cityrumors.it, 19 marzo 2020
C'è anche un detenuto nel carcere di San Vittore tra i contagiati dal Covid-19. Si tratta di un ragazzo di 19 anni, nato in Ghana, ricoverato all'ospedale Niguarda per gli effetti del virus. "Ha contratto l'infezione all'esterno dell'istituto dove non è presente dallo scorso dicembre", dice Giacinto Siciliano, direttore del carcere.
Altri casi si sono già succeduti nei giorni scorsi sia nel carcere di Pavia che in quello di Voghera, della stessa provincia. Un altro caso era stato invece riscontrato a Sant'Anna di Modena prima che scoppiasse la rivolta a causa della quale sono morte nove persone. Altro motivo di discussione arriva dalla denuncia presentata da Francesco Maisto, garante dei detenuti del Comune di Milano, alla Procura per possibili maltrattamenti all'interno delle strutture carcerarie. "Ho ricevuto attraverso diverse vie di comunicazione informazioni su presunti maltrattamenti a Opera nel pomeriggio del 9 marzo scorso, rispetto ai quali ho chiesto l'attenzione della Procura perché ne accerti la veridicità e la consistenza, nonché al locale magistrato di Sorveglianza che ha effettuato due ispezioni".
Il Messaggero, 19 marzo 2020
Dopo la protesta praticamente sincronizzata dei detenuti nelle carceri di tutta l'Italia, contro le restrizioni imposte dal governo sulle visite dei familiari e sui permessi premio per fronteggiare l'emergenza Coronavirus, si moltiplicano le inchieste dal Nord al Sud d'Italia. A Milano, dopo il primo fascicolo aperto nei giorni scorsi per i tafferugli e le devastazioni all'interno del carcere di San Vittore, gli inquirenti hanno deciso di aprire una seconda indagine per i disordini avvenuti lo scorso 9 marzo nel carcere di Opera. Al pm Alberto Nobili, capo del pool antiterrorismo, verranno a breve consegnati i video delle telecamere di sorveglianza della struttura. I reati ipotizzati dai magistrati vanno dalla devastazione alla resistenza a pubblico ufficiale, dal saccheggio alle lesioni.
Nel fascicolo del pm Nobili verrà anche approfondita la questione di presunti maltrattamenti, denunciata nel comunicato diffuso da Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private di libertà personale del Comune di Milano. Da quanto è stato riferito, i pm valuteranno se durante i disordini si siano verificati nel carcere di Opera episodi di violenza o reazioni esagerate da parte degli agenti di polizia penitenziaria, in risposta ai tafferugli.
La Stampa, 19 marzo 2020
Indagine conoscitiva dopo la segnalazione del garante. Cosa è successo nel carcere di massima sicurezza di Opera durante la protesta dei detenuti del 9 marzo scorso? È quello che vuole accertare la procura di Milano che ha aperto un fascicolo a seguito della denuncia di maltrattamenti ai carcerati da parte del garante dei detenuti di Milano, Francesco Maisto. L'indagine, conoscitiva, è seguita dal pm Alberto Nobili. "Ho ricevuto attraverso diverse vie di comunicazione informazioni su presunti maltrattamenti a Opera nel pomeriggio del 9 marzo scorso - ha spiegato Maisto - Per questo ho chiesto l'attenzione della Procura perché ne accerti la veridicità e la consistenza, nonché al locale magistrato di Sorveglianza che ha effettuato due ispezioni".
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 19 marzo 2020
"L'emergenza coronavirus ha fatto esplodere i gravi problemi della giustizia e le annose difficoltà di funzionamento degli uffici giudiziari, incidendo su un sistema già debole. Sono poco fiducioso per il futuro".
È un'analisi dai toni preoccupati quella tratteggiata dal presidente della Camera penale veneziana, l'associazione che riunisce gli avvocati penalisti della provincia di Venezia. "C'è un clima di prostrazione e frustrazione a livello generale ma, nel settore giudiziario, la situazione se possibile è ancor peggiore", sentenzia Renzo Fogliata, facendo innanzitutto riferimento all'enorme confusione vissuta bei palazzi di Giustizia di tutto il Paese nelle prime settimane di allarme, quando le udienze proseguivano nel caos tra scuole chiuse e gran parte degli altri servizi sospesi.
"Come penalisti siamo dispiaciuti per aver dovuto lottare per ottenere la dovuta sospensione delle udienze, che proseguivano a causa di un rimpallo di responsabilità e della mancata decisione del ministero - spiega il presidente della Camera penale - Per due settimane gli avvocati sono stati costretti a lavorare in modo non dignitoso, e con loro magistrati e cancellieri, mettendo a repentaglio la vita di molte famiglie e dell'intera comunità locale".
Poi finalmente è arrivato il decreto che ha sancito il blocco dell'attività giudiziaria, inizialmente fino al 22 marzo, e poi prorogata al prossimo 15 aprile. "Ma questa doverosa decisione ha creato nuovi profili di confusione. Non è chiaro, infatti, quali termini siano stati sospesi: quelli relativi a tutti i procedimenti in corso, o soltanto quelli dei procedimenti che vengono rinviati durante il periodo di sospensione dell'attività.
Dalla lettura della norma si tratta dei secondi, mentre l'interpretazione del ministero precisa che i termini sono tutti sospesi: ma come possono gli avvocati basarsi su un'interpretazione, con il rischio di decadere da ricorsi e impugnazioni? Il risultato è che, nell'incertezza, si continua a lavorare: una follia!".
Ma non è l'unica. In molti uffici giudiziari penali, a causa della carenza di personale non accettano gli atti notificati via Pec, la posta elettronica certificata, e così i legali sono costretti a recarsi di persona al palazzo di giustizia, sfidando il divieto di spostamento. "È una delle tante contraddizioni di uno Stato per il quale qualsiasi documento trasmesso al cittadino via Pec è dato per notificato, ma il contrario non vale: l'avvocato non può utilizzare la Pec per comunicare con il Tribunale. Una situazione pazzesca".
Un altro aspetto oggetto delle critiche della Camera penale riguarda le udienze a porte chiuse, celebrate nei primi giorni di emergenza, derogando al principio di massima pubblicità dei processi. E soprattutto l'estensione della possibilità di svolgere interrogatori e processi in video conferenza, finora consentita soltanto per le udienze che riguardano la criminalità organizzata, nelle quali gli imputati detenuti possono partecipare in collegamento audio e video restando in carcere. "I penalisti sono da sempre contrari alla videoconferenza perché il processo è un'altra cosa e prevede la presenza delle parti - spiega Fogliata. Ora il rischio è che, approfittando dell'emergenza, si estenda questa modalità a tutte le udienze: è necessario che vi siano rassicurazioni del governo affinché ciò non accada. Il ricorso alla videoconferenza deve essere provvisoria, in attesa della fine dell'emergenza coronavirus".
di Riccardo Benotti
ilnuovogiornale.it, 19 marzo 2020
L'annuncio l'ha dato direttamente Papa Francesco, cogliendo un po' tutti di sorpresa, con una lettera personale al direttore delle quattro maggiori testate del Veneto ("Il Mattino di Padova", "La Nuova Venezia", "La Tribuna di Treviso", "Il Corriere delle Alpi"), Paolo Possamai: le meditazioni della prossima Via Crucis 2020 sono state preparate dalla parrocchia della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova.
Quattordici stazioni, quattordici storie intrecciate con la vita delle persone lì detenute, gli agenti di Polizia Penitenziaria, gli educatori carcerari, i volontari, coloro che amministrano la giustizia. Con chi, soprattutto, il carcere lo subisce, come le famiglie delle persone ristrette, le vittima di reato, chi è stato per anni accusato ingiustamente. A raccogliere e scrivere le meditazioni sono stati don Marco Pozza, teologo e cappellano della Casa di Reclusione Due Palazzi, e Tatiana Mario, giornalista e volontaria, che raccontano la loro esperienza in un momento assai difficile per il Paese alle prese con l'emergenza Coronavirus e con le proteste nelle carceri. Li abbiamo raggiunti telefonicamente.
Le carceri italiane sono in ebollizione. Che messaggio vuole dare ai tanti detenuti che stanno vivendo questo momento di emergenza per la diffusione del Coronavirus?
Don Pozza: Le difficoltà della vita in carcere e le restrizioni ancora maggiori che in questi giorni sono state attuate per scongiurare il diffondersi del Coronavirus all'interno dei penitenziari, devono essere affrontate alla luce di un senso di responsabilità e di unità nazionale al quale ciascuno di noi è chiamato. Sono tanti i detenuti che hanno compreso il momento che il Paese sta attraversando e, pur con fatica, si stanno adeguando alle indicazioni per garantire prima di tutto la loro salute e quella delle loro famiglie. A tutti vorrei rivolgere un appello a una maggiore concordia e, anche se difficile per ovvie ragioni, a quella serenità interiore ed esteriore cui bisogna aspirare.
Perché il mondo del carcere come tema centrale della Via Crucis 2020?
Don Pozza: Il carcere è un mondo caro a Papa Francesco. Sin dall'inizio del suo pontificato ha acceso le luci in questo scantinato della società che sono le patrie galere. La sua mossa vincente è stato il Giubileo Straordinario della Misericordia: il fatto di poter gustare, nella porta della propria cella, una porta-santa da attraversare è stata un'intuizione davvero profetica. Quel gesto, così semplice e pieno di drammatica poesia, ha sancito un amore profondo tra il Santo Padre e il mondo di chi abita e frequenta le carceri. Il fatto, poi, che il centro si capisca meglio dalla periferia - uno dei quattro principi a cui si rifà il Papa - rende più chiara questa scelta.
E l'idea di fare scrivere le meditazioni proprio al vostro carcere com'è nata?
Don Pozza: Tempo fa, lavorando ad un altro progetto, gli ho fatto leggere un testo scritto da un ragazzo detenuto: la scrittura, in carcere, è terapia, salvezza, per qualcuno una passione. Il Papa mi guarda, e mi dice: "Mi piacerebbe che, quest'anno, la Via Crucis del Venerdì Santo mi aiutaste voi a comporla". In quell'attimo ho avvertito la felicità di tutta la gente che abita in carcere. Il suo desiderio, però, era anche un altro: "Non la vorrei scritta solo dalle persone detenute: mi piacerebbe il racconto di una società coinvolta nel lavoro di recupero". Poi mi guarda: "Il mondo delle vittime, prima di tutto". In quel suo sguardo c'era tutta la sua visione d'insieme.
Come avete organizzato il vostro lavoro per riuscire, poi, a scrivere le quattordici meditazioni?
Mario: Dapprima abbiamo individuato, nella moltitudine di storie a disposizione nel mondo che ruota attorno al nostro carcere, le storie che, a nostro parere, meglio si abbinavano ai titoli delle stazioni. La proposta, poi, l'abbiamo rivolta alle quattordici che hanno accettato di lasciarsi coinvolgere. Il brano di Vangelo che proponevamo di meditare assieme è diventata la strada per entrare nelle profondità di sé stessi, ripercorrendo la propria biografia personale. Tutti, senza eccezione alcuna, hanno saputo raccontarsi senza paura, pur lasciando che il dolore e la fatica facessero la loro parte.
Quali emozioni si provano ad aiutare il Papa nella stesura di una Via Crucis?
Mario: Ci siamo sentiti davvero privilegiati e anche responsabili. Abbiamo imparato una volta di più a camminare in punta di piedi nelle vite degli altri, rispettandone il silenzio e accogliendo con discrezione anche le lacrime di cuori lacerati e vite straziate dal dolore, dal giudizio, dall'indifferenza. Ne abbiamo ricavato un grande insegnamento: anche dietro alla sofferenza più nera, si cela sempre un barlume di speranza, piccolo o grande che sia. Basta cercarlo, basta acconsentire di lasciarsi attraversare da quella scintilla. Dietro ogni meditazione c'è una storia, un nome. Nessuno di loro, il Venerdì Santo, avrà su di sé le luci della ribalta perché i nomi non verranno pronunciati. Non tanto per restare anonimi, ma perché il desiderio condiviso è stato quello di diventare la voce di tutti: di ogni persona detenuta nel mondo come di ogni persona vittima di reato, di ogni giudice o magistrato, di ogni volontario, di ogni agente di Polizia Penitenziaria come di ogni educatore.
Come nasce l'amicizia che lega il mondo della vostra Casa di Reclusione con il Santo Padre?
Don Pozza: Questa vicinanza così particolare risale a domenica 6 novembre 2016, mentre si stava per concludere il Giubileo delle persone carcerate. La mia vita personale e quella del nostro carcere sono state travolte da una telefonata del Papa, giunta improvvisa, e dall'incontro avvenuto pochi minuti dopo. Nessuno, quella sera, poteva immaginare che nulla sarebbe stato come prima. È nata così quest'amicizia affettuosa che, nel tempo, si è andata rafforzando. Non c'è volta nella quale noi due ci troviamo che Francesco non mi chieda: "Come stanno i nostri amici? Salutameli, vi porto nel mio cuore. Se hai bisogno di qualcosa, ci sono, lo sai". Questa sua vicinanza ci fa sentire "in una botte di ferro", come diciamo in Veneto.
cavallomagazine.it, 19 marzo 2020
I primi risultati dello studio dell'empatia e regolazione degli impulsi condotto da veterinari e psicologi dell'Università degli Studi di Milano presso l'associazione di volontariato Asom Cavalli in carcere tendono a dimostrare che il lavoro sinergico di cavalli e detenuti sviluppa abilità e autocontrollo.
Presso la II Casa di Reclusione di Bollate un seminario ha presentato primi risultati dello studio condotto da veterinari e psicologi dell'Università di Milano circa l'empatia e la regolazione degli impulsi dei detenuti che lavorano con i 40 cavalli della scuderia operante all¹interno del carcere. L'attività equestre con i detenuti nel penitenziario di Bollate è diretta da Claudio Villa, grazie al progetto dell¹associazione di volontariato Asom, denominato "Cavalli in carcere".
"Il lavoro svolto da cavalli e detenuti - come ha spiegato la Dott.ssa Emanuela Prato Previde, docente di psicologia alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell¹Università degli Studi di Milano - tende a sviluppare delle abilità e l¹autocontrollo. Inoltre aiuta a inibire le reazioni impulsive, a osservare il comportamento non verbale e infine sviluppa la capacità di assumere punti di vista diversi dal proprio e preoccuparsi dello stato emotivo del cavallo". Il cavallo è una preda, è sensibile agli stimoli potenzialmente minacciosi e comunica le proprie emozioni con segnali non evidenti. Per questo lavorare con loro - i detenuti frequentano un corso di mascalcia - può aiutare i reclusi a sviluppare una ampia serie di abilità, fondamentali nelle relazioni interpersonali e possono essere valutate con test e questionari validati.
di Roberto Vicaretti
Il Dubbio, 19 marzo 2020
Però quella vera e attendibile: non perdiamo l'occasione. L'informazione mainstream ha riconquistato il posto che improvvisati blogger e siti non professionali le avevano tolto. Ma ora tocca a noi. Sarebbe stato meglio scoprirlo in una situazione completamente diversa. Ovviamente. Ma tra le eredità di questa grande tragedia globale ci sarà il rispetto delle competenze. A tutti i livelli.
Ricordate i no-vax? L'epidemia di Covid-19 li ha relegati nell'angolo del dibattito pubblico. In Rete, poi, sembrano scomparsi gli esperti di tutto, avventati e improvvisati tuttologi che, nascosti dietro improbabili nickname predicavano urbi et orbi di medicina, diritto costituzionale, filosofia. E giornalismo. Eh sì, perché gli anni della disintermediazione social hanno messo a dura prova anche il nostro lavoro, la nostra professionalità e la nostra autorevolezza.
Prima di tutto, però, una doverosa premessa: se abbiamo perso punti nel giudizio di lettori e telespettatori è, in primo luogo, per le nostre responsabilità, i nostri errori e per la nostra incapacità di stare dentro le novità e i ritmi della nuova epoca. Non solo non abbiamo capito gli effetti che la nuova realtà social avrebbero avuto sul nostro lavoro, ma, spesso, ci siamo attardati a esaltare le "magnifiche sorti e progressive" offerte dalla disintermediazione.
È in questa dimensione che si sono alimentate le fake news, che hanno preso progressivamente piede le post verità e che la professione giornalistica ha perso progressivamente autorevolezza, alimentando così un circolo vizioso sempre più pericoloso per la tenuta del sistema democratico, del quale la libertà d'informazione resta un pilastro fondamentale.
La guerra al Coronavirus ci ha ricordato le nostre responsabilità e, soprattutto, ha ricordato alla cittadinanza quanto sia importante la stampa e una corretta informazione. L'avvio dell'epidemia in Cina è stato segnato da censura, silenzi imposti dalle autorità e silenziamento di quanti avevano provato a denunciare la gravità della situazione. I limiti e i guasti dell'autoritarismo e dell'illiberalità del sistema cinese hanno dato un drammatico aiuto a Covid-19. E, allo stesso tempo, hanno ricordato a noi europei - in parte affascinati dall'affermazione di concetti come democratura e democrazia illiberale - quanto trasparenza e libera informazione siano indispensabili. Il Governo e le Regioni hanno fatto, va detto, la propria parte non lasciando spazio a zone grigie o a silenzi che avrebbero aggravato la situazione. Questo, ovviamente, non vuol dire che non ci siano stati errori. Ma i cittadini hanno potuto seguire ogni passaggio, hanno potuto farsi un'idea della discussione in atto e costruirsi un'opinione.
E la stampa, la libera informazione ha fatto la sua parte. Abbiamo commesso errori, e altri ne commetteremo, ma abbiamo saputo adempiere alla nostra missione e gli italiani ce lo stanno riconoscendo. L'informazione mainstream - radio, tv, quotidiani, siti d'informazione - ha riconquistato il posto che improvvisati blogger, siti non giornalistici avevano preso.
I cittadini, ora, scelgono noi per informarsi. È una rivincita? Forse. Ma, credo, dovremmo viverla con una conquista, anzi una riconquista. Ora, però, la partita per il mondo dell'informazione non è finita. Tocca a noi tenerci stretta questa ritrovata fiducia da parte degli italiani. Significa stare dritti in mezzo alla tempesta del Covid-19 continuando a raccontare i luoghi, i momenti, le difficoltà e i gesti di questa drammatica pagina di storia nazionale e mondiale.
Tuttavia, dovremo ricordarci di questi giorni quando tutto sarà finito, non dimenticando le lezioni che il Coronavirus ci sta drammaticamente impartendo. Sarà nostro dovere andare a spulciare le prossime leggi di bilancio per vedere quanti soldi saranno destinati alla sanità pubblica, quanto spenderemo in ricerca. Sarà nostro dovere tenere alta l'attenzione sui temi dell'ambiente e dell'inquinamento che, lo dicono gli esperti, sono fattori centrali nella diffusione delle malattie.
Dovremo, infine, non tornare seduti sulle veline che arrivano dagli uffici stampa dei partiti e del Palazzo per riprenderci il nostro posto nel racconto della politica, senza assistere impotenti al dilagare della disintermediazione, del rapporto diretto - e, inevitabilmente, squilibrato - tra il leader di turno, che attraverso i social diffonde la sua verità, e i cittadini. Il nostro lavoro è fondamentale per la democrazia e per la vita civile. D'altra parte, cosa si può acquistare tranquillamente anche in questi giorni difficili di limitazione delle uscite di # iorestoacasa? I farmaci, il cibo e i quotidiani: il necessario per vivere... liberamente.
di Fausto Bertinotti
Il Riformista, 19 marzo 2020
Qualcosa si muove se non ancora nelle reti televisive e nei talk show, almeno con qualche primo intervento sulla grande stampa. Tra gli altri, Piero Ignazi su La Repubblica si interroga sul rapporto tra le misure antivirus e lo stato della democrazia, sulla sospensione delle libertà individuali. Sul Riformista avevamo provato a indagare il lato nascosto della decisione, chi in realtà prende le decisioni e come le prende.
Non sono in discussione né il ruolo della scienza né l'attività del governo in una società civile organizzata e in un paese democratico. Però non deve sfuggire, dietro la necessità di prendere misure efficaci contro un pericolo reale (cioè la diffusione del virus e la possibilità che il sistema sanitario nazionale non riesca più a farvi fronte adeguatamente) la costruzione non necessariamente consapevole di un regime a-democratico: un regime proprio fondato sullo stato di eccezione.
Si costituisce così una particolare forma di governo fondata sul connubio tra esperti e governanti che sequestra ogni decisione strategica rendendola indiscutibile. Nasce una nuova autorità, un nuovo decisore, fuori dal circuito classico della democrazia rappresentativa. L'opposizione può contrastare questo o quel provvedimento, e lo fa, ma solo per rivendicare la propria candidatura al governo del Paese nello stesso sistema. La critica di sistema e alla filosofia generale che ispira le singole scelte è bandita, così come il ruolo della politica. Per pensare a quanto ci si stia allontanando dalla sua sovranità, esercitata in nome del popolo, basti ricordare la famosa formula di Alcide De Gasperi: datemi su un problema i pareri diversi degli esperti e io, la politica, deciderò cosa fare.
Uno studioso come Ignazi, non appartenente a quell'area di intellettuali che lavora sullo stato di eccezione, ci dice ora che "l'eccezionalità del momento è presente a tutti e ciascuno deve fare il possibile per evitare che il contagio si diffonda. Allo stesso tempo, però, va ribadito che questa situazione deve essere limitata nel tempo e non prorogabile qualunque cosa succeda, in quanto intacca i diritti inalienabili della persona".
Bene, ma non si deve derubricare l'analisi critica su ciò che è accaduto e su quel che continua ad accadere, e alle ragioni di fondo addotte affinché questo accada. Anche per far venire alla luce ciò che già preesisteva al virus in questa crisi della democrazia, in questa eclissi della democrazia rappresentativa reale così come, nel conflitto sociale nella grande politica, si era invece affermata nei trent'anni gloriosi dopo l'avvento delle costituzioni democratiche.
Le sue radici trascendono la dimensione istituzionale perché raggiungono i tanti versanti della nuova e vecchia questione sociale a cui si allude oggi quando si parla dell'esplodere della disuguaglianza. Se quella sanità pubblica che ancora afferma il suo primato contro la privatizzazione è stata mutilata dalle chiusure di ospedali, dalla perdita di decine di migliaia di posti letto, dal taglio di medici e di infermieri ed è stato penalizzato da una spesa pubblica ridicola per la ricerca - tanto da essere a rischio di fronte alla pandemia - ci sarà pure una spiegazione di questa che appare oggi come una follia. Ma ieri è stata il pensiero pressoché unanime di tutte le principali forze politiche del Paese. È stata la forza di una certa economia, il finanz-capitalismo, e di una ideologia, perché un'ideologia è quella del primato del mercato e quella delle compatibilità economiche con esso.
Così è stato nel caso dell'austerity. Lo stato sociale, spia e sostegno di una particolare concezione della democrazia, è stato destrutturato. Ancora di più lo è stato il lavoro; il potere, i diritti, la dignità connessi alla figura dei lavoratori sono stati messi in discussione radicalmente. Quella concezione pratica della democrazia è stata annichilita, lo stesso lavoratore è stato desoggettivizzato e ridotto a merce.
La prima cosa che necessiterebbe è dunque capire quale disastro sia stata la politica dell'ultimo quarto di secolo.
E ora? Ora lo stato di eccezione, la forma di un nuovo governo neoautoritario, non solo prevarica le istituzioni democratiche, ma si mette in atto. Le assemblee elettive, il Parlamento, sono ridotti anche fisicamente a simulacri, ma questo sistema insidia i diritti delle persone e fa prove di un processo più generale di spoliazione. La spoliazione, la sottrazione alle persone delle loro facoltà di scelta si diffonde per gradi e procede per salti, come a sperimentare sulle parti più esposte, su quelle più infragilite dalla loro specifica condizione sociale, un potere assoluto.
La nuda vita, i corpi diventano l'oggetto di una contesa nascosta nella quale il nuovo potere ti dice che tu puoi soltanto subire. Accade in particolare per gli invisibili, per quelle realtà sociali che entrano nel cono d'ombra della democrazia del nostro tempo.
I carcerati lo sono da così gran tempo da farli vivere in una condizione di illegalità, di sistematica mancanza di rispetto della legge. Gli operai lo sono da meno tempo e, pour cause, meno strutturalmente. Eppure sono, anche se diversamente, gli uni e gli altri diventati invisibili.
Alla prova del virus si ordinano regimi speciali, le regole di salvaguardia dell'integrità fisica delle persone non valgono per gli invisibili. Il sovraffollamento delle carceri lo impedisce, ma anche le esigenze del sistema produttivo, dell'economia, si chiudono fino a sospendere quelle dei lavoratori.
Per gli uni e gli altri, pure nella loro radicale diversità, non valgono le distanze di sicurezza che valgono per i cittadini, per le persone. La cosa per un certo tempo sembra non destare scandalo, appare come una parte del nuovo funzionamento del sistema, come organica a questo sistema nel momento dell'emergenza. La limitazione delle libertà individuali per tutti diventa per qualcuno persino la spoliazione della sua umanità, una cosificazione.
Ma i corpi violati spingono al rifiuto. Le carceri esplodono. Il detonatore è costituito dalle misure contro il virus che negano loro l'ultimo rapporto con l'altro pezzo dell'umanità, con il mondo, con l'amore. Scoppia allora la rivolta, che questo giornale ha documentato con partecipazione intelligente e sofferta, fino a dentro il centro delle grandi città, da San Vittore a Regina Coeli. Nel Paese che è stato di Mario Gozzini c'è chi prima di prendere questa decisione estrema ha discusso con i detenuti, con il personale di sorveglianza, con le popolazioni del carcere?
La rivolta porta dentro di tutto, anche il peggio, ma anche domande di civiltà. Essa è una reazione a una condizione strutturale e ad una eccezionale. Quella strutturale è il sovraffollamento delle carceri, l'aumento provocato da una pessima legislazione sui detenuti, dalle loro condizioni di vita a volte infernali. Quella eccezionale sono le misure di emergenza.
Ed è un modo dello stato attuale quello di fronteggiare l'emergenza negandoli come persona. La spoliazione e la rivolta. Chissà se sollecitato da Rita Bernardini e dai suoi compagni di strada qualcuno nelle istituzioni repubblicane lassù capisca cosa sta accadendo in questa parte negata della società.
"Non siamo carne da macello" hanno gridato gli operai organizzando gli scioperi spontanei. "Gli operai hanno paura, si sospendano le attività non necessarie" dicono i sindacalisti torinesi commentando gli scioperi. Già, hanno paura anche gli operai. Perché anche gli operai sono persone.
Le fabbriche che si sono fermate sono molte: in Piemonte, nel milanese, in Toscana, in Emilia, a Genova e a Taranto, nelle multinazionali come nelle medie fabbriche. È stata una diffusa ribellione alla negazione di sé del lavoratore come persona. Un pezzo grande della società e dai molti rinvii a questioni più generali si è messo in evidenza, ha rotto l'invisibilità almeno per un momento.
Non si tratta neppure di quella condivisione estrema di deprivazione dei diritti del lavoro costituita dalla moltitudine dei precari strutturali fino ai rider. Si tratta di quella popolazione lavorativa che una sociologia cinica e ignorante ha definito "dei garantiti". Si tratta del lavoro più classico, tradizionale, quello che i diritti sociali se li era conquistati. Negati come cittadini, sfruttati come lavoratori ora, nella lotta dello stato contro il virus, questi vengono spogliati del loro essere persona, vengono spogliati di umanità.
Una operaia ha detto che lei lavorava tutti questi giorni eccezionali gomito a gomito con le sue compagne di lavoro. Tutte legate allo stesso ciclo produttivo. E allora si è chiesta se la sua fabbrica fosse immune al virus perché a saperlo ci avrebbe portato la famiglia intera. In realtà la fabbrica non è immune, sono i lavoratori a non essere considerati persone, dunque come ognuno esposti al rischio. C'è qualcuno che aveva sentito la loro opinione, c'è stata una qualche partecipazione alle scelte che riguardavano la loro stessa vita?
La diffusione improvvisa e imprevista degli scioperi, della ribellione, ha aperto ora un varco nell'ordinamento decisionale che li ha ignorati e che li considera come un oggetto della stessa decisione. Si è avviata infatti una contrattazione diffusa, fabbrica per fabbrica, tra i sindacalisti che rappresentano i lavoratori delle aziende e l'azienda stessa, una trattativa per riorganizzare il lavoro in modo da garantire la salute dei lavoratori. È uno spiraglio, una breccia aperta sul futuro ma anche, forse, una breccia per recuperare il passato, quando la compagine lavorativa, costruita attorno al suo delegato, costruiva con gli esperti di una scienza critica, un modello di lavoro fondato sulla salute.
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 19 marzo 2020
Si moltiplicano le richieste di geolocalizzare i cittadini per limitare l'infezione. Ma si può fare solo nel rispetto della privacy e in un quadro di garanzie costituzionali. La gestione delle misure per arginare il Coronavirus ha rivelato la totale, marchiana e colpevole incapacità dei leader europei ed occidentali di preservare la salute pubblica. Macron lo sapeva dai primi di gennaio, Johnson ha temporeggiato, Trump ha sottovalutato e la Merkel tentennato. L'Italia ha fatto meglio. Tuttavia ritardi, errori nella comunicazione, notizie trapelate a giornalisti amici, impreparazione e indecisioni, hanno favorito la pandemia. Come annunciare la zona rossa in Lombardia senza chiudere le stazioni.
Adesso si pensa di correre ai ripari utilizzando strumenti tecnologici di sorveglianza per tracciare gli spostamenti della popolazione. L'unico leader "occidentale" capace di dirlo a chiare lettere è stato il capo ad interim del governo israeliano, Benjamin Netanyahu. Nel suo discorso alla nazione ha citato l'uso efficace dei dati telefonici a Taiwan per garantire la quarantena. Come pure è successo nell'autoritaria Singapore e nella Cina che prima aveva negato e poi censurato la notizia dell'epidemia.
Nethanyahu è stato molto criticato perché alludeva all'uso di sistemi di sorveglianza di tipo militare usati dall'antiterrorismo del suo paese e, pare, ai tool di una start up di nome Rayzone che usa Big Data, intercettazioni telefoniche, geolocalizzazione e fonti aperte - social network, social media e blog - per effettuare la sorveglianza elettronica del target. Ora un approccio populista al problema chiede di decidere tra la salute e la privacy anche da noi. È una falsa dicotomia. I paesi democratici devono trovare un giusto equilibrio fra i due diritti fondamentali e preservarli entrambi.
Si potrà fare in Italia? Sappiamo che in caso di eventi eccezionali è possibile derogare dalla Gdpr, il regolamento europeo per la protezione dei dati personali. Ma a patto di capirne l'utilità. Secondo il professore Michael Birnhack dell'università di Tel Aviv è possibile applicare un criterio proporzionale di sorveglianza per garantire privacy e salute pubblica. A cominciare dai target del Big Brother elettronico. Per primi, i pazienti. Hanno bisogno delle migliori cure, la loro privacy è ridotta dall'ospedalizzazione ma protetta. La loro anamnesi dice tutto.
Secondo, le persone isolate in casa. Chi esce viola la legge. Dovrebbe essere un deterrente sufficiente per chi non ha motivi impellenti. Geolocalizzare quelli che consapevolmente violano le restrizioni potrebbe non servire perché lascerebbero il telefono a casa. Terzo, i malati di cui si vuole ricostruire il percorso dell'infezione. Non tutti ricordano dove sono stati prima di essere infettati. I dati del cellulare possono aiutare. Secondo il professor Birnhack la maggior parte delle persone è pronta a cedere quei dati e consentirne l'utilizzo. Rimarrebbero quelli che devono nascondere la frequentazione con pusher, amanti e prostitute.
Infine la localizzazione di chi è stato esposto a un paziente conclamato. Qui ogni informazione serve. Per avvisare quelli potenzialmente contagiati la sorveglianza telefonica può aiutare. Si può fare con i dati delle compagnie telefoniche ma è una misura probabilmente sproporzionata. Secondo Birnhack si può fare il contrario: chiedere alle compagnie di contattare chi era nel posto sbagliato al momento sbagliato, offrendo una serie di garanzie legali. Le possiamo immaginare: l'adeguata protezione cibernetica di quei dati; l'uso temporaneo e la distruzione degli stessi una volta utilizzati; il divieto di usarli per altri fini; un comitato di vigilanza sull'intero processo e il coinvolgimento del Garante della Privacy.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 19 marzo 2020
In Lombardia. Casi di Covid-19 nei centri, dove non c'è isolamento. L'emergenza coronavirus rischia di far saltare il sistema di accoglienza. Il delegato Anci all'immigrazione, il sindaco di Prato Matteo Biffoni, ha scritto al viceministro dell'Interno Matteo Mauri per sollecitare il governo su tre punti: conferma del budget già stanziato, evitando tagli per sopperire ad altri comparti; proroga dei progetti e superamento, per il periodo di emergenza, del sistema delle gare per dare continuità ai servizi sul territorio; una soluzione che aiuti i cittadini stranieri con permessi di soggiorno in scadenza, come l'estensione della validità dei titoli in essere, fondamentale per conservare il pieno accesso alla Sanità pubblica.
Sono 85.324 i migranti inseriti nel circuito italiano: 254 negli hotspot, 62.650 nei Cas, 22.420 nei centri Siproimi (ex Sprar). La cifra più alta è nell'epicentro del Covid-19, la Lombardia: 9.898 nei Cas e solo 1.998 nei Siproimi, 292 i minori non accompagnati. Seguita dall'Emilia-Romagna con 6.741 nei Cas, 2.038 negli ex Sprar, 480 i minori non accompagnati. "Mauri ha aperto subito un'interlocuzione - spiega Biffoni - ieri abbiamo mandato una nota più tecnica, il percorso è in itinere. A Milano, ad esempio, so che si sono autorganizzati per far scendere i livelli di affollamento nei centri. Il problema è la quarantena per chi è costretto a farla e risiede in strutture dove non ci sono le condizioni di sicurezza. Si rischia "l'effetto Diamond Princess" con il contagio che si estende a tutta la camerata".
La comunicazione con i migranti altro tema sul tavolo: "In alcuni situazioni - prosegue Biffoni - si è dovuto intervenire con energia per convincerli a stare nelle strutture. La ministra Luciana Lamorgese si era già impegnata a potenziare l'insegnare dell'italiano, fondamentale in questo momento. La scelta di tagliare i servizi all'accoglienza del primo decreto Sicurezza si sta rivelando nella sua pochezza: ora è difficile comunicare con i migranti, spiegare la situazione. Il sistema va ripensato: ci vogliono i corsi di lingua e i lavori socialmente utili per creare legami di comunità. Legami che avrebbero aiutato in questo momento difficile".
In Lombardia si sono registrati i primi casi ufficiali di migranti positivi al Covid-19. A Camparada, piccolo comune in provincia di Monza, è stato contagiato un migrante che viveva in una struttura che ospita 130 richiedenti asilo. A Milano un ragazzo è finito in isolamento nell'ospedale militare di Baggio. Il centro che l'ospitava è stata sanificato e metà dei residenti trasferiti. "Serve un piano di ridefinizione delle strutture di accoglienza - ha commentato l'europarlamentare Pd Pierfrancesco Majorino, ex assessore alle Politiche sociali meneghino -. Si tratta di ambienti portati ad alimentare il contagio, perché hanno camerate con 4 o 6 posti letto". A Bologna la consigliera comunale Emily Clancy ieri ha denunciato: "Ci risulta che al Cas di via Mattei non sia ancora stata fatta la sanificazione, non siano disponibili le mascherine per i migranti che mangiano ancora nella mensa comune e dormono in camere da dieci letti".
A Caserta l'Ex Canapificio gestisce il progetto Siproimi: "I dispositivi di protezione ce li siamo dovuti comprare da soli e adesso abbiamo difficoltà a trovarli - spiega Mimma D'Amico -. Il sistema di accoglienza diffuso è l'unico efficace in questa crisi: i richiedenti asilo da noi sono come piccole famiglie in appartamento e, come gli italiani, non escono da casa. Non è come nei Cas, riflettiamoci per il futuro. Con l'emergenza sanitaria le strutture collettive come Cas e hotspot andrebbero chiuse facendo intervenire le prefetture e i servizi che coordina i Siproimi". L'Ex Canapificio ha organizzato una rete con altre associazioni, Caserta solidale, attraverso cui raccolgono le richieste di cibo o farmici.
A Castel Volturno, dove la comunità migrante può raggiungere le 30mila persone, è più dura: "Dopo due settimane di isolamento c'è il problema del reddito, che per loro si è azzerato. Rischiano di rimanere senza viveri. Ieri il comune, scortato dalla polizia, ha cominciato a distribuire pacchi di generi alimentari. Stiamo cercando di organizzarci per fare speakeraggio con la Protezione civile, per ottenere non solo l'effetto deterrenza ma anche per coinvolgere i cittadini africani.
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