che la presenza della persona da esaminare "non risulti incompatibile con le sue condizioni di età e salute". Assennata anche, nel penale, l'idea di accludere le udienze con detenuti - o in cui "è pendente la richiesta di misure detentive" - fra le indifferibili solo se gli interessati o i loro difensori "espressamente lo richiedono".
Come previsto è stato dato via libera a eseguire esclusivamente per via telematica le notificazioni e le comunicazioni in ambito penale, e sarà assicurato un contributo di 600 euro, per un massimo di 3 mesi, ai magistrati onorari. Stavolta l'intervento sui tribunali è così netto da apparire davvero definitivo.
adnkronos.com, 17 marzo 2020
Via libera al progetto da Protezione civile, si attende l'ok dell'Iss. Le lavorazioni sartoriali presenti in alcuni istituti penitenziari dove vengono impiegati i detenuti potrebbero essere immediatamente riconvertite per iniziare a produrre mascherine di tipo chirurgico in 'tessuto non tessuto' per rispondere all'emergenza sanitaria in corso.
Questo, a quanto si apprende da fonti del ministero della Giustizia, il progetto cui starebbe lavorando il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, sottoposto sabato scorso alla Protezione Civile e che ha ricevuto oggi il via libera.
Sarebbero nell'ordine delle migliaia le mascherine chirurgiche al giorno che potrebbero essere prodotte nei 25 laboratori presenti negli istituti italiani. Per poter avviare il processo produttivo, si attende ora solo l'assenso dell'Istituto Superiore di Sanità relativo ai profili certificativi delle caratteristiche di questo tipo di mascherine.
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 17 marzo 2020
Si riprende una disciplina già esistente prevista dalla legge Alfano del 2010 e si dà nuova veste fino al 30 giugno. Ma servono iniziative più coraggiose per raggiungere almeno la quota di 10mila. Banalmente il Governo ha preso atto che la prevenzione della diffusione del coronavirus in carcere non può essere fatto negli istituti sovraffollati che conosciamo.
pugliain.net, 17 marzo 2020
Nei giorni scorsi, all'indomani dei disordini all'interno delle carceri italiane, il Garante regionale dei detenuti Piero Rossi ha effettuato una visita all'interno della Casa Circondariale di Bari, sia per cercare di comprendere le motivazioni che hanno portato ai disordini, sia per recepire e comunicare all'esterno le richieste degli stessi.
"Nel corso di una visita alla Casa Circondariale di Bari, richiesta dagli stessi detenuti e svoltasi lo scorso 12 marzo 2020, abbiamo assunto l'impegno a rendere pubblica una nota, manoscritta dai detenuti ristretti all'interno della prima sezione della Casa Circondariale di Bari, è di fatto una protesta pacifica scritta, inerente al disagio carcerario da loro quotidianamente vissuto".
"I Ristretti - sottolinea Rossi - sono consapevoli del difficile momento che l'intera popolazione italiana sta vivendo a causa della diffusione del Virus Covid-19 e non intendono creare ulteriori situazioni di criticità, ma chiedono, una volta terminato questa situazione di crisi, di concentrare l'attenzione e di impegnarsi a risolvere le problematiche esistenti da decenni e che gravano sul sistema carcerario italiano".
"Condizioni che, in particolari situazioni di criticità, come le attuali, diventano insostenibili. Per questa ragione chiedono immediatamente l'osservanza delle leggi esistenti per l'accesso ai benefici a coloro i quali rientrano nei termini e nei requisiti, escludendo la discrezionalità dei giudici che potrebbe creare differenze di applicazione tra i diversi tribunali di sorveglianza italiani e le dimissioni immediate del Ministro Bonafede che non ha mai prestato la giusta attenzione a quanto, sin dall'inizio del suo mandato gli era noto".
"Successivamente al termine dell'emergenza Coronavirus, i Ristretti chiedono di affrontare in modo attento e consapevole tutte le problematiche inerenti a: sovraffollamento, sanità penitenziaria, agibilità Istituti penitenziari".
cityrumors.it, 17 marzo 2020
La creazione di un modello di reinserimento lavorativo da sottoporre ai detenuti o soggetti interessati da provvedimenti dell'autorità giudiziaria è l'obiettivo che intende raggiungere la Regione Abruzzo con la pubblicazione dell'Avviso "Reinserimento dei detenuti".
L'intervento s'inserisce nell'ambito della programmazione Por Fse 2014-2020 e rientra nell'Asse II del Programma, con l'obiettivo di favorire l'inclusione lavorativa di questa categoria di soggetti svantaggiati. La misura può contare su una dotazione finanziaria complessiva di oltre 250 mila euro; l'avviso pubblicato, in questa prima fase, è volto ad acquisire le manifestazioni d'interesse degli operatori economici per poter partecipare ad una gara ad evidenza pubblica sul Mercato elettronico della pubblica amministrazione (MePa) al fine di elaborare un progetto tecnico di reinserimento e conseguente proposta economica.
L'obiettivo principale è quello di sviluppare un modello di presa in carico dei detenuti o di altri soggetti sottoposti a misure dell'autorità giudiziaria per favorirne così il reinserimento nel contesto sociale ed economico di riferimento. Il progetto interesserà tutti gli 8 penitenziari presenti in Abruzzo: Avezzano, Chieti, L'Aquila (in regime di 41bis), Lanciano, Pescara, Sulmona (unico ad Alta sicurezza), Teramo e Vasto per un totale di circa 2000 detenuti. Il termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse scade alle ore 14 del 26 marzo.
Nella seconda fase, che verrà avviata successivamente, si attiveranno le misure di reinserimento che vanno dalla presa in carico alla formazione professionale con possibilità di qualifica, dall'assistenza e accompagnamento per lo svolgimento di tirocini extracurriculari fino alla promozione dell'inserimento lavorativo al termine del tirocinio.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 17 marzo 2020
La lettera chiede di concedere detenzione domiciliare per chi deve scontare meno di 4 anni e riduzioni di pena, perché gli istituti della regione stanno scoppiando: il rischio di contagio è altissimo e si potrebbero scatenare nuove rivolte.
Le carceri della Lombardia "versano in situazione di gravissimo collasso" ed "emergenziale mai vista prima", nella quale un focolaio di infezione sarebbe "ingestibile" dal punto di vista sanitario, favorirebbe nuove rivolte dei detenuti che "potrebbero crescere senza possibilità di contenimento", mentre il personale e gli agenti della Polizia penitenziaria sono ormai allo "spasimo".
Con una lettera ferma e accorata al ministro della giustizia Alfonso Bonafede, i presidenti dei Tribunali di sorveglianza di Milano e Brescia, che coprono l'intero territorio della regione, lanciano l'allarme e chiedono "forti interventi normativi" per alleggerire immediatamente il sovraffollamento negli istituti di pena della regione che stanno scoppiando.
"Nonostante il massimo impegno" di tutti gli operatori, che i presidenti Giovanna Di Rosa (Milano) e Monica Lazzaroni (Brescia) definiscono "eroi", "la diffusione del virus all'interno degli istituti costituisce una situazione altamente depotenziante la possibilità di controllo degli stessi", che potrebbe far scoppiare nuove proteste dopo quelle "contenute" dei giorni scorsi che hanno devastato alcuni reparti ma che hanno "riguardato 1270 detenuti su un totale di 8.500 circa (per una capienza di 6.200,ndr.)" e, generalmente, solo tra coloro che non erano sottoposti a programmi trattamentali.
I pericoli di contagio sono "costantemente presenti e attualmente stanno producendo i loro tragici frutti, a causa della diffusione del morbo e dei dati che sono rassegnati quotidianamente anche alla sua attenzione", scrivono a Bonafede.
L'impegno enorme dei magistrati di sorveglianza per valutare e concedere le misure alternative al carcere a coloro che ne hanno diritto, in modo da ridurre il sovraffollamento delle celle e contenere il rischio di contagio "purtroppo prevedibile", non è sufficiente di fronte a norme prevedono una "tempistica non adeguata alla situazione di assoluta emergenza che la Lombardia sta vivendo". Di Rosa e Lazzaroni denunciano anche le condizioni degli agenti di polizia penitenziaria "sfiniti da turni senza riposo ed esposti al rischio di contagio, là dove non già e consistentemente colpiti dalla malattia".
Non è migliore la situazione dei Tribunali di sorveglianza che "lavorano in uno stato di guerra" e sono al "collasso" per svolgere le udienze via skype ed evitare il pericolo di contagio durante le traduzioni. Per "fronteggiare l'emergenza", basterebbero poche, precise norme applicabili senza l'intervento dei giudici di sorveglianza: detenzione domiciliare "per coloro che hanno pena anche residua inferiore ai 4 anni"; riduzione di pena di 75 giorni ogni sei mesi scontati in buona condotta; licenza speciale di 75 giorni ai semi liberi.
"Si tratterebbe ovviamente di provvedimenti destinati a coloro che non hanno partecipato alle note rivolte e che hanno tenuto nel corso della detenzione regolare condotta", puntualizzano subito i due magistrati. Senza questi interventi, avvertono, "non è possibile fronteggiare l'emergenza così drammaticamente insorta: il virus corre più veloce di qualunque decisione che, alle condizioni date, è certo perverrebbe fuori tempo massimo", perché "la Lombardia versa in una situazione che non è possibile assimilare al resto d'Italia, per la sua gravità, ma può costituire il dato esperienziale per evitare che il morbo si propaghi al resto d'Italia", scrivono ancora Di Rosa e Lazzaroni, che invitano il Guardasigilli a visitare le carceri della regione per rendersi conto di persona di quello che sta succedendo.
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