di Alberto Negri
Il Manifesto, 18 marzo 2020
Zar, raìs e regimi autocratici giocano duro con il virus. Dalla Siria alla Libia, dall'Iraq allo Yemen. Per Putin e i suoi alleati è arrivata la tempesta perfetta: pandemia, guerre vere, battaglia sul petrolio e mercati occidentali in malora. Dovremo imparare a raccontare "Barzellette per miliziani", titolo di un libro assai ironico e illuminante dello scrittore e giornalista libanese Mazen Maarouf. Sono i miliziani, come avviene da decenni, i co-protagonisti irrinunciabili delle partite belliche e geopolitiche che si giocano dalla Siria alla Libia, dall'Iraq allo Yemen. Per Putin e i suoi alleati è arrivata la tempesta perfetta: pandemia, guerre vere, battaglia sul petrolio e mercati occidentali in malora.
Una partita dura e quelli che la giocano senza rendere conto a nessuno sono zar, raìs e regimi autocratici. Dall'Algeria all'Egitto, dall'Iraq al Sudan, sono in corso le scosse di assestamento delle primavere arabe e il coronavirus indebolisce le opposizioni che vorrebbero la riforma o lo smantellamento dei poteri in carica.
Mohammed bin Salman, il principe assassino mandante dell'omicidio Khashoggi, a Riad ne ha approfittato per far fuori altri membri della corona e 300 funzionari che non gli versavano le tangenti: chiaro il messaggio del maggiore acquirente di armi occidentali. Putin, in vista del referendum costituzionale di aprile per incoronarlo zar a vita, "vede" intanto il traguardo di rafforzare la sua presenza nel Mediterraneo, a colpi di basi militari, gas e petrolio sostenuti da una diplomazia cinica e realistica.
Una fase favorevole anche a Pechino la cui presenza in Italia è già vista in Usa ma anche a Bruxelles come un golpe medicale: "Oggi le mascherine, domani Huawei" dichiara il politologo Ian Bremmer su Formiche, punta di lancia nostrana dell'atlantismo duro e puro. Pechino proverà a giocare il ruolo di investitore in titoli di Stato e asset strategici dei Paesi europei piegati dal coronavirus. È nel nuovo ordine delle cose.
Si combatte per accaparrarsi quote di mercato e quote di Mediterraneo mentre restano le sanzioni americane all'Iran ed europee a Damasco e gli Usa si disputano la loro presenza militare in Iraq a colpi di missili e droni: questa è la "guerra di Soleimani", cominciata il 3 gennaio scorso con l'uccisione del generale iraniano a Baghdad. Come conseguenza gli Usa hanno appena deciso di ritirarsi da tre basi irachene su otto: Al Qaim, Kirkuk e il Qayara Airfield. Mentre l'Iran, triturato dalle sanzioni e ora dalla pandemia, si sta giocando, per la prima volta dagli anni Sessanta la carta dei prestiti del Fondo monetario: se andrà in porto sarà una "normalizzazione" della repubblica islamica ma non la sua fine.
La Cina continuerà a sostenere Teheran, anello strategico della Via della Seta. Per Trump, nell'anno elettorale, si profilano forse guai maggiori che per gli ayatollah.
Dei profughi, a milioni in situazioni disperate, ormai si interessano soltanto quelli che li manovrano, da Erdogan ad Assad, a Putin: gli stessi europei sotto sotto pensano cinicamente che il Coronavirus sistemerà da solo la questione. Ma il lacerante appello dell'Unhcr riportato domenica dal manifesto nell'articolo di Chiara Cruciati ci dice che non basterà chiuderci in casa. Busseranno, insieme agli altri, alla nostra porta.
Quando l'Europa si rialzerà dal ventilatore della sopravvivenza da coronavirus e dalla crisi economica troverà un panorama dove non controllerà più i processi in corso. Mentre qui chiudono le frontiere, in Medio Oriente e sulla Sponda Sud a viaggiare freneticamente - pure a confini chiusi - sono rimasti eserciti e miliziani, di vecchio e di nuovo conio. Dalla Siria alla Libia si profila un asse Russia-Assad- Egitto, che comprende anche Iran e Hezbollah, per ostacolare la penetrazione turca nel Mediterraneo. Il capo dei servizi egiziani, generale Abbas Kamel, si è recato a Damasco per incontrare il suo omologo siriano Ali Mamluk per contrastare l'influenza turca nel Mediterraneo orientale e in Libia. L'Incontro, certo non il primo, è avvenuto prima che Putin raggiungesse un fragile accordo con Erdogan su Idlib. Assad per negoziare con Erdogan sul Nord della Siria vuole avere dalla parte il mondo arabo, persino le ostili monarchie del Golfo. Ecco la manovra. Al Sisi, con Emirati e Arabia Saudita, sostiene le truppe di Khalifa Haftar e Assad, alleato della Russia, ha stabilito relazioni diplomatiche formali con il governo di Tobruk contro quello di Tripoli di Sarraj, tenuto in vita dalla Turchia.
E non basta. Russia e Hezbollah libanesi, vicini all'Iran, hanno cominciato a reclutare "civili" siriani da inviare a sostegno di Haftar. In Siria sono stati aperti dal governo e dai russi centri di reclutamento di nuovi miliziani da inviare a Haftar. Alla mobilitazione partecipa anche Hezbollah. Del resto la Turchia ha inviato altri mercenari dal nord della Siria a Tripoli e Misurata: milizie jihadiste filo-turche della regione siriana di Idlib e a nord di Aleppo, cui si aggiungono centinaia di consiglieri militari turchi. La "guerra dei vasi comunicanti", tra Siria, Libia, Iraq, continua anche con il virus: tenetevi pronti perché anche noi tra un po' dovremo sapere raccontare barzellette ai miliziani del nuovo ordine sotto casa.
torinoggi.it, 18 marzo 2020
"Soprattutto adesso, dopo che è giunta la notizia di un primo caso di contagio da coronavirus nel carcere di Voghera: inevitabilmente, altri ne seguiranno", sottolinea Bruno Mellano. Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte Bruno Mellano, insieme al Coordinamento regionale dei Garanti comunali piemontesi delle persone detenute o private della libertà, intendono esprimere pubblicamente la propria preoccupazione per la fase attuale che vive la comunità penitenziaria italiana, e quella piemontese nello specifico.
Sono urgenti interventi straordinari per far diminuire la presenza di detenuti nelle carceri del Piemonte: in questi minuti arriva la notizia di un primo caso di contagio nel carcere di Voghera e, inevitabilmente, altri ne seguiranno.
Una comunità che conta in Piemonte circa 4.600 detenuti nelle 13 carceri per adulti e un istituto penale per minori con una capienza effettiva complessiva di solo 3.700 posti, con oltre 3.000 agenti di polizia penitenziaria e circa 500 operatori dei vari settori, rappresenta una situazione solo parzialmente protetta: i detenuti e gli agenti in primis ne sono consapevoli.
Le condizioni di vivibilità negli ambienti insalubri, ristretti e chiusi delle nostre carceri sono ordinariamente precarie, ora con il rischio contagio in un contesto di sovraffollamento grave si rivelano tutte le vulnerabilità del sistema: impossibile pensare che nei nostri penitenziari si possano mettere in atto misure di distanziamento sociale o di prevenzione richieste per l'esterno. La sfida finora è stata prevalentemente quella di bloccare all'ingresso ogni possibile fonte di contagio per un mondo chiuso, ma permeabile alla società esterna: le decisioni messe in campo hanno inciso pesantemente sul versante della popolazione detenuta, ma rimane aperta la sponda degli operatori che garantiscono il funzionamento della macchina detentiva.
Noi non possiamo che auspicare che il contesto sia ben presidiato e in questi giorni abbiamo continuato a segnalare situazioni e problematiche emergenti allo sguardo dell'osservatore esterno quale è un garante. Abbiamo sollecitato e richiesto un'efficace ed efficiente presa in carico della situazione da parte dell'Assessorato alla Sanità e poi dell'Unità di Crisi, ben consapevoli che l'Amministrazione penitenziaria e i singoli direttori (dove presenti) non potessero e dovessero fare da soli.
Ora lanciamo un pubblico appello alla Magistratura giudicante e di sorveglianza affinché possano - nell'immediato - affrontare di petto la situazione: nessun istituto penitenziario piemontese ha, ad oggi, gli spazi fisici né i posti letto separati necessari per gestire in sicurezza numeri significativi di casi di sospetti contagi o tanto meno numeri rilevanti di casi positivi asintomatici o nelle fasi lievi o iniziali. Si tratta certo di pensare a piani straordinari dal punto di vista organizzativo delle carceri, ma in questi giorni abbiamo dovuto registrare l'arrivo di decine di detenuti sfollati da altri istituti danneggiati dalle rivolte e questo ha vanificato in molti casi gli sforzi riorganizzativi messi in campo per ricavare spazi e zone di isolamento.
Diventa dunque di impellente urgenza un intervento straordinario della Magistratura, in particolare quella di sorveglianza, volto all'immediato deflazionamento della presenza in carcere, in linea con le previsioni del decreto-legge "Cura Italia".
Il Governo ha infatti previsto misure innovative o deroghe ai vincoli per permettere maggior celerità e maggior ampiezza di intervento.
Si calcola che l'effetto delle nuove misure possa essere alquanto contenuto, ma si spera possa rappresentare l'inizio di un percorso: il Garante nazionale segnala che il numero complessivo di coloro che devono scontare una pena fino a sei mesi, senza altre pendenze, è oggi pari a 3.785, mentre il complessivo numero di coloro che devono scontare una pena o un residuo pena fino a un anno sale a 8.629. Come Garanti territoriali sottolineiamo che nell'ordinamento italiano sono già presenti norme e strumenti giuridici di esecuzione penale alternativi alla reclusione e che l'emergenza ne esiga la più veloce attivazione.
Indubbiamente un ruolo decisivo - anche in questo frangente - avranno le valutazioni del singolo magistrato in merito alla reale dimensione della problematica attuale e soprattutto di quello che si rischia di dover affrontare nei prossimi giorni.
Pur nella consapevolezza della difficoltà di lavorare in questa emergenza, riteniamo nostro imprescindibile dovere ricordare che la situazione attuale - per come noi la conosciamo dall'interno delle varie comunità penitenziarie piemontesi - esige di affrontare con occhi e metri diversi i casi che giungono all'attenzione del Magistrato. Su questa emergenza l'impegno dei Garanti, come quello degli Avvocati e dell'Amministrazione Penitenziaria deve essere al fianco della Magistratura, filtro necessario di ogni provvedimento deflattivo del carcere, per cercare di garantire tempi certi e necessariamente celeri.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 18 marzo 2020
La cifra di per sé è modesta ma ha un alto valore simbolico. Parliamo dei 110 euro, raccolti attraverso una donazione dalle 71 donne del carcere femminile della Giudecca, destinati al reparto di terapia Intensiva dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre, una delle strutture in prima linea nella lotta al Coronavirus in Veneto. L'iniziativa è arrivata a conclusione di una settimana caratterizzata da disordini e violenze nelle carceri italiane. Rivolte che non hanno riguardato l'istituto veneziano dove la protesta - pur sentita, contro il sovraffollamento e determinata in primo luogo dal timore di una diffusione all'interno del carcere del Covid-19 - si è espressa in maniera pacifica.
La raccolta nasce dalla volontà di contribuire alla lotta contro il Coronavirus anche in quanto cittadine, come le detenute stesse hanno voluto sottolineare nella lettera che ha accompagnato la donazione: "Siamo le donne che ai vostri occhi fanno parte dell'ultimo ceto sociale, donne che hanno sbagliato ma stanno anche pagando per i loro errori, donne che lì fuori, come tutti voi, hanno una famiglia". Dall'istituto veneziano è arrivata nei giorni scorsi anche la notizia di un'altra risposta pensata per fronteggiare la situazione emergenziale in atto.
La Cooperativa Rio Terà dei Pensieri, realtà storica degli Istituti veneziani con i suoi laboratori artigianali, officinali e cosmetici, ha riconvertito parte della produzione di saponi, destinata alle catene alberghiere, a gel igienizzante per le mani.
Un prodotto specifico realizzato con componenti e dosi bilanciate dal chimico del laboratorio di cosmesi della Giudecca. In tutto 400 flaconcini, di cui metà destinata alla vendita e metà donata alle carceri e agli Uffici di Esecuzione Penale del territorio.
Anche le detenute di Pozzuoli hanno voluto inviare un messaggio di incoraggiamento a tutti i cittadini e a chi è in prima linea nella lotta contro il virus realizzando un lenzuolo con l'arcobaleno e lo slogan "Andrà tutto bene", affisso all'esterno del carcere. I detenuti del Pagliarelli di Palermo, dove è tuttora in corso una protesta pacifica, rispondono invece alla campagna di sensibilizzazione lanciata dall'Avis rendendosi disponibili a effettuare donazioni di sangue.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 18 marzo 2020
Inarrestabile, incurante di ogni prescrizione, la folla di mogli, sorelle, genitori e affini dei detenuti di Poggioreale continua a sfidare le regole anti-contagio. Una nuova calca, ieri, sotto le mura del carcere-lager di Poggioreale. Al di là delle condivisibili, legittime preoccupazioni di chi ha un parente al di là delle sbarre, resta da denunciare lo stato di incomprensibile promiscuità nelle file che descrivono un lato della paura.
Più delle parole, e al di là di ogni commento, a parlare sono le immagini, le foto diffuse dal consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli. "I familiari dei detenuti di Poggioreale non si arrendono - denuncia - e continuano a svolgere assembramenti inscenando proteste improvvisate. I parenti dei detenuti della Casa Circondariale di Poggioreale si sono nuovamente riuniti intorno all'ingresso principale del carcere, in via Nuova Poggioreale, nonostante l'ordinanza che vieta di uscire di casa e di dare vita ad assembramenti.
Con la scusa delle consegne dei pacchi hanno anche inscenato una protesta chiedendo la libertà e l'indulto per i loro familiari agli arresti". Sia chiaro: legittimi tutti i timori legati ad una potenziale diffusione del Covid 19 all'interno delle carceri. Ma serve senso di responsabilità, anche da parte di chi poi - dopo aver portato ai propri cari, che sono reclusi - i generi di prima necessità.
Diversi cittadini hanno segnalato l'episodio al consigliere Borrelli e al conduttore radiofonico Gianni Simioli alla trasmissione "La Radiazza" in onda su Radio Marte, raccontando come siano stati aggrediti dai familiari dei detenuti, attraverso il lancio di oggetti vari, quando gli si è stato chiesto di rispettare le distanze di sicurezza per evitare contatti ed il diffondersi dell'epidemia. "I familiari dei carcerati di Poggioreale dimostrano ancora una volta di voler essere al di sopra delle regole e delle leggi - dichiara Borrelli.
Non solo, in barba ai decreti di sicurezza per il Coronavirus, si sono riuniti dando vita ad un pericoloso assembramento di persone, ma hanno pure aggredito chi ha chiesto loro di rispettare le ordinanze, scaraventando oggetti contro i balconi dei residenti che chiedevano a questi soggetti di rispettare almeno le distanze di sicurezza.
Sono degli irresponsabili che mettono in pericolo l'intera popolazione con il loro modo sconsiderato di agire, vanno fermati e devono essere puniti. Per questo li abbiamo segnalati alla Questura". Il Sappe, dal canto suo, denuncia le condizioni di perniciosa promiscuità che deriverebbero dalle condizioni nelle quali gli agenti della Penitenziaria sono costretti alla mensa del carcere di Secondigliano.
blogsicilia.it, 18 marzo 2020
Visita in carcere, nel penitenziario di Siracusa, del garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune, Giovanni Villari. È il primo sopralluogo dopo i disordini di martedì scorso per verificare le condizioni dell'istituto. "I segni della devastazione - spiega Villari - sono ancora molto evidenti, sebbene si sia provveduto a rimuovere buona parte delle macerie e degli arredi distrutti.
La cucina centrale, barbaramente danneggiata insieme alla dispensa, è stata in parte ripristinata, anche grazie al lavoro volontario di alcuni detenuti siracusani abili nel mestiere di muratore e imbianchino, e funziona quasi a pieno ritmo per la preparazione dei pasti.
Alcuni ambienti risultano ancora inagibili, pertanto i detenuti sono stati ulteriormente allocati in celle di per sé già molto piccole. Due delle sezioni coinvolte nella rivolta del "Blocco 50" sono state completamente evacuate. I responsabili dei gravi atti vandalici sono stati individuati, denunciati e trasferiti in altre carceri, come tutti gli ospiti delle sezioni stesse".
In merito alla rivolta il garante del Comune di Siracusa precisa. "Non tutti i detenuti hanno però preso parte alla devastazione violenta e al tentativo di evasione, scongiurato dall'intervento della polizia penitenziaria. Diversi tra loro, pur nella foga della rivolta, si sono astenuti dagli atti vandalici e distinti dagli altri. La direzione si è premurata di igienizzare le aree di percorso comuni, quali corridoi, sale per la socialità, cortili e rotonde da cui si accede alle sezioni. Si attendono ulteriori presidi sanitari, quali soluzioni igienizzanti e prodotti specifici".
Secondo il garante ci sono altre emergenze. "Come dal primo giorno - spiega - di emergenza, le chiamate ai familiari continuano ad essere quotidiane per tutti, ma anche in questo caso l'assenza di prodotti adatti per igienizzare le postazioni telefoniche e gli apparecchi di volta in volta mancano, tanto che ciascun detenuto provvede in proprio come può.
Si segnala, con rammarico, che attualmente nessun presidio sanitario di protezione è stato fornito al personale amministrativo e ai funzionari giuridico-pedagogici che operano all'interno
dell'Istituto e ciò perché le scorte promesse a tutti gli istituti non sono state sufficienti a coprire il totale fabbisogno"
zerottonove.it, 18 marzo 2020
Sono 24 i detenuti che, dal carcere di Fuorni, Salerno saranno trasferiti dopo le sommosse avvenute lo scorso 7 marzo, in carceri fuori regione. Questo è il primo dei provvedimenti adottati contro i 150 detenuti che hanno messo a soqquadro la struttura penitenziaria salendo sul tetto e distruggendo alcune zone. La causa di questa sommossa è stata la chiusura dei colloqui settimanali per contenere il contagio del Coronavirus.
Il divieto del colloquio, come scrive La Città, ha portato dei tumulti fin dalla mattina del 7 marzo che sono poi continuati fino a sfociare in una vera e propria guerriglia nel pomeriggio. I detenuti della prima sezione hanno cercato di ricavare delle armi rudimentali ricavate dai piedi delle brande e hanno distrutto tutto ciò che si trovavano davanti fino a riuscire a salire sul tetto della struttura. Durante la sommossa è rimasta ferita la direttrice della struttura che aveva cercato, inutilmente, di placare la rivolta. In tutta risposta i detenuti hanno utilizzato gli idranti per "eliminare" chiunque provava a mettere fine alla situazione. Solo dopo numerose ore di trattative, alcuni detenuti hanno deciso di fermare la sommossa e tornare volontariamente alle proprie celle.
di Daniela Manzitti
Gazzetta del Mezzogiorno, 18 marzo 2020
Sono la madre di un ragazzo detenuto a Melfi. Sono alquanto basita e amareggiata nel constatare che, una categoria così fragile, come quella dei detenuti, sia completamente abbandonata a sé stessa. Si sono accesi i riflettori solo nei giorni delle rivolte, diffondendo tra i cittadini "onesti", una sorta di odio nei confronti della popolazione carceraria. Le rivolte hanno avuto motivo d'esserci, è inutile dire che dovevano protestare pacificamente! Non sono mai stati ascoltati in tempo di pace, figuriamoci in tempo di guerra!
È anche ingiusto fare di tutta l'erba un fascio identificandoli tutti come i facinorosi di Foggia. Le dico una cosa: gli evasi sarebbero potuti essere molti di più, ma davvero molti, invece la maggior parte di loro sono rimasti al proprio posto, consapevoli di doverlo fare!
E sono convinta che, quei pochi che sono evasi hanno avuto e avranno a che fare con il disappunto degli altri detenuti sui quali è ricaduta la responsabilità! Siamo abituati a leggere articoli dove si evidenzia il coraggio e il vittimismo delle guardie penitenziarie, che sicuramente svolgono il loro compito con impegno e professionalità (non tutti), ma è così difficile spezzare una lancia a favore dei detenuti, molti dei quali sono rassegnati e consapevoli di dover pagare il loro conto alla giustizia.
La invito pertanto a leggere un'intervista fatta ad una psicologa che si è trovata di turno a Melfi, nel momento della rivolta. L'ho appena letta e non mi giungeva cosa nuova: ho sentito telefonicamente mio figlio qualche giorno dopo l'evento, e mi spiegò esattamente come erano andati i fatti (ma erano solo le parole di un ragazzo detenuto). Quindi, questa intervista resa pubblica, mi ha confermato che i fatti non erano andati come descritto da decine di quotidiani, ovvero con la furia e la violenza dei detenuti, il sequestro di guardie e personale sanitario, ma piuttosto come lui me li aveva raccontati.
Questo mi ha fatto quasi inorgoglire, perché sapevo che mio figlio non avrebbe mai potuto fare del male a qualcuno (specialmente in un ambiente come quello dove vige, al contrario di quello che si possa credere, rispetto tra detenuti e guardie e viceversa) né lui né altri che si trovano lì per espiare le proprie colpe con consapevolezza e rassegnazione. Ho scritto una lettera al Ministro Bonafede che, sinceramente non si sta dimostrando all'altezza della situazione.
di Luca Natile
Gazzetta del Mezzogiorno, 18 marzo 2020
S'indaga sui disordini all'interno della Casa circondariale e sulle manifestazioni fuori dal carcere dell'8 e 9 marzo. Dentro prove tecniche di rivolta, fuori il presidio non autorizzato di moglie, madri, figlie e fidanzate dei detenuti, i volti coperti da mascherine respiratorie, affiancate dagli attivisti dei centri sociali.
Dentro la Casa circondariale "Francesco Rucci" i loro mariti, figli, fidanzati accendevano falò con indumenti e coperte al grido "Libertà, libertà". Per strada le loro famiglie urlavano a gran voce "Amnistia, amnistia", mostrando striscioni a tema unico "Mettetevi le mascherine sulla coscienza", "Il detenuto è uno di noi. Non lo lasceremo solo" e "Domiciliari, indulto e amnistia per tutti i reclusi. Tutti liberi".
Al rullo di tamburo suonato fuori dalle mura, i carcerati hanno risposto a tempo battendo oggetti sulle grate, alle quali alcuni hanno tentato di arrampicarsi. E poi urla, invocazioni, saluti scambi di commenti ad alta voce. In una sezione alcune decine di detenuti, tutti o quasi legati alla stessa famiglia malavitosa, si sono rifiutati di rientrare nelle celle. Dentro la mobilitazione delle guardie carcerarie in tenuto antisommossa. Fuori il traffico bloccato lungo via Papa Giovanni XXIII, tra corso Alcide De Gasperi e via Giulio Petroni.
La protesta "#fatelitornareacasa", inscenata 1'8 marzo, giorno della festa della donna, e il 9, non è rimasta una parentesi folcloristica. I detenuti, "considerata l'emergenza causata dalla pandemia Covi- 19" hanno affidato al loro garante regionale Piero Rossi, una lettera destinata al presidente della Repubblica e al ministro della Giustizia, chiedendo "il riconoscimento dei benefici di legge a coloro che rientrano nei termini e nei requisiti, escludendo la discrezionalità dei giudici che potrebbero creare differenze di applicazione tra i diversi tribunale di sorveglianza".
Gli agenti della polizia giudiziaria della Polizia Penitenziaria, per quando accaduto tra le pareti blindate della casa circondariale e gli investigatori della Squadra mobile e della divisione investigazioni generali e operazioni speciali (Digos) della Questura, per la manifestazione in strada hanno invece aperto due distinti fascicoli di indagine.
Su entrambe le inchieste viene mantenuto il riserbo. Fonti attendibili riferiscono che all'interno del carcere la protesta sia stata inscenata dai più giovani, rinchiusi, come abbiamo già detto nella sezione che raduna i detenuti imputati per processi che hanno toccato la famiglia mafiosa degli Strisciuglio o che comunque sono vicini ed organici a quel clan.
Presi dall'eccitazione, trascinati dalla foga, a quanto pare, non hanno dato ascolto ai consigli dei più anziani i quali non si sarebbero uniti alla protesta, mantenendosi nelle retrovie. Fuori dalle mura, invece nell'informativa di reato che i detective della Squadra Mobile e della Digos hanno già inviato alla Procura della Repubblica, ipotizzando una serie di violazioni.
La prima al testo unico che contiene le leggi sulla pubblica sicurezza, il quale prevede espressamente, in caso di manifestazioni l'obbligo di preavvisare il questore che è la massima autorità per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica. Il secondo reato contestato è quello relativo al blocco stradale, reintrodotto dal decreto sicurezza 2018 che prevede la reclusione da 1 a 6 anni per chi ostruisce o ingombra una strada.
Infine, limitatamente al secondo giorno di proteste, il 9 marzo, (data in cui la "zona rossa" è stata estesa a tutta Italia), l'informativa ipotizzata la violazione delle prescrizioni del Decreto governativo finalizzate al contenimento e alla gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19. Gli investigatori stanno ultimando di analizzare i filmati della protesta. Hanno già identificato e identificato una parte di coloro che vi hanno partecipato. Tra questi, insieme ai parenti dei detenuti, anche una decina di militanti dei centri sociali. Tutti i nomi verranno comunicato all'autorità giudiziaria nelle prossime ore.
di Mario Consani
Il Giorno, 18 marzo 2020
"Velocizzare le misure alternative a chi ne ha diritto". Una "task-force" di addetti ai lavori per alleggerire il sovraffollamento delle carceri lombarde, applicando le norme in vigore e nel rispetto della sicurezza dei cittadini. Di fatto, l'avvio di una ricognizione su larga scala delle posizioni dei quasi 9mila detenuti nei diversi Istituti di pena in regione, che consenta di individuare tutti quelli che potrebbero usufruire delle diverse misure alternative al carcere.
È un tavolo virtuale quello che ha riunito ieri via Skype i presidenti dei due Tribunali di sorveglianza di Milano e di Brescia, il Provveditorato regionale alle carceri, i direttori delle Case di reclusione, i Garanti dei diritti dei detenuti e una rappresentanza del volontariato più impegnato nei diversi Istituti penitenziari.
Entro una settimana l'impegno a riconvocarsi con un quadro più preciso della situazione, in questo modo si saprà presto quanti sono, per esempio, i detenuti tossico-dipendenti con pena sotto i sei anni che, come prevede la legge, potrebbero aver diritto all'affidamento terapeutico in comunità. Quanti gli ultra-settantenni che potrebbero andare ai domiciliari, quanti quelli con pena residua tale da poter garantire loro l'affidamento ai servizi sociali o la detenzione tra le mura.
Tutte situazioni già previste dalla legge, naturalmente, ma che in troppi casi non vanno a buon fine per problemi pratici legati alla difficoltà di trovare comunità terapeutiche disponibili, alloggi per chi non ha casa dove scontare il residuo della pena o un lavoro per chi non l'ha mai avuto.
Tutti intoppi che nell'intenzione del tavolo convocato ieri dai presidenti della Sorveglianza, Giovanna Di Rosa (Milano) e Monica Lazzaroni (Brescia) verrebbero presi di petto e affrontati nel più breve tempo possibile proprio in considerazione dell'emergenza sanitaria a fronte del sovraffollamento delle celle.
È facile, infatti, immaginare quale potrebbe essere, in quelle condizioni, l'escalation di un contagio da Coronavirus. Ben oltre il migliaio dovrebbero essere i casi di detenuti nel complesso (ma forse molti di più), che se venissero trattati regolarmente, ma con tempi accelerati rispetto all'ordinario potrebbero dare un po' di respiro a una condizione come quella esistente che - è il caso di ricordarlo - in Lombardia vedeva a fine febbraio 2020 (dati ministeriali) 8.720 detenuti per 6.199 posti letto, con un tasso di sovraffollamento del 140 per cento, doppio rispetto a quello nazionale.
Nei giorni scorsi, peraltro, i due presidenti Di Rosa e Lazzaroni avevano già inviato al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede una lettera in cui suggerivano anche delle modifiche legislative per "fronteggiare l'emergenza", per esempio, la detenzione domiciliare "per coloro che hanno pena anche residua inferiore ai 4 anni" (la riduzione di pena di 75 giorni ogni sei mesi scontati in buona condotta) e/o "una licenza speciale di 75 giorni ai semi liberi".
A scanso di equivoci, i due magistrati ricordavano che "si tratterebbe ovviamente di provvedimenti destinati a coloro che non hanno partecipato alle note rivolte e che hanno tenuto nel corso della detenzione regolare condotta".
Il Tirreno, 18 marzo 2020
Il corpo senza vita dell'uomo di 54 anni è stato trovato domenica in una delle celle del penitenziario elbano. Una tragedia si è consumata nel carcere di Porto Azzurro. Un detenuto toscano di 54 anni si è tolto la vita nella sua cella. Sono stati gli agenti della polizia penitenziaria a trovare il corpo senza vita dell'uomo, la mattina di domenica. Hanno provato a prestare soccorso al detenuto ma, purtroppo, non c'è stato niente da fare.
La direzione della casa di reclusione di Porto Azzurro ha informato immediatamente l'autorità giudiziaria livornese su quanto accaduto all'interno del penitenziario elbano. Alla base del gesto del detenuto, che era recluso da alcuni anni nella struttura carceraria dell'isola d'Elba e aveva quasi finito di scontare la sua pena, ci sarebbero motivi familiari e personali. Il gesto non sarebbe in alcun modo collegato alle ultime tensioni vissute nelle carceri del paese, nate nel pieno dell'emergenza per il coronavirus.
Il cinquantaquattrenne, secondo quanto raccolto, si sarebbe tolto la vita inalando il gas di una bomboletta in dotazione per scaldare cibi e bevande. La mattina di domenica, durante i controlli di routine svolti dal personale del carcere, si è concretizzata la tragedia, che ha coinvolto la comunità carceraria di Forte San Giacomo. La salma del detenuto di 54 anni è stata trasferita a Portoferraio dal personale dell'impresa funebre Fuligni e da domenica mattina è all'obitorio dell'ospedale di Portoferraio, già a disposizione dei familiari, in attesa del trasferimento nella sua città di origine.
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